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20 novembre 2019

SARDINE

Le sardine di Piazza Maggiore e la sinistra sommersa



di Paolo Flores d’Arcais

Quanto sarà effimero il movimento delle “sardine”? O fino a che punto si moltiplicherà per contagio e si radicherà per organizzazione? Lo vedremo presto con i prossimi flashmob di Modena e Firenze. Intanto l’exploit di Bologna ha dimostrato una verità politica, o meglio l’ha ribadita in forma perentoria: per dar vita a una mobilitazione democratica (di “sinistra”, insomma) bisogna prescindere dai partiti. Quattro amici e un appello progressista sul web possono creare un’iniziativa, se avessero voluto coinvolgere un partito (il Pd, ormai) immaginando di avere il valore aggiunto di una forza organizzata, si sarebbero assicurati un flop. Il Pd, per una mobilitazione democratica, non costituisce un valore aggiunto ma la macina al collo, un handicap che garantisce il fallimento.

Per un motivo assai semplice: il Pd, come insieme dei suoi dirigenti, anche locali, come apparato nel senso più ampio e articolato del termine (decine di miglia di persone) è totalmente screditato sotto un profilo democratico progressista, è vissuto (lucidamente o inconsciamente, ma comunque giustamente, esattamente) come parte integrante dell’establishment, come un “loro” estraneo alla cittadinanza attiva, un pezzo della Casta, insomma. Gettando un alone negativo e un’ombra di vituperio anche sugli eventuali quadri di base che magari vivono coerentemente l’impegno democratico progressista d’antan.

Il movimento delle “sardine” (d’ora in avanti senza virgolette), se anche Modena e Firenze saranno un successo (è una concreta speranza), costituiranno l’ultimo episodio di una lunga serie di protagonismo auto-organizzato della società civile progressista, quella che prende più che mai sul serio i valori della Costituzione repubblicana. Un fenomeno oramai quasi ventennale, dove ciascun episodio ha le sue assolute specificità, ma che evidenzia un filo rosso da analizzare. Anno Domini 2002, i Girotondi. A seguire “Il popolo viola” (due volte, se non ricordo male), poi le donne di “Se non ora quando”, poi le mobilitazioni anti legge bavaglio (e a inframmezzare, qualche ondata di lotte studentesche), solo per ricordare le tappe più rilevanti di grandi piazze gremite.

Nell’età dell’amnesia che è la nostra, queste vicende, che pure hanno avuto carattere di massa perfino grandioso (la manifestazione dei Girotondi a Roma, san Giovanni, il 14 settembre 2002 dilagò in un intero quartiere coinvolgendo quasi un milione di persone) vengono dimenticate già l’indomani. Oltre all’azzeramento dello spessore storico che il mondo dei social ha ormai nebulizzato nelle due generazioni più giovani, ha però giocato un altro elemento: nessuna di queste mobilitazioni ha lasciato traccia, è diventata movimento, ha sedimentato in presenza politica. Una fiammata, anche ciclopica, sempre entusiasmante, che un deposito lo lascia certamente negli animi dei partecipanti, ma politicamente parlando poi più nulla.

Tutte queste mobilitazioni della società civile, in sostanza, erano affette da un limite, che politicamente ha pesato come menomazione insormontabile e dissipativa. Hanno sempre oscillato tra l’idea di costituire un pungolo di rinnovamento (anche radicale, ma possibile) dei partiti della sinistra esistenti (in primis i Ds>Pd) o di doverne rappresentare un’alternativa, data l’irrecuperabilità degli apparati.

La prima ipotesi è stata sistematicamente vanificata dai Ds>Pd stessi, il cui apparato non hai mai tollerato innesti dalla società civile che intaccassero anche marginalmente il sistema interno di potere. La seconda ipotesi non ha potuto vedere la luce neppure in forma embrionalissima per la catafratta Nolontà di questi di partecipare in modo costruttivo e progettuale alla vita politica, che in una democrazia parlamentare significa dar vita a liste elettorali.

Il M5S è nato, e ha dominato per dieci anni la vita politica della protesta popolare, esattamente per quel vuoto, perché ha evitato di cadere nell’illusione di un rinnovamento/palingenesi del Pd, e perché molto rapidamente ha accompagnato le sue mobilitazioni di protesta con la presentazione di liste locali e infine nazionali nelle competizioni elettorali. Per questo, del resto, ha drenato in più occasioni milioni e milioni di voti del Pd (altri milioni sono finiti nell’astensione). Altri errori, però – anzi vera e propria tabe originaria bicorne – hanno segnato la fine del M5S, come ho ricordato nel mio precedente articolo: il rifiuto di riconoscere l’antagonismo (valoriale e di interessi sociali, non di schieramenti tutti ormai partitocratici) tra destra e sinistra, e la demenziale e avvilente selezione dei candidati attraverso provini da “reality” e voti-like da amici di facebook.

Due foto di piazza Maggiore a Bologna evidenziano plasticamente, carnalmente, il declino irreversibile del M5S: Beppe Grillo dentro un canotto sopra una folla debordante (2010), 15 mila cittadini in gioioso ritrovarsi progressista col tam tam digitale di quattro amici, e un M5S che in piazza non porterebbe nessuno e medita addirittura di disertare le urne.

L’inaspettato e galvanizzante esito di massa del flashmob delle sardine palesa perciò che esiste la SINISTRA SOMMERSA, una sinistra nella e della società civile, totalmente autonoma dal Pd. Magmatica, ma profondamente radicata nelle coscienze, nella capacità di indignazione, nella volontà e aspirazione ad un impegno concreto per “giustizia-e-libertà”, sempre più “giustizia-e-libertà”, per l’attuazione integrale della Costituzione, insomma.

Che spesso esercita questi valori quotidianamente, nel volontariato, nella serietà professionale, nel rigore della ricerca.

Magmatica, ma soprattutto carsica: sembra scomparire, ma sta semplicemente scorrendo sotto terra, custodita in milioni di coscienze, pronta a riemergere non appena si presenti l’occasione, quando in modo per lo più imprevisto un evento o un gruppo di amici fanno da catalizzatore a questa massa di energie egualitarie e libertarie diffuse, anche se troppo spesso frustrate. E quando una nuova generazione prende il testimone si ritrova accanto quelle scese in piazza dieci, venti, trent’anni prima.

Speriamo che le sardine dilaghino a macchia d’olio. Se accadrà, è sperabile che non commettano il duplice errore con cui, dai Girotondi in poi, le mobilitazioni della società civile si sono sempre esaurite: immaginare di trasformare i partiti della sinistra, rinunciare al momento della verità dell’alea elettorale. Che è un salto mortale, ovviamente, senza il quale, tuttavia, di una grande ondata di mobilitazione democratica, che a Bologna speriamo abbia avuto solo il suo esordio, non resterebbe nulla, una volta di più.

Mattia Santori, Roberto Morotti, Giulia Trappoloni e Andrea Garreffa non ameranno ricevere consigli, come quasi sempre accade a chi realizza una iniziativa politica inedita. In parte a ragione, perché la tentazione di “recuperare” una mobilitazione, “metterci il cappello”, e insomma farla lavorare per un proprio progetto, non solletica solo i partiti ma può albergare anche negli intellettuali.

E tuttavia qualche consiglio lo darò, perché in realtà è un auspicio, una speranza, o forse un wishful thinking, quello di vedere finalmente una mobilitazione progressista che non sia solo entusiasmo coinvolgente ma effimero, che metta invece radici e possa invertire la tendenza (non solo italiana) secondo cui ormai le masse vanno a destra (destra, cioè establishment, di cui molta “sinistra” è parte integrante).

