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28 settembre 2019

LINGUAGGIO

Le biforcazioni del linguaggio

linguaggio-499

di DANIEL HELLER-ROAZEN

Non solo i filologi e i bambini, ma anche i briganti e i malviventi hanno sempre saputo, avendolo dimostrato in Europa soprattutto dal Quattrocento in poi con la formazione di linguaggi intenzionalmente segreti, che il linguaggio, oltre ad avere la funzione di comunicare, ha anche quella di confondere e occultare. È su questo problema che interviene finemente il libro di Daniel Heller-Roazen, Lingue oscure. L'arte dei furfanti e dei poeti, recentemente tradotto in italiano (Quodlibet, 2019). Ne pubblichiamo un estratto, per gentile concessione dell'editore e dell'autore, che ringraziamo.

Che gli esseri umani siano caratterizzati dall’uso della parola è un’antica e spesso citata convinzione.

Aristotele fu forse il primo a farne la base di una definizione quando, in un celebre passo della Politica, ebbe a dichiarare che «l’uomo è l’unico tra gli animali che possieda la parola» (????? d? µ???? ?????p?? ??e? t?? ????)1. «Parola», comunque, era e rimane un termine oscuro. Il fatto che l’animale dotato di parola pro- posto dal filosofo greco potesse esser chiamato, in traduzione latina, animal rationale, è solo un esempio di come il termine utilizzato per indicare il fatto di parlare possa prestarsi a diverse interpretazioni. Il ????? di Aristotele esprimeva, in greco, una selva di nozioni che oggi vengono solitamente distinte: «parola», «favella» e «discorso», certo; ma anche, più in genere, «ragione» e, scendendo più nel particolare, «rapporto» aritmetico e «intervallo» musicale2. La tesi aristotelica può dunque essere riformulata in più d’un modo. La sua stessa grammatica è, tuttavia, significativa. Le parole di Aristotele suggeriscono che gli uomini si distinguono dagli altri esseri perché possiedono una capacità definibile mediante un nome al singolare. È la facoltà di parlare. Per quanto possa oggi sembrarci ovvia, questa rivendicazione finisce per scontrarsi con un dato di fatto ben più disorientante di quanto l’antico filosofo, e molti dei suoi successori, fossero disposti ad ammettere. Lo si può formulare, semplicemente, così: gli esseri parlanti non si servono della parola se non parlando le lingue.

L’inglese dispone di un unico termine per designare due entità linguistiche che possono essere distinte con chiarezza: da una parte, language designa il comune fatto di parlare; dall’altra, indica una lingua di qualche genere, come l’armeno, il giapponese o l’arabo. Altre lingue sono più chiare al riguardo. Le lingue romanze, per esempio, presentano di norma una distinzione lessicale fra il termine astratto che indica il linguaggio (lenguajelinguagemlangage o linguaggio) e il termine specifico con cui si indica una lingua, con le sue parole e regole (idiomalengualanguelingua). Naturalmente, è indubitabile che esista una relazione fra le idee espresse da questi due insiemi di termini. Tale relazione rimanda ad un cerchio epistemologico che, esplicitamente o implicitamente, sostiene la pratica della definizione mediante astrazione. La facoltà singolare del linguaggio non rilevarsi che nelle lingue, le quali sono per definizione plurali; e tuttavia le lingue, a loro volta, non possono essere considerate quali membri di una classe a meno che non si sia presupposto questo concetto: il linguaggio 3. A seconda degli interessi e delle prospettive, si può prendere in esame la nozione o le sue esemplificazioni, la facoltà in generale o le sue varietà. Fra enti parlanti, però, il punto di partenza rimane questa prima biforcazione. Ogniqualvolta si dà il linguaggio, al determinativo singolare, si hanno in realtà delle lingue, in indeterminata e in realtà innumerevole molteplicità; ogniqualvolta si hanno delle lingue, al plurale, si può percepire l’ombra di una facoltà di parlare, non meno avvertibile nel suo rimanere, per definizione, distinta da ogni lingua particolare. L’assunto può essere lodato o criticato, ma non può essere negato. Come ebbe ad osservare Mallarmé, «Les langues imparfaites en cela que plusieurs, manque la suprême»4 [le lingue hanno questa, di imperfezione: che, pur essendo molte, non ce n’è una suprema].

