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24 agosto 2010

GENTE IN ASPROMONTE

« Non è bella la vita dei pastori in Aspromonte, d'inverno, quando i torbidi torrenti corrono al mare, e la terra sembra navigare sulle acque. I pastori stanno nelle case costruite di frasche e di fango, e dormono con gli animali. Vanno in giro coi lunghi cappucci attaccati ad una mantelletta triangolare che protegge le spalle, come si vede talvolta raffigurato qualche dio greco pellegrino e invernale. I torrenti hanno una voce assordante. »

"Gente in Aspromonte", unanimemente riconosciuto come il capolavoro di Corrado Alvaro, è un romanzo breve che narra la storia, ambientata nei primi anni del Novecento, della dura vita dei pastori d’Aspromonte, subito descritta, fin dall’incipit del romanzo, con una cadenza profonda, sentita e, nel contempo, distaccata perché si tratta di una verità ineluttabile: «Non è bella la vita dei pastori in Aspromonte, d’inverno, quando i torbidi torrenti corrono al mare, e la terra sembra navigare sulle acque…».

L’inizio della storia è una evocazione della vita in Aspromonte, che è un tutt’uno con il paesaggio severo, solenne, con il respiro pesante delle mandrie, con le capanne «di frasche e di fango» nelle quali «si entrava carponi», abitate dai pastori nella stagione invernale, con i pellegrinaggi al Santuario della Madonna di Polsi e le manifestazioni di pietà popolare, con i canti che si odono, «intramezzati dal rumore dell’acqua nei crepacci», con il suono della zampogna… Segue poi l’avvio della vicenda con modi narrativi più spezzati, più bruschi, ma con lo stesso ritmo delle immagini.

Protagonista è la famiglia del pastore Argirò, che sogna la possibilità di uscire dalle terribili condizioni di vita, dalla miseria secolare, da quella subordinazione ai proprietari, ai padroni delle terre e delle mandrie, di tipo ancora quasi feudale, e di portare almeno uno dei figli sino alla dignità degli studi. Sperando di potercela fare, Argirò sottopone sé e i suoi ai sacrifici e alle fatiche più aspre. Ma una serie di disavventure, dalla perdita dei buoi che aveva avuto in custodia dal padrone Filippo Mezzatesta, che precipitano in un burrone, all’incendio doloso della sua stalla, lo costringono a rinunciare a questo arduo quanto legittimo progetto. Il figlio, Antonello, matura dentro di sé, e sulla sua pelle, la coscienza della posizione subalterna della sua famiglia e della classe sociale a cui appartiene, e quindi delle profonde ingiustizie sociali che si rinnovano come in un ciclo perpetuo, e diviene protagonista di un atto di ribellione e di disperazione assieme: si darà alla macchia, e dopo aver massacrate le mandrie del padrone e distribuito la carne ai compaesani, butterà il fucile e si consegnerà ai carabinieri. «Finalmente», disse, «potrò parlare con la giustizia, che ci è voluto per poterla incontrare, e dirle il fatto mio!»

Quella dei pastori «è una vita alla quale occorre essere iniziati per capirla, esserci nati per amarla, tanto è piena come la contrada, di pietre e di spine». Il mondo pastorale viene così evocato con un originale taglio narrativo: lirica trasfigurazione del ricordo di chi vive altrove, ma è nato in quella terra e quindi può capirla e amarla, che però non esclude una precisa attenzione ai problemi economici e sociali. Infatti la rievocazione del mondo calabrese, pur se filtrata dalla memoria e da quella visione quasi idilliaca dei luoghi natii che in Alvaro si avverte, è una denuncia della vita miserabile dei pastori, delle ingiustizie profonde, della spietatezza dei rapporti sociali, della mentalità chiusa in un’ancestrale superstizione e in una secolare arretratezza culturale e sociale

Ma quel mondo possedeva anche una sua intrinseca bellezza e dei valori profondamente radicati, che poi si identificano, agli occhi di Alvaro, coi ricordi della sua infanzia e con quel costante sentimento di nostalgia, che sempre provò per la sua terra. Questo mondo, severamente giudicato da Alvaro, ma nel contempo, amorosamente rivissuto, era veramente così, ma non bisogna piangere su di esso; occorre invece custodirne gelosamente la memoria.

Con Gente in Aspromonte, Corrado Alvaro non solo inaugurava un tema, quello calabrese, che poi risulterà costante nella sua produzione, ma rinnovava la tradizione della narrativa a ispirazione regionale e meridionale, la tradizione di Verga, Capuana, De Roberto, e Luigi Pirandello, ma con una differenza sostanziale: alla società meridionale vista, da questi autori, come qualcosa di immutabile, senza speranza, soggetta ad una fatalità di tristezza, sofferenza, subalternità, contro la quale nulla poteva, nemmeno la volontà e la forza degli uomini e della storia, Alvaro contrappone un mondo arcaico fatto di ignoranza, superstizione, povertà e tragico fatalismo, che però non è immutabile, ma è già sgretolato e in parte sommerso, un mondo, anche quello, in trasformazione, un mondo quindi, quello arcaico, che può essere giudicato solo con gli occhi della memoria. Infatti, anche in Gente in Aspromonte, così come negli articoli giornalistici raccolti nel volume Un treno nel Sud, Alvaro dimostra di saper cogliere tutte le novità e i segni di trasformazione che quel mondo stava vivendo. Segni che erano visibili nell’arrivo di strade, nell’estendersi dell’istruzione, nell’emigrazione che aprì nuovi orizzonti a tanti calabresi e che certamente migliorò le condizioni economiche della regione: «Ora la strada cui lavorano da vent’anni sta per bruciare all’arrivo con l’ultima mina… i buoi portano dall’alta montagna i tronchi d’albero legati a una fune trascinandoli in terra senza carro… Ma per poco ancora. Come a contatto dell’aria le antiche mummie si polverizzano, si polverizzò così questa vita. È una civiltà che scompare, e su di essa non c’è da piangere, ma bisogna trarre, chi ci è nato, il maggior numero di memorie».

