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16 maggio 2012
DOMANI ( OGGI ), 17 MAGGIO :-))
 Il Comune di Battipaglia, guidato da PD, IDV, UDC e Liberaldemocratici, malgrado il parere favorevole della commissione Pari Opportunità, ha censurato questo manifesto da esporre in città il 17 Maggio per celebrare la giornata internazionale contro l'omofobia. Loro censurano? Noi diffondiamo!
| inviato da fiordistella il 16/5/2012 alle 15:15 | |
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13 maggio 2012
LA MAMMA
13 maggio :
festa della mamma. Di quale mamma?
Le mamme di
un paio di generazioni fa non avevano dubbi : le uniche destinatarie di rose
estenuate, bigliettini dolciastri e promesse malandrine erano loro, in
esclusiva. Alle mamme di oggi viene in mente, come prima cosa, di telefonare
alla propria mamma e, solo dopo un po', ricordano di essere mamme a loro volta,
con piena legittimazione a costituire oggetto di attenzioni inconsuete da parte
di figli distratti.
Forse non
hanno mai smesso di sentirsi, anzitutto, figlie e sono costrette a rilevare,
quotidianamente, quanto fosse più facile per le loro madri svolgere il compito
che si erano assegnate. Un tempo, a settembre, la mamma usciva sul balcone,
rientrava e diceva al figlio:" Ho freddo. Metti subito la maglia di lana."
E il figlio
metteva la maglia di lana. Senza obiettare e senza discutere. Poteva avere
caldo, tendere ad abbondante sudorazione, e scoppiare di salute: senza
frapporre indugi, metteva la maglia di lana. La mamma diceva : " La mia
amica mi ha detto che il figlio di sua cugina,che ha tre anni ed è rachitico,
dopo sei mesi di olio di fegato di merluzzo è diventato un fiore. Risanato. Da
domani,anche tu prenderai l'olio di fegato di merluzzo."
Obiezione:"
Mamma, ho quindici anni, porto il 47 di scarpe, non sono rachitico e, se non lo
sono adesso, non lo diventerò più ". " Sei giovane e non puoi capire:
perciò non discutere e prendi l'olio di fegato di merluzzo ".
Obbedire
alla mamma va bene, ma l'olio di fegato di merluzzo era vomitevole e così, nel
giro di qualche giorno, piante di gerani anemiche e costipate rinvigorivano a
suon di proditorie cucchiaiate di liquido oleoso, maleodorante e di gusto
rancido, dirottato altrove per legittima difesa. La mamma attribuiva a sè e
alle sue cure il merito dell' esplosione rigogliosa di fiori variopinti e variegati
e il figlio ne assecondava la vanità: a volte, è pericoloso e di pessimo gusto
incaponirsi nell' esigere il trionfo di una
verità che può ferire.
E così si
era contenti in tre : la mamma, che si specchiava nella floridezza naturale del
figlio e in quella siliconata dei gerani, della quale, inconsapevole delle
manovre messe in atto, si sentiva artefice; il figlio, che aveva risparmiato a
sè torture inumane e aveva reso felici
la mamma e i gerani; i gerani, gratificati da un menù estemporaneo, di loro
palese gradimento, e orgogliosi degli sguardi amorevoli rivolti
da una mamma compiaciuta e da un figlio riconoscente.
Oggi, non
basterebbe una tavola rotonda di tre giorni per convincere un figlio a fare
qualcosa che non fosse di suo incondizionato gradimento. La colpa è delle mamme
e degli psicologi. Ogni donna, quando aspetta un bambino, si sente la prima
donna incinta al mondo e perde il senso della realtà: il suo bambino dovrà
essere, e sarà per certo, il più sano, il più bello, il più intelligente e il
più riconoscente alla sua mamma.
Così, in
casa entrano, a chili, libri, opuscoli, pubblicazioni, riviste di pediatria e
psicologia infantile, che tramortiscono il buon senso e agevolano l' insorgere
di deliri di onnipotenza. " A mio figlio non imporrò nulla : parleremo, e
parleremo, e parleremo. Con il dialogo si risolvono i problemi e il rapporto si
cementa."
Le mamme in
attesa hanno certezze teoriche granitiche, che si sedimentano in nove lunghi
mesi di mancato riscontro pratico. Quando arriva il momento di applicare i bei
principi su un batuffolo di ciccia che sa solo urlare e fare l' isterico, e che
appare assolutamente refrattario a qualunque tentativo di mediazione, l'
equilibrio nervoso delle mamme dà segni di cedimento ed esse incominciano a
chiedersi dove abbiano sbagliato.
