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MONI OVADIA-CASA DI BAMBOLA

Le prime rappresentazioni della pièce Casa di bambola, alla fine dell’Ottocento, fecero scandalo e scatenarono aspre discussioni nei salotti buoni della borghesia: la storia di una donna che, compresa e svelata la squallida realtà del potere maschile, incarnata dal proprio marito, lascia casa e famiglia per ritrovare se stessa, era troppo radicale per gli spettatori di allora. E per certi versi potrebbe esserlo ancora oggi. Ibsen seppe infatti anticipare con lucidità profetica una questione che pesa ancora irrisolta sulla nostra civiltà: quella della relazione uomo-donna e della difficoltà maschile a riconoscere fino in fondo la complessa e composita integrità del femminile.

di Moni Ovadia

Sono un teatrante di 72 anni, ho visto tanto teatro di ogni genere e tempo addietro mi è capitato di vedere anche un paio di allestimenti di Casa di bambola del drammaturgo norvegese Henrik Ibsen (Skien 1828-Cristiania 1906). Ho letto il testo della pièce per la prima volta tanti anni fa, così tanti da conservarne una memoria schematica e nebulosa. Se MicroMega non mi avesse chiesto di proporre le mie riflessioni su questa celebre opera teatrale, verosimilmente non l’avrei più riletta. Non appartengo a quel teatro, detto di prosa e che consiste nella messa in scena di testi scritti da drammaturghi e fondato sull’accurata analisi del testo stesso e dei personaggi attraverso le indagini del sottotesto. I miei lavori propongono piuttosto un teatro musicale, che assembla generi, declina musica, canto e narrazione, o guarda a forme rituali. Tuttavia, sollecitato a ripercorrere attraverso la lettura Casa di bambola, ne sono rimasto conquistato.

Il dramma – scritto da Ibsen nel 1879, all’età di 51 anni – ci presenta il quadro di una coppia borghese con tre figli. Il marito Torvald Helmer è in procinto di diventare direttore della filiale di una banca di cui è già funzionario; Nora, la moglie, è una giovane donna molto aggraziata che Torvald ama per la sua leggiadria ma che tratta paternamente come un’adorabile scapestrata da proteggere dalla sua stessa avventatezza. Nonostante Nora si presti a corrispondere all’idea che Torvald ha di lei, è in realtà una donna di spessore che tempo addietro, di fronte a una seria malattia del marito curabile solo con un radicale cambio di clima ed essendo quest’ultimo totalmente refrattario a contrarre debiti in ossequio alla sua rigida idea di rispettabilità, sceglie di affidarsi a uno strozzino, facendo salti mortali per pagare a ogni scadenza il dovuto, risparmiando spasmodicamente sulle proprie spese.

Torvald ha un amico che è profondamente legato a lui, il dottor Rank, affezionatissimo anche a Nora di cui, come scopriremo nello svolgersi della vicenda, è segretamente innamorato. Rank frequenta assiduamente la casa degli Helmer. Nella tranquilla vita della coppia irrompe, inattesa, un’antica amicizia di Nora, Kristine Linde, che non si era fatta viva per lungo tempo. Nora, felice, l’accoglie con grande calore e gioia. Kristine le racconta che è tornata anche perché ha bisogno urgente di trovare un impiego. Nora si offre di intercedere presso Torvald affinché l’assuma nella sua banca, richiesta che il marito accoglie di buon grado.

A questo punto Ibsen ci offre il primo colpo di scena. Nella tranquilla routine della coppia si insinua una figura sinistra: è Krogstad, lo strozzino. Krogstad è impiegato della banca di Torvald, in gioventù i due hanno avuto un’amicizia intima che permette a Krogstad di dare del tu all’amico di un tempo, una confidenza che irrita oltremisura Torvald, il quale ha intenzione di licenziarlo. Il suo posto sarà preso da Kristine. Krogstad, che in passato è stato coinvolto in uno scandalo per necessità, oggi non può perdere il suo posto. Costi quel che costi. L’intrusione di Krogstad nella vita della coppia determina l’addensarsi del dramma. Veniamo a sapere che Nora, per salvare la vita del marito, non solo aveva contratto il debito usurario, ma nella necessità di fornire una garanzia per ottenere il denaro, si era spinta a falsificare la firma del padre deceduto da pochi giorni. Krogstad ha le prove della falsificazione e ricatta Nora perché interceda presso il marito per fargli mantenere il posto. Nora si confida con Kristine che si offre di aiutarla.

Nuovo colpo di scena. Ibsen ci mette a conoscenza di una trascorsa relazione d’amore fra Kristine e Krogstad, finita perché Kristine lo ha lasciato, gettandolo nella disperazione, per mettersi con qualcuno che le permettesse di provvedere a suo figlio. Kristine offre dunque il suo amore e la sua cura a Krogstad dicendogli che rinuncerà all’impiego affinché lui possa conservare il suo. Krogstad è fuori di sé dalla felicità, non vuole più fare del male a Nora, ma ha già inviato a Torvald una lettera con le prove di ciò che Nora ha fatto. In un impeto di generosità comunica a Kristine che si recherà da Torvald per chiedergli di restituirgli la lettera senza leggerla ma lei si oppone: vuole che Nora abbia l’opportunità di arrivare a una resa dei conti con il marito per uscire dal ruolo della bambolina e mostrare la donna che è, con la sua verità. Nora nel frattempo spera in un prodigio, ma al leggere la lettera Torvald si scaglia contro di lei, sventolando la bandiera del suo onore e della sua rispettabilità borghese di fronte alla società di cui fa parte e prospettando a Nora una vita di ubbidienza e «segregazione». A quel punto a Torvald arriva la notizia che Krogstad non si servirà delle prove e che Nora ha fatto ciò che ha fatto solo per amor suo, e che dunque il suo prestigio è salvo. Felice torna a vezzeggiare Nora e a celebrare il loro idillico ménage.

