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20 agosto 2019

F.S.B.

mmantelloFrancesco Saverio Borrelli se n’è andato il 20 luglio 2019. Lo stesso giorno in cui tutto il mondo celebrava i cinquant’anni dell’allunaggio. Un caso certamente! Ma l’associazione simbolica è inevitabile, perché Borrelli ci era sembrato davvero volare col suo pool Mani pulite verso la luna: alla ricerca della legalità costituzionale dispersa dal sistema strutturale di corruzione e corruttele dell’era craxista. Che solo chi sguazzava nel piatto del putridume di quella minestra può rimpiangere. E che a ridosso della morte del Magistrato non ha rinunciato a cercare riflettori mediatici per vomitare i suoi gorgoglii di fango, in vanesi esercizi di ribaltamento della verità storica di Tangentopoli.

Ma mentre la luna della rivoluzione di Mani pulite costoro non riescono a precipitarla nel loro pozzo di menzogne, Craxi resta un corrotto e un corruttore. Come hanno stabilito i magistrati della Repubblica Democratica. Quei giudici, che la Costituzione ha preposto a punire i trasgressori delle leggi, anche quando ricoprono gli scranni più alti. E che indagando scoperchiarono il marciume di un sistema di potere elevato a sistema di governo.

Tutto iniziò con lo scandalo Mario Chiesa, direttore del Pio Albergo Trivulzio, colto in flagranza di reato in quel 17 febbraio del 1992 mentre intascava dalla ditta di pulizie sette milioni. Era solo una rata!

Mario Chiesa veniva definito da Craxi un “mariuolo”. Un caso isolato dunque, da cui prendere le distanze. E pensava che tutto sarebbe finito lì.

Ma Chiesa, arrestato e sentitosi perso, iniziò a parlare. I processi intanto si moltiplicavano, dipanando l’affaristica rete omertosa, dove senza il pizzo della tangente niente si muoveva.

Tutto programmato e quantificato con tanto di prontuario tariffario. Il Paese lo scopriva, e l’indignazione cresceva di giorno in giorno.

Indelebile l’immagine di quel 30 aprile 1993, quando davanti all’albergo di piazza Navona, residenza romana del leader del PSI, si erano adunati tanti cittadini furenti di sdegno: il principale accusato di corruzione, concussione e finanziamento illecito, era stato sottratto dal Parlamento al suo legittimo processo. La Camera il giorno prima aveva negato l'autorizzazione a procedere contro Bettino Craxi, che si era difeso davanti ai colleghi deputati con gli argomenti dei tutti - colpevoli nessuno - colpevole e dei giudici persecutori.

Scappatoie che ancora oggi intonano i suoi famigli, allievi ed epigoni. Compagni di merende, o aspiranti tali, di ieri e di oggi. E che adesso addirittura vorrebbero convincerci che tutto sommato “il sistema” non era proprio da buttar via, creava lavoro e faceva crescere le imprese! Ma si tralascia di ricordare, ad esempio, che queste fidate imprese campavano alle spalle dello stato in un circolo vizioso di amorale familismo politico e allegra finanza.

Per buona memoria, nel quadriennio del governo Craxi il rapporto tra debito pubblico e prodotto interno lordo era arrivato al 92%. E nel 1992 (anno dell’inizio di Tangentopoli) era al 118%, mentre avanzava la crisi della lira e con essa il rischio di insolvenza da parte di uno Stato sempre più in bolletta.

Gli italiani di quel sistema di potere corrotto, ormai ne conoscevano i dettagli. E davanti al Raphael ad attendere Craxi quel 30 aprile 1993 non ci fu – come egli si aspettava – il reverenziale plauso dei suoi accoliti, ma l’ira di normali cittadini e tanti socialisti (veri) a ricordagli che aveva fatto strame del partito dei Turati, dei Costa, dei Lombardi e dei Nenni.

Non era antiparlamentarismo quella manifestazione del 30 aprile 1993. Né quella, né le altre di quegli anni, come qualcuno oggi ancora va blaterando. Ma desiderio di salvaguardia della legalità costituzionale nelle istituzioni e nella società.

Il Parlamento, qualche mese dopo, il 12 ottobre 1993, con nessun voto contrario avrebbe abolito l'immunità parlamentare. Craxi fu processato e condannato in via definitiva per finanziamento illecito: 4 anni e 6 mesi per le tangenti della metropolitana milanese; 5 anni e 6 mesi per quelle dell’Eni-Sai.

Per sottrarsi alla giustizia, si rifugiò nella sua lussuosissima villa in Tunisia, da cui controllava anche il suo ingente patrimonio liquido. Oltre 150 miliardi delle lire sparsi in diversi conti esteri e intestati a suoi prestanome. Questo anche scoperchiava Tangentopoli.

Un’intera classe dirigente veniva spazzata via. Era il crollo della prima Repubblica, e si passava alla Seconda, come si disse.

Ma il craxismo seminato intanto fruttificava nel “giardino” di Berlusconi che, grazie alle concessioni televisive che proprio Craxi aveva contribuito ad appaltargli, diventava il dominatore di un’Italietta impoverita e imbibita dalla fascinazione del giocoliere mediatico, che intanto sfornava leggi ad personam per l’impunità sua e della sua coorte di amici vecchi e nuovi.

La morte liberò Craxi da altri processi in atto per i ricorsi contro le condanne cumulate nei primi gradi di giudizio (Maxitangente Enimont” 3 anni per finanziamento illecito, Tangenti Enel 5 anni e 5 mesi condanna per corruzione; Banco Ambrosiano - bancarotta fraudolenta 5 anni e 9 mesi per il Conto Protezione) Per non parlare delle prescrizioni introdotte dal nuovo corso controriformista che cassarono molti altri procedimenti: dall’ All Iberian, alla “Milano-Serravalle”... fino alle “cooperzioni per Terzo Mondo”.

Francesco Saverio Borrelli nel 1999 aveva lasciato il suo ruolo in Mani pulite, assumendo la carica di Procuratore Generale presso la Corte d'Appello di Milano, che ricoprì fino al 2002.

Ed è questo l’anno del pieno successo di Berlusconi, che al suo secondo mandato come presidente del Consiglio dei Ministri, portava l’assalto alle stesse garanzie democratiche costituzionali.

Contro tutto questo, formidabile l’imperativo morale lanciato da Francesco Saverio Borrelli nella sua ultima relazione inaugurale dell’anno giudiziario (sarebbe andato in pensione il successivo aprile):

«Ai guasti di un pericoloso sgretolamento della volontà generale, al naufragio della coscienza civica nella perdita del senso del diritto, ultimo, estremo baluardo della questione morale, è dovere della collettività resistere, resistere, resistere come su una irrinunciabile linea del Piave».

Quel resistere resistere resistere, lo scandì con voce chiara e forte. Sapeva che non sarebbe caduto nel vuoto. Quell’Italia onesta e retta che ieri come oggi non piega la testa alle ingiustizie e al sopruso esiste. E continua a vedere in Francesco Saverio Borrelli il signore retto e rigoroso, sensibile e integerrimo, che non guardava ai riflettori mediatici, ma alla luna, che anche nella notte più buia rischiara il cammino.

Maria Mantello

(24 luglio 2019)




permalink | inviato da fiordistella il 20/8/2019 alle 8:26 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

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