Se si considera la storia delle indagini sulla natura della parola, è difficile evitare l’impressione che, molto spesso, il discorso sul linguaggio, considerando quest’ultimo nella sua semplicità, abbia lasciato poco spazio alla molteplicità delle lingue. Il fatto che gli esseri umani siano caratterizzati dall’uso della parola è stato interpretato presupponendo ch’essi, per natura, comunichino l’un l’altro per discettare sul bene e sul male, e non soltanto per segnalare il piacevole e lo spiacevole; che mirino ad impartirsi l’un l’altro, quanto meglio possono, le loro idee e le loro concezioni, per qualsivoglia fine; ch’essi designino, operino, ragionino, calcolino o comunichino. Le possibilità sono molteplici. La «teoria del linguaggio», in ogni caso, ha sempre avuto la propensione a considerare il suo oggetto come una singola entità.

Questo sembrerebbe un retaggio dell’Antichità, almeno per quanto riguarda quelle forme di conoscenza, come la filosofia e la grammatica, che riconoscono le loro radici nelle discipline della Grecia e di Roma. Si è più di una volta osservato come i Greci e i Romani prestassero un’attenzione relativamente modesta a quelle lingue straniere che, com’essi ben sapevano, li attorniavano. Per spiegare questo disinteresse, gli studiosi hanno avanzato diverse ipotesi. Forse Greci e Romani non si davano pensiero per le lingue straniere perché ritenevano che i popoli da loro definiti «barbari» parlassero idiomi assolutamente diversi dai propri, tanto sconosciuti quanto essenzialmente inconoscibili. O forse, invece, Greci e Romani ritenevano le lingue straniere oggetto immeritevole di studio perché credevano che fossero essenzialmente analoghe alle loro, e fossero diverse soltanto per i loro vocabolari5. È notevole, in ogni caso, come i grandi esponenti di discipline classiche tanto diverse e sofisticate quali la filosofia, la geografia, la storiografia e la grammatica si siano mostrati unanimi nel non veder la necessità di trattare la pluralità delle lingue come un fatto bisognoso di particolari commenti.

I poemi epici omerici descrivono un mondo che raramente ha bisogno degli interpreti, e nel quale i più importanti soggetti parlanti, siano essi Achei o Troiani, conversano liberamente in un’unica lingua. Alcuni passi, indubbiamente, indicano che il poeta conosceva l’esistenza di alcuni idiomi stranieri: così l’Iliade cita i Carii, «barbari» per lingua (ßa?ßa??f????), e l’Odissea si sofferma brevemente sui Cretesi «innumerevoli, senza fine […] miste le lingue»6. Ma nel mondo omerico queste lingue non greche sembravano contrassegnare realtà distanti e meravigliose. I filosofi dicevano poco di più. Non c’è dubbio che Platone fosse acutamente consapevole della diversità linguistica, ma quando dedicò un dialogo alla natura e alla formazione dei nomi, non spese alcuna parola sulle differenze fra il greco e le altre lingue, né il suo Socrate sembra propenso a investigare le ragioni per cui le forme di linguaggio fossero chiaramente differenti nelle diverse regioni della Grecia, per non parlare dei diversi popoli. Il mondo del Cratilo è un mondo di una lingua unica, in tutti i sensi. Aristotele, che definì l’essere umano come il solo possessore del

?????, propose un’elaborata teoria del linguaggio e della logica, sviluppata in trattati che vertevano su diversi argomenti, quali il significato, la deduzione, la poesia, la retorica, la politica e la biologia. Aristotele tuttavia procede sempre come se il suo ????? possa esser trattato come se fosse unico.

Ci si potrebbe aspettare da parte degli storici classici un più vivace interesse nei confronti delle differenze linguistiche, e, in una certa misura, è proprio così. Erodoto, per primo nella tradizione, notò con curiosità che, nelle diverse regioni, la Terra presentava non uno, ma tre nomi, ognuno dei quali sembrava evocare una donna: Europa, Asia, Libia7. Osservò inoltre che le medesime divinità sembravano riproporsi in diverse culture, ogni volta con un nome differente8. Tuttavia, nonostante il suo impegno nello studio delle testimonianze della diversità umana, Erodoto non vedeva la necessità di azzardarne una spiegazione, né offrì alcun commento sull’evidente proliferazione di sinonimi fra i popoli del mondo. Ci si sarebbe certo potuto chiedere come mai differenti comunità chiamassero le medesime cose con nomi tanto diversi, pur senza necessariamente arrivare a porsi questa fondamentale e inaggirabile domanda: che significato si potrebbe attribuire al fatto che la capacità umana di parlare trovi espressione soltanto in una molteplicità di lingue?