Avete registrato il marchio, siete quindi consapevoli che può avere un valore, che in politica significa avere un futuro. Lo avete già concesso a chi sta promuovendo analoghe mobilitazioni a Modena e Firenze, e avete dichiarato che “siete subissati di richieste”. Arricchitelo con un progetto programmatico, almeno con il suo scheletro, perché non resti un movimento solo “contro” (identificare i nemici è importante, sia chiaro), ma anche “per”.

I materiali di analisi per un programma di sinistra non mancano, anzi abbondano. I più recenti sono quelli elaborati dal seminario contro le diseguaglianze coordinato da Fabrizio Barca. MicroMega vi ha dedicato due interi corposissimi volumi, nel 2011 e nel 2018, più una quantità di saggi sparsi lungo oltre trent’anni di vita (mediamente quella delle quattro Sardine, lo dico con ammirazione, il contrario del paternalismo).

L’abbondanza di analisi ha bisogno di tradursi in un programma politico. Per approssimazioni successive, ovviamente. Cominciate a realizzare questa traduzione. Parallelamente alla mobilitazione, coinvolgete quanti nelle varie città si dimostreranno, con l’azione, sulla vostra stessa lunghezza d’onda, anche nella comune elaborazione di un programma. Per punti essenziali, ma non generici (quali misure per combattere la diseguaglianza? Quali capisaldi per una riforma della giustizia? E per la guerra alla grande evasione? Ecc.). Naturalmente senza trasformarvi in professionisti della politica, che non solo vi muterebbe umanamente, esistenzialmente, ma vi impoverirebbe anche politicamente.

A enunciarla sembra la quadratura del cerchio, e invece fa parte dell’orizzonte del possibile. Auguri, allora, perché il vostro successo e il vostro futuro ci riguarda tutti.




permalink | inviato da fiordistella il 20/11/2019 alle 11:13 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


7 novembre 2019

M5S

L’estinzione del Movimento 5 stelle non può essere fermata



di Paolo Flores d'Arcais

Solo un anno e mezzo fa il M5S, con una campagna elettorale scandita da “onestà, onestà!” e incentrata sulla lotta alle diseguaglianze, alla corruzione, alle mafie, alla spartizione partitocratica di Rai e altri mille enti a nomina politica, otteneva quasi undici milioni di suffragi, il 32,68% alla Camera e il 32,22% al Senato.

Contro ogni logica e ogni decenza, Di Maio si accordava con Salvini per spartirsi le poltrone nel governo Conte (1 giugno 2018), e il 1 luglio un sondaggio Ipsos dava la Lega già sopra il M5S, che rapidamente sarebbe tracollata perdendo un elettore su due (17,2% alle europee del maggio 2019).

Era ovvio. Del resto al primo occhiolino tra Di Maio e Salvini, il 21 marzo 2018, avevo scritto: “Senza ricorrere a Nostradamus: i cinquestelle perderebbero tutti i voti dei cittadini in rivolta per giustizia e libertà, gli resterebbero solo gli enragés delle partite Iva, ma in quest’orizzonte Salvini (e Berlusconi!) sono i pesci nell’acqua, i grillini di ‘onestà!’ finirebbero naufraghi”. E infatti.

Conclusa al Papeete l’esperienza abominevole, Di Maio ruota il M5S da Salvini a Zingaretti (benché non volesse l’accordo sul Conte 2, come Zingaretti, d’altronde), e anzi ufficializza la nuova alleanza con il “cheese!” di Narni. Risultato delle elezioni in Umbria, il M5S al 7,4%. Perciò Di Maio capriola di nuova, mai più candidati comuni alle Regionali, in Emilia-Romagna andiamo da soli. Se davvero, allora, senza scomodare Nostradamus, ripeterà il risultato a una cifra.

Di Maio sembra una mosca intrappolata in un bicchiere rovesciato. Può provare a inventarsi tutti i numeri da circo che vuole, non servirà. L’estinzione del M5S è in corso e non può essere fermata. Perché le sue ragioni strutturali sono due, e a nessuna di esse Di Maio, o Casaleggio, o perfino Beppe Grillo, sono in grado di rinunciare.

Le avevo indicate anni e anni fa, quando il MoVimento mieteva i suoi primi successi: l’assurda pretesa di non essere né di destra né di sinistra, e una selezione dei suoi dirigenti con “procedure da X Factor o ‘Amici’ della De Filippi”.

L’osceno connubio M5S-Salvini non poteva funzionare perché Salvini costituiva da sempre la destra lepenista (oggi si dovrebbe dire che è il lepenismo a costituire il salvinismo francese), la vocazione al governo pre-fascista, mentre Di Maio continuava a illudersi di poter mantenere il M5S nella sua ambiguità di essere “oltre”. E così tra una forza coerente (la Lega di Salvini) e una “né carne né pesce” l’egemonia non poteva che finire interamente nelle mani della prima.

Ma andando con il Pd questa ambiguità mortale del M5S resta. Qui ovviamente non parliamo (non ne parliamo più da anni) di “destra” e “sinistra” nel senso politicoso e partitocratico (e spesso anche giornalistico, ahimè), ma in quello sostanziale dei valori e interessi di riferimento, insomma dello schieramento che difende privilegi e promuove illibertà, dove Berlusconi, Meloni e Salvini sono solo varianti becere o ancor più becere (e Renzi la versione presentabile), o di quello che promuove eguaglianza e libertà, più eguaglianza e più libertà, ogni giorno.

Ogni politica fa pendere la bilancia su uno dei due versanti, non esiste l’interesse e il bene generale che accontenta tutti. E le destre, quanto più sono estreme tanto più fanno pendere la bilancia verso le garanzie per il privilegio e l’hybris di illibertà. I fascismi questo sono: dove la patina (o anche la polpa) sociale serve a proteggere i privilegi sviando la collera popolare su capri espiatori (l’ebreo, il migrante) anziché sulle radici di classe.

Oggi l’unica forza che manca, nella geografia della politica organizzata, è proprio una forza giustizia-e-libertà, ma il M5S non potrà mai convertirsi in tale forza, l’unica che potrebbe fornirgli un futuro, essendo tutti gli altri spazi compiutamente occupati (con non poche sovrapposizioni). Non potrà perché la sua selezione a roulette, la sua non-democrazia dei likevoti, non consente che nasca al suo interno una classe dirigente con la cultura e la tempra necessarie.

Il M5S non potrà che continuare ad allearsi col Pd, checché cianci in contrario, perché l’opzione “ruota di scorta” di Salvini è tramontata per sempre. Ma è un’alleanza tanto obbligata quanto fatale, una modalità della sua estinzione. A meno che di tale necessità non faccia invece una virtù: rendendo coerente la sua vocazione antipartitocratica ed egualitaria delle origini, e prospettando per l’alleanza M5S-Pd una immersione rigeneratrice integrale e prolungata nella società civile delle lotte di questi decenni e di quelle che forse si profilano, ambientaliste e non solo.

Con relativo scioglimento dei rispettivi apparati di potere e apparizione di una classe dirigente nuova al novanta per cento. Miracolo difficilmente pensabile.

(4 novembre 2019
)




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11 ottobre 2019

FALLIMENTI

PIERFRANCO PELLIZZETTI - Salvini, Renzi, Di Maio, il fallimento dei trenta/quarantenni

ppellizzetti“Dove ci stiamo dunque dirigendo? Nessuno saprebbe rispondere, perché ci mancano ormai i termini di confronto”. Così scriveva quasi due secoli fa Alexis de Tocqueville iniziando il suo celebre viaggio ne “La Democrazia in America”; nelle delizie conclamate (e nelle trappole occulte) del principio di rappresentatività.