Domanda che
rivolgeranno a se stesse ben più di una volta, nel corso dei lunghi anni di
convivenza con i diletti pargoli. Dunque, la festa della mamma, oggi, è la
festa dei sensi di colpa della mamma.
Perchè, per
lavoro, sta poco con i figli e le secca constatare come i figli siano
felicissimi della circostanza; perchè è consapevole del fatto di essere
parecchio distante dal modello di mamma rassicurante delle generazioni
precedenti, e di aver conservato un'aura adolescenziale che la inquieta e della
quale, tuttavia, non riesce a liberarsi ; perchè, infine, svolazza schizzata
fra domande autolesionistiche, che ammettono unicamente risposte parziali e
interlocutorie.
E sarebbe
anche ora che la piantasse. I poeti, oggi, non si occupano quasi più di mamme.
Invece,Giovanni Cena, Edmondo De Amicis, Francesco Pastonchi strapparono
lacrime di sangue ai bambini delle elementari di un tempo:" Mamma, questa
d' ottobre così gaia / giornata, sembra d' una primavera /
ultima....senti?tutto è brusìo. Biondo nell' aia / il sol, tiepido ancora. Ma
l' intera / famiglia è qui d' intorno, e spera e prega / che da la casa il reo
morbo scompaia. / Oggi si spilla il vino e si ripone / il grano turco; a noi il
buon Signore / nulla di queste cose diede, mamma./ Pur siamo lieti; poi che il
buon Signore / ancor ci appresta molte buone cose:/ la tua salute, il tuo
sorriso, mamma."( Giovanni Cena).
E su questi
versi si piangeva veramente.
Si
sogghignava, invece, su questi altri, di De Amicis: "Non sempre il tempo
la beltà cancella / o la sfioran le lacrime e gli affanni / mia madre ha
sessant' anni / e più la guardo e più mi sembra bella..."
E c' era
anche un cantante che insisteva: " E gli anni passano, e i bimbi crescono:
le mamme imbiancano, ma non sfiorirà la loro beltà".
Ma dài: a
sessant' anni una madre è una nonna e basta, pensa un bambino di nove anni. Al
massimo, può essere simpatica.
Di Francesco
Pastonchi, invece, si riteneva fosse francamente eccessivo:" La mamma è
come un albero grande/ che tutti i suoi frutti dà / per quanti gliene domandi /
sempre uno ne troverà./ Ti dà il frutto, il fiore, la foglia/ per te di tutto
si spoglia:/ anche i rami si taglierà...."
Le mamme
vocate al martirio creano sempre qualche imbarazzo.
E poi c' era
una canzone che si intitolava" Balocchi e profumi" , nella quale si
parlava di una mamma malvagia e di facili costumi che " offriva il labbro
tumido al peccato ": da piccoli non si colgono le sfumature metaforiche,
ma si intuiva che doveva essere una cosa ben brutta.
E questa
mamma degenere comprava litri di profumi per sè e neanche un balocco per la sua
bimba malata.
Per dire :
neppure una volta eran " tutte belle le mamme del mondo ".
Luca
Barbarossa ha addirittura vinto un festival di Sanremo, con una canzone con la
quale cercava di convincere la mamma a portarlo a ballare: ma qui si razzola
nei verdi campi della psicanalisi, fra rigogliose turbe edipiche irrisolte.
A pensarci
bene, sono sempre stati prevalentemente gli uomini ad occuparsi di mamme, e
Freud ne avrebbe da raccontare. Edoardo Bennato ha intonato un peana all'
indirizzo di una mamma seria, con i piedi per terra e con la gonna lunga anni'
50: una mamma come si deve e che piace tanto ai figli maschi.
E allora,
ora e sempre, di qui all' eternità e fino a che morte non ci separi, W la
mamma. 




