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17 luglio 2017

FALCONE

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permalink | inviato da fiordistella il 17/7/2017 alle 8:49 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa


8 aprile 2017

MONICA CIRINNA'

3 aprile 2017-Espresso

Renzi è stato un pessimo segretario che va lasciato alle spalle». Monica Cirinnà, il cui nome è legato alla legge sul riconoscimento delle unioni civili, si è sentita ignorata dai vertici dopo la stagione dei diritti arcobaleno. Oggi parla all'Espresso del PD come di un partito isolato e immobile: «Siamo fermi sullo ius soli, sul contrasto all’omofobia, su tutta la parte della questione delle pari opportunità».
Senatrice qual è lo stato dei diritti lgbt in Italia? Dopo le unioni civili siamo a un punto fermo?

Oltre 1600 coppie hanno celebrato la loro unione civile. Un numero importante che ci racconta qualcosa: c’era molto bisogno di dare, non solo sicurezza giuridica, anche visibilità a questi amori: l’omofobia si combatte con la normalità quotidiana.

A proposito di omofobia: che fine ha fatto la legge nazionale (ddl Scalafarotto ndr), per il contrasto all’omo-transfobia? 
La legge nazionale è ferma. Il lavoro fatto alla Camera non è stato un buon lavoro. L’accettazione di un emendamento all’ultimo momento ha svuotato di senso quella legge che così com’è non serve a combattere l’omofobia. Una legge del genere non la vuole la parte più avanzata e progressista del PD a cui mi ascrivo, e non la vuole il movimento LGBT.

Lei fa riferimento all’emendamento Gitti che esclude dall'applicazione del reato di omofobia le "opinioni espresse all'interno di organizzazioni di natura politica, culturale o religiosa". Ma Senatrice l’emendamento è stato presentato da un deputato ex Scelta Civica che oggi fa parte del Partito Democratico
Il nostro è l’unico partito in Italia nel quale nessuno mette il silenziatore a nulla. Da noi non funziona come il M5s dove le linee dissonanti vengono censurate. Essendo un partito veramente democratico, abbiamo all’interno tante diversità che vanno valorizzate ma anche ricondotte ad un’unità. È evidente che una legge contro l’omofobia, se la si vuole fare, deve avere un senso e deve essere efficace. Non serve svilirla con emendamenti del genere.

Il Comitato Onu per i diritti umani ha pubblicato il suo ultimo report sulle Osservazioni sull’Italia, c’è una sollecitazione a completare la legge sulle unioni civili legiferando sulla genitorialità delle coppie gay e lesbiche.
È un lungo percorso che dobbiamo affrontare per arrivare al matrimonio egualitario. Le ultime sentenze hanno dimostrato che la strada dell’adozione co-parentale è ormai superata. Serve una responsabilità genitoriale piena. I bambini sono tutti uguali e devono avere tutti gli stessi diritti.

Lei ha discusso con la senatrice cattodem Emma Fattorini su genitorialità omosessuale di recente. In passato un’altra senatrice cattodem Rosa Maria Di Giorgi, ha espresso critiche forti contro la stepchild e oggi propone qualcosa che va addirittura oltre?
I nomi che ha fatto sono il passato. Stiamo andando verso il congresso del Partito Democratico e a breve andremo ad elezioni. Sarà il nuovo parlamento, che io auspico sia fatto di persone laiche, libere, democratiche a dare l’ultima risposta in tema di uguaglianza cioè a dire tutte le coppie sono uguali tutte le famiglie sono uguali nel rispetto della costituzione. Le colleghe di cui lei ha fatto i nomi devono sapere che la Costituzione viene prima delle loro appartenenze religiose.

Lei è sempre stata considerata una donna fuori dalle correnti e dalle appartenenze, anche se negli ultimi anni è stata molto vicino a Renzi per via del suo disegno di legge, ora sostiene Andrea Orlando
Sostengo Orlando per due motivi molto chiari. Il primo è che subito dopo l’approvazione della legge sulle unioni civili io mi aspettavo che il grande fiume dei diritti avesse rotto la diga e potesse riversare le sue acque di libertà verso tante persone che stanno aspettando. Ciò non è accaduto, guardi lo ius soli. Il secondo motivo è che sto lavorando per avere un segretario del Partito Democratico che trasformi il partito dell’io in quello del noi. Vengo da un’esperienza politica molto particolare: dai Verdi, mi sono sempre occupata di diritti. Non voglio sentirmi ospite sgradita in una casa nella quale ci si colloca per le proprie provenienze. Quella delle correnti è una visione che mi fa venire il mal di stomaco.

Il Partito Democratico è diventato il “Partito di Renzi”, secondo l'espressione coniata da Ilvo Diamanti? 
Negli ultimi anni il PD è stato motore del cambiamento e senza questa forza propulsiva non ci saremmo riusciti. Io ricordo cos’era quello di Bersani: prese il 25 per cento nel 2013 e non riuscì neanche a eleggere il presidente della Repubblica. Va bene lasciarsi alle spalle il PD di Bersani e va bene lasciarsi anche quello di Renzi. Ma non voglio mischiare il piano del governo con il piano del partito. Renzi è stato un bravo Presidente del Consiglio ma un pessimo Segretario del PD. Il partito è un luogo di dialogo, inclusione, discussione ma soprattutto ascolto. Non puoi avere nemici tutti i sindacati, tutto il mondo della scuola ed etichettarli come gufi senza ascoltarli. Renzi non può fare il segretario del PD, forse potrà fare il premier ma questo si vedrà.

Non si è sentita ascoltata da Renzi dopo l’approvazione delle unioni civili? 
Assolutamente no. Dopo l’ottenimento del primo parziale risultato sui diritti civili, personalmente non sono stata più ascoltata né coinvolta in nulla. Tutto ciò che ho chiesto di poter fare non è stato fatto. Siamo fermi sullo ius soli, sul contrasto all’omofobia, su tutta la parte della questione delle pari opportunità. Anche sul sostegno di quei bravi e coraggiosi governatori penso a Zingaretti, ad esempio nell’attuazione piena della 194 abbiamo il freno a mano tirato perché stiamo al governo con i fratelli coltelli del nuovo centro destra che alzano il prezzo sui diritti e sulla libertà delle persone.

Cosa può offrire Andrea Orlando al PD?
La capacità di ascoltare e di ripartire dal basso. Ogni singolo circolo del Partito Democratico deve diventare una casa comune per tutti coloro che vogliono trovare un interlocutore per i loro bisogni e per le loro necessità ma soprattutto per i loro valori. L’Italia è diventato un luogo grigio, dove nessuno sorride più. L’incertezza per il proprio futuro lavorativo, politico e sociale scatena due reazioni: una è la rabbia che si concretizza con il voto al M5s, a chi vuole distruggere tutto. L’altra è la paura: dei nuovi italiani che possono arrivare e rubarti il futuro, dei valori culturali e religiosi diversi dai tuoi.

Senatrice lei sta descrivendo un partito di sinistra
Non sono la sola. Quello che immaginiamo tutti è un partito che parli di temi di sinistra, che parli ai lavoratori, ai ragazzi che cercano un futuro, ai pensionati ma che prima di parlare ascolti. Perché se noi abbiamo fatto una riforma della scuola sicuramente buona per certe cose abbiamo assunto 100mila precari però ci tirano le pietre per strade è perché non abbiamo dialogato con gli studenti, con professori. Bisogna riprendere da qui, dal dialogo.

C’è stata una sordità da parte dei vertici del partito?
Io direi un arroccamento molto forte su alcune posizioni ritenute dominanti, senza ascoltare il mondo intorno. Per scrivere la legge sulle unioni civili ho viaggiato materialmente per due anni facendo assemblee dalla Valle d’Aosta a Catania. Consumare le suole delle scarpe serve. Uscire dal palazzo, incontrare le persone e ascoltare. La politica deve dialogare, solo così le persone si innamorano. Serve coraggio. Basta con questi “io”. Le cose le dobbiamo cambiarle insieme.




permalink | inviato da fiordistella il 8/4/2017 alle 14:23 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa


17 marzo 2017

IL PRIMO AMORE AL TEMPO DEI SOCIAL

«Secondo me, ci potresti pure limonare». Eravamo all’inizio della seconda media, dodici anni o giù di lì. E fino al giorno prima avevo giocato per anni, fino alla consunzione, con gli stessi soldatini e la stessa confezione di Lego. Non ebbi il coraggio di dire a Flavio – il compagno di classe che la sapeva lunga, perché aveva fratelli più grandi – che non avevo la più pallida idea di che cosa significasse, «limonare». E mi tenni il dubbio per i giorni a venire.

Non c’era Internet, né tutto il sesso esplicito che ha portato con sé. E se crescevi in una famiglia pudica, quale era la mia, c’era caso che non avessi mai nemmeno intravisto degli organi genitali, a eccezione dei tuoi. Anche perché di educazione sessuale, nemmeno a parlarne (in questo, ahimè, non siamo cambiati poi molto). Mancava poco che, per me, i bambini li portasse ancora la cicogna. Così le prime esperienze amorose, e vagamente legate alla sessualità, erano figlie del passaparola. A volta criptico, come nel mio caso.

In quarant’anni le cose sono cambiate, e molto. A cominciare dal fatto che, come per tutto il resto, anche in fatto di sessualità i Duemila – gli adolescenti di oggi – sono esposti a una mole di informazioni e di relazioni che noi non potevamo nemmeno immaginare. Così rete, social network e chat contribuiscono in misura rilevante alla loro «educazione sentimentale», nel bene e nel male.Ma – come racconta Paola Cicerone nel dossier di questo numero – l’immagine che emerge dalle cronache delle nuove generazioni che si affacciano all’età adulta nell’era di Internet non è del tutto 
affidabile. Non di rado leggiamo sui giornali di giovani indifesi alla mercè di ogni genere di pericolo che si possa incontrare in rete, dal sexting – l’abominevole pratica di rendere pubbliche foto scattate in momenti di intimità – alla pedofilia. (Del primo, d’altra parte, possono essere vittime anche gli adulti, a volte con tragiche conseguenze.)

I rischi ci sono, e nessuno intende sminuirli. Ma secondo Emanuela Confalonieri, docente di psicologia dell’adolescenza all’Università Cattolica di Milano, per esempio, «forse oggi si vive la sessualità con maggiore serenità rispetto a qualche decennio fa». In genere, ma non sempre, gli adolescenti hanno esperienze sessuali più precoci, anche se non sempre legate all’innamoramento, come se «la prima volta» fosse una sfida. Da una parte dunque, si parla di più di sesso, e dall’altra si tende a farlo con più disinvoltura, magari senza rifletterci più di tanto, senza chiedersi se lo si desidera davvero.

È un problema? Dipende dalla consapevolezza con cui lo si affronta. Da genitori, che magari hanno passato un pomeriggio arrovellandosi su che cosa diavolo volesse dire «limonare», possiamo solo vigilare e metterci a disposizione di figli che dovessero chiedere il nostro conforto. Proibire, ecco, quello no. Per almeno due ragioni. La prima è che l’adolescenza è un’età di scoperta, di noi stessi e del mondo che ci circonda. La seconda è che non c’è niente di meglio che proibire una cosa a un ragazzino per fargliela fare.

L'editoriale del n. 147 di Mente&Cervello,di Marco Cattaneo




permalink | inviato da fiordistella il 17/3/2017 alle 17:30 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa


3 marzo 2017

DON CIOTTI

Don Ciotti: “La politica si metta al servizio della società (civile)”


intervista a don Luigi Ciotti di Giacomo Russo Spena

“Dignità, è questa la parola chiave”. Riconquistare la dignità perduta. Don Luigi Ciotti riparte da qui. Prete, una vita in mezzo alla strada dedicata ai più poveri e agli emarginati. Con il Gruppo Abele si è occupato di problemi sociali (droga, Aids, prostituzione, immigrazione), con Libera si prefigge invece di contrastare mafie ed illegalità diffusa. Ora, a 71 anni, ha ancora mordente e voglia di riscatto. Dopo la campagna Miseria Ladra, ha promosso recentemente Numeri Pari, una federazione di associazioni della società civile che si presenta come inedita “rete contro la disuguaglianza e per la giustizia sociale”. Tra gli obiettivi una campagna contro gli sfratti e per l’introduzione di un reddito di dignità nel Paese. Una gamba sociale, al momento, esterna a qualsiasi forza partitica: “È ora – dice – che i partiti, non solo quelli di sinistra, riscoprano la politica come servizio alla comunità, partendo dai bisogni e dalle speranze delle persone”. Il punto di riferimento, per il tenace prete, è ancora Papa Francesco, il solo che con le sue parole “scuote le coscienze di tanti, credenti e laici, perché hanno la forza della ricerca di verità e la credibilità della coerenza tra la parola e la vita”. 

Dall’ultimo rapporto Oxfam si evince che otto super miliardari detengono la stessa ricchezza netta (426 miliardi di dollari!) di metà della popolazione più povera del mondo, vale a dire 3,6 miliardi di persone. Il gap tra ricchi e poveri aumenta. Intanto in Italia cresce la disoccupazione giovanile. Come si può, nel concreto, rilanciare politiche di giustizia sociale e di redistribuzione del reddito? 

Il problema non è solo politico ma culturale. Sicuramente le disuguaglianze vanno combattute sia sotto il profilo etico, perché umiliano la pari dignità delle persone, che pratico, perché disgregano la coesione sociale e il senso di comunità. Ma contestualmente è necessaria una rivoluzione culturale, cioè un impegno educativo di lungo e lunghissimo periodo – non possiamo aspettarci frutti immediati – che ci aiuti a ripensare le basi della relazione umana, della convivenza sociale, dei bisogni essenziali di una persona. Senza questa cornice è difficile che i singoli provvedimenti abbiano effetti al di là della contingenza. La questione credo sia stata messa a fuoco con grande lucidità da Papa Francesco nella Laudato sì, là dove si parla di “conversione ecologica”: bisogna ribaltare il rapporto tra economia e ecologia, perché l’economia, a dispetto della sua posizione egemonica, è solo una parte dell’ecologia, che comprende in sé sia la dimensione ambientale, sia quella sociale, sia appunto quella economica. Un’economia senza questa visione alta del bene comune diventa una forza distruttiva, un sistema di sfruttamento. Che lo sia diventata è anche responsabilità della politica, troppo spesso ridotta a strumenti di ratifica di quanto viene deciso nelle sedi economiche e finanziarie. 

