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23 novembre 2018

LIMES


20181123-MAPPA

Carta di Laura Canali.

Il riassunto geopolitico degli ultimi 7 giorni.

a cura di 

LA CINA NELL’INDO-PACIFICO
La settimana nell’Indo-Pacifico si è aperta sulla scia dello scontro tra Usa e Cina in sede Apec (Asia-Pacific Economic Cooperation), che per la prima volta ha concluso il vertice annuale senza addivenire a un accordo tra i 21 membri del consesso.
Il meeting è stato segnato dallo iato tra la narrazione di Pechino, ertasi ad alfiere della globalizzazione, e quella di Washington, che ha criticato aspramente le nuove vie della seta cinesi. L’incancrenimento dei rapporti fra l’attore egemone e il suo principale sfidante si riverbera sullo scacchiere Indo-Pacifico spingendo Usa, Cina e gli altri protagonisti (dall’India alle nazioni del Sudest asiatico e dell’Oceano Indiano) a muovere sulla scena geopolitica regionale.
La Repubblica Popolare cerca di rinsaldare i rapporti con le Filippine, dove si è recato in visita un presidente cinese per la prima volta in 13 anni. L’incontro fra il leader cinese Xi Jinping e quello filippino Rodrigo Duterte non cancella però l’equilibrismo di Manila. Il Celeste Impero è al contempo principale partner commerciale delle Filippine e rivale nelle rivendicazioni territoriali nel Mar Cinese Meridionale, mentre Washington suo imprescindibile alleato militare – al di là dello scenografico bilaterale e della retorica filo-cinese sfoggiata durante il vertice Apec. Viste l’assertività navale della Cina e le dispute marittime che gravano sui rapporti sino-filippini, nonché la presenza jihadista nel Sud del paese.
Proprio l’assertività cinese in quello che considera mare suum è al centro dell’opposizione del Vietnam, che ha chiesto a Pechino di sospendere l’edificazione di nuove installazioni a uso civile e militare in un isolotto dell’arcipelago delle Spratly, controllato da Pechino e sul quale vantano pretese Vietnam, Malaysia, Filippine, Taiwan. Da qui il rafforzamento della collaborazione securitaria con paesi impegnati nel contenimento della Repubblica Popolare e nel mantenimento del bilanciamento di potenza nell’Indo-Pacifico quali Usa e India. Ma come gli altri paesi dell’Associazione delle nazioni del Sudest asiatico (Asean) e financo Delhi, Hanoi deve bilanciare la reazione alle manovre cinesi con i sostanziali rapporti economici con la Repubblica Popolare, suo primo socio commerciale.
L’India, dal canto suo, si sta spendendo per controbilanciare la presenza politica, economica e militare della Cina a cavallo tra oceani Pacifico e Indiano, percependosi oggetto di un accerchiamento nel suo tradizionale retroterra strategico. Ecco spiegata la presenza del premier indiano Narendra Modi alla cerimonia d’insediamento del neopresidente delle Maldive Ibrahim Mohamed Solih, intenzionato a rivedere gli accordi economici siglati con Pechino.


CON GLI USA, CONTRO IL VENEZUELA
La settimana in America Latina ha visto intensificarsi la pressione sul Venezuela e il dialogo tra gli Stati Uniti e il Brasile del presidente eletto Jair Bolsonaro, che riceverà il consigliere alla Sicurezza nazionale Usa John Bolton la prossima settimana a Rio de Janeiro.
Il vertice servirà a rinsaldare la collaborazione per “espandere democrazia e prosperità nell’emisfero occidentale”, come ha dichiarato Bolton, facendo leva sull’approccio agli affari regionali promesso in campagna elettorale dall’ex capitano dell’esercito brasiliano, conservatore e ammiratore di Donald Trump.
Al centro delle discussioni sarà l’abbozzo di una strategia comune contro il Venezuela e l’alleata Cuba, entrambe al centro degli strali di Bolsonaro. Caracas, in particolare, deve fronteggiare il crescente isolamento da parte di vicini, consessi regionali e capitali occidentali – da ultimo, il presidente della Colombia (primo partner di Washington in Sudamerica) Iván Duque ha affermato che da gennaio interromperà le relazioni diplomatiche con Caracas. Mentre le disastrate finanze di Caracas sono per ora tenute a galla dall’interessata disponibilità di Cina e Russia, che garantiscono (assieme a Cuba, Bolivia, Nicaragua, Iran, Turchia) a Maduro anche un esiguo margine di manovra diplomatico. Non a caso, nel corso del bilaterale Usa-Brasile si affronterà anche il tema della penetrazione in America Latina della Repubblica Popolare, che l’amministrazione Trump intende arginare. Un approccio simile a quello vagheggiato da Bolsonaro nella corsa alla presidenza, che però sconta limiti derivanti dai rapporti commerciali e finanziari che il gigante verdeoro intrattiene con Pechino. 

