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18 dicembre 2010

GENTE DI PIEMONTE

Il futuro è negli scarti

“La parte organica è il 40% dei rifiuti Trasformata darebbe carbonio fertile per i terreni”. “L’ideale è passare da un’economia di prodotto a una di sistema a livello locale”

Per raccontarmi la sua storia, che si intreccia indissolubilmente con quella del suo lavoro, Catia Bastioli comincia così: “Vengo da una famiglia contadina, sono nata in Umbria. Tempo fa ho intervistato mia madre su come era organizzata la loro vita. L’ho fatto istintivamente, e ho trovato una sorta di corrispondenza con il mio impegno di oggi: nell’azienda agricola familiare, ogni scarto era un prodotto; non era rifiuto, ma diventava materia prima per qualcos’altro. C’era una cultura dell’uso delle risorse perfettamente integrata nel ciclo naturale. Io che mi occupo di chimica, di materie rinnovabili, cosa apparentemente molto diversa dal coltivare la terra per ricavarne cibo, mi sono convinta, ascoltandola, che il nostro sistema è massimamente inefficiente, e che proprio la mancanza di collegamento tra energia, produzione e scarto crea diseconomia. Dobbiamo utilizzare la scienza per recuperare i sistemi tradizionali, ispirarci a quel modello”.

Un esordio che sembra riecheggiare i discorsi che ho sentito di recente dai delegati dell’assemblea di Terra Madre, o in tante altre occasioni in cui mi è capitato di parlare con la parte più consapevole del mondo contadino, con le avanguardie del cibo buono, pulito e giusto. Invece questa donna composta e un po’ austera che mi sta davanti è una scienziata, amministratore delegato di un’azienda chimica: Catia Bastioli, classe 1957, è una che a 23 anni, appena laureata con lode, viene subito assunta come ricercatrice all’Istituto Donegani di Novara. Era il più importante centro di ricerche chimiche d’Italia, “… e mi piaceva molto soprattutto per l’approccio multidisciplinare. Fui destinata allo studio delle membrane e dell’osmosi inversa. Dopo qualche anno, ottenni la responsabilità di uno dei quattro progetti strategici di Montedison, di cui l’Istituto era entrato a far parte nel 1966″. I suoi collaboratori la descrivono come una persona molto determinata, tenace, ma nello stesso tempo capace di inclusione, di stimolare il gioco di squadra. “Creai un gruppo di quaranta ricercatori, con una logica di progetto”.

Sono gli anni in cui il gruppo Ferruzzi guidato da Raul Gardini, attivo soprattutto nei settori dello zucchero, dei cereali e dei semi oleosi, aveva una posizione predominante (nel 1987 deteneva più del 40% del capitale di Montedison). Gardini intuiva le potenzialità della “chimica verde” (biomateriali o bioenergie), intravedendo possibili sinergie con le proprie attività nell’agroalimentare; considerava gli scarti agricoli come possibili materie prime per lo sviluppo della chimica. Alla guida del Centro ricerche, Bastioli macina brevetti (ne deposita 90 “base” e 900 internazionali), tra questi il Mater-Bi, materiale di origine vegetale usato nel confezionamento di sacchetti biodegradabili per la raccolta rifiuti. “Con la crisi del gruppo Ferruzzi-Montedison vissi un momento critico. Montedison era intenzionata a chiudere quello che nel frattempo era diventato Novamont, di cui ero direttore tecnico; parliamo dell’inizio degli anni Novanta. Ho lottato con tutte le mie forze per evitare che si disperdesse un patrimonio di conoscenza di grande potenzialità, e nel 1996 si giunse alla soluzione con l’acquisizione da parte della Banca Commerciale Italiana e della Investitori Associati”.

Fin qui, la storia di quello che si potrebbe definire il contenitore: dentro c’è il materiale umano e la visione globale e per certi versi controcorrente che fa capo a Catia Bastioli. “Siamo a un punto di svolta, l’attuale modello economico “lineare”, teso a realizzare un numero sempre crescente di prodotti massificati, generando ricchezza e potere per pochi a scapito dei più, è entrato in crisi profonda. Manca una visione del futuro che metta al centro l’interesse collettivo. La logica egoistica, l’arricchimento a scapito degli altri è un falso benessere, perché costringe tutti a vivere in un ambiente distrutto. Ecco, è il territorio il punto focale da cui ripartire per la rinascita”.

Non posso che essere d’accordo… ma, concretamente, chiedo, come può l’industria chimica dare un contributo all’avvio di un nuovo modello basato sull’armonica coesistenza tra Uomo e Natura, sul rispetto dell’ambiente e sull’utilizzo razionale  -  non rapinoso  -  delle risorse? “Prendiamo il problema dei rifiuti” risponde Bastioli. “La parte organica, l’umido, incide enormemente, per il 40%. Trasformato darebbe carbonio fertile per i terreni, ormai impoveriti dall’uso sconsiderato dei fertilizzanti di sintesi o dall’avanzare della desertificazione. Oppure l’enorme problema dei poli chimici industriali italiani, nati per il trattamento del petrolio greggio, oggi diventati insostenibili perché questo processo di trasformazione si fa nei luoghi di produzione. Non c’è stata innovazione e rischiano di creare ulteriore degrado obbligando lo Stato ad affrontare costi ambientali e sociali di non poco conto. Ma occorre guardare alle opportunità: creare nuovi rapporti tra agricoltura e industria, un modello di bioraffineria integrata, collegata al mondo agricolo e soprattutto al territorio. Per esempio, se uno di questi poli chimici si trova in una regione a forte produzione agricola, potrebbe essere riconvertito all’utilizzo di paglie, cellulose, lignina per la produzione di materiali o energie. La tecnologia è pronta per inserirsi nel processo “energia  -  prodotti  -  scarti” basato sull’uso agricolo del territorio in un processo di re-industrializzazione. Senza andare in conflitto con la produzione destinata all’alimento umano, usando gli scarti. E a prescindere dall’esempio dei grandi poli, l’ideale è passare da un’economia di prodotto a un’economia di sistema a livello locale, con il coinvolgimento delle singole aziende agricole, per integrarle nella produzione di energia e nel riutilizzo degli scarti in armonia con le loro esigenze produttive, senza snaturarle”.

Elementi di riflessione. Restituire all’agricoltura un ruolo strategico, riconciliare scienza e tradizione, visione globale integrata sui territori: se l’industria riparte da queste basi, possiamo ben sperare.
storiedipiemonteslowfood. it




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18 ottobre 2010

GENTE DI PIEMONTE

Saper fare le cose storte

È la virtù di Giovanni Tamburelli, uno che doveva diventare fabbro ma non amava le cancellate simmetriche e divenne artista di fama mondiale

Parlando con Giovanni Tamburelli della sua vita e delle sue opere viene in mente il libro di Richard Sennet, “L´uomo artigiano”: quel «saper fare bene le cose per il proprio piacere», ciò che dà vita al «cittadino giusto». Giovanni, chiamato da tutti Gianni, è un artista ben quotato, molto produttivo e con molte mostre alle spalle che l´hanno portato un po´ ovunque, anche all´estero (l´ultima mostra, fino al 1° ottobre a Bra, presso l´associazione culturale “Il Fondaco”). Ma il confine tra l´artista e l´artigiano si fa così impercettibile da non distinguersi più, e non è un caso che questo «cittadino giusto» sia anche poeta, con una lunga serie di belle pubblicazioni alle spalle.

Gianni è nato a Torino nel 1952 in una famiglia di fabbri di Saluggia, in provincia di Vercelli. Pare che i Tamburelli discendano da una stirpe di briganti napoletani che fuggirono a Bruggia, in provincia di Alessandria, al crocevia tra Emilia, Piemonte, Liguria e Lombardia. Faceva il fabbro il nonno, e fa il ancora il fabbro il papà, Guido, splendido novantenne che in gioventù si trasferì a Saluggia con la sua officina, e trovò anche l´amore da cui nacque Gianni. «Sono nato in mezzo ai ritagli di lamiera, ma il papà non voleva che diventassi fabbro, gli sarebbe piaciuto che diventassi operaio alla FIAT e mi mandò a Torino, dove feci anche un corso di grafica». Per uno spirito come il suo però il pendolarismo e la fabbrica non erano i luoghi giusti e Gianni ci mise poco a fermarsi a casa, convinto a seguire le orme di famiglia. Ci volle un po´ per convincere il testardo e simpatico padre, ma alla fine l´ebbe vinta, diventò fabbro. «Presto però mi accorsi che non mi piaceva fare le cose proprio “dritte”.