Passiamo alla misure concrete per contrastare precarietà e diseguaglianze. In Parlamento giacciono ben tre proposte di legge sul reddito minimo garantito, una di Sel, una del Pd e una del Movimento 5 Stelle. La vostra è l’ennesima proposta di reddito, non sono troppe? E che rapporti avete coi partiti, ci sarà collaborazione? 

La nostra è una proposta di “reddito di dignità”, perché dignità è la parola chiave. Dignità di un lavoro che si cerca ma non si trova, o viene concesso in forme degradanti o umilianti, come dimostrano le tante forme di precariato, per non parlare dello sfruttamento o del caporalato. Poi che ci siano tante proposte non mi sembra in sé un fatto negativo, perché in ciascuna ci può essere del buono e del ragionevole. Certo è necessario arrivare a una sintesi, anche per venire a capo della situazione attuale, in cui abbiamo una sorta di spezzatino – o di pasticcio – di misure assistenziali insufficienti o persino contraddittorie. Detto questo, l’obiettivo è arrivare a una forma di reddito minimo garantito – come accade in quasi tutti i Paesi europei – contrattando se necessario una deroga del patto di stabilità sulla spesa sociale. 

Ma quale rapporto avrete coi partiti? 

Siamo disponibili a collaborare con chiunque si impegni su questi punti con coerenza e trasparenza. 

Non trova che questo cosiddetto 1% di superpaperoni, oltre alla ricchezza, detenga anche il potere a scapito delle nostre democrazie? Senza considerare il tema della corruzione endemica alle forme di governo. Lotta alla diseguaglianza e lotta all’illegalità, sono due battaglie congiunte? 

Sono profondamente intrecciate. È assodato che la corruzione cresce più facilmente in contesti di forte disuguaglianza, che lei stessa, d’altro canto, alimenta. Per non parlare delle mafie e delle organizzazioni criminali, che hanno nella corruzione il loro apripista. Questione sociale e questione criminale – dove nel “criminale” ci mettiamo la corruzione, le mafie, l’illegalità diffusa – sono vasi comunicanti e questa è un’ulteriore prova di come il tema dei “diritti” non sia solo etico ma politico. Una società senza diritti, o dove i diritti regrediscono a privilegi, è una società che non evolve sul piano sociale, culturale e nemmeno su quello economico, perché lascia spazio alle tante forme di corruzione e di criminalità che aggrediscono e derubano il bene comune. 

Avete lanciato “Numeri Pari”, un’associazione che vede al proprio interno molte realtà sociali. È ora che i partiti della sinistra si mettano da parte per lasciare spazio a comitati territoriali, società civile e associazionismo vario?

È ora – lo dico con umiltà ma anche con convinzione – che i partiti, non solo quelli di sinistra, riscoprano la politica come servizio alla comunità, partendo dai bisogni e dalle speranze delle persone. Altrimenti la politica cancella la sua stessa funzione, che è quella di garantire il bene comune. Però è anche ora che la società civile, nel suo insieme, diventi società civile responsabile, consapevole cioè che l’essere oggi cittadini non può limitarsi all’esprimere opinioni via web o dare le proprie virtuali adesioni a questa o quella campagna: occorre mettersi in gioco in prima persona, costruendo insieme agli altri e anche insieme a chi fa politica di professione – c’è chi lo fa con onestà e competenza – progetti di interesse collettivo. 

Il nuovo punto di riferimento per le realtà dal basso – che si battono contro diseguaglianze e povertà – è veramente il Papa? Al di là dei suoi proclami, all’interno del Vaticano non ci sono ancora mille contraddizioni da esplicitare? 

Mi sembra riduttivo e fuorviante parlare di proclami. Quelle del Papa sono sollecitazioni che scuotono le coscienze di tanti, credenti e laici, perché hanno la forza della ricerca di verità e la credibilità della coerenza tra la parola e la vita. Questo sotto il piano etico e morale. Rispetto a quello intellettuale, credo che il discorso del Papa, al di là degli orientamenti politici e culturali di ciascuno, abbia una grande forza di persuasione perché denuncia ciò che la politica e l’economia tacciono o dicono in forme prudenti e reticenti, ossia che questo sistema e questo modello di vita sono da cambiare alla radice, e che se c’è una speranza, una via d’uscita dal circolo vizioso, comincia dal ridare dignità, lavoro e cittadinanza alle milioni di persone a cui sono state sottratti. È un discorso politico nel senso più vasto e alto del termine, e che lo faccia un Papa è certo molto significativo dei vuoti della politica. Se “libertà, uguaglianza, fraternità” sono stati i principi su cui abbiamo edificato le società moderne occidentali, è paradossale che sia un Papa a ricordarci che senza uguaglianza, senza pari dignità delle persone, la fraternità e la libertà rischiano di essere soltanto parole. 

Nelle campagne sociali che ha in mente, quale posto occupa la Costituzione. Soprattutto dopo il referendum del 4 dicembre scorso, dove è stata bocciata la riforma Boschi/Renzi, non dobbiamo riaffermare i valori della nostra Carta? 

La Costituzione attende ancora una completa realizzazione, soprattutto per quel che riguarda la prima parte. Ciò detto, nessuno mette in dubbio, anche dopo l’esito referendario, che il sistema politico vada rinnovato, alleggerito nei costi, semplificato in certi meccanismi. Ma un conto è questo rinnovamento, un altro è il disegno – in atto da diverse stagioni – che mira a modificare la delicata ossatura della Costituzione, volta a impedire le concentrazioni di potere, le gestioni “personali” o private degli interessi pubblici, la pretesa di uno o di pochi di decidere al posto degli altri. Questa è una deriva a cui bisogna dire no, perché umilia lo spirito democratico e porta da un lato allo smantellamento dei diritti fondamentali – quindi del lavoro, della casa, dell’istruzione, dell’assistenza sanitaria – dall’altro alla riduzione del bene comune a offerta elargita, paternalisticamente, dall’alto. Il linguaggio della democrazia è corresponsabilità, alfabeto del “noi”, non monologo e parola dell’io. E la Costituzione resta la più alta sintesi del linguaggio della democrazia e delle responsabilità che essa ci affida. 

Spesso lei è stato accostato, proprio per la battaglia sul reddito, vicino al M5S. Qual è il suo giudizio sul movimento di Grillo? 

Tali accostamenti, al di là del M5S, sono semplificazioni prive di fondamento. Rispondono più a un gioco delle parti che a un’analisi profonda dei problemi. Libera e il Gruppo Abele sono (e saranno) realtà apartitiche ma non apolitiche, nel senso che collaboreranno, senza “accostamenti” e confusione di ruoli, sulla base di un rapporto franco, diretto, con chiunque dentro e fuori dalla politica s’impegni in modo concreto per la giustizia sociale, per la dignità e la libertà delle persone.

(20 febbraio 2017)




permalink | inviato da fiordistella il 3/3/2017 alle 19:26 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (8) | Versione per la stampa


17 febbraio 2017

GIORDANO BRUNO, NE' DOGMI NE' PADRONI


Maria Mantello 

Giordano Bruno, 417 anni fa, dopo lunghi anni di carcere e sofferenze (fu sottoposto anche a tortura almeno due volte: a maggio del 1597 e a settembre del 1599), a piedi scalzi e con la lingua stretta nella mordacchia, veniva condotto dal carcere del Sant’Uffizio a Piazza Campo dei Fiori per essere bruciato vivo. Era l’alba del 17 febbraio del 1600, e la Chiesa cattolica, che aveva voluto quella morte atroce, celebrava in quell’anno il suo Giubileo. 

Il Santo tribunale dell’Inquisizione Romana, presieduto personalmente dal papa, l’aveva condannato al rogo perché “eretico, impenitente, pertinace” ed anche i suoi scritti, posti all’indice dei libri proibiti, venivano dati alle fiamme. 

Sono gli anni in cui la Chiesa, attraverso la sua macchina inquisitoriale, che si alimentava della delazione e del sospetto indotto, del terrore del rogo e di torture a volte anche più crudeli della morte, sferrava uno dei più pesanti attacchi repressivi contro quanti osassero pensare con la propria testa e rivendicassero il diritto di scegliere visioni del mondo e comportamenti di vita non omogenei e funzionali alle sue opinioni. 

Bruno non può non scontrarsi col potere dominante perché si assume il “fastidio” di pensare. 

fastidito si era definito nella sua commedia, Candelaio. Un unico termine, fastidito, che sintetizza benissimo il filosofo. Che diviene il monogramma esistenziale di chi non subisce il mondo, ma vive nel mondo e incide nel mondo. 

Senza il demone del fastidio contro il conforme e il fideistico, Bruno non avrebbe potuto maturare la sua rivoluzionaria filosofia. 

Una filosofia che ha fatto paura e che fa paura ancora a molti per la sua attualità straordinaria. Un pensiero che costringe a fare i conti con le proprie piccolezze e ristrettezze mentali. Perché non ammette zone grigie. Perché è un atto d’accusa contro l’opportunismo, la pavidità, la rassegnazione, che producono - scrive Bruno - il «servilismo che è corruzione contraria alla libertà e dignità umana» (De immenso et innumerabilibus). 

La sua filosofia fa paura perché è una condanna inappellabile per chi vorrebbe l’umanità eterna minore: “gregge” “asino” “pulcino” “pulledro” (sono i termini che usa Bruno). In uno stato di perenne minorità. Incapace di intendere e di volere. Bisognosa quindi di padrini, padri protettori, padreterni. Tanto più pericolosi quanto più assoluti. Un’umanità in ginocchio nella speranza del miracolo e delle intercessioni degli unti del signore, che nelle simoniache alleanze sguazzano. 

Bruno mette a nudo i meccanismi psicologici e consolatori, che riducono gli uomini ad asini obbedienti che si fanno «guidare - scrive - con la lanterna della fede, cattivando (imprigionando) l’intelletto a colui che gli monta sopra et, a sua bella posta, l’addrizza e guida» (Cabala del Cavallo Pegaseo). 

«Figlio del Vesuvio e della collina di Cicala, filosofo e poeta italiano, unico spirito veramente libero», lo definisce Cyrano de Bergerac nel suo L’altro mondo, ovvero gli Stati e gli imperi della Luna e del Sole (1657- 1662), ma neppure lui, che pure è filosofo libertino, osa pronunciare ancora il nome di Giordano Bruno. 

Il Nolano non è stato sentito fratello neppure da Galilei, che per la sua teoria della relatività primaria attinge a pieni mani alla Cena delle Ceneri di Bruno. …. 

Contaminato dalla rivoluzionaria filosofia del Nolano è Shakespeare. L’universo bruniano con un cielo infinito e la materia creatrice, è infatti più che un semplice sogno d’amore nel suo Antonio e Cleopatra. E ancora in un’altra sua operetta, Pene d’amore perdute, la concezione dell’autonomia dello Stato dal confessionalismo è chiara ripresa dello Spaccio della bestia trionfante di Giordano Bruno. Ma neppure Shakespeare, che certamente ha conosciuto il Nolano alla corte di Elisabetta, lo nomina. 

(Per non parlare di oggi, dove si trovano manuali con definizioni del tipo: “Giordano Bruno, filosofo panteista perito in un incendio”). 

Giordano Bruno è un intellettuale scomodo perché condanna la menzogna e l’ipocrisia, soprattutto quando vengono dal riverito ‘mondo della cultura’, trasformato dai servili pedanti in accademia di pensiero unico. Bruno polemizza continuamente e pubblicamente con costoro. Li ridicolizza nei suoi dialoghi: «più nun sanno e sono imbibiti (imbevuti) di false informazioni più pensano di sapere», e danno i loro principi «conosciuti, approvati senza demonstrazione». 

Giordano Bruno è scomodo, perché alle baronie familiste dei lacchè di regime sbatte in faccia la loro responsabilità per la decadenza politica e morale: «La sapienza e la giustizia iniziarono a lasciare la terra – scrive – dal momento che i dotti, organizzati in consorterie, cominciarono ad usare il loro sapere a scopo di guadagno. Da questo ne derivò che ... gli Stati, i regni e gli imperi sono sconvolti, rovinati, banditi assieme ai saggi ...e ai popoli» (De immenso et innumerabilibus). 

Pensiamo al disorientamento dei compunti teologi di fronte a questo intellettuale “anomalo” che avrebbe potuto vivere tranquillamente la sua carriera di docente, ma a cui il tomismo andava stretto. La cosa che disturba maggiormente costoro è il suo rifiutare ogni censura, il suo contrapporre alle loro mistificazioni linguistiche il suo parlare chiaro, perché il linguaggio per Bruno non è formalismo, ma strumento di conoscenza. È inebriante ricerca plurilinguistica, capacità di destreggiarsi mirabilmente nella mescolanza dei registri stilistici, negli spregiudicati accostamenti lessicali, propri di chi riesce a fare della parola lo strumento comunicativo di un pensiero nuovo, dirompente. La parola è invenzione e strumento di elaborazione di concetti, perché si pensa con le parole. Si comunica con le parole. E Giordano Bruno inventa lo sperimentalismo linguistico. 

Scrive: «è in nostra libertà di nominar come ci piace e limitar le definizioni e nomi a nostra posta» (Cabala del cavallo Pegaséo). E ancora: «Le regole servono a coloro che son più atti ad imitare che ad inventare»; «conchiudi bene che la poesia non nasca de le regole … ma le regole derivano da la poesia» (Eroici furori). 

Insomma, ad un’estetica di maniera che fagocita il contenuto nella pedanteria della regola, Giordano Bruno contrappone il “pittore-filosofo”, che espropria all’ombra le cose e le definisce e ridefinisce nella vertigine delle possibilità combinatorie di significato e significante. 