Sarebbe certo sbagliato sostenere che i pensatori del mondo classico semplicemente ignorassero il problema della differenza linguistica. Non è difficile trovare riferimenti alle varianti dialettali e linguistiche, e, occasionalmente, la questione della pluralità emergeva anche in forma filosofica. Democrito, il primo atomista, sembra aver trattato la molteplicità delle lingue come un fenomeno meritevole di analisi scientifica. Secondo Diodoro, questo filosofo materialista affrontò la questione in un libro ora perduto, in cui sosteneva che le varianti linguistiche sono il risultato delle differenze geografiche e climatiche9. Tuttavia la sua trattazione, posto sia esistita, avrebbe rappresentato più l’eccezione che la regola. Le prove suggeriscono che i pensatori classici greci e romani, nel complesso, ritenevano che il linguaggio fosse un fatto dal quale la molteplicità poteva essere, per così dire, sottratta, se non nella realtà, quanto meno ai fini della speculazione teoretica. Costoro attribuivano solo una modesta importanza al fatto che il linguaggio si trovi sempre distribuito nelle lingue. Almeno a questo livello, la loro posizione non era in disaccordo con quella della Bibbia, che avrebbe esercitato una grandissima influenza sul pensiero successivo, in merito alla natura dell’animale dotato di parola. Secondo l’autore del libro del Genesi, vi fu un’età in cui «in tutta la terra si parlava una lingua unica»10. Nel tempo sacro, se non in quello storico, il linguaggio si ritrovava perciò purificato dalla differenza delle lingue. La confusione sarebbe giunta poi11.

Oggi, naturalmente, esiste una forma d’indagine e di conoscenza che considera fondamentale la diversità delle lingue. È la scienza del linguaggio. La linguistica deve assiomaticamente ammettere che non c’è soltanto una distinzione fra linguaggio e non-linguaggio, ma anche una distinzione fra una lingua e un’altra. Certo, i linguisti possono definire in molti modi questa distinzione, per esempio accettando le determinazioni sociologiche esistenti, come le etichette di lingua nazionale e dialetto, o cercando di fondare questa distinzione nella consapevolezza dei gruppi di soggetti parlanti. La linguistica deve però ammettere anche questo: ci sono differenze formali sistematiche tra le lingue. Qualunque analisi grammaticale, nel tradizionale senso dell’espressione, può esibirle.

Tuttavia, se la linguistica differisce dalla grammatica – nel vecchio senso del termine – è nel passare dalla diversità di questi idiomi a considerazioni più generali. Presupponendo che esistano lingue diverse con proprietà condivise che, una volta astratte e combinate, definiscono la facoltà di parlare, i linguisti stabiliscono rapporti storici e genetici fra le lingue: derivazioni e divergenze, somiglianze e differenze. I linguisti offrono così una chiara risposta storica all’enigma della diversità linguistica: si può dimostrare che molte lingue derivano da un singolo idioma. La filologia indoeuropea offre forse il più convincente esempio in merito. Mediante l’attento esame delle proprietà distintive di un gran numero di lingue europee e asiatiche, gli eruditi del xix secolo riuscirono a individuare una serie di impressionanti correlazioni, che suggerivano l’esistenza di una fonte comune ora a noi inaccessibile: l’«indo-germanico», com’era un tempo chiamato, o proto-indoeuropeo, come i suoi attuali studiosi preferiscono denominarlo.