Un po’ lo stesso stato d’animo odierno, mentre ci si addentra nei meandri inesplorati della post-democrazia moderna. Il percorso iniziato una quarantina di anni fa, con la messa in liquidazione della fase storica precedente (welfariana), che ha visto giungere al potere i trenta-quarantenni. La “generazione X-Y” (pre wireless) dei Mattei Salvini e Renzi, di Luigi Di Maio. Giovanotti esposti indelebilmente/irrimediabilmente al contagio dei dis-valori individualistici ed esibizionisti del tempo. Tra l’avidità di potere e l’ansia di apparire. Il successo personale a qualunque costo come antidoto allo smarrimento esistenziale, in mancanza di riferimenti solidi e certi.

Quell’assenza di una qualche direzione, di un senso di marcia, che spinge a trovare illusorio rifugio nelle semplificazioni della presunta scienza economica, che vorrebbe ridurre la complessità umana al puro calcolo dell’interesse. Per cui la politica diventa marketing, a sua volta ridotto a promo-pubblicità. Abito mentale degli “X-Y”, oggi alla guida della società, molto funzionale a far vincere elezioni e conquistare il potere quanto praticamente inetto a risolvere problemi e sciogliere nodi della convivenza sociale. Sicché, dato che il pensiero del cambiamento latita, in queste lunghe derive inintellegibili è forte la tentazione di adottare modelli di comportamento retrò: Matteo Salvini si atteggia a macho con gli stivali del Ventennio, Luigi Di Maio cerca rifugio nell’immortale esempio del notabile doroteo, Matteo Renzi presume post-moderno rivangare machiavellismi d’accatto da “principe volpe e lione”.

Revival immancabilmente ridicoli: l’insegnamento di Ser Nicolò nella pratica renziana si riduce a una serie ininterrotta di colpi bassi e porcate, che si ritorcono contro il loro autore avvolgendolo in un alone di inaffidabilità e antipatia; la curiale sapienza democristiana, ridotta a esibizione di tatticismo e furberie, evidenzia nel Luigino tutti i limiti dell’improvvisato, resi ancora più imbarazzanti dalla tendenza alla gaffe di chi si presumerebbe già “imparato”; le “battaglie del grano” a torso nudo del padano finiscono per avere come avversari innocui tortellini al pollo e la sua predicazione di una cristianità intransigente trova problematici apostoli nelle siluette simoniache dei Siri, Savoini, Rixi o Arata.

Unica figura in campo per tenere a bada i virgulti dell’infornata generazionale, che il sociologo Robert Putnam definisce “free riders”, privi di spirito civico e intrisi di cinismo, risulterebbe il cinquantacinquenne Giuseppe Conte. Dunque cresciuto nella modernità di Prima Repubblica e scopertosi leader politico di sinistra nel momento in cui ha incominciato a giocare in proprio (dopo essere stato chiamato alla presidenza del consiglio da professionista che gestisce un contratto per conto di due contraenti).

Con tutto la simpatia per questo homo novus, che si dichiara ispirato al cristianesimo democratico, e per il suo tentativo di incivilire l’attuale contesto, suscita qualche perplessità la tendenza a compiacere la clientela tipica dell’avvocato. Come in quella sgradevole riduzione della questione “finis vitae” a “diritto alla morte” che suona “dovere di soffrire” (sempre non sia un ben poco moderno rigurgito di religiosità arcaica alla padre Pio, di cui Conte serba l’immaginetta).

A questo punto l’unica speranza diventa la generazione “Z” che riscopre la politica nel modo incontaminato del “Fridays for future”, al traino della spinta mediatica di Greta Thumberg. I ragazzi che ottusi burocrati senza visione, ossessionati dalla messa a repentaglio delle loro certezze e privilegi, irridono come “gretini” (e mentre lo dicono un filo di bava verde appare ai lati della loro bocca…).

Non aspettandoci più nulla da moderni e post-moderni, potremmo convenire con Elsa Morante e la sua idea de “il mondo salvato dai ragazzini”. Che dove questo mondo va dirigendosi hanno idea. E si preparano a contrastarlo.

Pierfranco Pellizzetti

(7 ottobre 2019)




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11 ottobre 2019

CURDI

I curdi e il nuovo (dis)ordine mondiale



La decisione di Trump di ritirare le truppe americane dalla Siria del Nord per lasciare di fatto mano libera a Erdogan rischia di innescare una catena di conseguenze difficili da prevedere. E mentre i curdi vengono immolati come vittime sacrificali, l'Europa continua a balbettare.

di Fernando D'Aniello

L’azione militare intrapresa dal presidente turco Erdogan contro la Siria nordorientale rappresenta molto bene lo stato attuale delle relazioni internazionali. E spinge a interrogarsi su quanto il fatale 2001 e la guerra unilaterale degli Stati Uniti abbiano contribuito a marginalizzare, per usare un eufemismo, le regole e il diritto internazionale.

La Turchia, dopo settimane di annunci, entra militarmente nel Nord Est della Siria, provando a definire una cosiddetta fascia di sicurezza a Est del fiume Eufrate lungo tutto il confine. L’intervento – l’ennesimo in Siria – non ha alcuna giustificazione, è contrario ad ogni convenzione internazionale e, anche volendo ammettere l’operazione come necessaria misura di ‘lotta al terrorismo’ (così l’hanno giustificata Turchia e Russia, ammesso che l’espressione abbia ancora un senso), manca di alcuni requisiti indispensabili (fra tutti, la temporaneità: la Turchia è in Siria per restarci, con effetti di lungo periodo inquietanti). È l’ennesima evidenza del mondo verso il quale siamo lanciati: il nuovo ordine non si vede, ma quello vecchio è stato integralmente distrutto.

Oggi, con gli egocentrici tweet del presidente Trump, che un giorno annuncia il (parziale) ritiro per provare, il giorno dopo, a tenere a bada la Turchia, gli Stati Uniti segnano un ulteriore tappa che ben evidenzia l'unilateralismo che contraddistinguerà il prossimo futuro.

A Washington la mossa del presidente, benché poi parzialmente rettificata, non è piaciuta a tutti: parte delle forze armate americane la prendono come una ritirata che abbandona i curdi, che pure hanno dato un contributo decisivo e indispensabile nella lotta allo Stato islamico. Soprattutto, ai generali non è chiaro perché lasciare interamente la Siria a Mosca, visto che i curdi sono al momento gli unici veri alleati di Washington.

Ma se Trump decide che la Siria non rientra più nello ‘spazio’ d’interesse americano, il ritiro può avere una sua logica e non c’è spazio per alleati fidati ma, in questo nuovo big game, fondamentalmente inutili (il discorso di Trump sulla Normandia significa esattamente questo): la fallita risoluzione al Consiglio di Sicurezza dell’ONU di condanna dell’intervento turco per veto congiunto di Russia e Stati Uniti sembra evidenziare proprio questa convergenza di interessi fra Trump e Putin. Del resto, Trump crede di poter tener a bada la Turchia con la leva economica: la crisi degli ultimi tempi potrebbe essere solo un’avvisaglia e Trump ha chiaramente detto ad Ankara che il via libera non significa né carta bianca né, tantomeno, una ritirata strategica o, peggio, un segno di debolezza statunitense (anche l’opposizione repubblicana a Trump potrebbe usare esattamente questo argomento).

Il presidente Erdogan vuole adesso completare quanto realizzato negli ultimi anni sul fronte siriano nordoccidentale: penetrare in Siria per oltre 30 chilometri e tagliare ogni possibile collegamento tra le forze curde siriane e i loro alleati in Turchia, per Ankara tutti ‘terroristi’. Tuttavia, come viene documentato in queste ore, altri terroristi, questa volta dello Stato islamico, vengono liberati e schierati dalle truppe turche.

I curdi siriani avevano provato a trattare, cedendo persino su una presenza curda di minore impatto (circa cinque chilometri). Non è servito. Perché l’obiettivo del presidente turco è anche quello di risolvere la grana interna dei rifugiati siriani che sta causando malcontento tra i turchi e che è una delle prime ragioni delle recenti sconfitte elettorali del partito al governo. Erdogan si era accordato con l’Europa per accettare i rifugiati siriani e trattenerli in Turchia. Ma, anche grazie alla recente crisi economica, i rifugiati sono presto diventati un problema politico interno.