Gente in Aspromonte è seguita da dodici racconti minori: La pigiatrice d’uva, Il rubino, La zingara, Coronata, Teresita, Romantica, La signora Flavia, Innocenza, Vocesana e Primante, Temporale d’autunno, Cata dorme, Ventiquattr’ore.

A cura della Redazione Virtuale

www.italialibri.net




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27 dicembre 2009

Carlo Sgorlon -Cassacco, 26 luglio 1930 – Udine, 25 dicembre 2009-

Dal sito di Sgorlon:

Carlo Sgorlon nato il 26 luglio 1930 a Cassacco. Un paese a tredici chilometri da Udine capitale del Friuli. Morto a Udine il 25 dicembre 2009. I suoi genitori, Livia maestra elementare, e Antonio sarto, abitavano già in città. Ma l’abitudine di allora di partorire in casa spingeva la madre, ogni volta che l’evento del parto si avvicinava, in casa della nonna Eva, levatrice provetta e matriarca della zona. Carlo, secondo di cinque figli, visse tuttavia per lunghi periodi in campagna, con i nonni, in assoluta libertà, a contatto con i ragazzi dei contadini e la cultura rurale, intessuta di favole, miti e superstizioni. Di carattere tranquillo, ma anche un po’ anarcoide, Carlo non frequentò quasi per nulla le scuole elementari. Imparava qualche nozione elementare da sé, o con l’aiuto delle donne di servizio della nonna ostetrica. Alla fine di ogni anno scolastico veniva condotto in città per sostenere gli esami di idoneità alla classe successiva. Poi tornava a tuffarsi nei giochi e nella cultura elementare dei contadini. Gli anni in cui un bambino realizza le sue conoscenze fondamentali del mondo, ricavandone impressioni e sottofondi inconsci che poi durano per sempre, Sgorlon li visse quasi per intiero nel Friuli contadino. In Udine frequentò le prime classi della scuola media, avendo come insegnante di lettere una straordinaria professoressa, Maria Ragni, che svegliò in lui il senso addormentato della poesia e dell’arte. Poi vinse un concorso per frequentare le scuole in un collegio cittadino, non certo per necessità di studio, ma soltanto per alleggerire il carico della sua numerosa famiglia. Suo destino diventò quello di vivere lontano dai genitori e dai fratelli. La famiglia tuttavia era sempre la meta delle sue nostalgie. Questo fatto accentuò il suo carattere fortemente sentimentale, affettuoso, solitario, tranquillo e introverso. A diciotto anni vinse il concorso per entrare nella Scuola Normale Superiore di Pisa, tra gli studenti di lettere. Quando pensava all’avvenire esso si legava sempre al sogno di fare il narratore. Si laureò con una tesi più tardi pubblicata, su Franz Kafka, scrittore con il quale sentiva di avere qualche affinità, almeno nel territorio della ricerca religiosa.

Poi cominciò l’attività di insegnate di lettere nelle scuole superiori.

Si sposò con Edda Agarinis, maestra elementare e negli stessi anni cominciò i suoi primi tentativi letterari, poi rifiutati da lui stesso.

«Comincerò col dire che io sono uno di quegli scrittori fortunati, secondo la celebre frase di Balzac, che hanno una provincia da raccontare. Fortunati perché possiedono delle radici, ed hanno alle spalle una cultura, una storia, una tradizione, un popolo, nei quali si riconoscono, dentro i quali riescono a rintracciare i lineamenti della propria identità. Fortunati perché sanno chi sono, possiedono un habitat, una collocazione precisa nella infinita varietà del mondo reale».

«Io mi rivolgo a quei lettori che hanno il gusto di leggere storie ben fatte, e anche fornite di un gruzzolo di ciò che un tempo si chiamava "poesia", di cui oggi si diffida. Io possiedo un forte istinto narrativo, e a quello mi abbandono. È una specie di bussola incorporata nel mio inconscio. Seguo i grandi archetipi del narrare. Non trovo difficoltà a realizzare questo tipo di narrativa, se non di natura psicologica. So infatti di andare contro il gusto corrente e contro la cultura egemone. So di essere il solo, o quasi. Però c'è anche una certa soddisfazione a sapere di non essere uno che salta sul cocchio del vincitore, che in Italia tutti inseguono, ma sul quale non tutti riescono a salire.»

Che la terra ti sia lieve, Carlo Sgorlon.

Ciao, cari :-)




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22 novembre 2009

22 NOVEMBRE 1787

Nasce Rasmus Christian Rask (o Kristian; Brændekilde, 22 novembre 1787Copenaghen, 14 novembre 1832) è stato un filologo danese, tra i massimi studiosi di lingue e letterature nordiche e riconosciuto, insieme a Franz Bopp, quale fondatore dell'indoeuropeistica come scienza.

Ora: chi di noi non si dedica appassionatamente all'indoeuropeistica, quando ha cinque minuti di tempo libero che non sa come impiegare?
Ecco, appunto...

Rasmus Rask2.jpg
Va', che bella faccetta...


Pensavate che bastasse per oggi, neh...
E invece no.

Il 22 novembre del 1928, all'Opèra di Parigi, ci fu anche la prima esecuzione del Bolero di Ravel.

Non so voi, ma a me il Bolero di Ravel provoca scompensi psicofisici.

Vediamo se vi fa lo stesso effetto?
Ve lo schiaffo qua sotto e buon pro vi faccia :-))

http://www.youtube.com/watch?v=3-4J5j74VPw




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20 novembre 2009

20 NOVEMBRE 1901-NASCE NAZIM HIKMET

Se mi direte che non conoscete Hikmet mi inquieterò, ma vi perdonerò.
Però dovrete leggere attentamente le poesie che troverete giù, in fondo.
Bye cari :-))

Nazim Hikmet Ran (pronuncia [n?'z?m hik'met]; Salonicco, 20 novembre 1902 per l'anagrafe ma nato nel 1901 – Mosca, 3 giugno 1963) è stato un poeta turco, naturalizzato polacco.

Biografia

È uno dei primi poeti turchi ad usare i versi liberi. Hikmet è diventato, mentre era ancora vivo, uno dei poeti turchi più conosciuti in Occidente e i suoi scritti sono stati rapidamente tradotti in diverse lingue.
Condannato per marxismo fu il solo scrittore d'importanza ad evocare i
massacri ai danni degli armeni del 1915 e 1922.

