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25 giugno 2019

PANCHO PARDI

PANCHO PARDI - Lo scandalo CSM e il referendum costituzionale

ppardiChissà se Zingaretti, con tutto quello che ha da fare, ha potuto ripensare alla sua prima uscita pubblica: l'Italia non funziona perché ha vinto il No nel referendum costituzionale. Ma qui non è in causa la questione principale: quale sventura sarebbe stata l'affermazione di una pessima riforma costituzionale, con tutte le sue conseguenze a cascata, fino all'arbitrio del presidente del consiglio sulla sua maggioranza. Ed è su questa sua opinione che si misura il giudizio di lungo periodo sul suo operato, che ci auguriamo però denso di ravvedimenti operosi.

Qui ci limitiamo a una questione secondaria, che non è trascurabile: se avesse vinto il Sì, con buona probabilità Lotti sarebbe ancora sottosegretario a Palazzo Chigi. Non so se vi rendete conto. Lui, registrato (grazie al cielo: viva le intercettazioni!) in una riunione in cui non doveva essere presente, a dire cose che non doveva dire, a millantare relazioni istituzionali inesistenti, si difende dicendo che erano parole in libertà.

Lasciamo da parte il problema filosofico: il sottosegretario (ex) ha questa concezione delle parole? E della libertà? Ma andiamo al sodo. La butta in giurisprudenza: c'è un reato? Assolutamente no. C'è un'imposizione da parte mia? Assolutamente no. Anche se è un eccesso di generosità chiederglielo, provi a buttarla in politica: può un ex sottosegretario a Palazzo Chigi in una riunione con magistrati partecipare al totonomine nel Consiglio Superiore della Magistratura e caldeggiare il siluramento del magistrato che ha inquisito la famiglia di Renzi (e non insistiamo sull'eleganza del linguaggio usato)? Assolutamente sì, se il soggetto è Luca Lotti. Renzi, che non perde occasione per parlare a vanvera, non ha niente da dire? E Zingaretti non ha da ringraziare il cielo per la vittoria del No nel referendum costituzionale?

Questa ricordiamola bene perché tornerà utile quando la maggioranza attuale o, non si sa mai, quella futura, proverà a proporre una sua riforma presidenzialista.

Pancho Pardi

(15 giugno 2019)




  • permalink | inviato da fiordistella il 25/6/2019 alle 16:31 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


    8 giugno 2019

    DARWIN

    Radici pensanti e orchidee seducenti. Charles Darwin e la botanica

    CHARLES-DARWIN-fiori-499

    di FIORELLA GIACULLI

    Da una scorsa alla letteratura critica su Darwin, si può notare che le ricerche botaniche del naturalista sono state spesso tralasciate, talvolta ritenute secondarie rispetto ad altre opere, talaltra considerate come uno studio a sé stante, non legato alla teoria della discendenza comune con modificazione. In verità, Darwin non solo rivolge un interesse costante al regno vegetale, apportando nuove conoscenze in ambito botanico, ma, attraverso lo studio delle piante, egli comprende e comprova anche gli elementi fondamentali della sua teoria.

    In un ritratto con sua sorella Catherine, Charles Darwin, all’età di sei anni, è raffigurato con un vaso di fiori tra le mani. Probabilmente, il vaso non aveva alcun intento simbolico, eppure, si può considerare la sua presenza come iconica: sin dall’infanzia, e per tutta la vita, Darwin ha dedicato una profonda attenzione al mondo delle piante.

    Nella sua Autobiografia, racconta che da bambino si divertiva a cercare i nomi delle piante, riferisce che aveva seguito per tre anni le lezioni di botanica del reverendo Henslow, raccogliendo esemplari di plantae da esaminare insieme, rievoca lo stupore provato alla vista della foresta tropicale, ricorda che la varietà della vegetazione era stata motivo della scelta di Down House, riporta sommariamente le sue ricerche botaniche. Le annotazioni nell’Autobiografia danno la misura, seppur approssimativa, di quanto il regno vegetale sia significativo per Darwin, per le ragioni appena accennate. Invece, che le piante svolgano una funzione cruciale in relazione alla teoria della discendenza comune emerge nel tempo, dalle sue ricerche e dai suoi scritti. Lo studio delle piante lo guida verso l’elaborazione della teoria della trasmutazione e la corrobora. Inoltre, le indagini fitologiche di Darwin sono portatrici di rilevanti scoperte per la botanica, dall’età vittoriana ad oggi.