I clienti volevano le cancellate regolari, simmetriche, io invece avevo voglia di sperimentare altre linee, di fare le cose un po´ più “storte”». Così, intorno ai primi anni Ottanta, ha detto basta e ha iniziato a cimentarsi in strane creazioni, forme diverse, cercando ispirazione intorno a sé. Alcuni clienti cominciarono ad apprezzare il suo stile anticonformista e creativo e lui ne trasse coraggio: dai primi curiosi lampadari ordinati da architetti alessandrini iniziò a spingersi molto, molto più in avanti. Intanto, piano piano, anche in virtù della sua passione per la poesia e la letteratura, si staccava dal lavoro e si avvicinava ad ambienti intellettuali. Iniziò a frequentare Maurizio Corgnati, il regista cinematografico e televisivo che aveva una casa-museo a Maglione, a sette chilometri da Saluggia. Lì incontro e conobbe tutti gli artisti più importanti del periodo, i vari Pomodoro, Zorio, ma anche scrittori come Fruttero e Lucentini o Fabrizio Dentice il quale, visti i suoi lavori, finì con il presentarlo alla gallerista milanese Antonia Jannone, dove, nel 1989, allestì la sua prima mostra destando grande interesse e vendendo tutte le opere.

«Fu il momento in cui decisi di smettere di fare il fabbro e di diventare un vero artista, tanto che i primi tempi mi arrabbiavo molto se mi definivano fabbro o evocavano la mia storia. Poi con il tempo mi sono reso conto che invece era stata proprio la mia esperienza di fabbro, ciò che mi ha insegnato mio padre, la mia manualità da artigiano a permettermi di esprimermi come stavo facendo. Ora sono orgoglioso di essere un artista-artigiano». Quando si entra nella sua cascina-laboratorio in pieno paese, ci si trova davanti a pezzi di lastre a creature metalliche ovunque, ci si sente proiettati in un altro mondo. Trae spunto per le sue creazioni direttamente dal suo quotidiano a Saluggia. I soggetti vengono quasi tutti dalla natura: lepri, rane, pesci, uccelli o animali immaginari, come una lumaca-pesce o dei maiali con le ali. E poi zanzare enormi, il simbolo di questa terra dove le risaie permettono loro di proliferare e convivere forzatamente con gli abitanti.
Le amicizie nel mondo intellettuale sono tante, l´ultima e forse la più proficua a livello creativo con Nico Orengo, ma si farebbe torto a citare qualcuno e non tutti. Per la sua ultima mostra ha scritto i testi del catalogo il grande critico Gillo Dorfles, per esempio.

E Gianni scrive, anche. È un poeta e il suo ultimo libro, “Fabulario”, è una raccolta di poesie basate sulle fiabe e le storie tradizionali che gli raccontavano da piccolo. Parla con passione e con gioia del suo lavoro, vede già il suo libro come “fiabe scolpite”, chissà se diventeranno mai opere. È il «cittadino giusto» dei suoi luoghi, porta con sé e nel suo lavoro l´arte di vivere, il mestiere e il sogno. Il padre, arzillo novantenne, ancora oggi non si capacita di come si possano vendere i suoi “pezzi di lamiera” a certe cifre e fa finta di non capire il figlio artista, prendendolo in giro, dicendogli che quello che fa non è un vero lavoro: «Duecento Euro per una ranocchia di ferraglia! Ma duecento Euro non li vali neanche tu!» Scherza, ma è il legame intimo di Gianni con il suo passato e i suoi luoghi, il suo saper fare con le mani.

Gianni non ama muoversi troppo e frequentare vernissage, preferisce gli scrittori agli artisti o al mondo dell´arte che è «troppo legato ai soldi, si parla solo di denaro». Non ama neanche lavorare troppo, un approccio decisamente slow che però non è semplice pigrizia, ma piuttosto un saper dare gusto alla vita, assecondare la propria creatività: «Non mi piacciono molto le ordinazioni, mi piace fare quello che ho voglia di fare. A volte vedo dei piccoli animali nei ritagli di lamiera avanzati mentre eseguo un altro lavoro, e passo subito a quelli, tiro fuori le forme che vedo». Un artista, un uomo artigiano, un «cittadino giusto» da Saluggia, Vercelli.

tamburelli
storiedipiemonteslowfood.it
www.repubblica.it




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17 ottobre 2010

GENTE ALGHERESE

L'algherese (in catalano alguerès, pronuncia /algares/) è una variante del catalano orientale parlata nella città di Alghero (in catalano L'Alguer) in Sardegna.

Riconoscimento della lingua catalana ad Alghero

L'art. 2 comma 4 della L.R. dell'11 settembre 1997 della Regione Autonoma della Sardegna sulla promozione e valorizzazione della cultura e della lingua della Sardegna riconosce il catalano con queste parole:

 

« La medesima valenza attribuita alla cultura ed alla lingua sarda è riconosciuta, con riferimento al territorio interessato, alla cultura ed alla lingua catalana di Alghero, al tabarchino delle isole del Sulcis, al dialetto sassarese e a quello gallurese»

Storia del catalano ad Alghero

La presenza dominante del catalano ad Alghero risale al XIV secolo, con l'espulsione nel 1372 da parte dei conquistatori catalano-aragonesi delle popolazioni sarde e genovesi a seguito di una ribellione e la loro sostituzione con genti venute dall'interno della Catalogna. La città viene di fatto unita alla corona di Aragona e le cariche pubbliche riservate ai catalani. Le successive immigrazioni sarde nella città hanno a loro volta assunto il catalano come lingua di prestigio. Rimasto isolato dalla madrepatria, il catalano di Alghero da un lato ha mantenuto la sua arcaicità e dall'altro ha comunque subito influenze, del castigliano e del sardo prima, e dell'italiano poi (soprattutto nella formazione di vocaboli moderni). Il catalano di Alghero è stato riconosciuto dalla Stato Italiano e dalla Regione Autonoma della Sardegna come lingua minoritaria.

Diffusione dell'algherese

Il catalano algherese è diffuso in Sardegna nella città fortificata di Alghero, dove è compreso da circa il 65% della popolazione e parlato dal 30% della stessa. Nel territorio comunale è comunque presente unitamente al sardo e al sassarese (il 50% degli abitanti di Alghero capisce anche il sardo lugudorese e il sassarese).







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9 ottobre 2010

GENTE DI ALBA

da: www.mauriziomarello.wordpress.com

50° Anniversario del Gemellaggio Alba – Medford

Venerdì 1 ottobre 2010 la delegazione, proveniente dalla città americana, è stata ricevuta dai rappresentanti delle istituzioni e dal Comitato Alba-Medford nella Sala consiliare del Palazzo comunale (per ricordare il Sindaco Osvaldo Cagnasso, fautore del gemellaggio di Alba) e in piazza Medford (per l’intitolazione di una via la Sindaco di Medford J.W.Snider).


La delegazione ha visitato il mercato cittadino del sabato ed al pomeriggio ha sperimentato la ricerca del tartufo insieme ai nostri “trifolau”. La visita è proseguita domenica 3 ottobre con la sfilata medievale ed il Palio degli Asini e lunedì 4 ottobre i visitanti hanno partecipato ad un tour per le Langhe con pranzo e degustazioni presso cantine vinicole.

La città di Alba è stata tra le prime città d’Italia e del Piemonte ad attuare e realizzare rapporti di gemellaggio con città europee ed americane.