Nato a Salonicco (attualmente in Grecia) da una famiglia aristocratica turca, il nonno paterno Nazim Pascià era stato governatore di varie province, ma anche poeta e scrittore in lingua ottomana. Il nonno materno, figlio di un nobile polacco, era militare in carriera, ma anche filologo e storico. Hikmet era figlio del diplomatico Nazim Bey e dalla pittrice Aisha, amante di poesia francese e specialmente di Lamartine e Baudelaire. Nazim Hikmet studiò nel liceo francese di Galatasaray (Istanbul) passando successivamente all'Accademia della Marina militare, che dovette però lasciare per ragioni di salute
La sua prima pubblicazione avvenne a diciassette anni in una rivista. Il suo punto di riferimento letterario era il suo insegnante di letteratura e poesia, Yaya Kemal, e altri poeti turchi come Tevfiq Fikret e Mehmed Emin.
Durante la guerra d'indipendenza, si schierò subito con
Atatürk (Mustafa Kemal) in Anatolia e lavorò come insegnante a Bolu. Studiò poi sociologia presso l'università di Mosca (1921-1928) e diventò membro del partito comunista turco negli anni Venti, dopo aver scoperto i testi di Marx e della rivoluzione sovietica. Conobbe Lenin, Esenin e Majakovskij, che ebbe su di lui un'importante influenza.

Dopo il suo ritorno clandestino in Turchia nel 1928, Hikmet scrisse articoli, sceneggiature teatrali ed altri scritti. Fu condannato alla prigione per il suo ritorno irregolare ma amnistiato nel 1935. Nel 1938, fu condannato a 28 anni e 4 mesi di prigione per le sue attività anti-naziste e anti-franchiste, scontandone 12 in Anatolia, nel corso dei quali venne colpito da un primo infarto. e per essersi opposto alla dittatura di Kemal Ataturk. Fu l'intervento di una commissione internazionale composta tra gli altri da Tristan Tzara, Pablo Picasso, Paul Robeson e Jean-Paul Sartre a favorirne la scarcerazione nel 1950.
Si sposò con Münevver Andaç, traduttrice in lingua francese e in lingua polacca a cui dedicò diverse poesie. Nel 1951, a causa delle costanti pressioni, fu costretto a ritornare a Mosca (Russia) ma la moglie e il figlio non poterono seguirlo ed egli trascorse il suo esilio viaggiando in tutta Europa. Perse così la cittadinanza turca e divenne polacco. Nel 1960 si innamorò della giovane Vera Tuljakova e la sposò.
Morì il 3 giugno 1963 in seguito ad una crisi cardiaca, uscendo dalla porta della sua casa al numero 6 della via Pesciànaya a Mosca.

Ogni 21 marzo l'UNESCO festeggia la giornata mondiale della poesia e nel 2002 venne reso omaggio a quella di Nazim Hikmet.

Nazim Hikmet viene citato nel film "Le fate ignoranti" di Ferzan Ozpetek, con Margherita Buy e Stefano Accorsi.


Il più bello dei mari
è quello che non navigammo.
Il più bello dei nostri figli
non è ancora cresciuto.
I più belli dei nostri giorni
non li abbiamo ancora vissuti.
E quello
che vorrei dirti di più bello
non te l'ho ancora detto.

 


Ti amo come se mangiassi il pane
spruzzandolo di sale
come se alzandomi la notte bruciante di febbre
bevessi l'acqua con le labbra sul rubinetto
ti amo come guardo il pesante sacco della posta
non so che cosa contenga e da chi pieno di gioia
pieno di sospetto agitato
ti amo come se sorvolassi il mare per la prima volta in aereo
ti amo come qualche cosa che si muove in me quando il
crepuscolo scende su Istanbul poco a poco
ti amo come se dicessi Dio sia lodato son vivo.


I tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi
che tu venga all’ospedale o in prigione
nei tuoi occhi porti sempre il sole.
I tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi
questa fine di maggio, dalle parti d’Antalya,
sono cosi, le spighe, di primo mattino;
i tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi
quante volte hanno pianto davanti a me
son rimasti tutti nudi, i tuoi occhi,
nudi e immensi come gli occhi di un bimbo
ma non un giorno han perso il loro sole;
i tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi
che s’illanguidiscano un poco, i tuoi occhi
gioiosi, immensamente intelligenti, perfetti:
allora saprò far echeggiare il mondo
del mio amore.
I tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi
Così sono d’autunno i castagneti di Bursa
le foglie dopo la pioggia
e in ogni stagione e ad ogni ora, Istanbul.
I tuoi occhi i tuoi occhi i tuoi occhi
verrà giorno, mia rosa, verrà giorno
che gli uomini si guarderanno l’un l’altro
fraternamente
con i tuoi occhi, amor mio,
si guarderanno con i tuoi occhi.


Sei la mia schiavitù sei la mia libertà
sei la mia carne che brucia
come la nuda carne delle notti d'estate
sei la mia patria
tu, coi riflessi verdi dei tuoi occhi
tu, alta e vittoriosa
sei la mia nostalgia
di saperti inaccessibile
nel momento stesso
in cui ti afferro.




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22 ottobre 2009

22 OTTOBRE 1964-NOBEL A SARTRE-RIFIUTATO

Jean-Paul Sartre FP.JPG
Jean-Paul Charles Aymard Sartre
Medaglia del Premio Nobel Nobel per la letteratura 1964

Jean-Paul Charles Aymard Sartre (Parigi, 21 giugno 190515 aprile 1980) è stato un filosofo, scrittore e drammaturgo francese.

Nel 1964 fu insignito del Premio Nobel per la letteratura, che però rifiutò:

"Non voglio essere letto perché Nobel ma solo se il mio lavoro lo merita. E poi, quale tribunale può giudicare la mia opera?"

Nel
1945 aveva già rifiutato la Legion d'onore e in seguito la cattedra al Collège de France.

Morì nel 1980 al culmine del successo, quando ormai era diventato icona della gioventù ribelle e anticonformista del dopoguerra. Si stima che al suo funerale presenziarono cinquantamila persone. È sepolto nel cimitero di Montparnasse a Parigi.