La polemica contro i pedanti (chierici, teologi, grammatici… lacchè del potere) è fortissima nel Nolano. Essi sono la follia del mondo, la vanesia negazione del buon senso e della razionalità, con la loro riproposizione asinina dell’accumulo del già definito (magari eterno e rivelato), tanto funzionale al potere dominante a cui si vendono: «vanno a buon mercato come le sardelle – scrive nel De la causa principio e uno - «perché come con poca fatica si creano, si trovano, si pescano, cossì con poco prezzo si comprano». 

Sono i Frulla, i Poliimnio, i Prudenzio, i Manfurio. Personaggi-maschere degli straordinari capolavori filosofici-letterari di Giordano Bruno. Forti con i deboli e debolissimi con i forti. 

Alla loro ignavia intellettuale e morale, Bruno contrappone il coraggio di pensare. Il coraggio di dire quello che si pensa. Il coraggio di essere coerenti con le conclusioni del pensiero, trasformandolo in azione. Per liberare gli individui dalla sottomissione intellettuale e sociale. 

Bruno vuole un mondo di individui pensanti e liberi. Per questo ha accolto con entusiasmo la Rivoluzione copernicana, che sviluppa e amplifica nel suo straordinario infinito. In tutta una serie di successive e concentriche rivoluzioni. Eccole in sintesi: 

- Al principio divino, sostituisce la Natura - Materia - Vita autosufficiente. Quindi perfetta, divina, nella sua infinita autonoma capacità di generare gli infiniti fenomeni. In natura niente si crea e niente si distrugge. E’ l’ABC della scienza! Con buona pace degli astorici sognatori che con la favola del “disegno intelligente” vorrebbero che a scuola invece di Darwin si studiasse il creazionismo. 

- Alla conoscenza prefissata nel modulo dell’anima creata, sostituisce la fisicità della mente corpo funzione biologica. Insomma come dirà Crick, lo scopritore insieme a Watson della catena del DNA: «come la bile è una secrezione del fegato, l’anima è una secrezione della mente». 

- Contro il confessionalismo del precetto, rivendica la libertà dell’etica nella sua autonomia ed autodeterminazione per ciascun essere umano. Perché ognuno è proprietario della propria vita. Responsabile del progetto di vita che vuole per sé. Comunque e sempre. Con buona pace dei padroni dell’anima. 

- Alla politica del potere di pochi, contrappone quella della cittadinanza per tutti. 

Usciti dalla gabbia del geocentrismo, dove «gli erano mozze l’ali», gli esseri umani possono finalmente spiccare il volo e «liberarse de le chimere» di un cielo superiore e una terra inferiore. 

E il Nolano chiama ogni essere umano a spiccare questo volo per sperimentare le infinite possibilità di pensare, conoscere, agire. Per diventare, «possendo formar altre nature, altri corsi, altri ordini con l’ingegno», «cooperatori dell’operante natura». Penetrando le leggi fisiche della Materia-vita. Dove tutto è corpo animato e infinita trasformazione nel suo particolare caratterizzarsi fenomenico. 

La «Natura Materia Madre, che partorisce dal suo grembo all’infinito le sue forme», non ha bisogno di altro che di se stessa. È autosufficiente nella costanza del suo autonomamente farsi. È perfetta (divina) in se stessa. 

Non c’è più bisogno di creazionismo, né di provvidenzialismo, né di finalismo. Le teorie di chi pretende di inchiodare l’universo e l’umanità in una soffocante cappa di protettiva minorità. 

Il Nolano ha squarciato il velo! E la favola delle immaginarie sacralizzate essenze si schianta su questa materia-vita-infinita-totale-universale-essere, di cui ogni essere umano nella sua fisicità fa parte. E proprio nella sua fisicità può conoscere. E in questo si è maghi. Si è dei a se stessi. 

La magia di Bruno è conoscenza. È sviluppo della capacità di indagine e ricerca per analizzare i legami chimici degli elementi naturali, i profondi nessi causali tra tutte le cose: «magia – scrive - è la contemplazione della natura e scoperta dei suoi segreti» (Sigillus sigillorum). 

E il nostro filosofo - quando ancora tutti gli altri non sapevano neppure cosa fossero chimica e farmaceutica scrive: «Approvo quello che si fa fisicamente e procede per apotecàrie (farmaceutiche) ricette... Accetto quello che si fa chimicamente»; «Ottimo e vero è quello che non è sì fisico che non sia anche chimico e matematico». (Spaccio della Bestia trionfante). 

Questa è la magia per Giordano Bruno, contro la «magia di disperati» «di chi invoca supposte intelligenze occulte con riti preghiere formule» (De magia). 

La magia è allora arte della conoscenza, magia di conoscenza, «potenza cogitativa» che sa tessere interrelazioni rappresentative. È memoria ragionata, che sviluppa pensiero problematico. Elabora giudizi fondati. Conquista sempre maggiori aree alla conoscenza addentrandosi in sentieri inesplorati, perché - scrive Bruno – “seleziona”, “applica”, “forma”, “ordina”. E Bruno sottolinea la fisicità di questo processo intellettuale: «la ricerca ragionata dei dati particolari, è il primo accostarsi al cibo, la loro collocazione nei sensi esterni ed interni, è una forma di digestione» per «progredire nelle operazioni dell’intelligenza», per «vedere con gli occhi dell’intelligenza» (Lampas triginta statuarum). 

La memoria dunque, in questo incessante processo di scomposizione e ricomposizione (sinapsi?) di «atomi corporei-mentali» (li chiama proprio così) è «conoscenza del nuovo». 

Esercizio di continua trasmigrazione concettuale. Succedersi di cicli conoscitivi conclusi, che si riaprono a sempre nuovi cicli di diversificate acquisizioni (le pitagoriche trasmigrazioni di cui parla). 

Ma perché questo accada, bisogna superare «l’abitudine di credere, impedimento massimo alla conoscenza» (De immenso…). 

Di qui la sua potente polemica anticristiana. 

La pedanteria, dice Bruno, è solo l’effetto della fede asinina. Perché ci sono tanti asini? Perché quelli che ancora non lo sono sembra che si prodighino a diventarlo? Si chiede Bruno nella Cabala del cavallo pegaseo. E perché tutti possano comprendere, come in una favola, descrive la metamorfosi di questo inasinamento: «Fermaro i passi, piegaro e dismisero le braccia, chiusero gli occhi, bandiro ogni propria attenzione e studio, riprovaro qualsiasi uman pensiero, riniegaro ogni sentimento naturale, ed infine si tennero asini. E quei che non erano, si trasformaro in questo animale: alzaro, distesero, acuminaro, ingrossaro e magnificorno l’orecchie, e tutte le potenze de l’anima riportorno e uniro nell’udire, con ascoltare e solamente credere». 

È la fede la causa della imbecillità collettiva, della decadenza e della corruzione della società. Bruno lo dice con chiarezza. 

Essa abitua alla soggezione a credere e obbedire alle “teste unte” e “coronate”. È la fede insomma che fa diventare asini! Che riduce l’umanità nello stato asinino: «Chi son gli chiamati, chi son gli predestinati, chi son gli salvi, -scrive Bruno nella Cabala del cavallo Pegaséo- l’asina l’asinello, gli semplici, gli poveri d’argumento, gli pargoletti, quelli c’han discorso da fanciulli, quelli, quelli entrano nel regno dei cieli, quelli per dispreggio del mondo». 

Bruno, come mai nessuno aveva fatto prima, svela e denuncia il meccanismo della promessa del cielo come potente narcotico per il dominio delle coscienze e mantenimento del potere: «guidano all’al di là e sanciscono il mio e il tuo nell’al di qua». 

Bisogna allora impegnarsi a “spacciare” (scacciare) via l’ottusità della fede asinina attraverso una radicale renovatio

Ecco allora che è possibile operare il ribaltamento: da asino fidente a individuo cosciente. 

La condizione del non sapere, propedeutica al disvelamento delle falsità degli assoluti, fa sì che il raglio dell’asino possa divenire grido panico che tiene lontani i nemici della conoscenza. 

La paziente tenacia dell’asino diviene la forza della ragione che si arrampica nei sentieri impervi, inesplorati della ricerca. Le orecchie asinine, da strumento passivo dell’ascolto catechistico, diventano formidabile mezzo per raccogliere dati, elaborarli e interpretarli. 

Si aprono allora le infinite possibilità delle individuali singolarità. 

Quelle che ancora oggi l’integralismo cerca di reprimere. Non solo negando l’estensione delle libertà nella reciprocità dei diritti, ma rimettendo in discussione le grandi conquiste civili. È l’integralismo dal volto disumano di chi vorrebbe riportare le donne al fiat sacrificale di eterne fattrici. 

È l’integralismo di chi pretenderebbe di fare del fine vita -e contro la volontà del singolo- un letto irto di tubi. 

È il confessionalismo di potere che considera l’umanità eterna minore, e che per questo vuole riappropriasi del controllo della scuola, della ricerca, della scienza … 

E per fare questo pretende finanche di godere di privilegi finanziari ormai intollerabili e incotrollabili. 

Contro tutto questo e molto altro ancora, la filosofia di Bruno è la tromba del riscatto perché - come scrive- «la vita vera … sta nelle nostre mani» (Eroici furori). 

Ognuno ha intelletto e mani, afferma Giordano Bruno, ma è la mano, l’operosità, l’agire che ci rende intelligenti. 

Christian René de Duve, premio Nobel per la medicina (1974) ha scritto: «L’Homo sapiens, quello che possiede conoscenza, deriva dall’Homo habilis, colui che sapeva usare le mani». Un bel riconoscimento per il nostro Giordano Bruno, che a proposito di evoluzionismo secoli prima di Darwin scriveva che senza la mano «l'uomo in luogo di camminare serperebbe, in luogo d'edificarsi palaggio si caverebbe un pertuggio, e non gli converrebbe la stanza, ma la buca». E ancora «dove sarebbero le istituzioni de dottrine, le invenzioni de discipline, le congragationi de cittadini, le strutture de gl’edificij et altre cose assai, che significano la grandezza et eccellenza umana […]? Tutto questo se oculatamente guardi, si referisce non tanto principalmente al dettato de l’ingegno, quanto a quello della mano organo de gl’organi». (Cabala del cavallo Pegaseo

Insomma, è l’azione che fa la differenza! Ed è sul primato dell’agire che Bruno prospetta la sua riforma politico-sociale. Invitando a costruire Repubbliche, a rimuovere le ingiustizie, perché il Paradiso – scrive Bruno – bisogna costruirlo in terra, o almeno cercare di far diventare la terra meno inferno. 

Ecco allora, che alla religione del regno dei cieli, Bruno contrappone la religione civile, che è legame politico-sociale. Legame umano per vivere in pace e serenità. Nella civile pacifica convivenza: «dove – sostiene il Nolano – la quiete de la vita sia fortificata e posta in alto […] dove non si dee temer d’altro che d’essere spogliato dall’umana perfezione e giustizia» (Spaccio

Ovvero spogliato della dignità. Dei diritti umani, che garantiscono l’emancipazione individuale e sociale. Che, come aveva ben capito il Nolano, esiste soltanto se è tutelata nel patto sociale. 

Patto Costituzionale lo chiamiamo oggi. Vincolo per ciascuno a rispettarlo, perché è la garanzia che la mia libertà inizia contemporaneamente a quella di ciascun altro. Nei diritti e nei doveri. E solo su queste basi di laicità – cultura dell’emancipazione e dell’uguaglianza – si può costruire una società più giusta ed equa, dove ognuno sia tutelato contro il sopruso, il familismo, la prepotenza. 

«La legge – scrive Bruno – faccia che gli potenti per la loro preminenza e forza non sieno sicuri». E aggiunge: «gli potenti sieno più potentemente compressi e vinti» affinché «gli deboli non siano oppressi». (Spaccio) 

Insomma bisogna avere la certezza del diritto e costruire le condizioni del diritto: per l’emancipazione individuale e sociale. Perché a nessuno  scrive Bruno  «non gli sia oltre lecito d’occupare con rapina e violenta usurpazione quello che ha commune utilitate». (Spaccio). 

Ecco il bene comune! I beni comuni! 

E proprio sulla questione dei diritti sociali e dei beni comuni, passa oggi la riaffermazione della dignità di ciascuno, anche contro l’arroganza di un liberismo selvaggio che assicura la ricchezza a pochi, e a tutti gli altri la certezza di una vita senza più precaria. 

Attenzione, la ricchezza non è un male –sostiene il nostro filosofo- se è risultato del lavoro che consente l’emancipazione a cui tutti devono essere posti nella condizione di accedere. Ma, cara Ricchezza – scrive – sei da spacciare (scacciare) via «quando amministri alla violenza, quando resisti a la giustizia […] e non sei quella, che dai fine a’ fastidi e miserie, ma che le muti e cangi in altra specie». (Spaccio

Insomma, poiché il sopruso trova sempre il modo di metabolizzarsi. Ecco allora la necessità di affermare con forza il principio dell’uguaglianza delle opportunità: «non è possibile – afferma il nostro filosofo  che tutti abbiano una sorte; ma è possibile ch’a tutti sia ugualmente offerta» Spaccio, p.196 

Insomma libertà e democrazia nell’accesso ai diritti. E se questo non avviene, – continua Bruno – dipende «dalla inegualità, iniquità ed ingiustizia di voi altri, che non fate tutti equali e che avete gli occhi delle comparazioni, distinzioni, imparitadi ed ordini, con gli quali apprendete e fate differenze. Da voi, da voi, dico, proviene ogni inegualità, ogni iniquitade». (Spaccio). 

Gli uomini possono produrre le ingiustizie. Gli uomini possono rimuoverle. Ecco allora in sintesi il programma attualissimo della Riforma di Giordano Bruno: fornire l’istruzione a tutti perché ognuno possa emanciparsi; rimuovere gli ostacoli degli svantaggi individuali, sociali ed economici; togliere i privilegi; deporre i tiranni; costruire le Repubbliche e rafforzarle; scegliere governanti onesti. Perché individui si diventa. Perché l’appartenenza nella cittadinanza è nostra costruzione. 