La storia del gemellaggio tra la nostra città e Medford, è piuttosto singolare. Allora, in piena «guerra fredda», gli Stati Uniti avvertivano la necessità di stringere rapporti di amicizia all’estero, non soltanto tra governi, ma soprattutto tra i popoli e la gente. Fu così che il presidente Eisenhower dette vita ad un’iniziativa chiamata «People to people» con l’intento di creare amicizia tra le comunità. Furono così individuate, in tutto il mondo, un certo numero di città che potessero avere un legame con altrettante città americane. Alba venne segnalata per avere affinità con Medford, nell’Oregon, lato ovest degli U.S.A.: stessa latitudine geografica, numero di abitanti a quel tempo molto simile, vocazione agricola prevalente.
Fatte le presentazioni e verificato il reciproco gradimento il 16 maggio del 1960 il Consiglio Comunale di Alba deliberò il gemellaggio.
Furono due sindaci molto intraprendenti, J.W. Snider e O. Cagnasso a trasformare il gemellaggio da atto burocratico in qualcosa di reale, intuendo l’occasione per ampliare gli orizzonti dei cittadini creando in loro una mentalità internazionale. Un importante momento del gemellaggio, appena agli inizi, fu il coinvolgimento delle due città in un evento tecnico-scientifico. Si stavano effettuando a quel tempo i primissimi lanci nello spazio di satelliti geo stazionari per telecomunicazioni civili: Alba e Medford si collegarono telefonicamente tramite il satellite Telstar e questa telefonata, avvenuta il 24 luglio del 1962, provocò una grande emozione.
Da allora centinaia di cittadini di Alba e di Medford hanno attraversato l’Atlantico per andare a conoscere i propri «gemelli» come vivevano, il loro ambiente, la loro economia, le loro tradizioni, la loro cultura. 
Successivamente i veri protagonisti del gemellaggio sono diventati i giovani: a partire dal 1980 infatti ci sono stati moltissimi scambi di gruppi di studenti che, nei loro soggiorni, vivevano sia esperienze di scuola che di famiglia. I risultati sono stati entusiasmanti: a rotazione sono state coinvolte tutte le scuole di Alba e in questo modo si sono potuti creare autentici legami tra i ragazzi e tra le loro famiglie.
Medford è una città ricca di manifestazioni la più importante delle quali, come da noi la Fiera del Tartufo, si svolge in occasione della fioritura dei peri, essendo la cittadina produttrice a livello internazionale di questi frutti, che vengono poi trasformati in canditi da industrie locali. Insieme alla lavorazione del legname delle vicine foreste dell’Oregon e ad alcune industrie nate recentemente, mantiene la sua importanza agricola e turistica, anche grazie a un clima mite e temperato. In questi ultimi anni vede una forte presenza di immigrati stagionali, soprattutto di origine messicana, in aiuto all’agricoltura.
Medford è cresciuta come abitanti, circa 50mila: ha una nuova scuola media superiore di 1800 studenti, un quotidiano, diverse T.V. locali ed ottime strutture sanitarie.
Alba ha dedicato alla sua «gemella» la grande piazza all’ingresso della città, una piazza che con il passare del tempo sta assumendo sempre maggiore importanza e al Telstar, satellite ormai spento, una via in Borgo Moretta: a Medford un parco ampio e suggestivo porta il nome della nostra città.
Questo gemellaggio ha offerto anche l’opportunità a molti cittadini statunitensi di visitare la città di Alba e di conoscere la nostra realtà.

 

 




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24 settembre 2010

GENTE TRIVENETA

Messaggero Veneto
DOMENICA 17 MAGGIO 1998

Un libro di racconti del ‘76
Nostro Nord-Est:
a chi la paternità della definizione?

Carlo Sgorlon, scrittore e narratore friulano
« La parola Nord-Est fu inventata da me, per indicare il Friuli, che in effetti è il Nord-Est più Nord-Est che ci sia. »
(Carlo Sgorlon, Il Messaggero Veneto, 17 maggio 1998)


Non v’è dubbio che una delle parole ormai più usate, in politica, in economia, in geografia, ma anche in molti altri settori e per le ragioni più varie, sia oggi Nord-Est.
Una volta si diceva "le Venezie", oppure "il Triveneto". Oggi non v’è giornale, parlato o scritto, in cui non campeggi dieci volte la parola Nord-Est. Vi è un boom delle parole, come delle cose, dei prodotti, degli usi e dei costumi. A volte, non si sa perché, scoppiano delle mini o maxi-mode per qualsiasi cosa possibile.
Nord- Est Nord-Est, sempre Nord-Est. La parola trionfa dappertutto, caricandosi di significati diversi, a seconda di chi la usa e per quali scopi. Bossi per esempio vede il Nord- Est come il “Grande Oriente” della Padania, e sogna di poterlo rapidamente padanizzare. Ma i leghisti veneti non ci sentono molto da quell’ orecchio; hanno San Marco sui loro gonfaloni e “San Marco!” come grido di guerra. Guardano Bossi con diffidenza, temendo che la Padania, di là da venire, o che mai spunterà, possa diventare un giorno per loro esattamene come Roma. Ora sta nascendo un Movimento del Nord-Est, ispirato da Cacciari, interprete del profondo malcontento che attraversa il Veneto per il burocratismo esasperante e il fiscalismo vertiginoso dello stato italiano.
Nord-Est, nella mente dei veneti, significa appunto soprattutto questo, insoddisfazione profonda nei confronti dell’Italia. I triveneti, da Treviso a Vicenza, da Trento a Udine, hanno creato un secondo miracolo economico. Il Veneto e ormai diventato una delle zone più ricche d’Europa, il che vuoi dire anche del mondo. Questo sviluppo straordinario è però impedito nella sua crescita ulteriore dalla scarsità di infrastrutture e dalle tasse eccessive, che arrivano a portar via a gli imprenditori due terzi dei loro guadagni.
Cacciari ammonisce da tempo che siamo sull’orlo della ribellione violenta. Ma in Italia non è ascoltato. Da Roma le cose si vedono sempre in altro modo, perchè i suoi sette colli, famosi e fatali, deformano costantemente le prospettive. Nel Nord-Est, dove non esiste disoccupazione, dove si cercano vanamente operai specializzati, dove persino i terzomondisti trovano qualcosa da fare, i meridionali scorgono più vizi che virtù: materialismo, sete di denaro, arroganza di nuovi ricchi, desiderio di separazione dalla Italia per ragioni unicamente economiche, e cose simili a queste. E ci si straccia le vesti e ci si strappa i capelli. Sta di fatto che il Nord-Est è una delle zone più ribollenti d’Italia; una delle più inquiete, più discusse, più rischiose, più ricche, più mutate o forse deformate dalla civiltà industriale.
Data questa situazione, è pressoché inevitabile che qualcuno cominci a farsi delle domande anche sulla parola Nord-Est. Come è nata? Chi ha cominciato a diffonderla? Chi ne ha determinato la fortuna? Il problema (diciamo meglio, il problemino) è già stato dibattuto più volte. Sul Gazzettino, il giornale più vicino e interessato al fatto, per ragioni naturalissime già sono apparse lettere, precisazioni, commenti, osservazioni. Nel 1986 e nell’87, sullo stesso giornale, compariva una serie di articoli di Sandro Meccoli già inviato del Corriere.
Quegli scritti erano una celebrazione del miracolo economico del Triveneto e dei suoi molti primati. Gli interventi di Meccoli erano sempre pubblicati col titolo generale di Passaggio a Nord-Est che ricordava un celebre romanzo e un celebre film americani.
Meccoli poi pubblicò gli articoli in un libro edito da Longanesi nel 1987.
E’ dunque a Meccoli che va attribuito il merito di aver creato l’espressione Nord-Est? E’ opinione abbastanza diffusa.
Recentemente il giornalista Eugenio Segalla ha accennato al fatto. Aggiungendo però che in occasione di un dibattito politico sul Nord-Est, l’arcivescovo di Vicenza, Pietro Nonis, insigne filosofo pordenonese, ex rettore dell‘ università di Padova aveva ricordato sorridendo che anche i presuli veneti usavano l’espressione per riunire idealmente non soltanto i loro colleghi dal Veneto, del Friuli e del Trentino, ma anche quello di Bressanone. Ma Nonis è stato nominato arcivescovo da una quindicina di anni, non di più.
Qualcuno aveva usato l’espressione Nord-Est anche prima di quell’ epoca? Proprio così. Nel ‘79 anno delle prime elezioni europee, il nostro collegio, che arrivava fino in Emilia, fu chiamato appunto di Nord-Est.
Io fui allora candidato per il partito repubblicano, e me la cavai onorevolmente con più di diciassettemila preferenze. Dunque il termine Nord-Est ebbe fortuna per effetto di quelle elezioni? Senza dubbio, ma...
Ci sono sempre un ma e un però, ammoniscono i saggi. Essi consistono nel fatto che in queste cose conta la priorità. Chi ha usato per primo, in modo importante e su scala nazionale, il termine Nord-Est. Anch’io avrei da dire qualche cosa in proposito. Molti anni fa curai un’antologia di scrittori friulani per le scuole medie italiane. Essa comprendeva un racconto lungo di Licio Damiani, L’occhio del dio marino, uno di
Tito Maria Maniacco ,Anabasi, e uno mio, Il colpo di pistola.
Veramente straordinario il racconto di Damiani non soltanto per il suo livello poetico, ma anche perché anticipava il più importante ritrovamento archeologico dei nostri tempi in Italia: ossia le due stupende statue di bronzo rinvenute nel mare di Riace. E’ il caso di segnalarlo ancora ai lettori. Anche il racconto di Maniacco va ricordato, perché nelle ultime pagine narrava con epica tonalità il passaggio del Natisone da parte dei partigiani comunisti la notte di Natale del ’44 per unirsi al Nono Corpus di Tito. Un episodio già descritto nel libro di Vanni. Abbiamo combattuto insieme, e ripreso dall’autore di questo articolo, in quella sua piccola Guerra e pace che è La Malga di Sir.
La mia antologia aveva il titolo Racconti di Nord-Est e recava la data “aprile 1976”. Il libro fu pubblicato dall’editore Gremese, friulano che opera a Roma, ed ebbe diffusione nelle scuole nazionali. Dunque, allo stato attuale delle mie conoscenze, la parola Nord-Est fu inventata da me, per indicare, come è detto nell’introduzione, il Friuli, che in effetti è il Nord-Est più Nord-Est che ci sia.
Qualcuno aveva usato la parola prima di me?
Usata naturalmente, in modo importante, ossia in un titolo di libro, o almeno di giornale, come Meccoli e Me?
Se costui esiste, si faccia avanti e batta un colpo. Quando penso a questa faccenda mi viene un sorriso spontaneo. Ho scritto più di trenta libri ne ho pubblicali venticinque, ho all’attivo molto più di mille articoli e decine di saggi. Ma forse un giorno sarò ricordato soltanto come inventore della parola Nord-Est, e tutto il resto sarà caduto dentro il pozzo di un silenzio totale. Può darsi. Il destino spesso ordisce alle nostre spalle beffe bizzarre, che vanificano tutte le nostre speranze e il lavoro di una vita intera. Chi vivrà vedrà.
Foto di Carlo Sgorlon
Carlo Sgorlon nato il 26 luglio 1930 a Cassacco. Un paese a tredici chilometri da Udine capitale del Friuli. Morto a Udine il 25 dicembre 2009. I suoi genitori, Livia maestra elementare, e Antonio sarto, abitavano già in città. Ma l’abitudine di allora di partorire in casa spingeva la madre, ogni volta che l’evento del parto si avvicinava, in casa della nonna Eva, levatrice provetta e matriarca della zona. Carlo, secondo di cinque figli, visse tuttavia per lunghi periodi in campagna, con i nonni, in assoluta libertà, a contatto con i ragazzi dei contadini e la cultura rurale, intessuta di favole, miti e superstizioni. Di carattere tranquillo, ma anche un po’ anarcoide, Carlo non frequentò quasi per nulla le scuole elementari. Imparava qualche nozione elementare da sé, o con l’aiuto delle donne di servizio della nonna ostetrica. Alla fine di ogni anno scolastico veniva condotto in città per sostenere gli esami di idoneità alla classe successiva. Poi tornava a tuffarsi nei giochi e nella cultura elementare dei contadini. Gli anni in cui un bambino realizza le sue conoscenze fondamentali del mondo, ricavandone impressioni e sottofondi inconsci che poi durano per sempre, Sgorlon li visse quasi per intiero nel Friuli contadino. In Udine frequentò le prime classi della scuola media, avendo come insegnante di lettere una straordinaria professoressa, Maria Ragni, che svegliò in lui il senso addormentato della poesia e dell’arte. Poi vinse un concorso per frequentare le scuole in un collegio cittadino, non certo per necessità di studio, ma soltanto per alleggerire il carico della sua numerosa famiglia. Suo destino diventò quello di vivere lontano dai genitori e dai fratelli. La famiglia tuttavia era sempre la meta delle sue nostalgie. Questo fatto accentuò il suo carattere fortemente sentimentale, affettuoso, solitario, tranquillo e introverso. A diciotto anni vinse il concorso per entrare nella Scuola Normale Superiore di Pisa, tra gli studenti di lettere. Quando pensava all’avvenire esso si legava sempre al sogno di fare il narratore. Si laureò con una tesi più tardi pubblicata, su Franz Kafka, scrittore con il quale sentiva di avere qualche affinità, almeno nel territorio della ricerca religiosa.