L’idea, dunque, è di riportarli in Siria il prima possibile, proprio nella zona che l’esercito sta occupando. Del resto, già dopo le prime ore dell’attacco, civili sono stati ricollocati sulle aree occupate dall’esercito turco. E simili operazioni sono già avvenute in passato quando l’esercito entrò sulla parte destra dell’Eufrate.

Tuttavia, questo altererebbe l’equilibrio demografico della zona (altro obiettivo turco): i profughi in arrivo sarebbero in buona parte arabi. Già nei mesi scorsi la propaganda turca ha provato a sottolineare come le forze curde fossero ostili agli arabi, quando, nonostante tutti gli sforzi e le contraddizioni, l’esperienza nel nord-est della Siria è stata proprio segnata dal tentativo di una convivenza fra le varie comunità. In questo modo, l’intervento turco potrebbe essere salutato con favore da quanti pure vorrebbero rientrare in Siria, ma potrebbe aprire un nuovo dramma umanitario, con i curdi costretti a scappare dalle truppe di Ankara e obbligate a rifugiarsi magari nel Kurdistan iracheno. Smentendo nuovamente l’antica tradizione del suo paese, Erdogan si comporta come un Saddam qualunque e prova ad alterare millenari equilibri demografici ai danni dei curdi. In Iraq (Kirkuk) la cosa non ha mai funzionato, ha causato crimini orrendi e è fonte di problemi sino al giorno d’oggi.

L’obiettivo di un protettorato turco, inoltre, potrebbe costituire ulteriori frizioni fra le comunità e determinare l’instabilità della regione per i prossimi anni. Damasco potrebbe accettare l’intervento, perché il riequilibrio della popolazione in senso arabo determinerebbe la marginalizzazione delle forse curde e potrebbe anche risolversi con la Turchia la questione di Idleb, che a tutt’oggi rappresenta uno degli ultimi bastioni delle variopinte forze antigovernative. Ma si tratta di scenari tutti da rivedere poi sul campo e che potrebbero anche sfociare in ulteriori tensioni tra Ankara e Damasco.

Nemmeno Mosca e il gruppo di Astana quale luogo predisposto a definire una via d’uscita alla crisi siriana ne escono indenni: Putin accetta l’intervento turco purché non “leda la sovranità e l’integrità della Siria” (?), vale a dire che l’esperienza curda deve essere quantomeno ridimensionata (con gli Stati Uniti invitati a uscire completamente dal paese) e il problema Idleb superato così da poter chiudere finalmente la guerra siriana. Va ricordato che le truppe curde hanno già accettato di avviare negoziati con Damasco e di non puntare ad una secessione (ipotesi al momento non percorribile, come hanno dimostrato le reazioni della comunità internazionale al referendum per l’indipendenza nel Kurdistan iracheno di due anni fa). Purtroppo, proprio come il caso iracheno insegna, si può vincere la guerra, ma vincere la pace è tutt’altra questione. E Mosca dovrebbe finalmente trovare e indicare una soluzione che integri le varie comunità della Siria, disposte ad avviare negoziati per una Siria unita (tra queste proprio i curdi).

Erdogan sa che con i rifugiati può ricattare l’Europa e, consegnandosi definitivamente alla storia come giocatore d’azzardo più che come rappresentante di una nazione dal grande passato, ha già minacciato di riaprire le rotte di partenza dei rifugiati verso la Grecia e verso i Balcani. L’Europa, priva di una strategia politica coerente nell’area, da anni balbetta con la Turchia, che ha trattato troppo spesso con un atteggiamento coloniale, ed è oggi tagliata fuori da ogni discussione.

Purtroppo, a fare le spese di tutto ciò sono, ancora una volta, i curdi. Sono le prime vittime di questo nuovo sistema internazionale che stenta a trovare una sua quadra. Quello che sta capitando oggi a loro, il tradimento e la pura prevaricazione, potrebbero imporsi come nuove regole delle relazioni internazionali. Per tutti.

(11 ottobre 2019
)




permalink | inviato da fiordistella il 11/10/2019 alle 17:54 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


28 settembre 2019

LINGUAGGIO

Le biforcazioni del linguaggio

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di DANIEL HELLER-ROAZEN

Non solo i filologi e i bambini, ma anche i briganti e i malviventi hanno sempre saputo, avendolo dimostrato in Europa soprattutto dal Quattrocento in poi con la formazione di linguaggi intenzionalmente segreti, che il linguaggio, oltre ad avere la funzione di comunicare, ha anche quella di confondere e occultare. È su questo problema che interviene finemente il libro di Daniel Heller-Roazen, Lingue oscure. L'arte dei furfanti e dei poeti, recentemente tradotto in italiano (Quodlibet, 2019). Ne pubblichiamo un estratto, per gentile concessione dell'editore e dell'autore, che ringraziamo.

Che gli esseri umani siano caratterizzati dall’uso della parola è un’antica e spesso citata convinzione.

Aristotele fu forse il primo a farne la base di una definizione quando, in un celebre passo della Politica, ebbe a dichiarare che «l’uomo è l’unico tra gli animali che possieda la parola» (????? d? µ???? ?????p?? ??e? t?? ????)1. «Parola», comunque, era e rimane un termine oscuro. Il fatto che l’animale dotato di parola pro- posto dal filosofo greco potesse esser chiamato, in traduzione latina, animal rationale, è solo un esempio di come il termine utilizzato per indicare il fatto di parlare possa prestarsi a diverse interpretazioni. Il ????? di Aristotele esprimeva, in greco, una selva di nozioni che oggi vengono solitamente distinte: «parola», «favella» e «discorso», certo; ma anche, più in genere, «ragione» e, scendendo più nel particolare, «rapporto» aritmetico e «intervallo» musicale2. La tesi aristotelica può dunque essere riformulata in più d’un modo. La sua stessa grammatica è, tuttavia, significativa. Le parole di Aristotele suggeriscono che gli uomini si distinguono dagli altri esseri perché possiedono una capacità definibile mediante un nome al singolare. È la facoltà di parlare. Per quanto possa oggi sembrarci ovvia, questa rivendicazione finisce per scontrarsi con un dato di fatto ben più disorientante di quanto l’antico filosofo, e molti dei suoi successori, fossero disposti ad ammettere. Lo si può formulare, semplicemente, così: gli esseri parlanti non si servono della parola se non parlando le lingue.

L’inglese dispone di un unico termine per designare due entità linguistiche che possono essere distinte con chiarezza: da una parte, language designa il comune fatto di parlare; dall’altra, indica una lingua di qualche genere, come l’armeno, il giapponese o l’arabo. Altre lingue sono più chiare al riguardo. Le lingue romanze, per esempio, presentano di norma una distinzione lessicale fra il termine astratto che indica il linguaggio (lenguajelinguagemlangage o linguaggio) e il termine specifico con cui si indica una lingua, con le sue parole e regole (idiomalengualanguelingua). Naturalmente, è indubitabile che esista una relazione fra le idee espresse da questi due insiemi di termini. Tale relazione rimanda ad un cerchio epistemologico che, esplicitamente o implicitamente, sostiene la pratica della definizione mediante astrazione. La facoltà singolare del linguaggio non rilevarsi che nelle lingue, le quali sono per definizione plurali; e tuttavia le lingue, a loro volta, non possono essere considerate quali membri di una classe a meno che non si sia presupposto questo concetto: il linguaggio 3. A seconda degli interessi e delle prospettive, si può prendere in esame la nozione o le sue esemplificazioni, la facoltà in generale o le sue varietà. Fra enti parlanti, però, il punto di partenza rimane questa prima biforcazione. Ogniqualvolta si dà il linguaggio, al determinativo singolare, si hanno in realtà delle lingue, in indeterminata e in realtà innumerevole molteplicità; ogniqualvolta si hanno delle lingue, al plurale, si può percepire l’ombra di una facoltà di parlare, non meno avvertibile nel suo rimanere, per definizione, distinta da ogni lingua particolare. L’assunto può essere lodato o criticato, ma non può essere negato. Come ebbe ad osservare Mallarmé, «Les langues imparfaites en cela que plusieurs, manque la suprême»4 [le lingue hanno questa, di imperfezione: che, pur essendo molte, non ce n’è una suprema].