    Già durante il viaggio a bordo del Beagle, Darwin osserva attentamente la vegetazione che incontra: raccoglie le piante in fiore come suggerito da Henslow, analizza ortaggi selvatici, foglie fossili, alberi da frutto, studia la flora delle isole Galápagos e Keeling, della Patagonia, della Terra del Fuoco, della Nuova Zelanda, dell’Australia e dell’Africa del Sud. Riflettendo sulla vegetazione delle Galápagos, Darwin si rende conto che ogni isola è caratterizzata da varietà peculiari di piante: ad esempio, delle trentotto piante endemiche dell’isola James, trenta appartengono esclusivamente a quest’isola; delle ventisei piante locali dell’isola Albemarle, solo quattro vivono anche altrove. Darwin si interroga su cosa possa aver determinato tali varietà, adducendo molteplici cause, tra cui la separazione reciproca fra le isole, fin dalla loro origine, le forti correnti marine e le correnti aeree. Diversamente, la domanda circa il principio che conserva le variazioni non troverà risposta per diversi anni. È ne L’origine delle specie che Darwin avrebbe descritto tale principio: la selezione naturale conserva ogni variazione utile al vivente, e dunque anche al vivente pianta, ed elimina ogni variazione dannosa. Il colore di un fiore, la buccia e la polpa di un frutto, la forma di una foglia sono interpretati come caratteristiche vantaggiose, o svantaggiose, per la pianta, su cui agisce la selezione. - Peraltro, compresa la crucialità della variazione, Darwin le avrebbe dedicato ampio spazio ne La variazione degli animali e delle piante allo stato domestico (1868). - Anche la lotta per l’esistenza comprende naturalmente le piante. Inoltre, per esplicare il significato «ampio e metaforico» di tale espressione, che annovera la dipendenza reciproca tra i viventi, la vita dell’individuo e la capacità di lasciare una discendenza, Darwin riporta numerosi esempi tratti dal regno vegetale: una pianta ai margini del deserto lotta contro la siccità, un albero lotta con un altro per la distribuzione dei propri semi, il vischio lotta con le altre piante da frutto affinché gli uccelli cospargano il terreno con i suoi semi[1].

    Osservando la vita delle piante, Darwin ravvisa dapprima l’elemento della variazione e in un secondo momento comprende il palesarsi della lotta e l’operare della selezione. Attraverso lo studio delle piante, Darwin scorge, e insieme spiega, gli elementi fondamentali della trasmutazione.