È necessario e doveroso: “due son le mani per le quali è potente legare ogni legge, l’una è della giustizia, l’altra della possibilità… niente però è giusto che non sia possibile”. (Spaccio)

(16 febbraio 2017




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10 febbraio 2017

LORENZIN

Il ministro Lorenzin e il “prestigio sociale della maternità”


Maria Ruggeri

Sono in viaggio di lavoro. Tra una mail e l’altra, sfoglio distrattamente “La Freccia”, la rivista di Frecciarossa, a pagina 95 del numero di settembre mi imbatto in un articolo sul Fertility day firmato da Beatrice Lorenzin. Tra tutto, mi colpisce una frase: “la parola d’ordine sarà scoprire il prestigio sociale della maternità”. Sobbalzo sul sedile. Rileggo. C’è scritto proprio così: prestigio sociale della maternità

Sono madre di due splendidi ragazzi (come potrebbe essere altrimenti?). Li cresco sola, tra orgoglio e fatica, zigzagando nervosa tra impegni di un lavoro che amo e responsabilità di madre. In più, lotto ogni giorno, con il mondo e con me stessa (e i miei sensi di colpa) per non rinunciare a essere donna, individuo, con i miei interessi e le mie passioni. Beh, vi assicuro che mai, ma proprio mai, mi è capitato di imbattermi in qualcosa di simile al prestigio sociale della maternità

Il prestigio sociale, nei miei 10 lustri scarsi di vita, l’ho conosciuto personalmente per i successi scolastici e lavorativi. L’ho riconosciuto, intorno a me e sui media, riferito sempre (o quasi) a cose come il denaro, il potere, l’eccellenza professionale o, al massimo, qualche gesto eroico nel sociale che di tanto in tanto richiama la coscienza collettiva al valore più profondo della nostra comune umanità. Mai, dico mai, l’ho visto attribuire alla maternità e alla paternità, per quanto ormai si possano considerare scelte eroiche, o autolesioniste (a seconda dei punti di vista). 

No Ministro. Non c’è alcun prestigio sociale da scoprire. Quello che manca è una scelta chiara da parte del Governo (dei Governi). Se la denatalità è un problema per il Paese, se pone diverse “problematiche sociali, pensionistiche, sanitarie” come dice lei, ovvero economiche, come traduco io, serve capire se – tra i vari problemi del Paese – rappresenta una priorità sulla quale si vuole intervenire, investendo e lavorando per invertire il fenomeno, non certo richiamando le donne a un presunto “dovere di procreare” per il bene comune. 

C’è da investire, e da lavorare, sull’effettività di un diritto a un lavoro dignitoso. A questo proposito vale la pena di ricordare che, nel 2015, il 45,9% delle italiane, pur essendo in età da lavoro era fuori dal mercato, con un tasso di inattività di 20 punti superiore a quello degli uomini (il divario peggiore nell'Unione europea dopo quello di Malta).
Servono flessibilità esigibili per i genitori che lavorano, e per esigibili intendo che il fruirne non deve mettere a rischio il posto di lavoro. 

C’è da investire, e da lavorare, sugli asili e sugli orari scolastici, da allineare alle richieste di un mercato del lavoro sempre più avaro ed esigente, per permettere ai genitori che lavorano di non essere costretti a un defatigante slalom organizzativo tra tempi pieni, tempi integrati, accoglienze pre-scuola, riunioni con gli insegnanti convocate all’ultimo minuto  in orario lavorativo, richieste di soccorso ai nonni, conflitti sul posto di lavoro e chi più ne ha più ne metta. 

Non ci sono i soldi? Ci sono altre priorità più prioritarie? E allora, per favore, non facciamo “pubblicità progresso”, non spendiamo un euro per tentare di scoprire un prestigio sociale che non esiste e che, mi permetto di dire, neppure serve.  

Maria Ruggeri

(21 settembre 2016)




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2 febbraio 2017

DISINFORMAZIONE VIRALE


disinformazione-virale-post-verità-post-truth-499

di FRANCESCO SUMAN

Tutti parlano di “post-verità”. Il nuovo libro di Walter Quattrociocchi e Antonella Vicini, Misinformation – guida alla società dell'informazione e della credulità, getta luce sui meccanismi di formazione dell'opinione pubblica a partire dall'analisi di dinamiche di diffusione dell'informazione sui social network: siamo esseri creduloni e miriamo a confermare ciò che già crediamo di sapere. Il risultato è che abbocchiamo troppo facilmente alle notizie false. Il fenomeno della diffusione della disinformazione ha raggiunto livelli tali da far riunire istituzioni, esperti di informazione e ricercatori per cercare di elaborare soluzioni al problema, nel rispetto del fondamentale diritto alla libertà d'espressione.

Secondo l'Oxford Dictionary, che ogni anno monitora le frequenze con cui nuovi termini vengono impiegati, la parola internazionale dell'anno è post-truth, post-verità, un neologismo che è stato coniato per fotografare un fenomeno che purtroppo sta dominando le dinamiche di diffusione dell'informazione a livello internazionale, sia online, sia offline. Il termine sta a indicare circostanze in cui i fatti oggettivi sono meno influenti, nella formazione dell'opinione pubblica, del richiamo alle emozioni e alle convinzioni personali. Notizie sensazionalistiche hanno più successo di notizie che semplicemente aderiscono ai fatti.

Giocare con la sfera emozionale dell'audience è da sempre una strategia molto efficace non solo per diffondere una notizia ma anche per vendere un prodotto: le strategie di marketing fanno leva anche su questo aspetto per persuadere il consumatore ad acquistare ciò che viene pubblicizzato. Sarà nell'interesse del venditore convincere il cliente che quel dato prodotto viene incontro a delle esigenze che forse non sapeva nemmeno di avere. Regole del gioco di un mercato e di un'economia che si reggono sul consumo e che portano i loro attori ad alimentarlo continuamente.

Fin qui si sta parlando di coinvolgimento emozionale per l'acquisto di un prodotto, un bene materiale. Qualcuno potrà dire che già in questo sistema c'è qualcosa che non va, che l'aumento dei consumi non potrà andare avanti all'infinito, prima o poi ci si dovrà scontrare con la limitatezza delle risorse. Ma tant'è: questa è la trappola in cui l'uomo dell'Antropocene sembra essersi infilato.

Si entra invece in un campo decisamente più delicato quando la persuasione emotiva si associa alle dinamiche di diffusione di una notizia, perché non si sta parlando più della vendita (esplicita o subliminale) di un bene materiale, il cui valore può essere misurato quantitativamente in termini di prezzo; si sta parlando di qualcosa di immateriale come un pacchetto di informazione il cui valore e cui la cui qualità, in linea di principio, andrebbero misurati in termini di attinenza alla verità dei fatti. Giocare con la verità dei fatti per diffondere o peggio vendere una notizia può diventare un gioco pericoloso. Nella reticolare società dell'informazione sembra che il criterio secondo cui le notizie si diffondono non privilegi necessariamente l'oggettività dei fatti; le notizie false, le bufale, si diffondono in maniera virale e incontrollabile mostrando una strutturale vulnerabilità del sistema.

Un esempio alquanto divertente è rappresentato dal caso di un utente dell'area di Boston che ha riportato sul suo account twitter immagini pornografiche che sarebbero andate in onda per circa 30 minuti sul suo ordinario canale CNN intorno alle 22.30 del giorno del Ringraziamento, al posto dell'usuale show di Anthony Bourdain[1]. Nelle ore successive la notizia è stata rimbalzata da importanti testate giornalistiche come The Independent, New York Post Daily Mail, assumendo per vero il fatto. La pornostar immortalata nelle immagini pure ha espresso gratitudine, con un tweet alla CNN, per tanta gratuita generosa pubblicità. Nessun altro utente tuttavia ha riscontrato la medesima anomalia di trasmissione sul canale CNN. Che si sia trattato di un singolare problema tecnico pervenuto all'antenna dello (s)fortunato utente di Boston, o piuttosto si è trattato di una notizia fabbricata?

Il punto è che una bufala contiene esattamente la stessa quantità di informazione di una notizia vera, ovvero fornisce materiale attorno a cui si può fare dell'ottima conversazione. Da questo punto di vista sono equivalenti. Una bufala invece si distingue da una notizia vera per la qualità dell'informazione veicolata, ovvero per quanto questa si  approssima alla verità dei fatti. Verificare la qualità di un'informazione sembra essere una questione davvero complicata e spesso anche, purtroppo, secondaria. La notizia può essere talmente succulenta che è più vantaggioso propagarla immediatamente piuttosto che verificarla; è bello credere che sia vera, senza verificare se effettivamente lo sia. La velocità del mezzo di trasmissione (Twitter nella fattispecie, in cui basta un click per rendere accessibile la notizia a una moltitudine di utenti, ciascuno dei quali possiede la medesima facoltà) e il desiderio di arrivare primi nel dare la notizia, l'esclusiva, sono fattori che favoriscono la scarsa attenzione alla qualità dell'informazione. Chi ci rimette in questo meccanismo è la verità.

Martedì 29 Novembre si è tenuto presso la  Sala della Lupa di Palazzo Montecitorio un convegno intitolato “Non è vero ma ci credo – vita morte e miracoli di una falsa notizia” introdotto dalla Presidente della Camera Laura Boldrini e moderato dal giornalista e “cacciatore di bufale” Paolo Attivissimo, per portare all'attenzione anche delle istituzioni un fenomeno sociale sempre più crescente.

Il convegno (di cui si può prendere visione qui[2]) ha visto l'intervento di Giovanni Boccia Artieri, docente di Sociologia dei media digitali; Ida Colucci, direttice del Tg2; Raffaele Lorusso, segretario generale della FNSI (Federazione Nazionale Stampa Italiana); Luca Sofri, direttore del Post; e Walter Quattrociocchi, direttore del Laboratorio Computational Social Science IMT di Lucca, autore di una serie di studi sulla diffusione dell'informazione online pubblicati da alcune tra le più prestigiose riviste scientifiche internazionali (l'ultimo è di pochi giorni fa su Nature Scientific Reports[3]), nonché autore assieme alla giornalista Antonella Vicini del libro Misinformation – guida alla società dell'informazione e della credulità, Franco Angeli[4].

Proprio Ida Colucci, direttrice del Tg2, nel suo intervento ha riportato l'esempio del tweet dell'utente di Boston per sottolineare quanto gli odierni social media, ma non solo, siano permeabili al rischio di diffusione virale della disinformazione. Una volta le agenzie di stampa erano i primi organi a diffondere una notizia, rispondendo a una seppur elementare logica di regole editoriali, il che garantiva un maggiore controllo sulla qualità della notizia (anche se pure le agenzie di stampa non sono immuni dagli errori). I social media invece oggi hanno rivoluzionato le modalità di diffusione delle notizie e delle informazioni.

Social media come Facebook rappresentano ciò che Walter Quattrociocchi definisce un ecosistema dell'informazione totalmente disintermediato, in cui ogni utente è allo stesso tempo emittente e consumatore di informazione. Ciascun utente può immettere informazione nella rete e rimbalzare informazioni di altri utenti, in una forma grezza, anarchica o auto-organizzata, di giornalismo partecipativo, una sorta di società liquida dell'informazione. Viene meno la classica figura dell'intellettuale, proprio perché viene meno la posizione privilegiata che l'intellettuale si era guadagnato; in un contesto disintermediato tutti partono dallo stesso piano, e dunque tutti possono potenzialmente aspirare a ricoprire il ruolo dell'opinion leader, sull'onda del culto della personalità più che sul fondamento di sudate competenze. Internet permette una comunicazione trasversale e l'utilizzo di una memoria collettiva. Tuttavia, proprio perché c'è spazio e risorse per tutti, la selezione sulla qualità dell'informazione è spesso molto rilassata.

In un sistema così strutturato, infatti, il beneficio della velocità di trasmissione dell'informazione è inversamente proporzionale alle possibilità di monitorarne la qualità e verificarne l'attendibilità, esponendo il sistema al rischio di diffusione di notizie false. La ragione della diffusione delle notizie false sembra dunque essere almeno in parte legata alla struttura del sistema stesso.

Ma a ben guardare, è davvero corretto considerare Facebook o Twitter come veri e propri media? Tra queste piattaforme social e i media tradizionali, come giornali o televisioni, intercorre infatti una differenza fondamentale: in questi ultimi la diffusione delle informazioni è regolamentata da una struttura editoriale, mentre i primi rappresentano sistemi acefali in cui non vi è nessuno che stabilisce cosa debba essere pubblicato e cosa no, non vi è alcuna linea editoriale da tenere. I social media andrebbero dunque  interpretati non come media tradizionali, bensì come uno strumento di amplificazione della vita reale, un megafono virtuale delle dinamiche comunicative e sociali, con pochi filtri al di fuori della censura dell'osceno e della preservazione del pubblico decoro. La rete è un luogo dove chiunque ha diritto di cittadinanza, a prescindere da esperienze personali e competenze pregresse: è un'alternativa possibile alle gerarchizzazioni della società ordinaria, in cui tutto è resettato. Se qualcuno si siede su una panchina in piazza e racconta che le pastiglie che prende per il mal di testa non servono a niente, i suoi argomenti potranno essere liberamente accolti o rigettati da chiunque abbia voglia e tempo di ascoltarlo. Allo stesso modo sulle piattaforme social, uno si guadagna l'attenzione degli astanti se ci saranno altri disposti ad accogliere le sue ragioni o anche semplicemente i suoi modi espressivi.

Ma proprio qui sta il punto. Come assimiliamo nuova informazione? In questo continuo e caotico flusso di informazione che ci investe, quali sono i criteri secondo cui una notizia fa breccia tra le nostre convinzioni e credenze?