Intanto i media Usa hanno riferito che Washington sta per inscrivere Caracas nella lista degli Stati sponsor del terrorismo. Una mossa in linea con la strategia trumpiana della “massima pressione”, tradottasi negli ultimi mesi nel sanzionamento di figure chiave della cerchia del capo di Stato venezuelano e dell’interscambio commerciale di Caracas afferente l’oro e “qualsiasi altro settore dell’economia”. La nuova stretta potrebbe essere propredeutica all’imposizione di ulteriori restrizioni alle transazioni finanziarie e commerciali venezuelane. Un approccio che Maduro qualifica come “guerra economica” orchestrata dall’imperialismo nordamericano in combutta con le destre e le oligarchie locali, mentre si acuisce la crisi socio-economica e migratoria del Venezuela.


LA SETTIMANA DELL’EURO(PA) [di Federico Petroni]

È una settimana intesa a Bruxelles. Il presente è d’obbligo visto il protrarsi delle trattative fra Londra e l’Ue sull’accordo di uscita del Regno Unito, anche a causa dell’intervento a gamba tesa della Spagna, che sta provando a cogliere la palla al balzo per strappare concessioni su Gibilterra. In ogni caso, l’appuntamento decisivo per il Brexit sarà il voto del parlamento britannico, cui il governo di Theresa May spera di sopravvivere avendo strappato all’Europa una dichiarazione molto flessibile sui futuri rapporti bilaterali e chiarendo che non si può strappare un divorzio migliore di così.

Sul fronte dell’euro, l’Ue sta cercando come può (come glielo lasciano fare i suoi membri) di dotarsi di strumenti per sopravvivere alla prossima recessione, se non a una vera e propria crisi. In quest’ottica vanno letti il via libera a un bilancio per l’Eurozona (seppur azzoppato rispetto all’iniziale proposta francese), la trasformazione in corso del fondo emergenziale “salva-Stati” in un vero e proprio fondo monetario continentale, il rilancio tedesco delle trattative sull’unione bancaria. E, non da ultimo, la seconda bocciatura del bilancio dell’Italia da parte della Commissione Europea. La simultaneità fra questi sviluppi indica che i paesi leader dell’Ue tengono il punto con Roma perché stanno materialmente scrivendo le regole su chi potrà e chi non potrà attingere alle risorse comuni in caso di difficoltà.

Sul versante della Difesa, le novità sono interessanti e lodevoli (specie la scuola per l’intelligence), ma sono anche talmente particolari e spezzettate da non rendere neanche immaginabile il momento in cui l’Ue potrà dire di essersi dotata di Forze armate comuni, tantomeno autonome.


IL GRANDE GIOCO IN GROENLANDIA [di Federico Petroni]

La Danimarca sta rafforzando la proiezione della sovranità sulla Groenlandia. Da anni l’isola più grande del mondo flirta con l’indipendenza, anche attirata dalle sirene cinesi che promettono investimenti infrastrutturali e nel settore minerario.

Così, nella sua nuova strategia di politica estera e di sicurezza, Copenhagen si dichiara pronta a tornare a investire sul suo dominio più settentrionale potenziando la sorveglianza, la ricerca e il soccorso in mare, aprendovi un centro scientifico per l’Artico, estendendo a tutta l’isola i bollettini meteorologici e per il ghiaccio per diffondere opportunità di navigazione e turistiche. A sospingere questo ritorno di fiamma è il timore che in Groenlandia penetri la Repubblica Popolare. La Danimarca è intervenuta bloccando l’appaltamento ad aziende cinesi dell’ampliamento di un aeroporto, sobbarcandosi l’opera.

La vicenda è interessante anche per il ruolo degli Stati Uniti, per cui l’isola è cruciale nella difesa del Nordamerica – lo testimonia l’importante base radar e di preallarme missilistico di Thule, la più settentrionale del mondo nonché unico porto in mare aperto degli Usa nell’Artico. Sin dall’inizio della guerra fredda, Washington indulge sugli scarsi contributi di Copenhagen alle spese della Nato in cambio della garanzia del controllo sulla Groenlandia. Non è un caso che, contestualmente al divieto danese ai fondi cinesi, il Pentagono abbia annunciato che investirà in infrastrutture a uso civile e militare nell’isola.