La Nausea

Antoine Roquentin, studioso di storia, conduce ricerche sul marchese di Rollebon vissuto nel Settecento; da tre anni vive in una camera d'albergo a Bouville (facilmente identificabile con Le Havre, città in cui insegnava lo stesso Sartre) e decide di iniziare a scrivere un diario filosofico, dove descrive e analizza la sua nausea di vivere. L'assenza di veri e propri contatti interpersonali e le profonde differenze tra Antoine e la piccola borghesia provinciale che lo circondano, permettono al narratore di percepire l'inutilità dell'esistenza. Da questa scoperta nasce la nausea, un disgusto nei confronti della stessa vita, la quale non può essere giustificata in alcun modo. A quel punto diviene impossibile per Antoine fuggire dalla realtà e continua la sua vita alla ricerca delle cause dell'esistenza di tutto ciò che lo circonda e lo compone. La domanda che si pone, alla quale solo Anny, la sua ex-fidanzata, trova risposta, è quale sia la via di fuga dall'assillante nausea. Le uniche scappatoie sono i "momenti perfetti", momenti vissuti senza la necessità di essere studiati. In episodi memorabili Sartre arriva a far percepire al lettore il peso e la nausea dell'esistere. Il romanzo-diario si conclude con l'abbozzo di un impegno letterario militante.

Personaggi

Antoine Roquentin: studioso di storia, la sua solitudine lo porta a comprendere che è l'uomo a dare costantemente un senso nobile e alto alla propria esistenza. Questa consapevolezza porta il protagonista ad esser nauseato di se stesso e del mondo che lo circonda.

L'Autodidatta: amico di Roquentin, studia i libri della biblioteca che frequenta in ordine alfabetico. Viene però cacciato dalla biblioteca per aver tentato di sedurre un adolescente. Ateo, socialista e ottimista, è il simbolo dell'illusione della cultura.

Anny: ex-fidanzata di Roquentin, è un'attrice trentenne ormai mantenuta dall'amante di turno. Anche Anny giunge alla consapevolezza della vanità dell'esistenza.

Analisi

La Nausea è un romanzo senza trama, incentrato sulle riflessioni del protagonista: quest'ultimo finisce con il non accettare la mentalità degli abitanti di Bouville. Roquentin/Sartre disprezza l'ottimismo della borghesia provinciale, che tenta di nascondere la gratuità e l'assurdità dell'esistenza. Gli abitanti di Bouville sono convinti di dare un senso alto e nobile alla propria vita ritenendo che il mondo sia retto da Dio, ma Roquentin/Sartre ritiene tutto ciò una menzogna: solo con un impegno filosofico-letterario militante il protagonista potrà esistere veramente.

Il senso de "La nausea"

La nausea che prova il protagonista del romanzo - Antoine Roquentin - deriva proprio da quella condizione di sostanziale gratuità della vita, ovvero il sentire la vita come priva di un senso necessario. Ma vi è anche l'estraneità della coscienza nei confronti della natura, vista come brutalità priva di alcuna coscienza.

La nausea è quindi un romanzo filosofico nella misura in cui ripropone, sia pure in maniera del tutto originale, una specie di dualismo tra ciò che è cosciente e ciò che è incosciente. Per Sartre infatti la coscienza è l'elemento che distingue due categorie ontologiche distinte, appartenenti a due livelli ben distinti dell'essere.

La vita, secondo Roquentin, nel momento in cui ci appare come un unico e inevitabile flusso di esperienze senza un senso proprio, provoca la grande vertigine della nausea. Si può dunque dire che Sartre lamenta il fatto che la realtà non ci dia significato da sé, ma che è la coscienza dell'uomo a doverglielo dare. In questa impresa l'uomo è del tutto solo, perché non c'è un Dio a cui fare riferimento e porre domande.

Questa possibilità, che è anche un compito, aperta all'uomo, è per diversi aspetti la stessa che provoca l'angoscia in Soren Kierkegaard, ma mentre in questi c'è la visione salvifica del Cristo a dare speranza, per l'ateo Sartre c'è disperazione e soprattutto solitudine.

Non esiste un essere necessario "Dio" che possa dare significato dall'esterno a questa condizione esistenziale. L'esistenza è di per sé già compiuta nella sua evidenza, l'esistenza è assoluta e gratuita.

La condizione di chi si sente esistere è già vissuta come un esistente, seppure assurda perché senza uno scopo apparente, viviamo per vivere e per morire, gli eventi ci vengono incontro come fenomeni e non possiamo dedurli se non vengono in contatto con il nostro Io.

Però ora vi posto "Le foglie morte"
Non è la prima volta, ma lo sapete che adoro affliggervi con le mie paranoie... :-))

http://www.youtube.com/watch?v=kLlBOmDpn1s




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11 ottobre 2009

MEMORIALE DEL CONVENTO-SARAMAGO-

 http://books.google.it/books?id=CGoGXQnCbXIC&lpg=PA27&ots=FWFijlaXHs&dq=memoriale%20del%20convento%20il%20toro%20in%20foia&pg=PA28#v=onepage&q=&f=false

Pag.26 e 27, quelle lette ieri sera in teatro e denominate della fornicazione universale. Giudicate voi.

Per il resto, wikipedia:

Memoriale del convento

Da Wikipedia, l'enciclopedia libera.

Memoriale del Convento è un romanzo del premio Nobel portoghese José Saramago pubblicato nel 1982.

La fantastica storia narrata nel libro si svolge nel Portogallo del Settecento; è l'epoca in cui si dà inizio all'epica e travagliata costruzione del grande convento di Mafra, fatto edificare da re Giovanni V come ex-voto per la nascita del sospirato erede.

Nella contraddittoria storia portoghese, tra lo spietato Tribunale dell'Inquisizione e la dubbia religiosità umana, la povertà del popolo ed i lussi della nobiltà, la storia ed il romanzo si intrecciano guidati da una narrazione originale (sia dal punto di vista della forma con le lunghe frasi dalla caratteristica punteggiatura dei libri di Saramago, sia dal punto di vista “prospettico” con una narratore che si muove tra passato, presente e futuro) e dalla peculiare e critica laicità dell’autore.