Poi cominciò l’attività di insegnate di lettere nelle scuole superiori.

Si sposò con Edda Agarinis, maestra elementare e negli stessi anni cominciò i suoi primi tentativi letterari, poi rifiutati da lui stesso.




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21 settembre 2010

GENTE LADINA

Il ladino dolomitico costituisce una serie di dialetti appartenenti al gruppo delle lingue retoromanze uniti da strette affinità, e parlati da circa 30.000 persone nella parte orientale dell'arco alpino, nella cosiddetta isola linguistica ladino-dolomitica.

Le origini

Sembra che il ladino derivi dall'idioma parlato dalle popolazioni del Norico rifugiatesi nelle vallate delle Alpi orientali a partire dal V secolo, fuggendo dalle invasioni dei Rugi, degli Avari e degli Slavi. Questi gruppi, unitisi alle preesistenti etnie celtiche (breoni), erano indicati dalle popolazioni di lingua tedesca come Welsch (opponendoli a sé stessi e ai Windisch, gli Slavi), mentre essi stessi si autodefinivano latini (da cui il termine dialettale ladin). Il termine si diffuse a partire dal XVIII secolo anche negli ambienti tedeschi (Ladinisch) per designare le popolazioni in via di germanizzazione soggette al Tirolo. Le popolazioni soggette storicamente alla Repubblica di Venezia non hanno mai accettato il termine per i significati sottesi di filo-asburgicismo, per cui negli ambienti italiani si era giunti a un compromesso (ladino-dolomitici).

Il ladino ha tratti in comune con le lingue romanze occidentali, per esempio la lenizione - talvolta fino alla scomparsa - delle intervocaliche (latinu > ladin) e il plurale in -s anziché in -i, -e, ma a volte se ne discosta (la c dinanzi a e e i non passa a [?] > [s] ma diventa [?] come nel gruppo orientale.

Il ladino sarebbe la lingua caratterizzante della Ladinia, se non che di questo ultimo termine si fa solitamente un uso impreciso ed ambiguo, mancando di un significato storicamente affermato. In particolare con questo termine alcuni gruppi di opinione intendono indicare la regione geografica che raggruppa i comuni ladini che fino al 1918 erano dell'Impero asburgico, e che come tale non esaurirebbe la totalità dei territori di lingua ladina, mancando di annoverare quelli storicamente compresi nei domini veneziani anziché austroungarici.

Suddivisione territoriale

I territori di lingua ladina già appartenuti all'impero Austro-Ungarico

Si hanno le seguenti varianti:

  • Area occidentale (di transizione al trentino centrale):

    • gardenese, parlato in Val Gardena (Gherdëina) (8.148 abitanti), 80-90 %;

    • fassano, parlato in Val di Fassa e con varianti a Moena e a Canazei, in tutto 8.620 abitanti di cui il 60-75% di madre lingua ladina

    • Nones, parlato in Val di Non e con varianti nelle diverse zone della valle.

    • Solandro, parlato in Val di Sole, in Val di Pejo e in Val di Rabbi, con due forme differenti: la prima influenzata fortemente dal nones, e parlato nella bassa valle, un'altra, più conservatrice di termini e toponimi ormai spariti nella bassa valle, parlata nell'alta valle, con caratteri di certa derivazione celtica.

(All'ultimo censimento linguistico del 2001 più di 7000 residenti in Val di Non e in Val di Sole si dichiararono ladini. Non è certo se il Nones è un idioma ladino oppure una lingua vera e propria).


 

  • Area orientale (di transizione al veneto-alpino e in parte al friulano):

  • sono considerati ladine anche le parlate dell'Agordino (da Gosaldo fino ad Alleghe-Alie) e della Valle di Zoldo (da Forno-Forn in su) sebbene molti studiosi li reputino dei "semiladini" o dei dialetti veneti con influssi ladini, specie nelle località di fondo/valle (Agordo-Agort, la Valle-Val).

I dialetti occidentali risentono di stanziamenti celti (breoni) e dal confinare coi dialetti lombardi (trentino), i dialetti centro-orientali da stanziamenti reto-veneti e dal confinare coi dialetti veneti (feltrino, bellunese) e friulani (carnico).