Se si considera la storia delle indagini sulla natura della parola, è difficile evitare l’impressione che, molto spesso, il discorso sul linguaggio, considerando quest’ultimo nella sua semplicità, abbia lasciato poco spazio alla molteplicità delle lingue. Il fatto che gli esseri umani siano caratterizzati dall’uso della parola è stato interpretato presupponendo ch’essi, per natura, comunichino l’un l’altro per discettare sul bene e sul male, e non soltanto per segnalare il piacevole e lo spiacevole; che mirino ad impartirsi l’un l’altro, quanto meglio possono, le loro idee e le loro concezioni, per qualsivoglia fine; ch’essi designino, operino, ragionino, calcolino o comunichino. Le possibilità sono molteplici. La «teoria del linguaggio», in ogni caso, ha sempre avuto la propensione a considerare il suo oggetto come una singola entità.

Questo sembrerebbe un retaggio dell’Antichità, almeno per quanto riguarda quelle forme di conoscenza, come la filosofia e la grammatica, che riconoscono le loro radici nelle discipline della Grecia e di Roma. Si è più di una volta osservato come i Greci e i Romani prestassero un’attenzione relativamente modesta a quelle lingue straniere che, com’essi ben sapevano, li attorniavano. Per spiegare questo disinteresse, gli studiosi hanno avanzato diverse ipotesi. Forse Greci e Romani non si davano pensiero per le lingue straniere perché ritenevano che i popoli da loro definiti «barbari» parlassero idiomi assolutamente diversi dai propri, tanto sconosciuti quanto essenzialmente inconoscibili. O forse, invece, Greci e Romani ritenevano le lingue straniere oggetto immeritevole di studio perché credevano che fossero essenzialmente analoghe alle loro, e fossero diverse soltanto per i loro vocabolari5. È notevole, in ogni caso, come i grandi esponenti di discipline classiche tanto diverse e sofisticate quali la filosofia, la geografia, la storiografia e la grammatica si siano mostrati unanimi nel non veder la necessità di trattare la pluralità delle lingue come un fatto bisognoso di particolari commenti.

I poemi epici omerici descrivono un mondo che raramente ha bisogno degli interpreti, e nel quale i più importanti soggetti parlanti, siano essi Achei o Troiani, conversano liberamente in un’unica lingua. Alcuni passi, indubbiamente, indicano che il poeta conosceva l’esistenza di alcuni idiomi stranieri: così l’Iliade cita i Carii, «barbari» per lingua (ßa?ßa??f????), e l’Odissea si sofferma brevemente sui Cretesi «innumerevoli, senza fine […] miste le lingue»6. Ma nel mondo omerico queste lingue non greche sembravano contrassegnare realtà distanti e meravigliose. I filosofi dicevano poco di più. Non c’è dubbio che Platone fosse acutamente consapevole della diversità linguistica, ma quando dedicò un dialogo alla natura e alla formazione dei nomi, non spese alcuna parola sulle differenze fra il greco e le altre lingue, né il suo Socrate sembra propenso a investigare le ragioni per cui le forme di linguaggio fossero chiaramente differenti nelle diverse regioni della Grecia, per non parlare dei diversi popoli. Il mondo del Cratilo è un mondo di una lingua unica, in tutti i sensi. Aristotele, che definì l’essere umano come il solo possessore del

?????, propose un’elaborata teoria del linguaggio e della logica, sviluppata in trattati che vertevano su diversi argomenti, quali il significato, la deduzione, la poesia, la retorica, la politica e la biologia. Aristotele tuttavia procede sempre come se il suo ????? possa esser trattato come se fosse unico.

Ci si potrebbe aspettare da parte degli storici classici un più vivace interesse nei confronti delle differenze linguistiche, e, in una certa misura, è proprio così. Erodoto, per primo nella tradizione, notò con curiosità che, nelle diverse regioni, la Terra presentava non uno, ma tre nomi, ognuno dei quali sembrava evocare una donna: Europa, Asia, Libia7. Osservò inoltre che le medesime divinità sembravano riproporsi in diverse culture, ogni volta con un nome differente8. Tuttavia, nonostante il suo impegno nello studio delle testimonianze della diversità umana, Erodoto non vedeva la necessità di azzardarne una spiegazione, né offrì alcun commento sull’evidente proliferazione di sinonimi fra i popoli del mondo. Ci si sarebbe certo potuto chiedere come mai differenti comunità chiamassero le medesime cose con nomi tanto diversi, pur senza necessariamente arrivare a porsi questa fondamentale e inaggirabile domanda: che significato si potrebbe attribuire al fatto che la capacità umana di parlare trovi espressione soltanto in una molteplicità di lingue?

Sarebbe certo sbagliato sostenere che i pensatori del mondo classico semplicemente ignorassero il problema della differenza linguistica. Non è difficile trovare riferimenti alle varianti dialettali e linguistiche, e, occasionalmente, la questione della pluralità emergeva anche in forma filosofica. Democrito, il primo atomista, sembra aver trattato la molteplicità delle lingue come un fenomeno meritevole di analisi scientifica. Secondo Diodoro, questo filosofo materialista affrontò la questione in un libro ora perduto, in cui sosteneva che le varianti linguistiche sono il risultato delle differenze geografiche e climatiche9. Tuttavia la sua trattazione, posto sia esistita, avrebbe rappresentato più l’eccezione che la regola. Le prove suggeriscono che i pensatori classici greci e romani, nel complesso, ritenevano che il linguaggio fosse un fatto dal quale la molteplicità poteva essere, per così dire, sottratta, se non nella realtà, quanto meno ai fini della speculazione teoretica. Costoro attribuivano solo una modesta importanza al fatto che il linguaggio si trovi sempre distribuito nelle lingue. Almeno a questo livello, la loro posizione non era in disaccordo con quella della Bibbia, che avrebbe esercitato una grandissima influenza sul pensiero successivo, in merito alla natura dell’animale dotato di parola. Secondo l’autore del libro del Genesi, vi fu un’età in cui «in tutta la terra si parlava una lingua unica»10. Nel tempo sacro, se non in quello storico, il linguaggio si ritrovava perciò purificato dalla differenza delle lingue. La confusione sarebbe giunta poi11.

Oggi, naturalmente, esiste una forma d’indagine e di conoscenza che considera fondamentale la diversità delle lingue. È la scienza del linguaggio. La linguistica deve assiomaticamente ammettere che non c’è soltanto una distinzione fra linguaggio e non-linguaggio, ma anche una distinzione fra una lingua e un’altra. Certo, i linguisti possono definire in molti modi questa distinzione, per esempio accettando le determinazioni sociologiche esistenti, come le etichette di lingua nazionale e dialetto, o cercando di fondare questa distinzione nella consapevolezza dei gruppi di soggetti parlanti. La linguistica deve però ammettere anche questo: ci sono differenze formali sistematiche tra le lingue. Qualunque analisi grammaticale, nel tradizionale senso dell’espressione, può esibirle.