Nel 1990 dal libro è stata tratta anche un’opera teatrale intitolata Blimunda.

Trama

Baltasar Mateus detto Sette-Soli e Blimunda (che sarà detta Sette-Lune) sono i protagonisti immaginari del romanzo.

Baltasar ha perduto la mano sinistra in una battaglia di una inutile guerra e durante il mesto ritorno a casa si ferma a Lisbona dove, durante un auto da fe incontra Blimunda, una giovane dalle curiose capacità di veggente (ereditate dalla madre esiliata per stregoneria); tra i due è subito amore, un amore benedetto (anche se non sfocerà in un matrimonio) da padre Bartolomeu Lourenço de Gusmao (tra l‘altro in odore di eresia). Quest’ultimo (personaggio realmente esistito) è denominato il “volatore” perché agli inizi del XVIII secolo (decenni prima dei fratelli Montgolfier) è stato in grado di far sollevare da terra alcuni aerostati.

Con l’aiuto di Baltasar e di Blimunda il frate riuscirà a costruire una vera macchina volante (l'uccellaccio), mossa dalla misteriosa potenza di migliaia di “volontà” umane, che trascinerà in un breve ma avventuroso volo lui e la coppia di aiutanti. La brevità e l’incertezza della vita umana porta tutti i protagonisti del romanzo (veri o di fantasia) a prendere decisioni difficili e dagli esiti incerti (anche se le “anticipazioni” del narratore mostrano come tutto sia ineluttabile); il finale scontatamente




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10 ottobre 2009

JOSE' SARAMAGO

Cari i miei ordinatissimi quaderni a quadretti, vi chiederete come mai non mi sia fatta sentire tutto il giorno...Non ve lo chiedete? Oh toh...Mi avete dato un dispiacere, sappiatelo. Comunque, nonostante non lo meritiate, vi renderò edotti dei miei spostamenti pomeridiani: nel primo pomeriggio sono stata al botteghino del teatro Sociale per l'abbonamento alla nuova stagione, mentre nel tardo pomeriggio ho fatto la fila, sempre al Sociale, per garantirmi un posto in prima fila, come il più bieco degli abbonati rai, onde partecipare all'incontro con Jose' Saramago, Nobel per la letteratura 1998. Bel tipino, questo Saramago. Potrei parlarvene diffusamente ma sono stanca e voglio sentire qualche romanza di Verdi, posto che oggi è il suo compleanno. Anzi, poi vi lascio anche un link youtube... Facciamo una cosa: vi posto notizie su Saramago tratte da Wikipedia e vi piazzo anche il link del suo blog. In italiano, naturalmente. Leggetelo, perchè attacca ferocemente Berlusconi, come ha fatto questa sera a Teatro. Non vi dico gli applausi. Ciao, belli :-))

Verdi-Traviata-Libiamo nei lieti calici-
http://www.youtube.com/watch?v=yOhQlWFdiik

Blog di Saramago:
http://quadernodisaramago.wordpress.com/

Saramago su wikipedia

Josesaramago.jpg
José Saramago
Medaglia del Premio Nobel Nobel per la letteratura 1998

José de Sousa Saramago (Azinhaga, 16 novembre 1922) è uno scrittore, poeta e critico letterario portoghese, premio Nobel per la letteratura nel 1998.

Biografia

Il padre di Saramago, José de Sousa, era un agricoltore, che si trasferì con la famiglia a Lisbona nel 1924, dove trovò lavoro come poliziotto. Il fratello minore di Saramago, Francisco, morì a soli due anni, pochi mesi dopo l'arrivo a Lisbona.

A causa delle difficoltà economiche, Saramago fu costretto ad abbandonare gli studi all'Istituto Tecnico. Dopo occupazioni precarie di ogni tipo, trovò un impiego stabile nel campo dell'editoria e per dodici anni ha lavorato come direttore di produzione.

Saramago sposò Ida Reis nel 1944. La loro unica figlia, Violante, nacque nel 1947.

Nel 1947 scrisse il suo primo romanzo "Terra del peccato", (che in seguito ripudiò come un figlio scapestrato), ma il Portogallo di Salazar, il dittatore a cui Saramago s'era sempre opposto tenacemente e dal quale era sempre stato pesantemente censurato nella propria attività giornalistica, non l'accolse benevolmente. S'iscrisse clandestinamente al Partito Comunista portoghese nel 1969, riuscendo sempre ad evitare di finire nelle mani della polizia politica del regime.

Durante gli anni sessanta riscosse molto successo la sua attività di critico letterario per la rivista "Seara Nova". La sua prima raccolta di poesie "I poemi possibili" risale a quegli anni, precisamente al 1966.

Negli anni settanta diventò direttore di produzione per una casa editrice e, dal 1972 al 1973, curò l'edizione del giornale "Diario de Lisboa". In quegli stessi anni pubblicò diverse poesie, "Probabilmente allegria", (1970), cronache, "Di questo e d'altro mondo", (1971); "Il bagaglio del viaggiatore", (1973); "Le opinioni che DL ebbe", (1974) testi teatrali, romanzi e racconti.

Dal 1974 in poi, in seguito alla cosiddetta "Rivoluzione dei garofani" Saramago si dedica completamente alla scrittura e getta le fondamenta di quello che può essere definito un nuovo stile letterario ed una nuova generazione post-rivoluzionaria.

Saramago pubblica qualche anno dopo, nel 1977, il romanzo "Manuale di pittura e calligrafia", e, nel 1980, "Una terra chiamata Alentejo". Il successo arriverà però con "Memoriale del convento" (1982). Nello spazio di pochi anni altre due opere importanti, "L'anno della morte di Ricardo Reis" e "La zattera di pietra", che gli varranno, oltre al successo di pubblico, numerosi riconoscimenti della critica.

Il riconoscimento a livello internazionale arriverà però solo negli anni novanta, con "Storia dell'assedio di Lisbona", una delle più belle storie d'amore mai scritte, il controverso "Il Vangelo secondo Gesù" e "Cecità", forse il suo capolavoro.