| inviato da fiordistella il 13/5/2012 alle 7:15 | |
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11 maggio 2012
BIO
Da un rapido calcolo, in dispensa risultano ancora stazionare una trentina, su un centoventi che erano in origine, di barattoli di confettura di prugne, pesche gialle, pesche bianche, albicocche e mele cotogne, amorevolmente confezionate or sono 10 mesi fa dalle mie manine sante... Volete favorire? ;-)) 





| inviato da fiordistella il 11/5/2012 alle 17:2 | |
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9 maggio 2012
9 Maggio 1978
news.liquida.it
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Dopo 55 giorni di prigionia nel covo di via Montalcini a Roma, il 9 maggio 1978 il corpo senza vita di Aldo Moro, leader della Democrazia Cristiana e cinque volte Presidente del Consiglio, veniva ritrovato senza vita nel baule di una Renault 4 rossa, lasciata in via Caetani. Non lontano dalla sede della DC e da quella del Partito Comunista Italiano. GUARDA LE FOTO DEL RITROVAMENTO DEL CORPO DI ALDO MORO Moro era stato in via Fani il 16 marzo dello stesso anno, dopo che i sequestratori uccisero i cinque uomini della scorta dello statista e fu tenuto prigioniero dalle Brigate Rosse nella "prigione del popolo" da dove scrisse numerose lettere ai familiari e ai vertici della Democrazia Cristiana, chiedendo di trattare per il proprio rilascio. GUARDA TUTTI I VIDEO SU ALDO MORO Un comunicato delle BR, datato 9 maggio 1978, comunicava l'esecuzione della condanna a morte di Moro, che fu freddato con numerosi colpi d'arma da fuoco.La famiglia dello statista rifiutò i funerali di Stato e ogni cerimonia pubblica, ritenendo che lo stato italiano poco o nulla avesse fatto per salvare la vita di Moro. Le polemiche e le indagini si protrassero per anni e il Caso Moro è tuttora una delle pagine più oscure della storia recente italiana. LEGGI ANCHE: RICORDIAMO PEPPINO IMPASTATO |
| inviato da fiordistella il 9/5/2012 alle 15:19 | |
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7 maggio 2012
INTERESSA?
Federica Carlotta di Prussia (Potsdam, 7 maggio 1767 – Weybridge, 6 agosto 1820) è stata una principessa tedesca.Ella fu principessa di Hannover e duchessa del ducato di Braunschweig e Lüneburg e successivamente, per matrimonio, principessa del Regno Unito e duchessa di York ed Albany. Era figlia del pretendente al trono prussiano e poi re, Federico Guglielmo II di Prussia (1744 – 1797), e della di lui prima consorte (e cugina di primo grado), Elisabetta Cristina Ulrica di Braunschweig-Wolfenbüttel (1746 – 1840), il cui matrimonio fu scisso nel 1769. .jpg)
Nel 1827 Federica era ritenuta: "un'innocua ma eccentrica piccola donna, con uno straordinario entusiasmo per cani e gatti, alcuni segni della severità dell'etichetta prussiana nella quale era stata educata, che dava alla sua casa l'aria di Potsdam, ma anche una piccola parte di quelle attrattive che potrebbero mantenere la considerazione di un giovane marito, un soldato, ed un principe. Si disse che ad Oatlands si fosse svolto del gioco d'azzardo con alte puntate. Federica teneva con sè molti cani ed in apparenza era molto devota alle scimmie. Suo suocero una volta sottolineò che: "l'affetto deve basarsi su qualcosa, e là dove non ci sono bambini, lo s'indirizza verso gl'animali." Dal matrimonio con Federico Augusto non nacquero figli. Alla sua morte fu sepolta a Weybridge. Lo sposo fu descritto come sinceramente addolorato e molto ansioso che si adempisse ai desideri espressi nel suo testamento.
| inviato da fiordistella il 7/5/2012 alle 19:27 | |
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5 maggio 2012
TOUR EIFFEL
 Ma vi piace davvero questo ammasso di ferraglia? Ma dai... 
Persino i fulmini ci si sono accaniti senza successo... va be', pazienza... 6 maggio 1889: La Torre Eiffel viene ufficialmente aperta al pubblico, durante l'Esposizione Universale di Parigi La struttura fu costruita in meno di due anni, dal 1887 al 1889, in occasione dell'"Exposition Universelle" con lo scopo di commemorare il centenario della Rivoluzione Francese.
Il monumento con i suoi 320 mt. di altezza ha mantenuto il record di costruzione più alta del mondo fino al 1930, anno in cui fu completato il Chrysler Building di New York.
Inizialmente Eiffel aveva avuto il permesso di lasciare in piedi la Torre per soli 20 anni, ma vista la sua utilità per motivi di comunicazione e come laboratorio per studi scientifici gli fu dato il permesso di lasciarla in piedi. Lo stesso progettista contribuì da allora a tali ricerche che si conclusero con l'installazione di un barometro, un parafulmine o un apparecchio per la radiotelegrafia. Eiffel, che non aveva altra ambizione se non quella di celebrare con questa costruzione i progressi della tecnica, si sentì presto obbligato a trovare delle utilità scientifiche alla sua Torre, come misure meteorologiche, analisi dell'aria oppure esperienze come quella di Foucault. Per salire fino in cima vi sono due possibilità: i 1665 scalini oppure due ascensori trasparenti. www.parigi.eu La struttura è divisa in tre livelli aperti al pubblico, raggiungibili sia con l'ascensore sia con le scale.