In Provincia di Bolzano (Bulsan) è lingua ufficialmente riconosciuta in base all'art. 102 dello Statuto d'autonomia sulla valorizzazione delle iniziative e attività culturali e la minoranza ladina viene tutelata con diverse norme riguardanti tra l'altro l'insegnamento nelle scuole pubbliche e la facoltà di usare il ladino nei rapporti orali e scritti con gli uffici della pubblica amministrazione, con esclusione delle forze armate e le forze di polizia. Infatti nelle scuole delle località ladine dell'Alto Adige la lingua ladina è lingua d'insegnamento assieme al tedesco e italiano. In base alla delibera della Giunta Provinciale n. 210 del 27 gennaio 2003 (Utilizzo della lingua ladina da parte degli enti pubblici e negli atti normativi) "le varianti del ladino con riconoscimento ufficiale in provincia di Bolzano sono il ladino unificato della Val Badia e quello della Val Gardena".

Recentemente anche in Provincia di Belluno, grazie alla normativa sulle minoranze linguistiche storiche (legge 482/1999), sono stati riconosciuti ladini i comuni del Cadore, del Comelico, dell'Agordino, dell'alta val Cordevole e della Val di Zoldo. È attivo l'Istituto Ladin de la Dolomites (Istituto Culturale delle Comunità dei Ladini Storici delle Dolomiti Bellunesi), con sedi a Borca e Selva di Cadore.

Recentemente è stato concluso il progetto SPELL che mira alla creazione di una lingua ladina standard. Dapprima si è realizzata una grande ricognizione sulla realtà linguistica delle valli ladine con l'informatizzazione del completo patrimonio lessicale, dopodiché si è passati alla redazione di un dizionario e di una grammatica di base.

Esempio

Un esempio di una leggenda in ladin dolomitan / standard:

Duc i Ladins sá che l lé (o lech) dl ergabuan é l Lé de Careza. Chest é conesciú lonc y lerch per si biei colours che muda demeztroi dal vert-fresch al cuecen-scarlat, y dal blé dl ciel al ghel-aur; per chesta mudazion de colours él vegnú batié "Lé dl Ergabuan".

Traduzione:

Tutti i ladini sanno che il lago di ergabuan (arcobaleno) è il lago di Carezza. Questo è conosciuto tra i laghi per i suoi bei colori che cambiano dal verde fresco allo scarlatto e dal blu cielo all'oro; per questo cambiamento dei colori viene chiamato "lago arcobaleno", dai colori...




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18 settembre 2010

GENTE OCCITANICA

Le valli occitane (in occitano Valadas occitanas) del Piemonte sono una serie di vallate alpine poste in territorio italiano, nelle quali è parlata, accanto all'Italiano e al Piemontese, la lingua provenzale.
Esse sono comprese nelle province di
Torino e Cuneo. L'Occitano, o Provenzale alpino, è oggi conosciuto dal 49,4% della popolazione delle valli. Tutti i valligiani conoscono comunque l'Italiano e il 65,1% di essi utilizza anche la lingua Piemontese. (Rapporto IRES n.113, 2007).

Le valli occitane del Piemonte formano un territorio di circa 4.500 km², con 237395 residenti nel solo Piemonte, dall'orografia complessa che si stende sul versante orientale delle Alpi, formato da numerose valli parallele intervallate da catene montuose che si sviluppano con andamento E-O. Se la comunicazione diretta tra le singole valli è difficoltosa, le stesse sono facilmente accessibili dalla Pianura Padana, il cui inizio segna anche il confine dell'area occitanofona. Le vallate occitane hanno però mantenuto nei secoli stretti legami con l'Occitania, ossia con il vasto territorio occitano della Francia meridionale, grazie al Colle della Maddalena e al Colle del Monginevro che comunicano con il versante ovest delle Alpi.

Linguistica

L'occitano parlato nelle vallate piemontesi è di tipo vivaro-alpino e presenta difatti forti analogie con i dialetti occitani delle Alpi di Provenza.
Non tutte le valli piemontesi sono di parlata occitana: le valli di Locana, di Lanzo e la bassa Val Susa (inclusa Susa) appartengono difatti all'area linguistica franco-provenzale o arpitana (al pari della Valle d'Aosta). La Val di Susa ha quindi la caratteristica di essere una valle con cinque lingue (occitana a monte, francoprovenzale a valle, piemontese nei centri urbani, per lo più rimpiazzando nell'ultimo secolo il francoprovenzale e l'occitano, italiana in generale e di minoranza francese a Susa).

L'occitano o lingua d'oc (in originale: occitan, lenga d'òc), detta anche linguadoca, è una lingua romanza. È parlata in Occitania (vasta regione storica comprendente gran parte del sud della Francia, la catalana Val d'Aran in Spagna, le Valli Occitane in Italia e il Principato di Monaco). Esiste anche un'isola linguistica in Calabria, a Guardia Piemontese, nel Cosentino.
In queste ultime zone l'occitano è lingua minoritaria riconosciuta e tutelata dalle leggi locali. Diversa la situazione in Francia dove l'occitano gode di pochissima tutela. In Spagna, l'occitano è una lingua ufficiale regionale nel Val d'Aran dal 1990, in Catalogna dal 2006.
A parlare l'occitano sarebbero circa due milioni di persone
, mentre si stima in circa sette milioni il numero di persone che ne avrebbero una conoscenza passiva.
La denominazione occitano deriva dalla parola occitana òc che significa sì.
Questo criterio distintivo venne usato da
Dante Alighieri, che descrisse le lingue occitana, francese e italiana in base alle loro rispettive particelle affermative: òc, oïl (antenato del moderno oui) e sì.
Mentre la parola òc deriva dal
latino hoc, la parola oïl deve la sua origine al latino hoc ille.
Il termine lingua occitana deriva da òc e apparve nei testi amministrativi latini verso il
1300.
Eppure, fino al secolo XX, la lingua occitana non era nota frequentemente con questo nome e veniva chiamata per lo più lingua d'oc (da cui
Linguadoca) o provenzale. Dagli anni 1960-1970, la parola occitano è diventata usuale e implica una definizione linguistico-geografica estesa, mentre il termine provenzale oggi designa il provenzale in senso stretto, ossia la parlata occitana in uso nella sola Provenza.

Diffusione geografica dell'occitano




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16 settembre 2010

GENTE MOLISANA

Benito Franco Giuseppe Jacovitti (Termoli, 9 marzo 1923 – Roma, 3 dicembre 1997) è stato un autore di fumetti italiano.

Nato in una famiglia arbëreshë (pron. [arb?'re??]), già all'età di sette anni iniziò a mostrare il suo interesse per i fumetti.
Si trasferisce, ancora bambino, con la famiglia prima a Macerata e poi a Firenze dove frequenterà il liceo artistico.
Nel 1939, ancora sedicenne, iniziò la sua carriera pubblicando per la rivista satirica fiorentina Il brivido alcune panoramiche (ovvero delle tavole a pagina intera piene di gags) di cui la prima, la linea Maginot, ironizzava sulla guerra poi la storia a fumetti Pippo e gli inglesi che lo fece subito notare procurandogli la collaborazione quasi trentennale per il settimanale
Il Vittorioso dell'editrice cattolica AVE, che l'avrebbe fatto conoscere a tutta l'Italia. L'esile corporatura del giovane Jacovitti gli valse il soprannome di Lisca, e per questo come icona con cui firmare le sue tavole adottò appunto una lisca di pesce. La collaborazione con Il Vittorioso nata nel 1940 sarebbe continuata fino al 1969, quando questo chiuse i battenti.
Jacovitti continuò il suo lavoro con
Il Giorno dei Ragazzi, supplemento de Il Giorno, per il quale, il 28 marzo 1957 aveva creato il suo più famoso personaggio, Cocco Bill.