Il rigore di questa indagine scientifica, comunque, dipende dai limiti che essa stessa si pone. Nessun serio linguista comparativo ha mai cercato di sostenere che tutte le lingue derivino da un’unica fonte, e ciò per ragioni d’ordine tanto metodologico che materiale. L’analisi linguistica comparativa si fonda sul presupposto che le lingue, in generale, siano distinte sulla base delle loro norme e dei loro elementi. Le correlazioni e le analogie sono significative solo in questa prospettiva. Per esempio, se si ritengono significative e meritevoli di spiegazione le caratteristiche che collegano il greco e il sanscrito, o l’antico irlandese e il latino, ciò avviene perché tali caratteristiche sono, in linea di principio, impreviste. Solo dove la naturale diversità degli idiomi sembra venir meno si penserà di propendere per una origine comune. E solo alcune lingue sono collegate in questa forma. Esistono molte lingue europee e indiane – come per esempio il basco, l’ungherese e le varie lingue dravidiche – che sembrano senz’altro irriducibili all’insieme  «indoeuropeo». Esistono poi, cosa ancor più importante, interi gruppi e «famiglie» di idiomi che non presentano alcun sostanziale legame genetico fra di loro. Le lingue afro-asiatiche o «camitico-semitiche», per esempio, non sembrano derivare da un medesimo «proto-linguaggio» sul tipo dell’indoeuropeo, né si può stabilire che derivino dalle stesse radici delle lingue altaiche, sino-tibetane o irochesi, per scegliere soltanto alcuni fra i molti possibili esempi. Nell’indagine linguistica, la diversità grammaticale resta un fatto che dev’essere presupposto. Solo in via eccezionale essa può essere spiegata.

Se vuole assumere un oggetto d’indagine unitario, la scienza del linguaggio deve perciò operare un’astrazione dalle lingue alla capacità di parlare. Tale transizione può certo ricordare il metodo dell’inferenza, con il quale i filosofi dell’antichità muovevano dalla singola lingua, come il greco, al principio generale, come il ?????. I linguisti hanno già fatto di questo procedimento il primo passo per la costituzione di un nuovo modo d’indagine, che ha condotto a un’importante scoperta intorno al fatto del parlare. Vale la pena di ricordarla, oggi, se non altro perché oggi sembra sempre più spesso venir dimenticata. Fin dall’emergere della grammatica comparativa, nel xix secolo, la scienza del linguaggio ha stabilito, con crescente precisione, che gli enunciati dei soggetti parlanti, nel loro insieme, rispettano sistematicamente un limitato insieme di regole formali grammaticali, anche laddove i soggetti parlanti stessi non ne hanno consapevolezza: regole sintattiche, che determinano le strutture della frase, indipendentemente dal contenuto; regole morfologiche, che determinano le forme possibili che le espressioni possono assumere nelle sequenze del discorso; regole, infine, fonologiche, le quali vertono su un ristretto insieme di suoni che in sé non posseggono alcun significato, ma che ogni parlante conosce abbastanza da saperli ordinare, combinare ed intendere.

Tutto ciò, comunque, non è meno enigmatico oggi di quanto lo fosse nell’Antichità: i soggetti parlanti parlano soltanto le lingue, il cui elemento di base è l’opacità. Naturalmente, per un individuo, lo studio e la familiarità possono in parte dissipare l’oscurità degli idiomi sconosciuti, ma, in linea generale, ai soggetti parlanti appaiono straniere quelle lingue che sfuggono alla loro comprensione e appropriazione. Nella fondamentale percezione d’inintelligibilità si può anzi individuare il più semplice indice della differenza delle lingue. Due lingue possono considerarsi distinte quando i rispettivi parlanti, ciascuno impiegando il proprio idioma, non riescono mai a intendersi l’un l’altro. Si può perciò sostenere, in accordo con un’antica tradizione filosofica, che il linguaggio esiste dal momento in cui si diano un significato, un ragionamento e un’intenzione articolata. Si può anche ammettere, riconoscendo la validità della ricerca linguistica, che vi sia una lingua nel momento in cui si può individuare, in uno specifico idioma, un sistema grammaticale finito che i locutori rispettano inconsapevolmente nel produrre un’infinità di enunciati. Si può tuttavia esser certi che vi siano lingue, al plurale, se tali modi di comprensione giungono sistematicamente ad arrestarsi, in quanto le norme che caratterizzano la formazione di enunciati corretti in una lingua si scontrano con quelle di un’altra. Il linguaggio, nella sua generalità, può esser colto come modalità di comprensione comune al genere umano in quanto specie razionale, o a comunità legate nell’obbedienza a determinate regole grammaticali. Le lingue, nella loro pluralità, tendono all’impenetrabilità e all’incommensurabilità, che tracciano incessantemente divisioni tra coloro che parlano.