A sud-est della torre si allunga una distesa erbosa da cui un tempo partivano i primi voli in mongolfiera
| inviato da fiordistella il 5/5/2012 alle 22:14 | |
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3 maggio 2012
GENTE DI PIEMONTE
Boveri di Monleale ha 90 anni e ricorda quando Coppi da Tortona partì soldato. E’ l’anello di congiunzione tra un passato remoto e il futuro vinicolo che la zona sta conquistando. Veronelli gli disse: “Questo è vino, un vero vino, che sa di vino. Con l’enologia moderna le bottiglie sono aggraziate, ma…”. “Quando lavoravo con la vanga portavo un po’ di soldi in banca, ora che ci sono i trattori va tutto agli esattori”Monleale nel tortonese è lontana mille anni luce dalle Langhe. Nonostante sia una zona storica di produzione del vino non ha nulla a che spartire storicamente con le colline del cuneese. Quando in molte zone della provincia Granda si faceva la fame, tanto per intenderci fino agli anni Sessanta, qui, invece, grazie alla vicinanza di Alessandria e della fertile pianura, si stava decisamente meglio e qualche soldo in più finiva nelle tasche dei contadini. Poi, però, quando nelle Langhe gli americani, i tedeschi e gli svizzeri hanno scoperto il Barolo e il Barbaresco, contribuendo a far rinascere questo territorio tutto è cambiato. Ville, cantine avveniristiche e agriturismi sono nati come funghi. Nel tortonese non è accaduto nulla di simile. Per questo mi piace in modo particolare questo angolo di Piemonte. L’estremo lembo orientale della nostra regione è rimasto quasi immutato rispetto a qualche decennio fa. Se, ad esempio, si fa una visita a Monleale Alto, un piccolo borgo di qualche centinaia di anime, si rimane piacevolmente sorpresi. La campagna è particolarmente bella e ricca di biodiversità, con un bel po’ di boschetti a evitare la monocoltura imperante della vite. Da Monleale, poi, si scorge nella piana, appena sotto l’abitato, il paesino di Volpedo, patria di quel Pellizza che con il suo Quarto Stato ha contribuito a rendere celebri questi luoghi. Su queste colline vive ancora un vignaiolo che per età, per attaccamento alla terra, per storia e lucidità rappresenta l’ultimo anello di congiunzione tra un passato ormai remoto e un futuro, che il tortonese vinicolo si sta conquistando con tenacia e lungimiranza. Sto parlando di Renato Boveri, classe 1922, novant’anni compiuti a febbraio. Un viticoltore che tanto per capirci ha iniziato a lavorare i campi con i buoi e si trova nella sua vecchiaia a sperimentare tecnologie difficili da immaginare solo qualche lustro fa. Uno dei suoi detti preferiti, recita così: “Quando lavoravo con la vanga portavo un po’ di soldi in banca, ora che ci sono i trattori va tutto agli esattori”. Il Nostro ha incrociato il proprio destino con un altro figlio celebre di queste terre, Fausto Coppi: “Grazie alla mia corporatura gracile e minuta – racconta Renato – non partii per il fronte, evitai fortunatamente gli orrori della Seconda Guerra mondiale. Ricordo che proprio mentre mi trovavo nella caserma Giuseppe Passalacqua di Tortona per la visita militare, ho visto il Campionissimo mentre stava partendo per l’Africa dove verrà poi fatto prigioniero dalle truppe inglesi”. Una delle cose più straordinarie di Renato è la sua energia e la sua vitalità. La sua saggezza genuina, schietta: contadina. La vendemmia 2011 l’ha visto ancora protagonista a capo della squadra di operai e alla testa dei due figli maschi, Fausto e Danilo, che hanno deciso di affiancarlo nei lavori di campo e cantina. Tanto per intenderci quella del 2011 è stata la sua ottantesima vendemmia. Boveri è sempre stato anche molto coerente con la propria vocazione, quando la maggior parte dei colleghi affiancava alla vite la coltivazione della pesca di Volpedo, lui si è sempre rifiutato: “Per fare le cose per bene ci si deve concentrare su un aspetto alla volta. Se vuoi fare troppe cose perdi di vista quali sono le priorità”. L’unica deroga a questa scelta era la piccola stalla dove allevava un po’ di bestie per il lavoro nei campi e per il consumo familiare. E a proposito di famiglia, Renato Boveri è lo zio di un altro vignaiolo di razza che risponde al nome di Walter Massa, un produttore che ha saputo reinventare letteralmente un territorio grazie al “suo” Timorasso. Renato, in realtà, da buon tradizionalista per il momento non si è fatto conquistare troppo dalla “moda” Timorasso (di cui possiede qualche filare), tanto è vero che ha continuato