Tuttavia, se la linguistica differisce dalla grammatica – nel vecchio senso del termine – è nel passare dalla diversità di questi idiomi a considerazioni più generali. Presupponendo che esistano lingue diverse con proprietà condivise che, una volta astratte e combinate, definiscono la facoltà di parlare, i linguisti stabiliscono rapporti storici e genetici fra le lingue: derivazioni e divergenze, somiglianze e differenze. I linguisti offrono così una chiara risposta storica all’enigma della diversità linguistica: si può dimostrare che molte lingue derivano da un singolo idioma. La filologia indoeuropea offre forse il più convincente esempio in merito. Mediante l’attento esame delle proprietà distintive di un gran numero di lingue europee e asiatiche, gli eruditi del xix secolo riuscirono a individuare una serie di impressionanti correlazioni, che suggerivano l’esistenza di una fonte comune ora a noi inaccessibile: l’«indo-germanico», com’era un tempo chiamato, o proto-indoeuropeo, come i suoi attuali studiosi preferiscono denominarlo.

Il rigore di questa indagine scientifica, comunque, dipende dai limiti che essa stessa si pone. Nessun serio linguista comparativo ha mai cercato di sostenere che tutte le lingue derivino da un’unica fonte, e ciò per ragioni d’ordine tanto metodologico che materiale. L’analisi linguistica comparativa si fonda sul presupposto che le lingue, in generale, siano distinte sulla base delle loro norme e dei loro elementi. Le correlazioni e le analogie sono significative solo in questa prospettiva. Per esempio, se si ritengono significative e meritevoli di spiegazione le caratteristiche che collegano il greco e il sanscrito, o l’antico irlandese e il latino, ciò avviene perché tali caratteristiche sono, in linea di principio, impreviste. Solo dove la naturale diversità degli idiomi sembra venir meno si penserà di propendere per una origine comune. E solo alcune lingue sono collegate in questa forma. Esistono molte lingue europee e indiane – come per esempio il basco, l’ungherese e le varie lingue dravidiche – che sembrano senz’altro irriducibili all’insieme  «indoeuropeo». Esistono poi, cosa ancor più importante, interi gruppi e «famiglie» di idiomi che non presentano alcun sostanziale legame genetico fra di loro. Le lingue afro-asiatiche o «camitico-semitiche», per esempio, non sembrano derivare da un medesimo «proto-linguaggio» sul tipo dell’indoeuropeo, né si può stabilire che derivino dalle stesse radici delle lingue altaiche, sino-tibetane o irochesi, per scegliere soltanto alcuni fra i molti possibili esempi. Nell’indagine linguistica, la diversità grammaticale resta un fatto che dev’essere presupposto. Solo in via eccezionale essa può essere spiegata.

Se vuole assumere un oggetto d’indagine unitario, la scienza del linguaggio deve perciò operare un’astrazione dalle lingue alla capacità di parlare. Tale transizione può certo ricordare il metodo dell’inferenza, con il quale i filosofi dell’antichità muovevano dalla singola lingua, come il greco, al principio generale, come il ?????. I linguisti hanno già fatto di questo procedimento il primo passo per la costituzione di un nuovo modo d’indagine, che ha condotto a un’importante scoperta intorno al fatto del parlare. Vale la pena di ricordarla, oggi, se non altro perché oggi sembra sempre più spesso venir dimenticata. Fin dall’emergere della grammatica comparativa, nel xix secolo, la scienza del linguaggio ha stabilito, con crescente precisione, che gli enunciati dei soggetti parlanti, nel loro insieme, rispettano sistematicamente un limitato insieme di regole formali grammaticali, anche laddove i soggetti parlanti stessi non ne hanno consapevolezza: regole sintattiche, che determinano le strutture della frase, indipendentemente dal contenuto; regole morfologiche, che determinano le forme possibili che le espressioni possono assumere nelle sequenze del discorso; regole, infine, fonologiche, le quali vertono su un ristretto insieme di suoni che in sé non posseggono alcun significato, ma che ogni parlante conosce abbastanza da saperli ordinare, combinare ed intendere.

Tutto ciò, comunque, non è meno enigmatico oggi di quanto lo fosse nell’Antichità: i soggetti parlanti parlano soltanto le lingue, il cui elemento di base è l’opacità. Naturalmente, per un individuo, lo studio e la familiarità possono in parte dissipare l’oscurità degli idiomi sconosciuti, ma, in linea generale, ai soggetti parlanti appaiono straniere quelle lingue che sfuggono alla loro comprensione e appropriazione. Nella fondamentale percezione d’inintelligibilità si può anzi individuare il più semplice indice della differenza delle lingue. Due lingue possono considerarsi distinte quando i rispettivi parlanti, ciascuno impiegando il proprio idioma, non riescono mai a intendersi l’un l’altro. Si può perciò sostenere, in accordo con un’antica tradizione filosofica, che il linguaggio esiste dal momento in cui si diano un significato, un ragionamento e un’intenzione articolata. Si può anche ammettere, riconoscendo la validità della ricerca linguistica, che vi sia una lingua nel momento in cui si può individuare, in uno specifico idioma, un sistema grammaticale finito che i locutori rispettano inconsapevolmente nel produrre un’infinità di enunciati. Si può tuttavia esser certi che vi siano lingue, al plurale, se tali modi di comprensione giungono sistematicamente ad arrestarsi, in quanto le norme che caratterizzano la formazione di enunciati corretti in una lingua si scontrano con quelle di un’altra. Il linguaggio, nella sua generalità, può esser colto come modalità di comprensione comune al genere umano in quanto specie razionale, o a comunità legate nell’obbedienza a determinate regole grammaticali. Le lingue, nella loro pluralità, tendono all’impenetrabilità e all’incommensurabilità, che tracciano incessantemente divisioni tra coloro che parlano.

Le più ovvie dimostrazioni della frattura prodotta dalle lingue si possono rilevare ogni volta che le comunità parlanti, giungendo in reciproco contatto, scoprono che i rispettivi idiomi, in ogni altro caso mezzi di comunicazione decisamente affidabili, ostacolano qualunque forma di comprensione. Come è ben noto, in tali circostanze, poche cose sono meno eloquenti del discorso; poche cose sono più ostinatamente inintelligibili – meno linguaggio, insomma – di una lingua. Cosa potrebbe esser più insondabile, in sé, dei significati racchiusi in una lingua sconosciuta, nelle frasi, nelle parole, o persino in quei piccoli fenomeni fonici quali un cambiamento nella quantità di una vocale, un innalzamento o un abbassamento del tono, l’aggiunta, ad una stringa di consonanti e vocali, di un’aspirazione, come quella della lettera h? Coloro che parlano una lingua sanno, in qualche modo, che tali elementi possono tutti decidere significati che sono irriducibili alle proprietà fisiche della parola. Autorità di vario genere hanno sempre raccomandato per questa ragione che, di fronte alla pluralità delle lingue, si mettesse da parte il linguaggio verbale. È più opportuno, allora, volgersi a forme d’espressione libere dalle sottigliezze della grammatica: forme quali la gestualità, il «linguaggio […] universale» (omnium hominum communis sermo)12, come ebbe un tempo a scrivere Quintiliano; la «pantomima», che Rousseau credeva fosse più antica delle (e logicamente anteriore alle) lingue individuali13; la danza, che può veicolare significati senza far uso di parole, come pensava Luciano14, o la musica, così spesso lodata quale mezzo universale di espressione.

La verità è, però, che non c’è bisogno di pensare ad incontri fra diverse comunità linguistiche per sperimentare l’impenetrabilità determinata nei soggetti parlanti dalle proprie lingue. Vi sono occasioni in cui la forza di confusione propria dei linguaggi si esplica nei confini di quello che, sotto tutti gli altri aspetti, appare come un singolo sistema grammaticale. Si può allora percepire una divisione nuova e inaspettata.