Gli studi di Quattrociocchi e colleghi, senza precedenti in termini di quantità di dati analizzati, portano alla luce un trend molto chiaro: il pregiudizio di conferma (confirmation bias) la fa da padrone, il che significa che il processo di accettazione delle informazioni è legato alla tendenza di ogni individuo a conservare intatto il proprio sistema di credenze, a perturbarlo il meno possibile.

La tendenza alla credulità è dunque insita nel nostro sistema cognitivo prima ancora che nella rete (a questo riguardo si consiglia una lettura che illustra le ragioni biologiche, cognitive e financo evolutive delle nostre innate tendenze psicologiche: Nati per credere, Codice edizioni, di Vittorio Girotto, Telmo Pievani e Giorgio Vallortigara[5]) e tutto sommato la ragione di questa nostra tendenza può risiedere in un semplice e funzionale principio: è economico, parsimonioso, rimanere in una comfort zone informazionale, in quanto ciò comporta pochi riassestamenti della nostra architettura concettuale. Le idee semplici sembrano adagiarsi bene alle nostre pigre menti che prima di ogni altra cosa ricercano conferme di ciò che già sanno o credono di sapere.

Questo meccanismo di selezione dell'informazione si somma ad un altro meccanismo socio-psicologico che un social media come Facebook ha portato alla luce e che Quattrociocchi e Vicini definiscono egosurfing, ovvero quella tendenza a ricercare la definizione della propria personalità attraverso il rispecchiamento nell'approvazione e nelle preferenze degli altri. Il sistema del “Like” ha sdoganato le tendenze narcisistiche di ognuno di noi bisognoso di attenzioni e approvazioni per definire sé stesso. Il che però ci porta a definirci come personaggi prima ancora che come persone. Ognuno tende a ricreare in piccola scala l'esperienza della fama e della celebrità; ognuno mira a massimizzare la propria auto-promozione, una sorta di tendenza a massimizzare la propria fitness narcisistica. Su larga scala, contenuti più semplici si diffonderanno maggiormente rispetto a contenuti complessi, proprio perché raggiungeranno un più vasto pubblico. Un altro rischio emergente dalla struttura del sistema sembra dunque essere l'ipersemplificazione dei contenuti.

Questa spinta a definire se stessi incontrando il favore altrui, sommata alla tendenza ad assimilare solo quell'informazione che si adatta al sistema precostituito di credenze di ciascuno, genera un effetto riscontrato dagli studi di Quattrociocchi e colleghi noto come la formazione di echo chambers, ovvero camere di risonanza, stanze degli specchi in cui un'audience amica mette Like alle stesse cose che piacciono a noi, in cui le nostre credenze precostituite sono confermate: siamo avvolti in una comfort zone informazionale.

Un'analisi troppo pessimista? I social media non sono la finestra sul mondo che pensavamo? Forse stiamo solo pretendendo troppo da queste piattaforme: ciascuno di noi è e rimarrà un essere senziente limitato; l'umanità è ancora lontana dal partorire persone capaci di integrare nella propria prospettiva posizioni pluraliste; l'interconnessione consentita dalla rete ci apre sicuramente nuovi orizzonti, ma siamo ancora molto distanti dall'utopia politica e culturale secondo cui interconnessione e comunicazione equivalgono immediatamente a tolleranza e reciproca comprensione. È naturale aspettarsi che ciascun utente tenda a costruirsi la propria nicchia confortevole nella giungla dell'informazione online. Dunque niente di cui preoccuparsi? Non esattamente.

Il World Economic Forum ha inserito la diffusione della disinformazione nei rischi globali nel suo rapporto 2013, con possibili risvolti politici, geopolitici e terroristici.

Uno degli studi di Quattrociocchi e colleghi[6] ha preso in analisi più di 270.000 post presenti su 73 pagine facebook italiane, divise in due macrogruppi: 34 di informazione scientifica e 39 di informazione alternativa e cospirazionista. L'analisi mette in luce due tendenze principali: la prima è che le pagine alternative/cospirazioniste registrano un maggior numero di interazioni (numero di post pubblicati, Like, condivisioni, commenti) rispetto alle pagine scientifiche; la seconda è che l'interazione tra utenti appartenenti a tipi di narrazione diversi è fallimentare, ovvero le posizioni radicalizzate di narrative opposte non consentono la comunicazione inter-gruppo. Si tratta della polarizzazione delle summenzionate echo chambers: utenti appartenenti a narrative diverse mirano a imporre le proprie ragioni, non ascoltano quelle degli altri e finiscono per formare comunità fortemente polarizzate.

Fino a poco tempo fa si parlava del problema della cyber-security (sicurezza digitale), mentre oggi si parla anche di information war, ovvero la guerra delle informazioni. Una volta sedimentatasi un'idea è difficile estirparla, dunque le azioni di debunking (smontare argomentazioni ritenute false con il fact-checking, ovvero la pedissequa verifica dei fatti) si rivelano spesso inefficaci tra comunità aderenti a narrative opposte, proprio perché prevalgono resistenze psicologiche profonde su argomentazioni razionali.

La tendenza di ciascuna comunità a cristallizzarsi intorno a narrative o visioni della realtà condivise infatti ha come conseguenza la possibilità di assimilare qualsiasi tipo di informazione vada a sostegno di quella narrazione o visione della realtà, ivi incluse le false notizie.

La questione si fa estremamente più spinosa e delicata nel momento in cui si intreccia a questioni politiche, o peggio ancora, quando sono gli stessi leader politici a farsi promotori di disinformazione. Si fa riferimento ad esempio al celebre tweet del neo presidente eletto degli Stati Uniti d'America, risalente ormai a 4 anni fa, secondo cui il “concetto di riscaldamento globale è stato inventato da e a favore dei cinesi con lo scopo di rendere la manifattura statunitense non competitiva”[7].

La strategia comunicativa di Trump è stata tutta volta a fornire una narrazione alternativa a quella dominante; ciò ha comportato anche aver dato credito a diverse teorie complottistiche, come testimonia un'intervista rilasciata al conduttore radiofonico e operatore del sito infowars.com, noto per le sue inclinazioni complottistiche, Alex Jones[8], in cui Trump conferma, tra le altre cose, ciò che diverse persone avrebbero visto, ovvero musulmani che festeggiano la caduta delle Torri Gemelle. Buzzfeed news negli scorsi mesi ha riportato che le notizie false circolate su facebook negli ultimi 3 mesi della campagna elettorale statunitense hanno registrato più interazioni (condivisioni, commenti e likes) delle notizie riportate dalle agenzie di stampa[9].

Occorre tuttavia dire che nel caso delle vicende legate al neo presidente statunitense la disinformazione non si diffonde unilateralmente; ad esempio, la notizia secondo cui Trump avrebbe detto di voler rimuovere la Statua della Libertà in quanto incentivo all'immigrazione è stata rimbalzata da alcune tra le maggiori testate giornalistiche, pur essendo nata come notizia satirica[10].

Nessuno è immune dal pericolo di farsi abbindolare da una bufala. La disinformazione si può accumulare al punto da generare narrazioni della realtà completamente inedite e alternative.

Le teorie del complotto offrono spesso visioni confortanti (anche solo nell'identificare un nemico) o autoconsolatorie (se le cose vanno così dipende da un complotto più grande me) di una realtà molto complessa e invero difficile da decifrare. Anche di questo si è parlato nel convegno internazionale che si è tenuto dal 28 al 30 novembre presso l'Università di Padova (SCIECONS -  science and conspiracy: dealing with scientific denialism, distrust of expertise and conspiracy theories[11]), organizzato dal CISFIS (Centro Interdipartimentale di Ricerca in Storia e Filosoifa della Scienza) e dal FISPPA (Dipartimento di Filosofia, Sociologia, Pedagogia e Psicologia Applicata) dell'Università di Padova, in cui diversi esperti si sono confrontati su tematiche riguardanti la percezione sociale delle teorie del complotto, la loro struttura logica e i risvolti etici e sociologici ad esse associati. Tra gli altri è intervenuto l'australiano Stephan Lewandowsky, psicologo cognitivo dell'università di Bristol, che si occupa dei meccanismi socio-cognitivi che portano al diniego del cambiamento climatico mettendo in luce le inconsistenze logiche in cui necessariamente incorrono i negazionisti (per approfondire[12]).

È possibile pensare di regolamentare in qualche modo il flusso di disinformazione? Abbiamo visto che le dinamiche di diffusione delle notizie false online sembrano dipendere dalla struttura stessa dell'ecosistema dell'informazione in cui viaggiano. Esistono poi anche siti web che immettono nel flusso di informazione notizie false che sono anche click bait, ovvero esche da click. Più alto è il numero di click ricevuti, più alti sono i ricavi che questi siti ottengono grazie alle inserzioni pubblicitarie. Google è uno dei più grandi intermediari della gestione delle pubblicità online grazie alla sua piattaforma Adsense; ed è attraverso la condivisione sui social network che notizie false nate anche da siti web di poco conto possono raggiungere una diffusione tale da affiorare talvolta anche nel sistema informativo dei media tradizionali.

L'idea di Google di impedire a siti che diffondono bufale di servirsi del sistema di inserzione pubblicitaria Adsense potrebbe costituire un primo argine alla diffusione della disinformazione online. Tuttavia il tema resta molto delicato, in quanto occorre trovare il modo di conciliare una corretta informazione con la garanzia del diritto di libertà d'espressione. C'è chi addirittura propone di mettere una sorta di marchio ai “siti bufalari”, ma se è vero che internet non è un semplice media tradizionale, bensì una riproduzione online di rapporti sociali e comunicativi, questo genererebbe un problema etico di web reputation di non poco conto, che rischierebbe di sfociare nell'equivalente online di azioni persecutorie. Risulta estremamente difficile, se non quasi impossibile, infatti, elaborare criteri strettamente oggettivi secondo cui definire cosa sia una fonte di informazione affidabile e cosa non lo sia.

Secondo la Presidente della Camera Laura Boldrini, la disinformazione è l'anticamera dell'odio e smontare le bufale un'azione di resistenza civile. Per questo Boldrini ha istituito il 10 maggio 2016 una commissione parlamentare contro i fenomeni d'odio, intitolata a Jo Cox, esponente politico del partito laburista britannico uccisa alla vigilia del voto per la Brexit. Il 28 luglio 2014 invece aveva già iniziato i lavori la Commissione parlamentare volta allo studio dei diritti e dei doveri dei cittadini per quanto riguarda Internet. Boldrini lo scorso 30 novembre ha anche incontrato a Montecitorio Richard Allan, vice presidente public policy in Europa di Facebook, per discutere le misure da prendere a difesa di chi è oggetto di cyberbullismo, insulti e violenze.

La credulità è una caratteristica umana troppo umana, e i social network sembrano essere riusciti ad amplificare questa nostra innata tendenza. La credulità però è anche il veicolo per permettere la manipolazione della realtà. I media tradizionali che hanno dominato la nostra quotidianità negli ultimi 20 anni almeno, in primis la televisione commerciale, hanno pure giocato un ruolo nell'appiattire il nostro spirito critico e in un certo senso ci hanno allenato ad assimilare indiscriminatamente informazione di qualsiasi tipo.

Democrazia e informazione sono elementi che devono andare avanti mano nella mano. Una democrazia non informata è peggio di una tirannia, o forse è esattamente ciò che porta alla tirannia. L'ultimo libro dello storico Emilio Gentile, Il capo e la folla, edizione Laterza, analizza il rapporto tra massa e potere attraverso una rassegna di alcune tra le figure più importanti del Novecento e del passato, partendo da una riproposizione della tesi di Gustave Le Bon, antropologo, psicologo e sociologo francese, autore nel 1895 de la La psicologia delle folle, secondo cui le masse possono avere insite forze distruttive, possono essere permeate da sentimenti autoritari e di intolleranza e possono essere orientate da fattori esterni, in particolar modo dal prestigio di singoli individui che sanno intercettare queste fondamentali pulsioni collettive, imbrigliando la folla sottomessa al capo in una democrazia recitativa. Il Novecento è stato il secolo dei totalitarismi, in cui la propaganda e le prime sperimentazioni di mezzi di comunicazione di massa hanno giocato un ruolo fondamentale.

Oggi Internet espone le masse a nuovi fenomeni definiti come agenda setting e inoculazione cognitiva (ovvero l'esposizione al rischio di diffusione di un certo tipo di disinformazione legata a specifiche agende politiche ed economiche), fenomeni menzionati nel libro di Quattrociocchi e Vicini e che il World Economic Forum riconosce come rischi di portata globale. Ma oggi Internet rappresenta prima di tutto un'opportunità rivoluzionaria, molto prima di risultare una minaccia. Il punto sta nell'imparare a usarlo, capirlo e riconoscerne i meccanismi di funzionamento.

Anche per questo Walter Quattrociocchi ha recentemente promosso un'iniziativa che sta prendendo forma in questi giorni chiamata Pandoors (Permanent observatory on the spread of misinformation on social media). Come si legge sul sito, il progetto mira a creare un osservatorio permanente per il monitoraggio e l'analisi in tempo reale dei flussi di notizie che scorrono sui social media e a sostenere la progettazione di sistemi di comunicazione basati sui dati, attraverso il monitoraggio del comportamento degli utenti relativamente ai pattern con cui si diffondono comunicazioni, informazioni, camere di risonanza e gli argomenti più polarizzanti.