per lo più a coltivare la Barbera, la Croatina e il Cortese. Il suo modo di vinificare è un tributo alle migliori tecniche contadine del passato. Tutte le tipologie sono fermentate sulle bucce e non si fa uso spinto della tecnologia, neppure con le varietà a bacca bianca, come ormai accade in quasi tutte le cantine italiane. Nascono così dei vini di rara beva, che mi ricordano grandi etichette del passato, ma che in momento in cui l’artigianalità della vinificazione sta tornando a essere un valore aggiunto sono ancora profondamente attuali. Si racconta come Gino Veronelli dopo aver assaggiato una delle sue bottiglie, e dopo averle attribuito nella degustazione il massimo del punteggio, volle conoscere Renato per fargli i complimenti, e gli disse: “Questo è vino, un vero vino, che sa di vino! Oggi con l’enologia moderna, le bottiglie in commercio sono aggraziate e profumatissime… Ma il vino vero, sincero e che soprattutto ti fa bene, è un’altra cosa!” E poi aggiunse: “Lei, per me, è come Bartolo Mascarello, un uomo autentico e schietto!”. Renato fu colpito dalle gentili parole di Veronelli, ma visto che il mondo dell’enologia che contava lo bazzicava poco si voltò in modo interrogativo verso il figlio Danilo e gli chiese in dialetto: “Ma chièclè Bartolo Mascarello?”. Anche il sistema di vendita adottato da Renato è contro tendenza, lui non ha girato il mondo, ha impostato una politica di vendita molto legata al territorio. Non ha sentito il bisogno di prendere la borsa e andare a conquistare nuovi mercati, cosa che hanno fatto con grande abilità e ottimi risultati molti suoi colleghi. Lui, oltre al classico imbottigliato, ha mantenuto in piedi tutta una rete di vendita in damigiana che contribuisce a remunerare il suo lavoro e quello dei suoi due figli. “Mio zio mi ha insegnato tantissimo”, racconta Walter Massa, “ma ritengo che in una cosa sia stato per me unico. Mi ha trasmesso la sua sensibilità di agricoltore attento e responsabile. Oggigiorno si fa un gran parlare di vini naturali, ecco, lui potrebbe tranquillamente essere preso ad esempio in questo senso. Mi ha fatto capire come sia importante ascoltare la natura e evitare di fare i trattamenti fidandosi esclusivamente del calendario. Molti dei vignaioli della sua generazione si sono fatti prendere la mano e hanno iniziato a usare diserbanti, concimi chimici e fitofarmaci. Lui no. È rimasto fedele a se stesso, nonostante la chimica rendesse finalmente la sua vita un po’ più semplice. Mi piace ricordare mio zio proprio per questi insegnamenti”. (storiedipiemonteslowfood.it)
| inviato da fiordistella il 3/5/2012 alle 6:53 | |
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29 aprile 2012
29 APRILE 1917
San Giuseppe Benedetto Cottolengo viene dichiarato beato da Papa Benedetto XV Giuseppe Agostino Benedetto Cottolengo (Bra, 3 maggio 1786 – Chieri, 30 aprile 1842) è stato un sacerdote italiano, il fondatore della Piccola Casa della Divina Provvidenza e delle congregazioni ad essa collegate: Fratelli, Suore e Sacerdoti del Cottolengo. Venne proclamato santo da Papa Pio XI nel 1934. La sua memoria liturgica è il 30 aprile 
Nacque, primo di dodici figli, da Giuseppe Antonio e da Benedetta Chiarotti. I Cottolengo (Couttolenc) erano di origini provenzali in quanto il nonno Giuseppe si era trasferito a Bra da Saint-Pons, presso Barcelonnette. Famiglia di intraprendenti mercanti di stoffe, la loro abilità negli affari fu tramandata anche allo stesso Giuseppe Benedetto che infatti si dimostrerà tutt'altro che sprovveduto nella gestione economica della sua opere. Fu la devotissima madre, originaria di Savigliano a impartirgli i principi della vita cristiana. La sua adolescenza venne condizionata dai tragici eventi legati alla Rivoluzione francese e alla successiva invasione del Piemonte da parte dei soldati francesi di Napoleone I: buona parte dei suoi studi di teologia, iniziati il 5 dicembre 1802, avvennero in clandestinità prima nella città natale e poi ad Asti (alla cui diocesi apparteneva allora la città di Bra). Venne ordinato sacerdote l' 8 giugno 1811 nella cappella del seminario di Torino da monsignor Paolo Giuseppe Solaro, già vescovo di Susa, e celebrò la prima Messa nella sua Bra il giorno seguente. Nel novembre 1813 fu nominato viceparroco a Corneliano d'Alba. Col declino di Napoleone e l'avvicinarsi del periodo della Restaurazione, poté riprendere gli studi teologici nel 1814 a Torino fino al raggiungimento della laurea con plauso