Sempre per Il Giorno crea tre formidabili personaggi romani: Tizio, Caio e Sempronio i quali si esprimono nel più maccheronico dei latinorum. Sempre sul Giorno dei Ragazzi (allegato settimanale del quotidiano grazie al quale la tiratura aumentava di circa 40/50.000 copie) dava vita alla saga di Tom Ficcanaso, giornalista detective protagonista di molte storie, Gamba di Quaglia, Chicchirino, Microcicco Spaccavento, Gionni Galassia. Anche sul quotidiano erano famose le sue panoramiche all'ultima pagina a colori sulle edizioni del lunedì, mentre sul Giorno della Donna nacque Lolita Dolcevita e sul quotidiano Elviro il Vampiro e la storia a strisce di Baby Tarallo.
Nei primi
anni cinquanta fu anche collaboratore del Quotidiano, giornale dell'Azione Cattolica, per il quale produsse vignette con più chiari spunti satirici legati all'attualità politica dell'epoca (in pratica fu il primo in Italia a fare una vignetta in prima pagina che era quasi un editoriale). Dalla fine degli anni quaranta collaborò anche con il Travaso nel quale, insieme a Federico Fellini, diede luogo alla storia anticomunista sui "due compagni" che dovette abbandonare per resistenze da parte dell'editrice AVE del Vittorioso (il grande Jacovitti, gli dissero, non può collaborare con un giornaletto del genere) e quindi Jacovitti continuò con lo pseudonimo di "Franz" mentre poi dal 1957 al 1960, realizzò tre meravigliose storie a fumetti: Sempronio, Pasqualino Rififì e Alonzo.
Continuò anche il lavoro con il
Corriere dei Piccoli dal 1968 al 1982 dando vita al mitico Zorry Kid (parodia incredibile di Zorro), Jak Mandolino (personaggio ripreso dal Vittorioso e modernazzato dalla presenza di un "diavoletto tentatore" Pop Korn, Tarallino, Checco e continuando con la pubblicazione di Cocco Bill. Da ricordare poi la prestigiosa collaborazione con la rivista Linus, nata nel 1965 sotto la guida di Oreste del Buono dove creo prima Gionni Peppe e poi Joe Balordo.
La sua ultima collaborazione, iniziata nel 1978, è con
Il Giornalino delle Edizioni Sanpaolo, che continua ancora oggi a redigere storie sul suo personaggio più famoso, Cocco Bill, realizzate dal suo allievo Luca Salvagno.
Negli anni novanta ormai anziano usa farsi inchiostrare le tavole da un giovane autore svizzero trapiantato nel Salentino,
Nedeljko Bajalica, che lo seguirà fino agli ultimi giorni prima come assistente e poi come co-autore nella serie RAP realizzata per la Balacco Editore.
Jacovitti è entrato a pieno titolo negli annali storici del fumetto italiano, soprattutto grazie alla forma caricaturale dei suoi personaggi. I
comics di Jacovitti hanno riscosso il plauso della critica, e si sono intrecciati spesso con gli accadimenti di portata epocale che hanno contraddistinto l'evolversi dell'Italia. Tantissimi gli scolari degli anni sessanta-settanta che, fra libri e quaderni, nel loro zainetto non facevano mai mancare il suo diario, il famosissimo Diario Vitt.
La caratteristica forma anatomica dei piccoli personaggi ai quali ha dato vita sulla carta, la loro espressione a volte gioiosa, a volte grottesca, i suoi salumi ed affettati, serpenti e lumaconi che guardano con ogni tipo di espressione, nonché tanti altri oggetti i più diversificati e sparsi nei posti più impensati, lo hanno reso popolare al grande pubblico.

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fonte wikipedia

  



 




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11 settembre 2010

GENTE DEL TRIVENETO

GOFFREDO PARISE


Goffredo Parise a 17 anni

GOFFREDO PARISE nasce a Vicenza l'8 dicembre del 1929 da Ida Wanda Bertoli, nipote cresciuta come una figlia da Antonio Marchetti, proprietario di una piccola fabbrica di biciclette.
Il padre, un medico veneto, lascia la donna prima della nascita del figlio.
Goffredo trascorre l'infanzia nella casa dei nonni, isolato dalle compagnie dei coetanei, tenuto all'oscuro della sua condizione di figlio della colpa, marchio che Vicenza, la piccola provincia bigotta dei suoi primi romanzi, non esita a dare a quelli come lui.

E' l'aria che si respira nella prima scena de Il prete bello, quando don Gastone porta con sé il piccolo Sergio dalla signorina Immacolata:

"Intende farlo recitare al circolo delle donne cattoliche?" domandò cautamente la signorina Immacolata. Pareva che l'idea non le andasse a genio, ma cercava comunque di non farlo notare.
"Naturale. Mi sembra un luogo fine ed elegante. E anche il bambino mi pare adatto."
"Il piccolo, poveretto, è purtroppo in una condizione particolare per poterlo mettere assieme agli altri. Non sarà facile, voglio dire per i genitori degli altri bambini..."
"Perchè?"
"Oh! "E qui la signorina Immacolata gli si accostò in modo da nascondersi o quasi nelle pieghe del suo mantello." E' figlio di N. N., "aggiunse in fretta e sorridendo; mosse l'occhialino come uno specchietto magico, tanto per distrarmi dalle sue parole.
Ma io avevo udito benissimo la frase e non capivo la ragione per cui si dovesse nascondere. L'avevo sentita tante volte ed era la verità. Così restai fermo e composto guardando un'esanofele che era entrata nel paralume.1

Quella di Goffredo è dunque un'infanzia trascorsa a guardare dal balcone, alimentando fantasia e immaginazione:

"Io stavo sempre al davanzale a guardare gli altri ragazzi che giocavano per strada.
A me non era permesso andare a giocare con loro".2

Le condizioni economiche della famiglia sono molto modeste perchè il nonno, che agli inizi del secolo aveva raggiunto una discreta posizione economica, ha fallito con la sua attività proprio nell'anno della sua nascita.
Pagati tutti i debiti, la famiglia si è ridotta alla povertà.
Così lo scrittore ricorda:

"Il nonno aveva una piccola fabbrica di biciclette, ma fallì l'anno in cui sono nato.
Ma era dolce, buono e abile; io la notte mi sognavo certi giocattoli, e lui di giorno me li costruiva".

La prima abitazione di Parise è in corso Palladio, e nel sottoportico dell'antico caseggiato patrizio il nonno gestisce una magra attività di custode di biciclette.
La famiglia è molto unita, Goffredo ama questi nonni così protettivi, ma vive un'infanzia di riflesso, guardando dal balcone la vita di quei ragazzi di strada che popoleranno le pagine dei suoi romanzi "veneti".

Ero un bambino sempre solo, custoditissimo.
Per sfuggire alla solitudine inventavo un mucchio di giochi che prevedevano l'intervento di altri bambini, ma ero costretto a fingere la presenza di tanti compagni che in realtà non c'erano. Insomma, giocavo da solo in compagnia di amici immaginari.3

La situazione economica migliora alla morte del nonno, nel ‘37, quando la madre sposa Osvaldo Parise (direttore del Giornale di Vicenza), un uomo che proverà per Goffredo l'affetto di un vero padre e che dopo qualche anno gli darà il proprio cognome.
Nei Sillabari quest'uomo è presente alla lettera C di Carezza.

- IL PRETE BELLO-

Pubblicato nel 1954, Il prete bello racconta la storia di un gruppo di bambini di un quartiere popolare di Vicenza. A narrare è Sergio, che vive con la madre, il nonno malato di prostata ed alcuni amici, primo tra tutti l'inseparabile Cena, protagonista di una serie di scorribande in caccia di cibo e denaro attraverso il quartiere. Nel caseggiato in cui abita Sergio vive una umanità varia, dalla signorina Immacolata, zitella e padrona dell'intero stabile, alle signorine Walenska, anch'esse nubili come la Botanica e Camilla; dal ciabattino al cavalier Esposito, che vive con le cinque figlie ed è l'unico a possedere il gabinetto in casa. Si tratta di un bene prezioso di cui andare fieri, foderato di carta rossa a arabeschi dorati, è munito di un water. Tanto prezioso che la catenella viene usata dal proprietario per enfatizzare il proprio privilegio.

In questo ambiente opera il parroco del rione, don Gastone Caoduro, giovane e pieno d'iniziativa. Egli si affida alle zitelle per la propria biancheria di lino da rammendare, suscitando così un' ammirazione ambigua. Il sacerdote sceglie Sergio per recitare alcune poesie in uno spettacolo di beneficenza e lo affida a Immacolata per lo studio delle liriche da portare sul palco. La donna è però preda di una forte, anche se quasi incosciente, attrazione nei confronti del prete e ben presto si serve di Sergio per essere informata sui rapporti del sacerdote con le altre zitelle del quartiere. Il ragazzo, insieme a Cena, riesce tuttavia a sfruttare la situazione a proprio vantaggio, tanto da ottenere una bicicletta Bianchi di colore rosso tutta per sé, mentre don Gastone riceve dalle sue ammiratrici, oltre ad una Balilla cabriolet color amaranto, il finanziamento per il gruppo di fasciste cattoliche Fede e Ardimento. Del tutto passivo di fronte alle sempre più audaci avances delle sue improbabili corteggiatrici, il parroco riceve in dono da loro delle pillole ricostituenti che, in realtà, servono a combattere la debolezza sessuale.