Eletto nel 2002 presidente onorario dell'Associazione Luca Coscioni per la libertà di ricerca scientifica.

Attualmente vive a Lanzarote, nelle Isole Canarie. Saramago è stato membro del Partito Comunista portoghese dal 1969 e le sue posizioni sulla religione hanno suscitato notevoli controversie in Portogallo, specialmente dopo la pubblicazione de "Il Vangelo secondo Gesù Cristo".

Le accuse di antisemitismo

Nel commentare il conflitto israelo-palestinese, Saramago ha recentemente affermato che gli ebrei non si meriterebbero più "comprensione per le sofferenze patite durante l'olocausto. Vivere nell'ombra dell'olocausto ed aspettarsi di essere perdonati di ogni cosa che fanno, a motivo della loro sofferenza passata, mi sembra un eccesso di pretese. Evidentemente non hanno imparato molto dalla sofferenza dei loro genitori e dei loro nonni." La Lega per l'Anti-Diffamazione (ADL), potente associazione lobbistica ebraica per i diritti civili, ha definito queste affermazioni 'anti-semite'. Abraham Foxman, il presidente dell'ADL ha dichiarato: "I commenti di José Saramago sono sovversivi e profondamente offensivi, oltre a dimostrare l'ignoranza relativa agli argomenti che porta a sostegno dei suoi pregiudizi nei confronti degli ebrei."

Saramago ha, per contro, dichiarato che i suoi commenti erano diretti alla politica dello Stato di Israele nei confronti dei palestinesi. Ha dichiarato che Israele non può affermare di rappresentare legittimamente il giudaismo a livello mondiale e che sta usando le accuse di anti-semitismo per sminuire qualsiasi critica riguardante azioni ingiustificabili e che sarebbero considerate inaccettabili se perpetrate da qualsiasi altro stato medio-orientale. Berger, Chomsky, Pinter, Saramago "Lettera sul Conflitto Israele-Palestina"

L'iberismo

A luglio 2007, Saramago, convinto sostenitore dell'iberismo (cioè la necessità di avere un'unica entità politica nella penisola iberica), in una lunga intervista al Diario de Noticias (che ha pure diretto) ha detto che tra Spagna e Portogallo vi sarà una naturale integrazione che porterà ad una futura unità.

Lo stile narrativo

Uno dei tratti più caratterizzanti le opere di Saramago è il narrare eventi, che si presentano come storici, da prospettive piuttosto insolite e controverse, cercando di mettere in luce il fattore umano dietro l'evento. Sotto molti aspetti, alcune sue opere potrebbero essere definite allegoriche. Saramago tende a scrivere frasi molto lunghe, usando la punteggiatura in un modo anticonvenzionale. Ad esempio, non usa le virgolette per delimitare i dialoghi, non segna le domande col punto interrogativo; i periodi possono essere lunghi anche più di una pagina e interrotti solo da virgole dove la maggior parte degli scrittori userebbe dei punti.

Molte delle sue opere, come Cecità, Saggio sulla lucidità, Le intermittenze della morte iniziano con un avvenimento inaspettato, surreale o impossibile, che si verifica in un luogo imprecisato. Non ci si deve domandare come sia potuto accadere: è successo, punto e basta. Da questo avvenimento scaturisce poi una storia complessa, occasione per studiare le mille forme del comportamento e del pensiero umano. I protagonisti (spesso senza nomi propri) devono cercare con le loro sole forze di uscire dalla situazione che si è venuta a creare.

È frequente l'uso dell'ironia: ai personaggi non vengono risparmiate critiche per i loro comportamenti, spesso discutibili, ma profondamente umani. Non ci sono eroi, ma semplicemente uomini, con i loro pregi ed i loro difetti. Ed in effetti non manca la pietà e la compassione dello scrittore per essi, piccoli rappresentanti del genere umano.

Il blog

Saramago ha aperto un blog dove scrive costantemente e mantiene il contatto diretto con i suoi lettori. Dalle sue pagine ha anche contestato Berlusconi per la sua politica in Italia. In seguito a tale articolo, la casa editrice Einaudi ha annunciato che non pubblicherà l'ultima opera del romanziere, una raccolta dei suoi scritti sul blog denominata Il quaderno, la quale invece sarà edita in Italia da Bollati Boringhieri

Bibliografia

Poesia

  • 1966 - I poemi possibili (Os poemas possíveis)
  • 1970 - Probabilmente allegria (Provavelmente alegria)
  • 1975 - L'anno mille993 (O Ano de 1993)

Teatro

  • 1979 - La notte (A Noite)
  • 1980 - Cosa ne farò di questo libro? (Que Farei Com Este Livro?)
  • 1987 - La seconda vita di Francesco d'Assisi (A Segunda Vida de Francisco de Assis)
  • 1993 - In Nomine Dei (In Nomine Dei)
  • 2005 - Don Giovanni, o Il dissoluto assolto (Don Giovanni ou O dissoluto absolvido)

Cronache

  • 1971 - Di questo mondo e degli altri (Deste Mundo e do Outro)
  • 1973 - A Bagagem do Viajante
  • 1974 - As Opiniões que o DL teve
  • 1976 - Os Apontamentos

Romanzi

Altri

  • 1978 - Oggetto quasi (Objecto quase)
  • 1981 - Viaggio in Portogallo (Viagem a Portugal)
  • 1999 - Il racconto dell'isola sconosciuta
  • 2002 - Scolpire il verso
  • 2002 - Andrea Mantegna. Un'etica, un'estetica
  • 2005 - Esteban Cuscueta
  • 2006 - Pensar, pensar, y pensar




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27 agosto 2009

...E NON FATE TROPPI PETTEGOLEZZI...(Santo Stefano Belbo, 9 settembre 1908 – Torino, 27 agosto 1950)

 

Paternità
Fantasia della donna che balla, e del vecchio
che è suo padre e una volta l'aveva nel sangue
e l'ha fatta una notte, godendo in un letto, bel nudo.
Lei s'affretta per giungere in tempo a svestirsi,
e ci sono altri vecchi che attendono.
Tutti e divorano, quando lei salta a ballare, la forza
delle gambe con gli occhi, ma i vecchi ci tremano.
Quasi nuda è la giovane. E i giovani guardano
con sorrisi, e qualcuno vorrebbe esser nudo.