e lode il 14 maggio 1816. Nel 1818 venne chiamato nella congregazione dei Canonici del Corpus Domini. Col trascorrere del tempo emerse nel Cottolengo una profonda insoddisfazione e la meditazione della biografia di san Vincenzo de' Paoli lo condusse ad una maturazione della sua dimensione umana e spirituale. La sua intuizione ebbe origine il 2 settembre 1827 quando a Torino venne chiamato al capezzale di una donna francese al sesto mese di gravidanza, tale Giovanna Maria Gonnet, affetta da tubercolosi e morente. Ella era stata portata dal marito in più ospedali della capitale del Regno di Sardegna, ma in nessuno venne accettata per il ricovero perché le inevitabili perdite di sangue avrebbero potuto innescare un'epidemia tra le altre madri e i neonati (allora non esistevano gli antibiotici). Di fronte alla tremenda agonia della giovane, lasciata morire in una misera stalla circondata dal dolore dei suoi figli piangenti, il Cottolengo sentì l'urgenza interiore di creare un ricovero dove potessero essere accolti e soddisfatti i bisogni assistenziali che non trovavano risposta altrove. Con l'aiuto di alcune donne, il 17 gennaio 1828 aprì nel centro di Torino il Deposito de' poveri infermi del Corpus Domini. Dopo tre anni, in seguito ai timori di un'epidemia di colera, il Governo gli ordinò di chiudere il ricovero. Sì trasferì in Borgo Dora, dove il 27 aprile 1832 fondò quella grande realtà tuttora esistente: la Piccola Casa della Divina Provvidenza, più comunemente conosciuta col nome del suo fondatore: il Cottolengo. Diede inoltre vita ad alcune famiglie religiose: l'Istituto religioso delle Suore, i Fratelli e la Società dei Sacerdoti a lui intitolati. Passò gli ultimi giorni della sua vita a Chieri nella casa del fratello Luigi, anch'egli prete, dove morì di tifo il 30 aprile 1842. Per le sue opere venne dichiarato beato da Papa Benedetto XV il 29 aprile 1917 e proclamato santo della Chiesa cattolica il 19 marzo 1934 da Papa Pio XI. Papa Benedetto XVI lo cita, nella sua prima enciclica Deus caritas est datata 25 dicembre 2005, tra i «modelli insigni di carità sociale per tutti gli uomini di buona volontà»
| inviato da fiordistella il 29/4/2012 alle 9:31 | |
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28 aprile 2012
KARL KRAUS
Ben venga il caos, perché l'ordine non ha funzionato. E così lui la costrinse a fare quello che voleva lei. Ecco la missione della religione: consolare l'umanità che va al patibolo. Il giornalista è uno che, dopo, sapeva tutto prima. La maggior parte dei miei contemporanei è la triste conseguenza di un aborto mancato. La psicoanalisi è la malattia degli ebrei emancipati, mentre quelli religiosi si accontentano del diabete. La solitudine sarebbe una condizione ideale se si potessero scegliere le persone da evitare Le conversazioni dal parrucchiere sono la prova inconfutabile che le teste servono per i capelli Quando il sole della cultura è basso, i nani hanno l'aspetto di giganti Chi elogia la nostra giustizia, somiglia terribilmente a
quella persona che cercava di consolare una vedova il cui marito era morto per
una grave forma di polmonite, dicendole per tranquillizzarla che «forse non era
andata poi tanto male». (22 marzo 1909) Chi ha il cuore
vuoto, ha la bocca che trabocca. (30 novembre 1908) "Con quale
desiderio Lei entra nell'anno nuovo?" Con il desiderio di essere
risparmiato da domande del genere. (4 gennaio 1910) Confessiamo una buona
volta a noi stessi che da quando l'umanità ha introdotto i diritti dell'uomo,
si fa una vita da cani. (15 gennaio 1908) Conoscevo un uomo che
mentre parlava metteva le dita nel naso. Fosse stato almeno il suo! (13 luglio
1908) Dignità è la forma
condizionale di quello che uno è. Se la dignità non esistesse, non ci sarebbe
nemmeno la mancanza di dignità. Essa provoca i guardoni, e dove ci sono i
guardoni, il traffico si paralizza. Il superamento della dignità umana è il
presupposto del progresso. È una cosa che non serve a nulla. (28 aprile 1907) Divido le donne in
colpose e dolose. (2 luglio 1907) Gli storici sono
persone che scrivono troppo male per poter scrivere su un quotidiano. (29
aprile 1910) I figli degli uomini
famosi non ereditano mai il talento del padre, ma solo il naso! (5 giugno 1908) Lui era così incauto che le toglieva via ad ogni passo le pietre dalla strada. Così si prese un calcio. Non la violenza, solo la debolezza mi mette paura. Nulla di più triste di una bassezza che non ha dato i suoi frutti.