Quando in questo ambiente povero arriva Fedora, giovane e bellissima ragazza che riceve di continuo visite di militari in libera uscita, don Gastone si innamora di lei e viene ricambiato, mentre il cavalier Esposito si danna perdutamente. Sergio e i suoi amici continuano come possono la loro attività di informatori, ma intanto esce dal carcere il Ragioniere, un ladro gentiluomo che organizza furti insieme a Sergio e Cena. In una di queste imprese il Ragioniere muore ucciso da una guardia e quest'ultima, a sua volta, è uccisa da Cena. Sergio scappa col bottino, ma l'amico viene arrestato. Il giorno della visita di Mussolini, Sergio, scelto per lanciarsi sull'auto del Duce e baciarlo, nel frastuono del corteo chiede la grazia per Cena. Proprio mentre Mussolini sta transitando, il bagno del cavalier Esposito crolla, quasi un simbolo di un mondo che sta finendo: si conclude, dunque, la parabola di don Gastone, uomo forte e legato al fascismo, il quale muore di tubercolosi lasciando Fedora sola e incinta. Finisce anche l'infanzia di Sergio, costretto a misurarsi con la sorte tragica di Cena che, scappato dal riformatorio, viene investito da un tram e, assistito dall'amico, muore in ospedale, ladro e miserabile, a soli dodici anni.

Romanzo grottesco e ricco di elementi autobiografici, in cui trovano spazio l'elemento popolare della miseria, lo scandalo di una storia di fede e di sesso, le parolacce e la morte. Il prete bello è soprattutto un quadro d'ambiente, che ritrae con grande efficacia il Veneto cattolico degli anni Trenta. Le immagini spesso surreali (Sergio che col vestito nuovo si sente «uno strano uccello con la gola coperta di morbide e delicate penne», don Gastone «quale farfalla incantata nel cortile», Immacolata «con le labbra protese e aguzze come il becco di un picchio») riflettono la curiosità e la fantasia del bambino protagonista. Esse sono bilanciate dal disincanto quasi crudele dell'autore, che, non a caso, apre il libro con una frase drammatica: «Il nonno aveva un cancro alla prostata», quasi a mostrare, fin dall'inizio, la propria consapevolezza di un' esistenza amara.

A cura della Redazione Virtuale




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3 settembre 2010

GENTE DI ROMAGNA ( NON L'AUTORE, MA IL PERSONAGGIO)