Non si tratta semplicemente d’una conseguenza della natura continua del cambiamento linguistico, la quale fa sì che, come scrisse Dante, «ciascuna (…) varietà si diversifichi entro se stessa» (quelibet […] variationum in se ipsa varietur)15, cosicché, da un’epoca all’altra, una lingua diventa sempre più opaca per coloro che ne fanno uso. Si deve tener conto anche d’un aspetto fondamentale della capacità di parlare, un aspetto che non ha ricevuto la meritata attenzione da parte dei filosofi o dei linguisti. Fra le abilità implicite nella facoltà del linguaggio v’è quella – che tutti i soggetti parlanti, sebbene solo entro certi limiti, posseggono – di smontare e ricostruire una singola lingua. Una lingua, in sé, può biforcarsi, non solo per natura, ma anche per scelta e per arte.

In privato come in pubblico, chi parla ha la capacità di trarre dalla conoscenza della grammatica della propria lingua gli elementi di una nuova, e criptica, varietà di discorso. Un tale idioma può essere giocoso o serio, un segreto condiviso dai bambini nei loro giochi, o dagli adulti nel loro lavoro. Può incidere su singole parole o frasi, fonemi, o flessioni, formule o periodi, sia presi isolatamente, sia in modo coordinato. Questo idioma può apparire alieno quanto una lingua straniera, o lievemente diverso dalla lingua da cui proviene, o quasi indistinguibile dalla lingua da cui si origina, le sue peculiarità restando impercettibili come celato il suo senso. Al limite, l’esistenza stessa di tale occulto idioma può divenire incerta: l’ipotesi, che si potrebbe tanto affermare quanto negare, d’un oggetto nascosto. I modi di dividere la lingua sono molti, certamente non meno delle occasioni di farlo. E tuttavia, ogni volta che una lingua (per scelta e per abilità) si divide (o sembra soltanto dividersi) in due, si può rilevare il medesimo sconcertante fenomeno. Apparentemente, gli esseri umani non si limitano a parlare, e a parlare lingue. Essi, infatti, le frangono e le sparpagliano, con tutta la loro ragione, nei suoni e nelle lettere di lingue rese molteplici ed oscure.




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2 settembre 2019

ABBIGLIAMENTO

MONICA LANFRANCO - Ma come ti vesti?

monicalanfrancoMa come ti vesti? è un programma semiserio condotto da un maestro di stile e wedding planner molto gaio con una serissima mistress, al limite del sadomaso: in ogni puntata gli amici, le amiche e talvolta i parenti della malcapitata (non mi risulta che ci siano stati uomini nella trasmissione) chiedono aiuto e consulenza ai due guru modaioli affinché sia messo ordine in un armadio di dubbio gusto. Ogni volta è un happy end del fashion: i due decisori assoluti, dopo aver gettato nei bidoni della spazzatura ogni abito giudicato out, rimodellano il nuovo guardaroba, consegnando al mondo l’ex sciattona inguardabile trasformata in una stilosa creatura degna di approvazione.

Lacrime, abbracci, apericena e brindisi con i parenti, sigla di chiusura, ci vediamo alla prossima puntata. Missione compiuta: anche questa volta abbiamo tolto dalla strada una intollerabile mise, giustizia è fatta.

Questa è la tv, un elettrodomestico potente, certo, ma da qualche parte c’è pur sempre un telecomando e un tasto per spegnerlo. Più inquietante è quando il dress code lo si decide a colpi di regolamenti comunali e, indovinate un po’, esso riguarda principalmente le donne, soggetti immancabilmente legati a due concetti: il decoro nello spazio pubblico e la provocazione (verso i maschi).

Non stiamo parlando di regole stabilite da tribunali religiosi islamici, secondo i quali le donne devono mettere il velo o indossare niqab o burka all’esterno delle loro case per testimoniare modestia. Nemmeno si tratta di indicazioni sull’abbigliamento da adottare in luoghi specifici come le scuole, gli ospedali, alcuni ambienti di lavoro o i luoghi di culto.

No, eccoci nella civilissima Toscana, a Massa, dove è stato aggiornato il regolamento del Comune, che a fine luglio ha approvato, tra gli altri, questo articolo: “Nel territorio comunale è vietato porre in essere comportamenti diretti in modo non equivoco ad offrire prestazioni sessuali a pagamento, consistenti nell’assunzione di atteggiamenti di richiamo, di invito, di saluto allusivo, ovvero nel mantenere abbigliamento indecoroso o indecente in relazione al luogo. La violazione si concretizza con qualsiasi ulteriore atteggiamento o modalità comportamentali, incluso l’abbigliamento, suscettibili di ingenerare la convinzione che la stessa stia esercitando la prostituzione”.

Siamo di fronte ad un testo di grande interesse per capire quanto profondi e radicati siano i pregiudizi e gli stereotipi di chi l’ha scritto.

Prima considerazione: secondo il regolamento del Comune è palese che una donna poco vestita, magari appariscente fisicamente e non coperta a dovere è, in automatico, una prostituta.

Seconda considerazione: sono le donne che, attraverso il suddetto abbigliamento provocante, istigano gli uomini sollecitando il loro desiderio sessuale. Si presume, si dà per assodato ed evidente, quindi, che i maschi della specie umana siano incapaci di contenere, controllare e veicolare in altro modo la loro presunta continua erezione. L’uomo è forte, ma la carne è debole: inserire un passaggio di questo tipo nel regolamento sarebbe stato più onesto e diretto.

Sia chiaro: l’amministrazione comunale di Massa non è la prima a dettare regole sull’abbigliamento delle donne: in precedenza ci fu, all’indomani delle violenze su numerose donne nel terribile Capodanno a Colonia, il codice antistupro della sindaca Henriette Reker.

Per non parlare dei provvedimenti ‘estivi’ (qualche volta anche rivolti agli uomini, ma evidentemente più marcatamente destinati alle donne, visto che ancora non sono pervenute segnalazioni di aggressioni verso uomini a torso nudo da parte di singole donne o gruppi di esse) in alcune località balneari, con il divieto, al di fuori della spiaggia, di indossare costume o di camminare senza maglietta.

Un’amica recentemente mi ha fatto notare che persino in casa loro, e non per strada, le donne vengono ammonite a coprirsi:” Vestiti, che ci sono degli uomini” è una frase ricorrente.

Dietro a questa necessità di controllare il vestiario femminile, che rivela come corollario scontato la ‘naturale’ propensione maschile ad una sessualità predatoria e pericolosa, dovrebbe esserci una domanda: “Che tipo di uomini abitano quella casa, passeggiano in quella strada, legiferano in quell’amministrazione comunale?”

Se davvero, come sostengono il sindaco e il vicesindaco di Massa, (molto infastiditi dalle reazioni al regolamento da parte di Gasmann e della Mannoia) una delle loro preoccupazioni è il dilagare del fenomeno della prostituzione, allora perché non volgere lo sguardo verso il cliente, operando con progetti di sensibilizzazione ed educazione pubblica che affrontino il tema della domanda di sesso a pagamento da parte di uomini sani e adulti, (spesso anche sposati e fidanzati), invece di preoccuparsi della misura delle gonne e delle scollature?

Perché è più indecorosa una minigonna rispetto ad un uomo che compra una donna, talvolta minorenne, spesso migrante, quasi sempre vittima di tratta? Dove sta davvero l’indecenza, dove è necessario il nostro sdegno, sindaco?

Monica Lanfranco

(19 agosto 2019)




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20 agosto 2019

F.S.B.

mmantelloFrancesco Saverio Borrelli se n’è andato il 20 luglio 2019. Lo stesso giorno in cui tutto il mondo celebrava i cinquant’anni dell’allunaggio. Un caso certamente! Ma l’associazione simbolica è inevitabile, perché Borrelli ci era sembrato davvero volare col suo pool Mani pulite verso la luna: alla ricerca della legalità costituzionale dispersa dal sistema strutturale di corruzione e corruttele dell’era craxista. Che solo chi sguazzava nel piatto del putridume di quella minestra può rimpiangere. E che a ridosso della morte del Magistrato non ha rinunciato a cercare riflettori mediatici per vomitare i suoi gorgoglii di fango, in vanesi esercizi di ribaltamento della verità storica di Tangentopoli.