| inviato da fiordistella il 28/4/2012 alle 10:18 | |
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27 aprile 2012
EVOLUZIONE
Come cambiano i rapporti umani: lo rivelano sms e telefonate L'analisi delle telefonate e dei messaggi di testo di tre milioni di utenti europei suffraga la teoria che le relazioni femminili cambino con il cambiamento delle priorità biologiche, suggerendo che siano le donne a dirigere l'adattamento evolutivo degli esseri umani di Daisy Yuhas L'analisi di 1,95 miliardi di chiamate su telefoni cellulari e di 489 milioni di messaggi di testo rivelano che nel corso della vita uomini e donne seguono modelli di relazione diversi. I ricercatori sostengono in particolare che durante l'età fertile siano le donne a guidare il processo per la ricerca di un compagno e che poi orientino la loro attenzione verso la generazione femminile successiva.
I dati sembrano anche mettere in crisi alcune idee comuni su come si organizzano gli esseri umani. "Una diffusa ipotesi antropologica è che lo stato sociale ancestrale degli esseri umani sia stata una forma di patriarcato, ma non sono sicuro che sia così", dice Robin Dunbar, antropologo all'Università di Oxford e autore dello studio, pubblicato su “Nature Scientific Reports”.
Dunbar e un team interdisciplinare hanno esaminato i dati relativi al traffico telefonico da cellulari di un unico gestore in un paese europeo che non è stato non indicato. (La località è rimasta anonime per proteggere le identità degli utenti). I dati sono stati raccolti nell'arco di sette mesi, limitando lo lo studio delle telefonate tra utenti di età e sesso conosciuti; è stata così ottenuta una base di dati su circa 3,2 milioni di abbonati, ovvero circa il 20 per cento degli utenti di cellulari della nazione. In base all'ipotesi che gli amici - intesi come le persone con i rapporti più stretti - comunichino più frequentemente fra loro, il gruppo ha analizzato le prime tre amicizie di ogni utente, individuate in base alla frequenza di telefonate, per determinare i modelli dell'utente medio maschio e femmina nelle diverse età. I ricercatori si aspettavano di trovare una "omofilia", cioè la tendenza a scegliere un amico dello stesso sesso; invece, sembra che tra le varie forme di rapporto a trionfare sia quello romantico: i dati hanno rivelato che il migliore amico di una persona, in particolare fra i 20 e i 30 anni, è del sesso opposto e della stessa età.
Tuttavia, esistono notevoli differenze nel modo in cui uomini e donne comunicano con il proprio presunto partner romantico. In primo luogo, nella vita di una donna l'uomo rimane la persona a cui si telefona più spesso per circa 15 anni, rispetto ai sette anni nel caso degli uomini. Anche l'età del picco massimo di chiacchierate fra partner è diversa: 27 anni per le donne e 32 per gli uomini. Dopo i 50 anni, però, le cose cambiano. La preferenza per un partner romantico si esaurisce sia negli uomini che nelle donne, e nella frazione dei più anziani presenti nel data base, entrambi i sessi cercano prima di tutto compagnia. Nelle donne, il rapporto con uomo è sostituito da una forte relazione con un'altra donna, di solito di una generazione circa più giovane. Dunbar e colleghi interpretano questo modello come un rapporto madre-figlia.
Coniugando la forte preferenza delle donne prima per un uomo e in seguito per una figura filiale, i ricercatori concludono che sia la biologia a plasmare il comportamento femminile, che influisce a sua volta sugli uomini. Dunbar ipotizza che le donne avviino e diano priorità alla relazione con un partner romantico più precocemente degli uomini, un comportamento che a poco a poco porta gli uomini a ricambiare. Questa relazione continua a essere la massima priorità per tutta l'età fertile della donna media, che successivamente rivolge la propria attenzione alla prossima generazione di donne che si avvicinano al periodo fertile.