Ibsen ci porta fin qui per offrirci il culmine drammaturgico e artistico del suo capolavoro: l’ultimo colpo di scena. Nora vuole la resa dei conti. Il prodigio che aveva sperato – che Torvald di fronte allo scandalo assumesse tutta la colpa su di sé – non si è prodotto. E così comunica al marito che lo lascia e che lascia a lui i figli perché ha capito che lui è un estraneo e lei non lo ama. Deve rimanere sola per trovare se stessa.

***

Teatralmente parlando l’opera è costruita magistralmente, con un ritmo e un crescendo che avvincono lo spettatore e lo conducono con una progressiva suspense verso un esito del tutto inaspettato e imprevedibile nella sua radicalità. Questo è sicuramente l’effetto che fece agli spettatori degli ultimi decenni dell’Ottocento, ma a mio parere continua a interrogare lo spettatore di oggi in modo sorprendente come non può non fare un classico. Le prime rappresentazioni fecero scandalo e scatenarono aspre discussioni nei salotti buoni della borghesia al punto che sugli inviti alle feste si poteva leggere: «Si prega di non discutere di Casa di bambola», per evitare che le feste stesse si trasformassero in occasioni di clamorosi litigi. Oggi non sarebbe sicuramente il caso, ciò non di meno il dialogo finale fra Torvald e Nora rimane perturbante rispetto alla relazione fra uomo e donna, agli equivoci che continuano a sottostarvi e alla difficoltà maschile a riconoscere fino in fondo la complessa e composita integrità del femminile.

L’ambiente in cui è collocato lo svolgersi dell’opera fino alla scena antecedente il dialogo finale è chiaramente riconducibile all’epoca in cui venne scritta e possiamo ritrovarlo più o meno uguale fino agli anni del Novecento in cui la morale borghese esercita ancora la sua influenza. Venendo a lustri più vicino a noi quel contesto appare lontano, puramente «teatrale», ma alla svolta del dialogo finale – che parrebbe concepito da una drammaturga femminista – la pièce balza davanti a noi con lucida necessità e spietata urgenza: facendo quasi sembrare che le due parti dell’opera siano state scritte da persone diverse.

Casa di bambola è stata sottoposta a molte critiche di segno estetico e sociologico, miranti a negare che Ibsen l’abbia scritta con l’intento di celebrare l’emancipazione femminile in una società maschilista e arrivando ad affermare che nella situazione che si viene a creare fra la protagonista e il marito, Nora sia la responsabile e Torvald l’innocente che subisce. Critiche che sono state pertinacemente confutate in un memorabile saggio di Joan Tempelton, Ibsen’s women, che documenta con dovizia di particolari le posizioni «femministe» del drammaturgo norvegese. «Casa di bambola», scrive Tempelton, «è il naturale sviluppo del forte filone femminista presente nei lavori precedenti di Ibsen, a cominciare da La signora Inger di Østraat, in cui fa la sua comparsa il tema della divisione del mondo su base sessuale, per poi proseguire – di pari passo con il critico esame di questa divisione – in I guerrieri ad HelgelandLa commedia dell’amoreI pretendenti alla coronaBrand e nella pièce che seguì Cesare e Galileo precedendo Casa di bambola, la spudoratamente femminista Le colonne della società».

Non c’è solo Nora che torreggia prima nella sua capacità di sacrificio e poi di coraggiosa e ultimale lucidità, di altissimo profilo è anche l’altra figura femminile, Kristine, che non solo è capace di sacrificio due volte per amore e altruismo (una volta lasciando l’amato procuratore Krogstad per salvare i figli, e una seconda tornando con Krogstad e rinunciando al proprio lavoro per restituirgli vita e dignità) ma che, pur potendo scongiurare il dramma coniugale, lascia che esploda per dare a Nora la possibilità di prendere coscienza dell’ipocrisia del marito che considera la moglie una graziosa bambolina, non ne riconosce l’amore ed è solo preoccupato delle apparenze sociali. Due donne che rivelano dunque tutta la squallida realtà del potere maschile. Nora ne trae le conseguenze estreme e le espone con un argomentare di sconcertante modernità, rivelando che Ibsen seppe anticipare con lucidità profetica e arte suprema una questione che pesa ancora irrisolta sulla nostra civiltà.

Nella sua capacità di costruire i personaggi, di intuirne l’animus, in particolare quello femminile, e di collocarli nei contesti sociali con precisione chirurgica ma rivelando prospettive inaudite, Ibsen si staglia come un gigante del teatro con la statura di un grande pensatore. Non è un caso che Sigmund Freud, indagatore dei segreti della psiche, in un celebre saggio – Shakespeare, Ibsen e Dostoevskij – lo ponga a fianco di due colossi della letteratura.

(14 aprile 2020)

Pubblicato il 15/4/2020 alle 8.55 nella rubrica Diario.

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