 
Sembran tutti suo padre i vecchiotti entusiasti
e son tutti, malfermi, un avanzo di corpo
che ha goduto altri corpi. Anche i giovani un giorno
saran padri, e la donna è per tutti una sola.
È accaduto in silenzio. Una gioia profonda
prende il buio davanti alla giovane viva.
Tutti i corpi non sono che un corpo, uno solo
che si muove inchiodando gli sguardi di tutti.
 
Questo sangue, che scorre le membra diritte
della giovane, è il sangue che gela nei vecchi;
e suo padre che fuma in silenzio, a scaldarsi,
lui non salta, ma ha fatto la figlia che balla.
C'è un sentore e uno scatto nel corpo di lei
che è lo stesso nel vecchio, e nei vecchi. In silenzio
fuma il padre e l'attende che ritorni, vestita.
Tutti attendono, giovani e vecchi, e la fissano;
e ciascuno, bevendo da solo, ripenserà a lei.
 
  Maternità
 

Questo è un uomo che ha fatto tre figli: un gran corpo
poderoso, che basta a se stesso; a vederlo passare
uno pensa che i figli han la stessa statura.
Dalle membra del padre (la donna non conta)
debbon esser usciti, già fatti, tre giovani
come lui. Ma comunque sia il corpo dei tre,
alle membra del padre non manca una briciola
né uno scatto: si sono staccati da lui
camminandogli accanto.
 
La donna c'è stata,
una donna di solido corpo, che ha sparso
su ogni figlio del sangue e sul terzo c'è morta.
Pare strano ai tre giovani vivere senza la donna
che nessuno conosce e li ha fatti, ciascuno, a fatica
annientandosi in loro. La donna era giovane
e rideva e parlava, ma è un gioco rischioso
prender parte alla vita. È così che la donna
c'è restata in silenzio, fissando stravolta il suo uomo.
 
I tre figli hanno un modo di alzare le spalle
che quell'uomo conosce. Nessuno di loro
sa di avere negli occhi e nel corpo una vita
che a suo tempo era piena e saziava quell'uomo.
Ma, a vedere piegarsi un suo giovane all'orlo del fiume
e tuffarsi, quell'uomo non ritrova piú il guizzo
delle membra di lei dentro l'acqua, e la gioia
dei due corpi sommersi. Non ritrova piú i figli
se li guarda per strada e confronta con sé.
Quanto tempo è che ha fatto dei figli? I tre giovani
vanno invece spavaldi e qualcuno per sbaglio
s'è già fatto un figliolo, senza farsi la donna.


Vorrei poter soffocare

  

Vorrei poter soffocare
nella stretta delle tue braccia
nell'amore ardente del tuo corpo
sul tuo volto, sulle tue membra struggenti
nel deliquio dei tuoi occhi profondi
perduti nel mio amore,
quest'acredine arida
che mi tormenta.
Ardere confuso in te disperatamente
quest'insaziabilità della mia anima
già stanca di tutte le cose
prima ancor di conoscerle
ed ora tanto esasperata
dal mutismo del mondo
implacabile a tutti i miei sogni
e dalla sua atrocità tranquilla
che mi grava terribile
e noncurante
e nemmeno più mi concede
la pacatezza del tedio
ma mi strazia tormentosamente
e mi pungola atroce,
senza lasciarmi urlare,
sconvolgendomi il sangue
soffocandomi atroce
in un silenzio che è uno spasimo
in un silenzio fremente.
Nell'ebrezza disperata
dell'amore di tutto il tuo corpo
e della tua anima perduta
vorrei sconvolgere e bruciarmi l'anima
sperdere quest'orrore
che mi strappa gli urli
e me li soffoca in gola
bruciarlo annichilirlo in un attimo
e stringermi a te
senza ritegno più
ciecamente, febbrile,
schiantandoti, d'amore.
Poi morire, morire,
con te.

Il giorno tetro
in cui dovrò solitario
morire (e verrà, senza scampo)
quel giorno piangerò
pensando che potevo
morire così nell'ebbrezza
di una passione ardente.
Ma per pietà d'amore
non l'ho voluto mai.
Per pietà del tuo povero amore
ho scelto, anima mia,
la via del più lungo dolore.


Verrà la morte e avrà i tuoi occhi

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi-
questa morte che ci accompagna
dal mattino alla sera, insonne,
sorda, come un vecchio rimorso
o un vizio assurdo. I tuoi occhi
saranno una vana parola,
un grido taciuto, un silenzio.
Così li vedi ogni mattina
quando su te sola ti pieghi
nello specchio. O cara speranza,
quel giorno sapremo anche noi
che sei la vita e sei il nulla

Per tutti la morte ha uno sguardo.
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
Sarà come smettere un vizio,
come vedere nello specchio
riemergere un viso morto,
come ascoltare un labbro chiuso.
Scenderemo nel gorgo muti.


http://www.youtube.com/watch?v=MDtaE0Cbayo




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30 maggio 2009

ANGLO-PIEMONTESE-PRIMA PARTE

...perchè in Langa siamo cosmopoliti, che credevate...  ;-))

DIZIONARIO INGLESE - PIEMONTESE

A

A bike [e,ei][baik] Ora guardo
A new lot [ei][nju:][lot] Tipo di pasta ripiena
A steam [ ei][sti:m] All'incirca, approssimativamente
An both [æn][bouø] L'una
At sent [æt][sent] Ti ascolto, (Egli ti ascolta)