"Probabilmente abbiamo sottovalutato l'importanza di queste reti di sostegno familiare", dice Dunbar, secondo cui l’attuale diminuzione della dimensione della famiglia potrebbe riflettere la mobilità delle donne moderne, che le isola dalla propria rete di sostegno materno. Ritiene inoltre che i legami tra madre e figlia e la forza dell’influenza di una donna sull'accoppiamento siano così forti da essere alla base delle tendenze naturali della società umana: "Credo che, a parità di condizioni, il modello sociale 'normale' degli esseri umani sia matrilineare".
I dati suggeriscono anche un differente modello di amicizia maschile. I tabulati telefonici suffragano la concezione comune che le donne abbiano intense amicizie di tipo uno-a uno, che si conservano e si modellano attraverso comunicazioni frequenti; in effetti, Dunbar ritiene che la comunicazione digitale, con i suoi messaggi istantanei e le sue forme veloci, sia (in genere) su misura per uno stile di amicizia femminile. Al contrario, i maschi, suggeriscono i dati, hanno un approccio molto diverso: a parte lo stretto rapporto degli anni romantici con una donna, hanno un numero più alto di amicizie sia con uomini sia con donne. Questa conclusione suffraga un popolare modello secondo cui gli uomini preferiscono legami di gruppi e attività condivise.
I modelli di amicizia maschile e femminile rilevati nello studio si conformano alle osservazioni già fatte da tempo in psicologia e in altri campi, ma alcuni ritengono che le più ampie interpretazioni biologiche siano troppo speculative. "Si tratta di dati molto interessanti", ha commentato lo psicologo dell'Università di Rochester Harry Reis, che studia le interazioni sociali umane e ha scritto molto su intimità e amicizia nei maschi e nelle donne. "Ma ci sono innumerevoli spiegazioni alternative per i modelli che sono emersi." Tra i casi in discussione ci sono le situazioni non romantiche in cui individui di sesso opposto comunicano di frequente, per esempio tra collaboratori o con un datore di lavoro. Un altro caso è la possibilità che il modello di relazione di una donna si sposti con l'età perché nel corso della vita può aver perso il partner per la sua morte o per un divorzio.
L'antropologo Daniel Hruschka dell'Arizona State University a Tempe, che ha scritto un libro sull'evoluzione dell’amicizia nelle diverse culture, è stato colpito dalle somiglianze piuttosto che dalle differenze nei dati sugli uomini e sulle donne. "Nel loro periodo iniziale di riproduzione uomini e donne chiamano il sesso opposto molto più di quanto non facciano più tardi nella vita", osserva Hruschka, aggiungendo che anche i modelli madre-figlia sono più deboli di quanto si aspettasse. I dati suggeriscono che sia gli uomini sia le donne dividano il loro tempo chiamando i figli e i coniugi. "Queste differenze sembrano piuttosto piccole rispetto agli stereotipi imperanti sulla frequenza con cui le donne comunicano con i bambini."
Dunbar, che sta per pubblicare un saggio in cui confronta le differenze dei rapporti fra uomo e donna nelle diverse culture, ipotizza tuttavia che i modelli identificati siano universali, il che però non significa che si applichino a tutti. "Il nostro problema, in un certo senso, è che stiamo guardando delle medie", dice Dunbar. Le persone che non sono conformi alle ipotesi dello studio, per esempio le donne senza figli, si presume che siano una minoranza. "Sono senz'altro lì da qualche parte, ma è un dato che probabilmente non riusciremmo a distinguere.”
(L'originale di questo articolo è apparso su "Scientific American" il 20 aprile 2012; riproduzione autorizzata.)
| inviato da fiordistella il 27/4/2012 alle 6:32 | |
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Sempre caro mi fu quest'ermo colle, e questa siepe, che da tanta parte dell'ultimo orizzonte il guardo esclude. Ma sedendo e mirando, interminati spazi di là da quella, e sovrumani silenzi, e profondissima quïete io nel pensier mi fingo, ove per poco il cor non si spaura. E come il vento odo stormir tra queste piante, io quello infinito silenzio a questa voce vo comparando: e mi sovvien l'eterno, e le morte stagioni, e la presente e viva, e il suon di lei. Così tra questa immensità s'annega il pensier mio: e il naufragar m'è dolce in questo mare» (Giacomo Leopardi)
NON AGITIAMOCI: TANTO NEI TEMPI LUNGHI SAREMO TUTTI MORTI.
"...E QUANDO UNA PERSONA MITE DECIDE DI FARE LA STRONZA, LO SA FARE. ALLA GRANDE. FREDDAMENTE. LUCIDAMENTE. CON CATTIVERIA. SENZA SCONTI."
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