Il pregiudizio di conferma è sì insito in ognuno di noi, ma è anche rinforzato dagli stessi algoritmi su cui si basano news feed e suggerimenti di amicizie o di adesioni a gruppi o pagine di Facebook, che ci portano a vivere in un mondo virtuale tagliato su misura per ognuno di noi. Prima ancora di pensare che la soluzione alla diffusione della disinformazione risieda esclusivamente nella modifica degli algoritmi con cui si operano le ricerche in Google o con cui fruiamo dell'informazione su Facebook, occorre sviluppare una cultura dell'attenzione[15] per la veridicità delle notizie e una cultura della responsabilità per le conseguenze di azioni (la condivisione di informazioni false) che a livello individuale possono risolversi con qualche simpatico dileggio da parte degli amici, ma che su scala globale possono avere un effetto che risuona fino alla Casa Bianca.

www.micromega.it




permalink | inviato da fiordistella il 2/2/2017 alle 6:27 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (5) | Versione per la stampa


17 gennaio 2017

MAGGIORDOMI

Zagrebelsky: “Politici maggiordomi della finanza: hanno il terrore delle urne”


Per la prima volta dopo la vittoria del No al referendum parla il costituzionalista: “Quei venti milioni di italiani hanno capito che c’era qualcosa sotto”.

intervista a Gustavo Zagrebelsky di Marco Travaglio, da il Fatto quotidiano, 13 gennaio 2017

Professor Gustavo Zagrebelsky, è trascorso più di un mese dal referendum costituzionale e lei non ha ancora detto una parola dopo la vittoria del No. Perché?

La campagna elettorale è stata lunga e faticosa. Ora è il tempo della riflessione e di qualche bilancio. Sarebbe insensato accantonare il 4 dicembre come se quel voto non avesse rivelato una realtà più dura di tutti gli slogan.

Che Italia ha incontrato, nei suoi incontri per il No?

Una realtà che non appare nei grandi media: a proposito di post-verità… I tanti che si sono impegnati hanno ricevuto centinaia di inviti da scuole, università, associazioni, circoli d’ogni genere. Soprattutto da giovani, da molti di quelli che alle elezioni politiche si astengono, ma al referendum costituzionale hanno partecipato. Si può pensare che un 20 per cento della grande affluenza sia venuta da lì. E con ciò non voglio certo dire che il No ha vinto per merito dei giuristi e dei professori.

Perché ha vinto il No?

Credo che ci siano molte ragioni e che l’errore del fronte del Sì sia stato di far leva su una sola parola, semplice ma vuota: riforme. Si sono illusi che la figura del presidente del Consiglio e del suo governo fosse attrattiva. Si era pensato a un plebiscito in cui ci si giocava tutto e così, per reazione, si è coalizzato un fronte di partiti, pezzi di partiti e movimenti tenuti insieme dal timore della vittoria totale dell’altro. Ma lo slogan inventato dai ‘comunicatori’ – “è oggi il futuro” – non era un presagio funesto, quasi un insulto, per i tanti che vivono un tragico presente? Non sottovalutiamo poi la pessima qualità della riforma. Spesso è stato sufficiente leggerne qualche brano.

Quella l’abbiamo notata in pochi…

Col senno di poi, trovo stupefacente che molti miei colleghi, politici esperti, uomini di cultura vi abbiano trovato motivi di compiacimento. Ma, forse, non avevano letto il testo. Poi quel 20 per cento di elettori di cui parlavo, e che ottusamente ci s’incaponisce a definire “antipolitici”, hanno colto l’occasione altamente “politica” per alzare la testa in nome della Costituzione. In generale, e più in profondo, credo che molti abbiano colto i veleni contenuti in tutta questa triste vicenda che ci ha tenuti inchiodati per così tanto tempo.

Quali veleni?

Quello oligarchico e quello mercantile, che hanno insospettito molti elettori. Sono stati molti cittadini a domandarsi: ma se, come martella la propaganda del Sì, la “riforma” è solo un aggiustamento tecnico – velocità e semplificazione, peraltro contraddette da norme tanto farraginose – perché mai le grandi oligarchie italiane ed estere si spendono in modo così spasmodico perché sia approvata? Ci dev’essere sotto qualcosa di ben più grosso e, se non ce lo dicono, dobbiamo preoccuparci.

Che c’era sotto?

Il disegno di restringere gli spazi di partecipazione, cioè di democrazia, per dare campo ancor più libero alle oligarchie economico-finanziarie. I cittadini hanno presenti i propri bisogni reali: giustizia sociale e dunque fiscale, uguaglianza di diritti e doveri, attenzione a emarginati e lavoro. E si sono sentiti rispondere: più velocità, più concentrazione del potere, mani più libere per pochi decisori.

Cosa hanno voluto dire i 20 milioni di elettori del No?

Voltiamo pagina dalle politiche neoliberiste e dalla svendita del patrimonio pubblico che monopolizzano il dibattito culturale, accademico, giornalistico e politico da 30 anni e hanno prodotto tanti disastri sociali. Operazione completata con la riforma costituzionale dell’articolo 81, cioè dell’equilibrio di bilancio sotto l’egida della Commissione europea, approvata in fretta e furia sotto il governo Monti da centrodestra e centrosinistra nel silenzio generale. Ecco: proponeteci un’altra politica.

Che c’è di male nell’imporre bilanci in ordine?

L’equilibrio di bilancio comporta di fatto la rinuncia alla politica keynesiana di investimenti pubblici per creare sviluppo e lavoro, cioè la pura e semplice rinuncia alla politica. In nome del primato assoluto dell’economia finanziarizzata. Come in Grecia, dove la democrazia è stata azzerata. Nei miei incontri per il No, ho colto una gran fame di politica, cioè di una sana competizione fra politica ed economia, senza il predominio della seconda sulla prima.

Si spieghi meglio.

Fare politica significa scegliere liberamente tra opzioni: se tutto è obbligato da istituzioni esterne, grandi banche e fondi d’investimento, la politica sparisce. È la dittatura del presente, un presente repulsivo per molte persone. Nella dittatura del presente la politica sparisce e la democrazia diventa una farsa. Le elezioni diventano un intralcio, a meno che le oligarchie non siano sicure del risultato. Il sale della democrazia è l’incertezza del responso popolare. Invece si preferisce uno sciapo regime del consenso.

E, dopo il referendum, ecco il governo-fotocopia.

Distinguiamo tra Gentiloni e il suo governo. Il nuovo premier, rispetto al precedente, è una novità: è educato, parla sottovoce, dice cose di buonsenso e appare poco in tv, non spacca l’Italia tra pessimisti (anzi “gufi” e “rosiconi”) e ottimisti, fra conservatori e innovatori a parole. Quando il penultimo premier lo faceva, a reti unificate, il minimo che potevi fare era cambiare canale o spegnere la tv. Ora quella finta contrapposizione è finita. Gentiloni pare dire le cose come stanno o, almeno, non dire le cose come non stanno. E il presidente Mattarella, a Capodanno, ha richiamato l’attenzione su tante cose che non vanno. Uno statista deve dire che il futuro non è oggi, ma va costruito da oggi con enormi sacrifici, e che i sacrifici devono distribuirsi tra coloro che possono sopportarli e, spesso, hanno vissuto finora da parassiti alle spalle degli altri.

Vedo che Renzi lei non lo nomina proprio… E del governo Gentiloni che dice?

È il rifiuto di guardare la realtà, una riprova dell’autoreferenzialità del politicantismo. Quasi uno sberleffo dopo il 4 dicembre. Era troppo sperare che si prendesse atto dell’enorme significato politico del referendum, del colossale voto di sfiducia che l’elettorato ha espresso nei confronti degli autori della tentata “riforma”? Non è una questione personale: saranno tutte ottime persone. Ma è una questione politica. Invece, Maria Elena Boschi, la madrina della “riforma”, è stata promossa in un ruolo-chiave nel governo e la coautrice e relatrice, Anna Finocchiaro, è diventata ministro. Mah! L’unica novità è la ministra dell’Istruzione, subito caduta sul suo titolo di studio. Per il resto, uno scambio di posti. Ma per i nostri politici, forse perché sospettano di contare poco o nulla, chiunque può fare qualunque cosa.

Non hanno capito o fingono di non capire tutti quei No?

Con i sondaggi che danno la fiducia nei partiti avviata verso il sottozero, verrebbe da credere che Dio acceca chi vuol perdere.

Che si voti ora o nel 2018, siamo comunque a fine legislatura.

Lei ne è così sicuro? Io un po’ meno. Si dice che occorre armonizzare le leggi elettorali di Camera e Senato. È giusto. Ma, se non le armonizzano entro il 2018, cioè alla naturale scadenza della legislatura, che succede? Si dirà che, per forza maggiore, per il momento, non si può ancora andare al voto?

Pensa seriamente che potrebbero farlo?

Non mi stupisco più di nulla. La continuità, ribattezzata stabilità, sembra essere diventata la super-norma costituzionale. Il governo Gentiloni non ne è una dimostrazione, in attesa che si ritorni al prima del referendum?

Dicono: non si può votare subito perché il No ha mantenuto il Senato elettivo con una legge elettorale diversa da quella della Camera.

La colpa sarebbe dunque degli elettori? E non di coloro che hanno scritto leggi con la sicumera di chi ha creduto che l’esito scontato del referendum sarebbe stato un bel Sì? Così, la riforma delle Province della legge del 2014 è stata scritta “in attesa della riforma del Titolo V della Costituzione” e l’Italicum è nato sul presupposto dell’abolizione del Senato elettivo. Si può legiferare, tanto più in materia costituzionale, “nell’attesa di…”? Che presunzione! E la colpa sarebbe dei soliti cattivi che deludono le rosee attese… Suvvia…

Napolitano e Mattarella dovevano respingere le due leggi?

Io credo che ci fosse un abbaglio generalizzato: tutti pensavano che le cose sarebbero andate inevitabilmente come poi, invece, non sono andate. Era l’ideologia delle riforme, della volta buona, dell’Italia che riparte, degli italiani in spasmodica attesa da trent’anni… Che cos’è l’ideologia, se non la presunzione di spiegare il mondo a venire tramite le proprie granitiche convinzioni e di tacitare i dissenzienti come eretici? Quelli del No tante volte, in questi due anni perduti, si sono sentiti bollare d’eresia. La verità erano le riforme e i garanti delle istituzioni, se non sono stati essi stessi tra i promotori di quella verità, come il presidente Napolitano, l’hanno probabilmente subita, come il presidente Mattarella, insieme allo stuolo di commentatori e costituzionalisti che non hanno guardato le cose con il distacco che avrebbe fatto vedere loro entrambi i lati delle possibilità. Se lei mi chiede se i garanti avrebbero dovuto aprire gli occhi e moderare l’arroganza e la vanità dei “riformatori”, la risposta è sì. Ora il peccato originale di questa legislatura presenta il conto.

Peccato originale?

Nel 2014, dopo la sentenza della Consulta sul Porcellum che delegittimava il Parlamento, pur lasciandolo provvisoriamente in vita, si sarebbe dovuto, appena possibile, tornare alle urne. Una legge uniforme per le due Camere, allora, c’era: quella uscita dalla sentenza, il cosiddetto “Consultellum”. Ma anche su questo s’è fatto finta di niente, contando sul fatto che i buoni risultati – su tutti la magica riforma costituzionale – avrebbero fatto aggio sul difetto di legittimità originaria, di cui nessuno avrebbe più parlato. Buoni risultati? Il giudizio l’ha appena dato il corpo elettorale.

Cosa si aspetta ora dalla Consulta, che il 24 si pronuncerà sull’Italicum?

Se valgono le ragioni scritte nei precedenti costituzionali, e non ragioni d’altro tipo, pare di capire che è incostituzionale anche l’Italicum: per i capilista bloccati cioè nominati, per il premio abnorme di maggioranza e per la difformità fra il sistema ipermaggioritario della Camera e il Consultellum proporzionale del Senato.

E sulla bocciatura del referendum della Cgil sull’abolizione dell’articolo 18?

Da ex giudice costituzionale, ho un obbligo di discrezione. Una sola osservazione: sono sconcertato dal fatto che escano notizie, fondate o infondate che siano, sugli schieramenti con nomi e cognomi formatisi nella camera di consiglio, dove dovrebbe regnare il riserbo assoluto.

Cosa si augura di qui alle elezioni?

Che si ricominci a fare politica, non con manovre di palazzo ma con progetti per l’avvenire che ci facciano uscire da questo tempo esecutivo che ha bandito la politica, se non come mera lotta per l’occupazione dei posti di potere. Tolto di mezzo il referendum, che è stato un fattore di congelamento anche delle idee, mi auguro un periodo di disgelo. Spero che si ricominci a progettare politicamente e, attorno ai progetti, si raccolgano le forze sociali disposte a partecipare. Il Pd, così come è stato negli ultimi tempi, è uno dei problemi. Il congelamento della politica è dipeso anche da quel partito che è apparso finora come incantato o inceppato dal suo presunto salvatore. Mi augurerei una terapia di disincantamento. Si sente l’esigenza di qualcuno che alzi gli occhi e guardi oltre il giorno per giorno.

A modo suo, sta cercando di ristrutturarsi il M5S: codice etico, scouting per la classe dirigente, programma, alleanze in Europa.

Stanno scoprendo la politica, evviva! Spero che si pongano il problema politico delle alleanze. In democrazia, le alleanze e anche i compromessi non sono affatto il demonio. La questione è con chi, a che prezzo e per che cosa. Chi stipula buoni accordi dà il segno della propria forza, più di chi si isola nella propria diversità. Così come è segno di forza dire, nel “codice etico”: non mi affido alla regoletta automatica secondo cui un avviso di garanzia comporta l’allontanamento dal movimento; ma mi assumo la responsabilità di leggere quel che c’è scritto e poi di dire: “Questa condotta è difendibile, faccio quadrato attorno a te; questa invece è indifendibile e ti mando via”. Sui fatti, non sull’avviso in sé. Altrimenti ci si mette alla mercé della denuncia d’un calunniatore o di un avversario, o del ghiribizzo d’un pm.

E la figuraccia in Europa, tra Farage e i Liberali?

Le darei meno peso politico: cattiva gestione d’un problema di tattica parlamentare, che accomuna sempre tutti coloro che stanno in un Parlamento. Sono altri i punti che i 5Stelle devono chiarire.

Per esempio?

Democrazia interna, selezione della classe dirigente, programma, politica estera, immigrazione. Sui migranti, a proposito di rimpatri, Grillo in fondo dice la stessa cosa del governo che veglia sulla nostra sicurezza, secondo la legge. Ma, non esistendo una posizione chiara o chiaramente percepita del M5S, qualunque cosa dica può essere accusato ora di deriva lepenista, ora di lassismo buonista.