B

Back [bæk] Il becco (idiom. Sarah's back!: Taci, una buona volta!)
Bay [bei] Belli, di gradevole aspetto
Be-cell [bi:][sel] Bicchiere
Been [bi:n] Bene
Bike-a [baik] [ ei] Guarda
Bike-a-been [baik] [ei][bi:n] Guarda con attenzione
Bike-a-lee [baik] [ei][li:] Guarda lì
Bike-a-sea [baik] [ei][si:] Guarda qui
Board [bo:rd] Bordo, margine
Book [buk] Foro, orifizio
Book indoor [buk] [in'do:r] Boccuccia d'oro (vezz.)
Boot-a-lean [bu:t] [ei] [li:n] Botticella (fig.: Persona rotondetta e di
bassa statura)
Brass [bra:s] Braccio
Brass-a-let [bra:s] [ei] [let] Bracciale
Brick [brik] Altura, picco inaccessibile
Broad [bro:d] Brodo
Bruce [bru:s] Formaggio fermentato piccante
Bus [bas] Basso, piccolo
Bus in [bas] [in] Catino, mastello
But [bat] Picchia! Percuoti!
But-easter [bat] [i:ster] Battista (esempio: Me soon But-easter / Il mio
nome è Battista)

C

Call [koll] Collo (fig. Man a call / Aggressione fisica. Come palm man a
call / lett. "Egli si comporta in modo manesco")
Can a got [k&aelign] [ei][got] Cane e gatto (fig. Soon can a got /
Antipatia profonda e reciproca)
Can cell [kæn][sel] Infisso metallico (dim. Can cell-in)
Can soon [kæn][su:n] Breve componimento musicale
Cake 'cause [keik][koi:z] Qualche cosa
Car [ka:r] Costoso, caro
Car lean [ka:r] [li:n] Diminutivo di Carlo
Card [ka:rd] Cardo
Care-ask [ker] Comune di Cherasco (CN)
Cartoon [ka:rtu:n] Carro a trazione animale (fig.Veicolo in pessimo stato
di manutenzione)
Cent [sent] Ascolta (esempi: Cent see, Cent been, Cent so see)
Cheat [ci:t] Piccolo (vezz.: Figliolo). Been cheat / Molto piccolo
Chess [ces] Ritirata, gabinetto
Choke [ciouk] Diverbio (cfr. Call)
Christian door ['kristien] [do:r] Esclamazione di disappunto
Cigar-soon [si'ga:r][su:n]Questi lavoranti (Cigar-soon soon fort / Questi
lavoranti sono muscolosi)
Cigarette [si'ga:ret] Questi tacchi (Cigarette soon out-bus / Questi tacchi
sono alti-bassi)
CNN [si:][en][en] lett. "Qui non c'é"
Come- in [cam][in] "Comignolo, canna fumaria, camino
Come pass moon [cam][pa:s][mu:n] Passami quel mattone (cameratesco)
Come pass spoon soon [cam][pa:s][spu:n][su:n] Passami quel punzone
Come-scooter [cam][sku:ter] (pron.americana) Dia retta a me
Cool [ku:l] Quello (Cool lee / Quello lì)
Cool hat [ku:l][hæt] Colletto
Cow-lee-Moore [kau][li:][mu:r] Comune di Cavallermaggiore (CN)
Cow-set [kau][set] Pedalino (See cow-set soon bay / Questi calzini sono
graziosi)
Cows [kaus] Pedata, calcio (singolare e plurale)
Cream-in-all [kri:m][in][a:l] Delinquente, pericoloso malfattore
Crisp of house [krisp][ov][haus] Esclamazione di sorpresa e disappunto
Cue-arch [kju:][arc] Coperchio
Cup [kap] Superiore in via gerarchica
Cup-lean [kap][li:n] Piccolo copricapo
Cut-in [kat][in] Bacinella

D

Dance [da:ns] Viscoso
Do rest [du:][rest] D'altra parte
Do set [du:][set] Vino Dolcetto (Boone's do-set sea / E' buono questo
Dolcetto)
Dust [dast] Astigiano

F

Fair [fer] Ferro
Fall [fo:l] Scemo, infermo di mente
Fans-out [fæns][aut] Fai/Fare un salto (Fans-out been out, ecc.)
Fast-tree [fa:st][tri:] Lett. "Fa schifo"
Fee Dick [fi:][dik] Fegato
Feel [fi:l] Cordicella, filo
Feet [fi:t] Pigione affitto (An feet cream-in-all / Un canone esorbitante)
Few lean [fju:][li:n] Ragazzino
Flip [flip] Filippo (dim.: Flip-hot)
Fool-and-run [fu:l][ænd][run] Zuzzerellone
Freak an do [fri:k][æn][du:] Persona particolarmente ingenua
Freezer [fri:ser] (Pron. Americana) briciola

G

Goes [gous] Gas
Got in [got][in] (Pron. Americana) Micetto
Got us [got][as] (Pron. Americana) Gattaccio
Grease [gri:s] Grigio, spento
Group [gru:p] Nodo

H

Harry's pet ['hæris][pet] Lett. "Rispetto a..."
He corn [hi:][ko:rn] Le corna
He's too [hi:s][tu:] Bestemmia
Hey pence [hei][pens] Ci penso
Home [houm] Uomo
Human tell... ['hju:man][tel] Lett.: "Li abbiamo nel..." (Human cell-let
/Li abbiamo sul letto; Human tell grass / Li conserviamo nel grasso)
www.gattosilvestro.net/dizionario anglopiemontese

A domani, per la seconda puntata  :-))






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26 maggio 2009

CELESTE CORRISPONDENZA DI AMOROSI SENSI

Concetto splendido. Se non è chiaro, ve lo spiego ;-))
Intanto leggetevi i versi corrispondenti...
...........................................................
Ma perché pria del tempo a sé il mortale
invidierà l'illusïon che spento
pur lo sofferma al limitar di Dite?
Non vive ei forse anche sotterra, quando
gli sarà muta l'armonia del giorno,
se può destarla con soavi cure
nella mente de' suoi?
Celeste
è questa
corrispondenza d'amorosi sensi,
celeste dote è negli umani; e spesso
per lei si vive con l'amico estinto
e l'estinto con noi, se pia la terra
che lo raccolse infante e lo nutriva,
nel suo grembo materno ultimo asilo
porgendo, sacre le reliquie renda
dall'insultar de' nembi e dal profano
piede del vulgo, e serbi un sasso il nome,
e di fiori odorata arbore amica
le ceneri di molli ombre consoli.
      Sol chi non lascia eredità d'affetti
poca gioia ha dell'urna.................

http://www.youtube.com/watch?v=M_YSEbAWA0Y


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