L’OPA ROMENA SULLA MOLDOVA [di Mirko Mussetti]

Il summit intergovernativo tra Romania e Moldova di giovedì ha segnato passi rilevanti nel processo di integrazione socio-economica delle due nazioni rumenofone. Ma i risultati ottenuti rappresentano anche una sostanziale escalation dello scontro istituzionale in atto nella piccola repubblica post-sovietica; sconfessano infatti l’orientamento internazionale auspicato dal filo-russo capo dello Stato Igor Dodon, minandone la credibilità.

In uno dei suoi frequenti viaggi a Mosca, mercoledì il presidente moldavo teneva un discorso alla Duma in cui elogiava il prezioso ruolo di peacekeeping delle truppe di Mosca in Transnistria e si ergeva a difensore della lingua russa in Moldova.

Ma se le funzioni costituzionalmente conferite alla presidenza moldava sono poco più che rappresentative, soprattutto in politica estera, quelle dell’esecutivo sono concrete. E la risposta del governo di Chisinau va nella direzione opposta alle indicazioni presidenziali. Sono numerose le intese firmate con Bucarest in materia di cooperazione economica, energetica, securitaria, sanitaria, culturale e delle telecomunicazioni. In campo geopolitico spiccano gli accordi per la costituzione di battaglioni moldo-romeni e l’istituzione di squadre miste per il controllo delle frontiere. Un colpo duro al concetto di “neutralità costituzionale” in veste filo-russa propugnata da Dodon.

Intanto la compagnia statale romena Transgaz ha stanziato 152 milioni di euro (di cui 46 dai fondi di coesione comunitari) per la realizzazione di condutture capaci di trasportare circa due miliardi di metri cubi di gas all’anno verso la Moldova. L’obiettivo romeno è politico e strategico. Bucarest vuole inondare il vicino con il proprio gas a prezzi politici contenuti, annullando la dipendenza della piccola nazione dal gas russo. Questo sarà l’ultimo inverno nel quale Chisinau dovrà far esclusivo affidamento sui transiti di gas attraverso l’Ucraina.

Il premier moldavo Pavel Filip, non un fervido unionista, incontrando l’omologo romeno ha però commisurato bene le parole: “desideriamo l’Unirea attraverso le interconnessioni infrastrutturali, non mediante dichiarazioni di Stato”. E su tali progetti incombe l’Autostrada dell’Unione (Târgu Mure?-Ia?i-Ungheni), emblematico tragitto del leggendario uro moldavo e simbolo di una Romania moderna che vuole consolidare l’unione degli storici principati.


MORTI, ERGASTOLI E ALLEANZE  [da Lo Strillone di Beirut di giovedì]
Il presidente Usa Donald Trump ha ringraziato l’Arabia Saudita per aver calibrato nuovamente al ribasso il prezzo del petrolio e nel suo messaggio a Riyad non ha ovviamente menzionato il caso di Jamal Khashoggi, il giornalista saudita ucciso il 2 ottobre nel consolato saudita di Istanbul per l’omicidio del quale la Cia accusa il principe ereditario Mohammed bin Salman, uomo forte di Riyad.
Nelle stesse ore, il ricercatore britannico Matthew Hedges, 31 anni, veniva condannato in primo grado negli Emirati Arabi Uniti all’ergastolo (25 anni di detenzione secondo l’ordinamento emiratino) perché riconosciuto colpevole di spionaggio a favore dei servizi di intelligence di Sua Maestà. Solo dieci giorni fa, il ministro degli Esteri britannico Jeremy Hunt si era recato in visita ad Abu Dhabi per parlare, prima di tutto, del caso del giovane ricercatore. Nelle dichiarazioni seguite alla condanna in primo grado, Hunt afferma di essere rimasto sbigottito. Ad Abu Dhabi aveva ricevuto rassicurazioni e non minacce, evidentemente.
La potenza energetica saudita, la posizione geopolitica dei due paesi del Golfo, la loro forza negli investimenti e la graduale espansione economica-commerciale degli Emirati ben oltre l’Oceano Indiano fanno sì che gli Stati Uniti e la Gran Bretagna si trovino a dover subire le decisioni di Riyad e Abu Dhabi. Corsi e ricorsi della storia: prima Londra, in epoca moderna e fino alla Seconda guerra mondiale, poi Washington, dopo il secondo confitto mondiale, hanno svolto un ruolo di potenze coloniali nei confronti dei regimi arabi del Golfo. Le élite di questi due paesi si sono formate prima di tutto nelle accademie militari e politiche della sfera anglosassone.

L’alleanza di Usa e Gran Bretagna con Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti è strategica. Nel lungo termine. Per questo l’omicidio di Khashoggi e la vicenda di Hedges non potranno metterla in discussione.




permalink | inviato da fiordistella il 23/11/2018 alle 17:37 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

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