I 5Stelle insistono per il referendum sull’euro.

La Costituzione non lo prevede. Ma un referendum informale per dare un’idea di massima degli orientamenti tra i cittadini, non vedo perché non sia possibile. Piuttosto, anche qui, occorre la chiarezza delle posizioni. Uscire dall’euro, come, quando e con quali conseguenze? Contestare l’Europa per distruggerla e tornare alle piccole patrie, o per rifondarla, e come? Tra tutti gli Stati attuali, o solo con il nucleo più omogeneo? E così via.

Se i 5Stelle vincono le elezioni, che succede?

Si farà di tutto per impedirglielo. Anzitutto con una legge elettorale ad hoc: quella proporzionale. Quando il Pd vinse le Europee col 41%, l’Italicum col premio di maggioranza a chi arrivava al 40% era la legge più bella del mondo. Ora che i sondaggi ipotizzano un ballottaggio vinto dal M5S, non va più bene e si vuol buttare via una legge mai usata: roba da perdere la faccia. Non per nulla la Commissione di Venezia e la Corte di Strasburgo nel 2012 (Ekoglasnost contro Bulgaria) hanno detto che non si cambia legge elettorale nell’imminenza delle elezioni. Ma anche qui arriva il conto di troppe miopie.

Quali miopie?

Dal 2013 una classe politica lungimirante avrebbe tentato di parlamentarizzare i 5Stelle. Invece li hanno demonizzati e ostracizzati. E ora non sanno più come neutralizzarli se non col proporzionale, che ci riporterà alle larghe intese Pd-Forza Italia. Nulla di scandaloso di per sé (vedi la grande coalizione tedesca). Ma in Italia il rischio è che sia l’ennesimo traffico di interessi, con fine ultimo di restare comunque a galla.

I 5Stelle non sono pronti per governare. Non le fanno paura?

Chi governa lo decidono gli elettori. Sotto certi aspetti, chiunque disponga del potere dovrebbe fare paura. A parte ciò, come già sta avvenendo dove governano i 5Stelle, le nuove responsabilità impongono loro di cambiare pelle, natura e, spero, anche toni: più oggettività e meno proclami. Se si pensa che il problema sia afferrare il potere, perché poi tutto scorra facilmente, ci si sbaglia di grosso.

Il M5S ha difeso la Costituzione dalla “riforma” , ma vuole il vincolo di mandato contro i voltagabbana, che ora vengono multati.

C’è una soluzione più semplice e costituzionale: il parlamentare è libero di cambiare partito e anche di votare come vuole, in dissenso dal suo gruppo. Ma, se lascia la maggioranza con cui è stato eletto per passare all’opposizione, o viceversa (caso molto più frequente), subito dopo deve decadere da parlamentare: perché ha tradito i propri elettori e ha stravolto il senso politico della sua elezione.

Lei vive a Torino: che gliene pare di Chiara Appendino?

Non l’ho votata, perciò posso dire in totale libertà che è una felice sorpresa. Ha detto che non tutto quel che s’è fatto prima è da buttare: ecco la forza della continuità. È più fortunata di Virginia Raggi, che a Roma ha trovato una situazione infinitamente più compromessa: lì è difficile salvare qualcosa del passato. Ma vedo che, ai 5Stelle in generale e alla Raggi in particolare, non si perdonano molte cose che si perdonano agli altri. Due pesi e due misure.

Anche a giornali e tv si perdonano bugie e falsità, mentre per il Web s’è perfino coniato il neologismo della “post-verità”.

Come se, prima del Web, l’informazione fosse il regno della verità! Da sempre la menzogna è un’arma del potere, lo teorizzava già Machiavelli. Il che non significa che la si debba accettare. Anzi, occorre combatterla, perché la verità è, invece, l’arma dei senza potere contro i prepotenti. La Verità non esiste, ma la verità sì. Almeno sui dati e sui fatti oggettivi. Poi le interpretazioni sono libere.

Si dice che il successo di Trump, della Brexit e dei 5Stelle contro gli establishment è colpa delle fake news sul Web.

Troppo facile. Le bufale del Web sono così dozzinali che chi ha un minimo di conoscenza può facilmente respingerle, perché quella è una comunicazione orizzontale: verità e bugie, spesso anonime o firmate da ignoti, non hanno autorevolezza e si elidono reciprocamente. Invece la somma delle bugie o delle reticenze diffuse dalla stampa e dalle tv sono firmate, dunque più autorevoli, ergo meno smentibili, perché quella è una comunicazione verticale. Occorrerebbe bloccare gli interventi anonimi sul Web, così sarebbe più facile distinguere chi è credibile e chi no. Se poi qualcuno diffama, si creino procedure giudiziarie rapide. La difesa della reputazione delle vittime è inconciliabile con i tempi lunghi. Ma le fake news diffuse per turbare l’ordine pubblico sono già ora materia penale. Per il resto, questa storia della post-verità mi pare un discorso falso: come se, prima, non esistesse e vivessimo nel paradiso della verità.

Che intende dire?

Da quando gli elettori disobbediscono regolarmente agli establishment, questi cercano scuse per giustificare le proprie sconfitte e per mettere le mani sull’unico medium che ancora non controllano: la Rete. Si sentono voci autorevoli domandare: ma non vorremo mica far votare gli ignoranti, anzi i “populisti”? Se lo chiedeva già Gramsci: è giusto che il voto di Benedetto Croce valga quanto quello di un pastore transumante del Gennargentu? La risposta, di Gramsci ieri e di ogni democratico oggi, è semplice: se il pastore vota senza consapevolezze, è colpa di chi l’ha lasciato nell’ignoranza; e se tanta gente vota a casaccio, è perché la politica non gli ha fornito motivazioni adeguate. Questi signori pensino a come hanno ridotto la scuola, la cultura e l’informazione: altro che il Web!

Grazie, professore.

(13 gennaio 2017)




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31 dicembre 2016

FELICE 2017 A VOI TUTTI :-)

https://youtu.be/UvIA3VRSM-Y




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28 dicembre 2016

ARTEMISIA GENTILESCHI

Artemisia Gentileschi, artista


Una mostra al Museo di Roma di Palazzo Braschi mette a confronto circa trenta opere di Artemisia Gentileschi con gli artisti del suo tempo, illustrando la qualità di questa artista al di là delle letture psicologiche e romanzate, e i rapporti di reciproco scambio e influenza con la pittura del XVII secolo a Roma, Napoli, Firenze, Genova e Venezia. 

di Mariasole Garacci 

In una precoce Allegoria della Pittura del 1608-09, un piccolo olio su tavola di quercia oggi scomparso, forse rubato alla fine degli anni novanta, Artemisia Gentileschi, allora poco più che quindicenne, si autoritrasse in attenta osservazione del proprio volto, la bocca socchiusa, lo sguardo concentrato e un po' svagato di quando, da sole e non viste, ci si guarda allo specchio o in due specchi a diverse angolazioni, per truccarsi o studiare i diversi profili della propria fisionomia (così deve necessariamente aver realizzato questo dipinto, e così facevano spesso i pittori, con due specchi); la testa leggermente inclinata, nelle guance e nella bocca una tenerezza ancora infantile tipica della prima adolescenza, e negli occhi quel bagliore come quando da ragazzi si apprende qualcosa. 

A quel tempo l'apprendistato artistico di Artemisia presso il padre Orazio Gentileschi era già avanti, si può anzi supporre che la giovane, oltre ad aver preso in mano la conduzione della casa, dove la madre era venuta a mancare nel 1605, collaborasse attivamente alla bottega paterna. Benché il raggio d'azione di una ragazza a quel tempo fosse molto limitato e Artemisia non potesse uscire in esplorazione per Roma a studiare l'arte e le antichità, parte fondamentale dell’educazione di un artista, e per quanto riguarda lo studio del nudo dovesse forse accontentarsi di studiare il proprio, è da presumere che nella bottega del pittore toscano fosse disponibile il consueto assortimento di stampe di artisti famosi come Raimondi e Dürer: a quest’ultimo farebbe pensare la manina con le dita incurvate che regge il pennello, con l’anulare e il mignolo leggermente divaricati in visione frontale. 

Chi è Artemisia Gentileschi, e perché è importante una mostra come quella ora ospitata al Museo di Roma di Palazzo Braschi, che mette in relazione la carriera di questa superba pittrice con l’arte del suo tempo? Al di là delle biografie romanzate e dell'interesse un po’ morboso intorno al famoso processo per stupro contro Agostino Tassi del 1612, non stupisce che la figura di questa donna artista eserciti tanto fascino: la sua esistenza offre una di quelle emozionanti occasioni in cui si possono afferrare, tra le pagine della storia “importante”, lembi di individualità personale, e riconoscere vicini esseri umani lontani nel tempo. Inoltre, le vicende di Artemisia danno voce a una parte di umanità, quella femminile, il cui lato più intimo e umano resta, nel secolo in cui lei visse, per lo più celato e che noi possiamo solo cercare di catturare negli sguardi e nelle pose delle bellezze silenziose che ci osservano dai quadri dei grandi artisti, paludate degli abiti di una santa, di una Madonna, di una Giuditta, o sublimate nel patetismo discinto di una Maddalena penitente o di una Cleopatra. 

Del resto, anche volendo ridimensionare l’attrattiva del lato privato di quest’artista, è difficile non pensare che la sua voce Artemisia fu in grado, per una serie di circostanze, di farla sentire forte e chiara, e di farla giungere fino a noi grazie alla sua indipendenza, la sua intelligenza e la sua ambizione: seppe farlo da ragazzina durante lo squallido processo che le si rivolse contro (per una obiettiva comprensione del quale, anche nel contesto culturale e sociale del tempo, è utile leggere quanto pubblicato da Elizabeth Storr Cohen nel 1991 e nel 2000), da adulta nelle lettere appassionate al suo amante, il nobile fiorentino Francesco Maria Maringhi, e in generale durante la sua carriera condotta con talento e spregiudicatezza. Così, è davvero difficile astenersi dal ricordare, come manifestazione del carattere forte di Artemisia, l’amara ironia nelle parole da lei rivolte a Tassi rinfacciandogli la disattesa promessa di un matrimonio riparatore quando, durante il processo, le furono stretti attorno alle dita, preziosi strumenti del suo mestiere, i temibili sibilli, strumento di tortura usato per accertarsi della veridicità della testimonianza: “Questo è l’anello che tu mi dai et queste le promesse”. 

Artemisia non fu la sola donna che “all’aco e al fuso preferì il toccalapis e il pennello”, per citare le parole usate da Giovan Battista Passeri nella biografia di un’altra artista coetanea di Artemisia e attiva a Roma, Caterina Ginnasi. Oltre quest’ultima vanno infatti ricordate altre artiste del XVII secolo, come Orsola Maddalena Caccia, Ginevra Cantofoli, Giovanna Garzoni, Elisabetta Sirani e Plautilla Bracci, quest’ultima caso straordinario di “architettrice” (così nelle fonti d’epoca) che progettò tra le altre cose la villa del Vascello. Ma, mentre non di tutte si può dire che seppero evadere dai generi più “femminili” della miniatura o della natura morta, Artemisia Gentileschi, prima donna ad entrare nell’Accademia delle Arti e del Disegno di Firenze, compete e dialoga da pari a pari con i pittori del suo tempo, a partire dal padre stesso. 

Per questo motivo la mostra che si tiene ora fino al 7 maggio 2017 al Museo di Roma di Palazzo Braschi, sorvolando qualsiasi questione di genere, mette a confronto trenta quadri di Artemisia Gentileschi con circa sessanta opere dei pittori contemporanei con cui ebbe diretti rapporti di lavoro o a lei vicini, offrendo la preziosa possibilità di ammirare alcuni celebri capolavori di questa dotata e straordinaria figlia d’arte nel contesto del linguaggio, dei modi, delle soluzioni e dei temi che animavano la scena artistica del suo tempo, con cui Artemisia ebbe un rapporto certo non soltanto ricettivo ma di originale elaborazione personale e di mutuo scambio. Il nutrito elenco di opere riunite dai curatori (tra cui figura il prestigioso nome di Nicola Spinosa, seguito da Francesca Baldassarri e Judith Mann) conta, dunque, pittori più o meno originali ma significativi del loro tempo, prolificamente attivi nelle città in cui Artemisia lavorò, Roma, Firenze, Genova e Napoli: Giovanni Baglione, Antiveduto Gramatica, Ludovico Cardi detto il Cigoli, Giovan Francesco Guerrieri, Carlo Saraceni, Nicolas Reigner, Angelo Caroselli, Jusepe de Ribera, Bartolomeo Manfredi, Cristofano Allori, Battistello Caracciolo, Francesco Furini, Simon Vouet, Charles Mellin, Rutilio Manetti, Massimo Stanzione, Bernardo Cavallino e altri. 

Poche le notizie sui primi anni di vita di Artemisia Gentileschi: possiamo ricostruire gli esordi della sua carriera attraverso ciò che sappiamo della formazione tipica di un giovane aspirante pittore dell’epoca, che iniziava il proprio apprendistato a dodici, tredici anni. Presumibilmente, nel 1607-08 la giovane doveva essere già in grado di prestare un prezioso aiuto a Orazio, se è da tenere in considerazione il fatto che in quel periodo il pittore, una persona burbera e poco amichevole, iniziò a ricevere un crescente numero di commissioni senza ricorrere ad aiuti. Si può supporre che, nel regime di sospettosa reclusione cui, secondo la testimonianza del pittore Carlo Saraceni, Orazio teneva la figlia, Artemisia abbia avuto davvero scarse occasioni di lasciare le mura domestiche se non per andare in chiesa e partecipare a funzioni religiose. 