Le più ovvie dimostrazioni della frattura prodotta dalle lingue si possono rilevare ogni volta che le comunità parlanti, giungendo in reciproco contatto, scoprono che i rispettivi idiomi, in ogni altro caso mezzi di comunicazione decisamente affidabili, ostacolano qualunque forma di comprensione. Come è ben noto, in tali circostanze, poche cose sono meno eloquenti del discorso; poche cose sono più ostinatamente inintelligibili – meno linguaggio, insomma – di una lingua. Cosa potrebbe esser più insondabile, in sé, dei significati racchiusi in una lingua sconosciuta, nelle frasi, nelle parole, o persino in quei piccoli fenomeni fonici quali un cambiamento nella quantità di una vocale, un innalzamento o un abbassamento del tono, l’aggiunta, ad una stringa di consonanti e vocali, di un’aspirazione, come quella della lettera h? Coloro che parlano una lingua sanno, in qualche modo, che tali elementi possono tutti decidere significati che sono irriducibili alle proprietà fisiche della parola. Autorità di vario genere hanno sempre raccomandato per questa ragione che, di fronte alla pluralità delle lingue, si mettesse da parte il linguaggio verbale. È più opportuno, allora, volgersi a forme d’espressione libere dalle sottigliezze della grammatica: forme quali la gestualità, il «linguaggio […] universale» (omnium hominum communis sermo)12, come ebbe un tempo a scrivere Quintiliano; la «pantomima», che Rousseau credeva fosse più antica delle (e logicamente anteriore alle) lingue individuali13; la danza, che può veicolare significati senza far uso di parole, come pensava Luciano14, o la musica, così spesso lodata quale mezzo universale di espressione.

La verità è, però, che non c’è bisogno di pensare ad incontri fra diverse comunità linguistiche per sperimentare l’impenetrabilità determinata nei soggetti parlanti dalle proprie lingue. Vi sono occasioni in cui la forza di confusione propria dei linguaggi si esplica nei confini di quello che, sotto tutti gli altri aspetti, appare come un singolo sistema grammaticale. Si può allora percepire una divisione nuova e inaspettata.

Non si tratta semplicemente d’una conseguenza della natura continua del cambiamento linguistico, la quale fa sì che, come scrisse Dante, «ciascuna (…) varietà si diversifichi entro se stessa» (quelibet […] variationum in se ipsa varietur)15, cosicché, da un’epoca all’altra, una lingua diventa sempre più opaca per coloro che ne fanno uso. Si deve tener conto anche d’un aspetto fondamentale della capacità di parlare, un aspetto che non ha ricevuto la meritata attenzione da parte dei filosofi o dei linguisti. Fra le abilità implicite nella facoltà del linguaggio v’è quella – che tutti i soggetti parlanti, sebbene solo entro certi limiti, posseggono – di smontare e ricostruire una singola lingua. Una lingua, in sé, può biforcarsi, non solo per natura, ma anche per scelta e per arte.

In privato come in pubblico, chi parla ha la capacità di trarre dalla conoscenza della grammatica della propria lingua gli elementi di una nuova, e criptica, varietà di discorso. Un tale idioma può essere giocoso o serio, un segreto condiviso dai bambini nei loro giochi, o dagli adulti nel loro lavoro. Può incidere su singole parole o frasi, fonemi, o flessioni, formule o periodi, sia presi isolatamente, sia in modo coordinato. Questo idioma può apparire alieno quanto una lingua straniera, o lievemente diverso dalla lingua da cui proviene, o quasi indistinguibile dalla lingua da cui si origina, le sue peculiarità restando impercettibili come celato il suo senso. Al limite, l’esistenza stessa di tale occulto idioma può divenire incerta: l’ipotesi, che si potrebbe tanto affermare quanto negare, d’un oggetto nascosto. I modi di dividere la lingua sono molti, certamente non meno delle occasioni di farlo. E tuttavia, ogni volta che una lingua (per scelta e per abilità) si divide (o sembra soltanto dividersi) in due, si può rilevare il medesimo sconcertante fenomeno. Apparentemente, gli esseri umani non si limitano a parlare, e a parlare lingue. Essi, infatti, le frangono e le sparpagliano, con tutta la loro ragione, nei suoni e nelle lettere di lingue rese molteplici ed oscure.




permalink | inviato da fiordistella il 28/9/2019 alle 8:49 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

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