Sangue romagnolo
Racconto mensile-  CUORE-EDMONDO DE AMICIS-

Quella sera la casa di Ferruccio era più quieta del solito. Il padre, che teneva una piccola bottega di merciaiolo, era andato a Forlì a far delle compere, e sua moglie l'aveva accompagnato con Luigina, una bimba, per portarla da un medico, che doveva operarle un occhio malato; e non dovevano ritornare che la mattina dopo. Mancava poco alla mezzanotte. La donna che veniva a far dei servizi di giorno se n'era andata sull'imbrunire. In casa non rimaneva che la nonna, paralitica delle gambe, e Ferruccio, un ragazzo di tredici anni. Era una casetta col solo piano terreno, posta sullo stradone, a un tiro di fucile da un villaggio, poco lontano da Forlì, città di Romagna; e non aveva accanto che una casa disabitata, rovinata due mesi innanzi da un incendio, sulla quale si vedeva ancora l'insegna d'un'osteria. Dietro la casetta c'era un piccolo orto circondato da una siepe, sul quale dava una porticina rustica; la porta della bottega, che serviva anche da porta di casa, s'apriva sullo stradone. Tutt'intorno si stendeva la campagna solitaria, vasti campi lavorati, piantati di gelsi.
Mancava poco alla mezzanotte, pioveva, tirava vento. Ferruccio e la nonna, ancora levati, stavano nella stanza da mangiare, tra la quale e l'orto c'era uno stanzino ingombro di mobili vecchi. Ferruccio non era rientrato in casa che alle undici, dopo una scappata di molte ore, e la nonna l'aveva aspettato a occhi aperti, piena d'ansietà, inchiodata sopra un largo seggiolone a bracciuoli, sul quale soleva passar tutta la giornata, e spesso anche l'intera notte, poiché un'oppressione di respiro non la lasciava star coricata.
Pioveva e il vento sbatteva la pioggia contro le vetrate: la notte era oscurissima. Ferruccio era rientrato stanco, infangato, con la giacchetta lacera, e col livido d'una sassata sulla fronte; aveva fatto la sassaiola coi compagni, eran venuti alle mani, secondo il solito; e per giunta aveva giocato e perduto tutti i suoi soldi, e lasciato il berretto in un fosso.
Benché la cucina non fosse rischiarata che da una piccola lucerna a olio, posta sull'angolo d'un tavolo, accanto al seggiolone, pure la povera nonna aveva visto subito in che stato miserando si trovava il nipote, e in parte aveva indovinato, in parte gli aveva fatto confessare le sue scapestrerie.
Essa amava con tutta l'anima quel ragazzo. Quando seppe ogni cosa, si mise a piangere.
- Ah! no, - disse poi, dopo un lungo silenzio; - tu non hai cuore per la tua povera nonna. Non hai cuore a profittare in codesto modo dell'assenza di tuo padre e di tua madre per darmi dei dolori. Tutto il giorno m'hai lasciata sola! Non hai avuto un po' di compassione. Bada, Ferruccio! Tu ti metti per una cattiva strada che ti condurrà a una triste fine. Ne ho visti degli altri cominciar come te e andar a finir male. Si comincia a scappar di casa, a attaccar lite cogli altri ragazzi, a perdere i soldi; poi, a poco a poco, dalle sassate si passa alle coltellate, dal gioco agli altri vizi, e dai vizi... al furto.
Ferruccio stava a ascoltare, ritto a tre passi di distanza, appoggiato a una dispensa, col mento sul petto, con le sopracciglia aggrottate, ancora tutto caldo dell'ira della rissa. Aveva una ciocca di bei capelli castagni a traverso alla fronte e gli occhi azzurri immobili.
- Dal gioco al furto, - ripeté la nonna, continuando a piangere. - Pensaci, Ferruccio. Pensa a quel malanno qui del paese, a quel Vito Mozzoni, che ora è in città a fare il vagabondo; che a ventiquattr'anni è stato due volte in prigione, e ha fatto morir di crepacuore quella povera donna di sua madre, che io conoscevo, e suo padre è fuggito in Svizzera per disperazione. Pensa a quel tristo soggetto, che tuo padre si vergogna di rendergli il saluto, sempre in giro con dei scellerati peggio di lui, fino al giorno che cascherà in galera. Ebbene, io l'ho conosciuto ragazzo, ha cominciato come te. Pensa che ridurrai tuo padre e tua madre a far la stessa fine dei suoi.
Ferruccio taceva. Egli non era mica tristo di cuore, tutt'altro; la sua scapestrataggine derivava piuttosto da sovrabbondanza di vita e d'audacia che da mal animo; e suo padre l'aveva avvezzato male appunto per questo, che ritenendolo capace, in fondo, dei sentimenti più belli, ed anche, messo a una prova, d'un'azione forte e generosa gli lasciava la briglia sul collo e aspettava che mettesse giudizio da sé. Buono era, piuttosto che tristo; ma caparbio, e difficile molto, anche quando aveva il cuore stretto dal pentimento, a lasciarsi sfuggire dalla bocca quelle buone parole che ci fanno perdonare: - Sì, ho torto, non lo farò più, te lo prometto, perdonami. - Aveva l'anima piena di tenerezza alle volte; ma l'orgoglio non la lasciava uscire.
- Ah Ferruccio! - continuò la nonna, vedendolo così muto.
- Non una parola di pentimento mi dici! Tu vedi in che stato mi trovo ridotta, che mi potrebbero sotterrare. Non dovresti aver cuore di farmi soffrire, di far piangere la mamma della tua mamma, così vecchia, vicina al suo ultimo giorno; la tua povera nonna, che t'ha sempre voluto tanto bene; che ti cullava per notti e notti intere quand'eri bimbo di pochi mesi, e che non mangiava per baloccarti, tu non lo sai! Io dicevo sempre:
- Questo sarà la mia consolazione! - E ora tu mi fai morire! Io darei volentieri questo po' di vita che mi resta, per vederti tornar buono, obbediente come a quei giorni... quando ti conducevo al Santuario, ti ricordi, Ferruccio? che mi empivi le tasche di sassolini e d'erbe, e io ti riportavo a casa in braccio, addormentato? Allora volevi bene alla tua povera nonna. E ora che sono paralitica e che avrei bisogno della tua affezione come dell'aria per respirare, perché non ho più altro al mondo, povera donna mezza morta che sono, Dio mio!...
Ferruccio stava per lanciarsi verso la nonna, vinto dalla commozione, quando gli parve di sentire un rumor leggiero, uno scricchiolìo nello stanzino accanto, quello che dava sull'orto. Ma non capì se fossero le imposte scosse dal vento, o altro.
Tese l'orecchio.
La pioggia scrosciava.
Il rumore si ripeté. La nonna lo sentì pure.
- Cos'è? - domandò la nonna dopo un momento, turbata.
- La pioggia, - mormorò il ragazzo.
- Dunque, Ferruccio, - disse la vecchia, asciugandosi gli occhi, - me lo prometti che sarai buono, che non farai mai più piangere la tua povera nonna...
Un nuovo rumor leggiero la interruppe.
- Ma non mi pare la pioggia! - esclamò, impallidendo - ... va' a vedere!
Ma soggiunse subito: - No, resta qui! - e afferrò Ferruccio per la mano.
Rimasero tutti e due col respiro sospeso. Non sentivan che il rumore dell'acqua.
Poi tutti e due ebbero un brivido.
All'uno e all'altra era parso di sentire uno stropiccìo di piedi nello stanzino.
- Chi c'è? - domandò il ragazzo, raccogliendo il fiato a fatica.
Nessuno rispose.
- Chi c'è? - ridomandò Ferruccio, agghiacciato dalla paura.
Ma aveva appena pronunciato quelle parole, che tutt'e due gettarono un grido di terrore. Due uomini erano balzati nella stanza; l'uno afferrò il ragazzo e gli cacciò una mano sulla bocca; l'altro strinse la vecchia alla gola; il primo disse: - Zitto, se non vuoi morire! - il secondo: - Taci! - e levò un coltello. L'uno e l'altro avevano una pezzuola scura sul viso, con due buchi davanti agli occhi.
Per un momento non si sentì altro che il respiro affannoso di tutti e quattro e lo scrosciar della pioggia; la vecchia metteva dei rantoli fitti, e aveva gli occhi fuor del capo.
Quello che teneva il ragazzo, gli disse nell'orecchio: - Dove tiene i danari tuo padre?
Il ragazzo rispose con un fil di voce, battendo i denti: - Di là... nell'armadio.
- Vieni con me, - disse l'uomo.
E lo trascinò nello stanzino, tenendolo stretto alla gola. Là c'era una lanterna cieca, sul pavimento.
- Dov'è l'armadio? - domandò.
Il ragazzo, soffocato, accennò l'armadio.
Allora, per esser sicuro del ragazzo, l'uomo lo gittò in ginocchio, davanti all'armadio, e serrandogli forte il collo fra le proprie gambe, in modo da poterlo strozzare se urlava, e tenendo il coltello fra i denti e la lanterna da una mano, cavò di tasca con l'altra un ferro acuminato, lo ficcò nella serratura, frugò, ruppe, spalancò i battenti, rimescolò in furia ogni cosa, s'empì le tasche, richiuse, tornò ad aprire, rifrugò: poi riafferrò il ragazzo alla strozza, e lo risospinse di là, dove l'altro teneva ancora agguantata la vecchia, convulsa, col capo arrovesciato e la bocca aperta.
Costui domandò a bassa voce: - Trovato?
Il compagno rispose: - Trovato.
E soggiunse: - Guarda all'uscio.
Quello che teneva la vecchia corse alla porta dell'orto a vedere se c'era nessuno, e disse dallo stanzino, con una voce che parve un fischio: - Vieni.
Quello che era rimasto, e che teneva ancora Ferruccio mostrò il coltello al ragazzo e alla vecchia che riapriva gli occhi, e disse: - Non una voce, o torno indietro e vi sgozzo!
E li fisso un momento tutti e due.
In quel punto si sentì lontano, per lo stradone, un canto di molte voci.
Il ladro voltò rapidamente il capo verso l'uscio, e in quel moto violento gli cadde la pezzuola dal viso.
La vecchia gettò un urlo: - Mozzoni!
- Maledetta! - ruggì il ladro, riconosciuto. - Devi morire!
E si avventò a coltello alzato contro la vecchia, che svenne sull'atto.
L'assassino menò il colpo.
Ma con un movimento rapidissimo, gettando un grido disperato, Ferruccio s'era lanciato sulla nonna, e l'aveva coperta col proprio corpo.
L'assassino fuggì urtando il tavolo e rovesciando il lume, che si spense.
Il ragazzo scivolò lentamente di sopra alla nonna, e cadde in ginocchio, e rimase in quell'atteggiamento, con le braccia intorno alla vita di lei e il capo sul suo seno.
Qualche momento passò; era buio fitto; il canto dei contadini s'andava allontanando per la campagna. La vecchia rinvenne.
- Ferruccio! - chiamò con voce appena intelligibile, battendo i denti.
- Nonna, - rispose il ragazzo.
La vecchia fece uno sforzo per parlare; ma il terrore le paralizzava la lingua.
Stette un pezzo in silenzio, tremando violentemente. Poi riuscì a domandare:
- Non ci son più?
- No.
- Non m'hanno uccisa, - mormorò la vecchia con voce soffocata.
- No... siete salva, - disse Ferruccio, con voce fioca. - Siete salva, cara nonna. Hanno portato via dei denari. Ma il babbo... aveva preso quasi tutto con sé.
La nonna mise un respiro.
- Nonna, - disse Ferruccio, sempre in ginocchio, stringendola alla vita, - cara nonna... mi volete bene, non è vero?
- Oh Ferruccio! povero figliuol mio! - rispose quella, mettendogli le mani sul capo, - che spavento devi aver avuto! Oh Signore Iddio misericordioso! Accendi un po' di lume... No, restiamo al buio, ho ancora paura.
- Nonna, - riprese il ragazzo, - io v'ho sempre dato dei dispiaceri...
- No, Ferruccio, non dir queste cose; io non ci penso più, ho scordato tutto, ti voglio tanto bene!
- V'ho sempre dato dei dispiaceri, - continuò Ferruccio, a stento, con la voce tremola; - ma... vi ho sempre voluto bene. Mi perdonate?... Perdonatemi, nonna
- Sì, figliuolo, ti perdono, ti perdono con tutto il cuore. Pensa un po' se non ti perdono. Levati d'in ginocchio, bambino mio. Non ti sgriderò mai più. Sei buono, sei tanto buono! Accendiamo il lume. Facciamoci un po' di coraggio. Alzati, Ferruccio.
- Grazie, nonna, - disse il ragazzo, con la voce sempre più debole. - Ora... sono contento. Vi ricorderete di me, nonna... non è vero? vi ricorderete sempre di me... del vostro Ferruccio.
- Ferruccio mio! - esclamò la nonna, stupita e inquieta, mettendogli le mani sulle spalle e chinando il capo, come per guardarlo nel viso.
- Ricordatevi di me, - mormorò ancora il ragazzo con una voce che pareva un soffio. - Date un bacio a mia madre... a mio padre... a Luigina... Addio, nonna...
- In nome del cielo, cos'hai! - gridò la vecchia palpando affannosamente il capo del ragazzo che le si era abbandonato sulle ginocchia; e poi con quanta voce avea in gola disperatamente: - Ferruccio! Ferruccio! Ferruccio! Bambino mio! Amor mio! Angeli del paradiso, aiutatemi!
Ma Ferruccio non rispose più. Il piccolo eroe, il salvatore della madre di sua madre, colpito d'una coltellata nel dorso, aveva reso la bella e ardita anima a Dio.




permalink | inviato da fiordistella il 3/9/2010 alle 21:36 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa

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