Certo, le chiese di Roma erano una mostra pubblica di importanti opere d’arte commissionate da nobili, cardinali e congregazioni, e per consuetudini e circostanze familiari si può ipotizzare che la giovane abbia avuto accesso a San Giovanni in Laterano (dove fu cresimata), alle chiese di Santo Spirito in Sassia, Sant’Onofrio al Gianicolo, San Carlo ai Catinari, e forse Santa Maria del Popolo, San Luigi dei Francesi, San Giovanni dei Fiorentini, San Lorenzo in Lucina, San Paolo fuori le mura, San Pietro e Santa Maria Maggiore. Forse, poté raggiungere il padre quando questi lavorava nel Casino Borghese sul Quirinale, e in Santa Maria della Pace dove nel 1607 fu collocato un Battesimo di Cristo dipinto da Orazio. E’ di poco posteriore a questo periodo la Susanna e i vecchioni di Pommersfelden firmata e datata 1610, che attesta l’esordio artistico di Artemisia con una composizione essenziale, perfettamente riuscita benché ancora molto cauta, dominata dal luminoso e sensuale nudo quasi integrale di Susanna che doveva probabilmente attestare al pubblico la bravura della giovane artista nel ritrarre la figura umana. La soluzione formale del tema è da far risalire forse, tramite le indicazioni del padre, a una composizione di medesimo soggetto di Ludovico Carracci o al perduto modello eseguito nel 1600-02 da Caravaggio per Giovan Battista Marino. L’inclusione nella mostra a Palazzo Braschi di una Giuditta e la sua ancella con la testa di Oloferne di Orazio Gentileschi del 1607-08, da confrontare con lo stesso soggetto rivisitato da Artemisia poco tempo dopo, permette inoltre di gettare luce su un probabile scambio artistico fra padre e figlia già in questi anni, i cui termini ben presto non saranno più di mero apprendistato. 

Dopo lo scandalo del processo romano, Artemisia viene sposata in gran fretta al modesto pittore Pierantonio di Vincenzo Stiattesi e spedita a Firenze, dove era stata raccomandata da Orazio a Cristina di Lorena, madre del giovane granduca Cosimo II de’ Medici. Qui Artemisia visse otto anni importantissimi della sua carriera, alla corte di questo lungimirante mecenate interessato alla pittura di Battistello Caracciolo, Bartolomeo Manfredi, Gherardo delle Notti, Bartolomeo Cavarozzi e Theodor Rombouts, per citare solo alcuni dei nomi che figuravano nelle collezioni del granduca. Firenze era una città all’avanguardia nelle scienze e nel nuovo genere teatrale del “recitar cantando” e Artemisia, ai tempi del processo romano ancora adolescente e analfabeta, nella raffinata corte medicea sbocciò, si fece ammirare come cantante e liutista oltre che come pittrice, conobbe quello che sarebbe diventato il suo devoto e appassionato amante, il patrizio letterato e collezionista Francesco Maria Maringhi ed entrò inoltre in rapporti confidenziali e di stima reciproca con Galileo Galilei e con Michelangelo Buonarroti il Giovane, committente e protettore determinante per il successo fiorentino della giovane e talentuosa pittrice, che in casa di questi dipinse L’Inclinazione, una sognante figura femminile circondata dalla stella e la bussola care a Galilei. A Firenze Artemisia conobbe anche pittori fondamentali per lo sviluppo del suo stile, come Francesco Furini e Cristofano Allori, interpreti in pittura di quella “poetica degli affetti” strettamente legata all’interpretazione teatrale. Appartengono a questo periodo La conversione della Maddalena degli Uffizi (1616-17), il cui ricco costume di un serico giallo oro ricorda la veste della superba Giuditta con la testa di Oloferne del 1620 di Allori esposta in mostra, un intenso Autoritratto come suonatrice di liuto del 1617, e le due straordinarie versioni di Giuditta che decapita Oloferne, l’una del 1617 conservata al Museo Nazionale di Capodimonte, l’altra del 1620-21 agli Uffizi, anche queste entrambe in mostra. Si tratta di due composizioni di grande impatto drammatico che richiamano direttamente la Giuditta e Oloferne di Caravaggio a Palazzo Barberini del 1602. Il letto di morbidi materassi impilati su cui il generale assiro si dimena scompostamente nell’ultimo spasmo, afferrando la veste dell’ancella Abra, è disfatto e intriso di sangue; Giuditta, le maniche arrotolate sulle braccia possenti in contrasto con la tenera sensualità del seno che quasi fuoriesce dalla veste, afferra e tira la testa di Oloferne per la barba mentre con l’altra mano imprime una spinta opposta con la spada, la cui guardia nella seconda versione affonda naturalisticamente nella carne dell’avambraccio dell’uomo, mentre schizzi di sangue le sprizzano sul volto contratto dallo sforzo e dal disgusto. 

Nel 1621 lo stile di vita lussuoso condotto a Firenze da Artemisia, una serie infinita di debiti contratti con il granduca ma anche con artigiani e professionisti e i rapporti ormai compromessi con l’Accademia, costrinsero l’artista ad abbandonare la città con suo marito e tornare a Roma, con l’aiuto economico del Maringhi. A quest’epoca Artemisia aveva ventotto anni, era già madre di cinque figli, ed era ormai una professionista riconosciuta con un’esperienza artistica consolidata. In questo periodo realizzò una nuova versione di Susanna e i vecchioni (1622) molto diversa dal quadro d’esordio dipinto più di dieci anni prima, in cui deliberatamente parlava emiliano allo scopo di lusingare il gusto bolognese dell’importante committente dell’opera, il cardinale Ludovico Ludovisi, nipote di Gregorio XV (1621-23). Se nella versione giovanile l’interpretazione del tema era stata psicologica, incentrata sulla reazione di rifiuto, terrore e vergogna della donna insidiata, qui l’artista traduce più fedelmente il passo del libro di Daniele in cui Susanna, pressata dalle minacce dei due vecchi molestatori, scoppia a piangere con gli occhi rivolti al cielo rifiutando il ricatto, offrendo così un’allegoria dell’anima in pericolo mortale che si affida fiduciosa al Signore. E’ evidente, nel cielo e nei brani di natura, nell’impostazione della scena e nel tipo fisico di Susanna, l’adattamento di Artemisia allo stile di Guercino, attivo a Roma in quegli anni, e alla pittura ricca ed esuberante del maestro di Cento. 

Tra il 1620 e il 1627, gli anni del suo secondo periodo romano, Artemisia interagì con i pittori attivi nella Città Eterna, muovendosi tra i due poli stilistici che in quel momento andavano per la maggiore, un caravaggismo mediato anche dal luminismo di pittori come Gerrit van Hontorst e il pittoricismo bolognese: tra gli utili confronti forniti dalla mostra di Palazzo Braschi, sono presenti Giuseppe e la moglie di Putifarre (1620 circa) e Giaele e Sisara (1620 circa) di Giuseppe Vermiglio, Giuditta con la testa di Oloferne (1626) di Domenico Fiasella, Sibilla (1618-21) di Orazio Gentileschi, Salomé con la testa del Battista (1627-28) di Charles Mellin, David con la testa di Golia (1625-26) di Nicolas Reigner. E’ di questo periodo un Ritratto di Artemisia Gentileschi eseguito da Simon Vouet nel 1622: il fatto che fosse di proprietà di Cassiano del Pozzo lascia capire quanto la pittrice fosse apprezzata da uno dei più importanti collezionisti del tempo. 

Dopo una misteriosa parentesi a Venezia tra il 1626 e il 1629, nel 1630 Artemisia si trasferì a Napoli su invito del viceré il duca di Alcalà, già suo committente e collezionista a Roma. Il periodo napoletano è trattato in un interessante saggio nel catalogo Skira da Nicola Spinosa, curatore della sezione napoletana della mostra, che rende conto dei contatti e degli scambi di Artemisia con la situazione locale, tra il naturalismo post-caravaggesco di Battistello Caracciolo e Jusepe de Ribera e l’interesse per la sensuosa pittura emiliana in quel momento manifestato dalla committenza (si pensi che nel 1631 Domenichino lavorava, tra molti ostacoli e disagi, alla decorazione della Cappella del Tesoro di San Gennaro). A Napoli Artemisia arrivò dopo aver compiuto a Roma un’apertura verso un certo pittoricismo sensuoso che nella città partenopea trovò reciproco riscontro nei citati Caracciolo e Ribera, ma anche in Francesco Guarino, Massimo Stanzione, Paolo Finoglio, Bernardo Cavallino. Sono emblematici di questo momento l’Annunciazione (1630) del Museo Nazionale di Capodimonte, la Nascita di san Giovanni Battista (1635 circa) del Prado, l’Adorazione dei Magi (1635-37) e San Gennaro placa l’orso (1635-37) parte di un importante ciclo per il Duomo di Pozzuoli commissionato dal vescovo Martìn de Leoòn y Càrdenas, che nella scelta degli artisti si era fatto guidare dal viceré di Napoli il conte di Monterrey, dove lavorarono anche Lanfranco, Ribera, Finoglio, Stanzione e Beltrano. 

A questo punto della sua carriera, il lato privato della vita di Artemisia torna a farci interrogare intorno alle dinamiche affettive e psicologiche che si addensavano intorno alla pittrice: come si è accennato, a Napoli riceveva committenze da mecenati illustri, tra cui Filippo IV di Spagna, sebbene le preoccupazioni economiche fossero sempre pressanti soprattutto in vista del matrimonio della figlia maggiore. Già almeno dal 1735 Carlo I Stuart richiedeva la sua presenza a Londra, dove Orazio Gentileschi e i tre figli maschi risiedevano stabilmente dal 1626 al servizio del re e della regina. Le circostanze che determinarono il trasferimento di Artemisia da Napoli a Londra, città raggiunta tra il 1638 e il 1639, sono in parte ancora misteriose e indagate nel catalogo della mostra romana da Cristina Terzaghi. Quel che sembra emergere dai documenti disponibili è che la presenza di Artemisia nella capitale britannica rappresentasse un’ancora di salvezza per lo scorbutico padre, dalla cui casa la donna era uscita ormai vent’anni prima nelle circostanze che sappiamo, essendo questi ormai troppo anziano per poter far fronte dignitosamente alle committenze della casa reale con l’aiuto dei soli figli maschi, artisti mediocri. 

Dunque si ipotizza che Artemisia, poco entusiasta di questa trasferta (come emerge dal fatto che già nel dicembre del 1639 scrivesse a Francesco I d’Este per procacciarsi un posto alla sua corte) avrebbe acconsentito a questo impegnativo viaggio per motivi prettamente familiari, per venire in aiuto del padre. A Londra lavorò a fianco di Orazio nella decorazione del soffitto della Queen’s House di Greenwich per la regina Henrietta Maria, una celebrazione del buon governo di Carlo I Stuart patrono delle arti (il sovrano finirà poi decapitato il 30 gennaio del 1649 nel corso della rivoluzione capeggiata da Oliver Cromwell) il cui repertorio di immagini è la celebre Iconologia di Cesare Ripa. Del soggiorno londinese di Artemisia resta, tra gli altri lavori, un’Allegoria della Pittura (1638-39) proprietà del Royal Collection Trust, altro toccante autoritratto dell’artista che a distanza di trent’anni dal primo del 1608-09 torna a raffigurarsi negli stessi panni. 

Ritroviamo qui il volto, i capelli bruni, l’avvenenza, la passione di Artemisia Gentileschi, che visse nel lusso e nell’ammirazione dei contemporanei, ma anche tra i debiti e le preoccupazioni materiali e che fu addirittura, a Firenze, accusata del furto di colori e materiali da pittura. Una ragazzina intelligente cresciuta nell’ambiente anticonformista ma anche pragmatico fino al cinismo e, talvolta, meschino degli artisti, che partì da Roma adolescente e analfabeta, con un grande talento nelle mani e dotata di ambizione e senso pratico, e che condusse una carriera di tutto rispetto in un mondo maschile. Mai affidandosi alla specificità del suo essere donna “pittora”, fenomeno oppure ornamento curioso per una corte, ma alle sue capacità artistiche e di autopromozione. Un’artista anche spregiudicata, che seppe piegare il suo stile e la sua tecnica pittorica all’opportunità del momento, prensile e ricettiva, e comunque sempre restando se stessa e a un livello degno del suo nome. Forse, l’aspetto della sua vicenda personale che conta più di tutti mettere a dialogo con la sua carriera artistica è rivelato proprio dai due autoritratti sotto le spoglie di Allegoria della Pittura, dipinti a distanza di trent’anni l’uno dall’altro, con in mezzo tutta questa vita piena di lavoro, studio, figli, passioni, grane da risolvere: come si vedeva Artemisia? Come rappresentava se stessa ai suoi occhi e ai nostri? Intenta alla pittura con i pennelli e la tavolozza dei colori in mano, la bocca carnosa socchiusa, il respiro sospeso in concentrazione, l’occhio vivo e acuto, tutta presa nell’esercizio intellettuale e pratico che era la sua professione, la sua passione e la sua libertà. 

Artemisia Gentileschi e il suo tempo 

Fino al 7 maggio 2017 

Roma, Palazzo Braschi - ingresso da Piazza Navona, 2 e da Piazza San Pantaleo, 10 
Orario: dal martedì alla domenica, ore 10.00-19.00. La biglietteria chiude un’ora prima 
24 e 31 dicembre ore 10.00-14.00 – giorni di chiusura lunedì, 25 dicembre, 1 gennaio, 1 maggio 

Biglietto “solo mostra”: intero €11, ridotto €9 Per riduzioni e gratuità, informazioni su visite guidate e audioguide e per prenotazioni visitare la pagina web della mostra o telefonare al numero 060608 

Catalogo Artemisia e il suo tempo a cura di Nicola Spinosa. Milano, Skira 2016, pp. 312, 150 ill. b/n e col., cm 22x28 con saggi di Francesca Baldassarri, Maria Beatrice De Ruggieri, Judith Mann, Jesse Locker, Anna Orlando, Nicola Spinosa, Cristina Terzaghi, bibliografia delle schede ed esposizioni a cura di Virginia Comoletti 

www.museodiroma.it www.museiincomuneroma.it @museiincomune #ArtemisiaRoma

(21 dicembre 2016
)




permalink | inviato da fiordistella il 28/12/2016 alle 17:37 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (4) | Versione per la stampa

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