Ma mentre la luna della rivoluzione di Mani pulite costoro non riescono a precipitarla nel loro pozzo di menzogne, Craxi resta un corrotto e un corruttore. Come hanno stabilito i magistrati della Repubblica Democratica. Quei giudici, che la Costituzione ha preposto a punire i trasgressori delle leggi, anche quando ricoprono gli scranni più alti. E che indagando scoperchiarono il marciume di un sistema di potere elevato a sistema di governo.

Tutto iniziò con lo scandalo Mario Chiesa, direttore del Pio Albergo Trivulzio, colto in flagranza di reato in quel 17 febbraio del 1992 mentre intascava dalla ditta di pulizie sette milioni. Era solo una rata!

Mario Chiesa veniva definito da Craxi un “mariuolo”. Un caso isolato dunque, da cui prendere le distanze. E pensava che tutto sarebbe finito lì.

Ma Chiesa, arrestato e sentitosi perso, iniziò a parlare. I processi intanto si moltiplicavano, dipanando l’affaristica rete omertosa, dove senza il pizzo della tangente niente si muoveva.

Tutto programmato e quantificato con tanto di prontuario tariffario. Il Paese lo scopriva, e l’indignazione cresceva di giorno in giorno.

Indelebile l’immagine di quel 30 aprile 1993, quando davanti all’albergo di piazza Navona, residenza romana del leader del PSI, si erano adunati tanti cittadini furenti di sdegno: il principale accusato di corruzione, concussione e finanziamento illecito, era stato sottratto dal Parlamento al suo legittimo processo. La Camera il giorno prima aveva negato l'autorizzazione a procedere contro Bettino Craxi, che si era difeso davanti ai colleghi deputati con gli argomenti dei tutti - colpevoli nessuno - colpevole e dei giudici persecutori.

Scappatoie che ancora oggi intonano i suoi famigli, allievi ed epigoni. Compagni di merende, o aspiranti tali, di ieri e di oggi. E che adesso addirittura vorrebbero convincerci che tutto sommato “il sistema” non era proprio da buttar via, creava lavoro e faceva crescere le imprese! Ma si tralascia di ricordare, ad esempio, che queste fidate imprese campavano alle spalle dello stato in un circolo vizioso di amorale familismo politico e allegra finanza.

Per buona memoria, nel quadriennio del governo Craxi il rapporto tra debito pubblico e prodotto interno lordo era arrivato al 92%. E nel 1992 (anno dell’inizio di Tangentopoli) era al 118%, mentre avanzava la crisi della lira e con essa il rischio di insolvenza da parte di uno Stato sempre più in bolletta.

Gli italiani di quel sistema di potere corrotto, ormai ne conoscevano i dettagli. E davanti al Raphael ad attendere Craxi quel 30 aprile 1993 non ci fu – come egli si aspettava – il reverenziale plauso dei suoi accoliti, ma l’ira di normali cittadini e tanti socialisti (veri) a ricordagli che aveva fatto strame del partito dei Turati, dei Costa, dei Lombardi e dei Nenni.

Non era antiparlamentarismo quella manifestazione del 30 aprile 1993. Né quella, né le altre di quegli anni, come qualcuno oggi ancora va blaterando. Ma desiderio di salvaguardia della legalità costituzionale nelle istituzioni e nella società.

Il Parlamento, qualche mese dopo, il 12 ottobre 1993, con nessun voto contrario avrebbe abolito l'immunità parlamentare. Craxi fu processato e condannato in via definitiva per finanziamento illecito: 4 anni e 6 mesi per le tangenti della metropolitana milanese; 5 anni e 6 mesi per quelle dell’Eni-Sai.

Per sottrarsi alla giustizia, si rifugiò nella sua lussuosissima villa in Tunisia, da cui controllava anche il suo ingente patrimonio liquido. Oltre 150 miliardi delle lire sparsi in diversi conti esteri e intestati a suoi prestanome. Questo anche scoperchiava Tangentopoli.

Un’intera classe dirigente veniva spazzata via. Era il crollo della prima Repubblica, e si passava alla Seconda, come si disse.

Ma il craxismo seminato intanto fruttificava nel “giardino” di Berlusconi che, grazie alle concessioni televisive che proprio Craxi aveva contribuito ad appaltargli, diventava il dominatore di un’Italietta impoverita e imbibita dalla fascinazione del giocoliere mediatico, che intanto sfornava leggi ad personam per l’impunità sua e della sua coorte di amici vecchi e nuovi.

La morte liberò Craxi da altri processi in atto per i ricorsi contro le condanne cumulate nei primi gradi di giudizio (Maxitangente Enimont” 3 anni per finanziamento illecito, Tangenti Enel 5 anni e 5 mesi condanna per corruzione; Banco Ambrosiano - bancarotta fraudolenta 5 anni e 9 mesi per il Conto Protezione) Per non parlare delle prescrizioni introdotte dal nuovo corso controriformista che cassarono molti altri procedimenti: dall’ All Iberian, alla “Milano-Serravalle”... fino alle “cooperzioni per Terzo Mondo”.

Francesco Saverio Borrelli nel 1999 aveva lasciato il suo ruolo in Mani pulite, assumendo la carica di Procuratore Generale presso la Corte d'Appello di Milano, che ricoprì fino al 2002.

Ed è questo l’anno del pieno successo di Berlusconi, che al suo secondo mandato come presidente del Consiglio dei Ministri, portava l’assalto alle stesse garanzie democratiche costituzionali.

Contro tutto questo, formidabile l’imperativo morale lanciato da Francesco Saverio Borrelli nella sua ultima relazione inaugurale dell’anno giudiziario (sarebbe andato in pensione il successivo aprile):

«Ai guasti di un pericoloso sgretolamento della volontà generale, al naufragio della coscienza civica nella perdita del senso del diritto, ultimo, estremo baluardo della questione morale, è dovere della collettività resistere, resistere, resistere come su una irrinunciabile linea del Piave».

Quel resistere resistere resistere, lo scandì con voce chiara e forte. Sapeva che non sarebbe caduto nel vuoto. Quell’Italia onesta e retta che ieri come oggi non piega la testa alle ingiustizie e al sopruso esiste. E continua a vedere in Francesco Saverio Borrelli il signore retto e rigoroso, sensibile e integerrimo, che non guardava ai riflettori mediatici, ma alla luna, che anche nella notte più buia rischiara il cammino.

Maria Mantello

(24 luglio 2019)




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30 luglio 2019

LE LIBIE

VIDEO: “Dalle Libie all’Algeria, affari nostri”, Roma, 16 luglio 2019

Carta di Laura Canali

Carta di Laura Canali.

Il video della presentazione del numero di Limes 6/19 “Dalle Libie all’Algeria, affari nostri” al Mercato Centrale di Roma.

Martedì 16 luglio il Mercato Centrale di Roma ha organizzato la presentazione del numero 6/19 di Limes, intitolato Dalle Libie all’Algeria, affari nostri.


Sono intervenuti:

Fabrizio Maronta, Consigliere scientifico e responsabile relazioni internazionali di Limes
Luca Raineri, Ricercatore in International security studies presso la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa.
Giorgio Cuscito, curatore del Bollettino Imperiale sulla Cina


Il video dell’evento, dal nostro canale su YouTube





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16 luglio 2019

Saluti

Ciao, Luigi :-) 


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16 luglio 2019

Saluti

Ciao, Diana :-) 



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