    Lo scritto successivo a L’origineI diversi apparecchi col mezzo dei quali le orchidee vengono fecondate dagli insetti (1862), è il primo di numerosi scritti botanici, che dà inizio a un lungo cimentarsi nella sperimentazione botanica, a Down House, la quale diventerà un vero e proprio laboratorio domestico. Tale studio è dedicato a un aspetto fondamentale della teoria darwiniana: la riproduzione. Analizzando le orchidee, Darwin comprende che il fiore ha insieme organi maschili e femminili, che rifuggono l’autofecondazione e che tendono a incontrarsi con gli organi di altri fiori. Le forme delle orchidee sono «contrivances», mirabili stratagemmi, funzionali all’impollinazione, all’incrocio con il diverso. «Senza quasi punto esagerare possiamo dire che qui la natura ci avverte nel modo più evidente, che essa ha orrore di un’autofecondazione continua[2]», scrive Darwin, in una sua chiusa tipicamente riepilogativa. Si tratta di una scoperta notevole, giacché fino ad allora si riteneva che la comune modalità di riproduzione delle piante in fiore fosse l’autoimpollinazione. Inoltre, l’incrocio con l’altro spiega la diversità floreale, la quale è anche il risultato di coadattamenti e coevoluzioni tra i fiori, gli impollinatori e l’ambiente. Paradigmatica di questo coadattamento è la Xanthopan morganii praedicta, una farfalla dalla lunga proboscide, di cui Darwin predice l’esistenza a partire dall’osservazione di orchidee con un lungo nettario[3]. Le piante, come gli animali, non solo generano vita insieme all’altro, ma sono anche capaci di muoversi: «È stato spesso vagamente asserito che le piante sono distinte dagli animali per non avere facoltà di movimento. Si dovrebbe piuttosto dire che le piante acquistano e dispiegano questa facoltà soltanto quando essa è loro vantaggiosa; [...][4]», scrive Darwin in I movimenti e le abitudini delle piante rampicanti (1875). Si tratta di uno scritto importante anche perché il naturalista scardina l’idea che il movimento sia caratteristica esclusiva del regno zoomorfo. Osservando i viticci, egli nota che non solo si muovono, ma ipotizza che siano anche in grado, a loro modo, di discernere. Darwin descrive un esperimento in cui i viticci, posti di fronte a un tubo di vetro nero e a una piastra di zinco annerita, «tosto indietreggiarono da questi oggetti, quasi fossero presi da disgusto», avvicinandosi e aderendo a un altro sostegno da lui posizionato, un palo rivestito di corteccia ruvida[5]. Il viticcio che si avviluppa intorno a un appoggio e non a un altro, dopo averne toccati diversi, sembra mostrare capacità di valutazione e di scelta, caratteristiche che, con le rispettive differenze e specificità, sono proprie del vivente animale e dunque accomunano il regno zoomorfo e fitomorfo.

    Nello stesso anno, 1875, Darwin pubblica Le piante insettivore. La constatazione che alcuni vegetali si nutrono di animali segna una scoperta rilevante per l’epoca, che comporta la necessità di ripensare la vita delle piante e più in generale la relazione tra i viventi. Anche «il fatto che una pianta, opportunamente stimolata, possa secernere un liquido contenente un acido e un fermento molto simile al succo digestivo di un animale, fu senza dubbio una scoperta notevole[6]». Lo è poiché costituisce un ulteriore elemento che avvalora la tesi della continuità della vita nella diversità delle forme viventi, ma anche perché preannuncia i futuri studi di biochimica. Un’altra scoperta notevole è l’aver osservato che le piante insettivore hanno una sensibilità selettiva, ossia distinguono i diversi elementi con cui entrano in contatto[7]. Tale sensibilità sembra non dissimile da quella dei viticci e, come si vedrà, da quella delle radici, parti della pianta che a loro modo si relazionano con il mondo circostante, riconoscendo, valutando e agendo conseguentemente.

    Nel 1876, Darwin dà alle stampe Gli effetti della fecondazione incrociata e propria nel regno vegetale, che costituisce un complemento fondamentale allo scritto sulla fecondazione delle orchidee, giacché estende l’analisi ad altre piante in fiore e illustra i risultati positivi della fecondazione incrociata. Un anno dopo, pubblica Le diverse forme dei fiori in piante della stessa specie, costituito principalmente da articoli già editi dalla Linnean Society, integrati da altre osservazioni. Anche lo scritto sulle piante rampicanti aveva avuto una sua prima stesura nel “Journal of the Linnean Society”, che aveva accolto inoltre studi sulle piante dimorfiche e trimorfiche.

    Nel 1880, Darwin pubblica insieme al figlio Francis Il potere di movimento nelle piante, ultimo scritto botanico, dalle cui analisi sul movimento affiorano questioni di natura conoscitiva. Darwin osserva che le piante si muovono fin dalla loro vita ipogea, come pure si muovono diverse loro parti, quali le radichette, le radici, le foglie, i viticci. Nota che esistono molteplici tipi di movimenti, tra cui il fototropismo e il suo contrario, il geotropismo e il suo opposto, il nictitropismo, soprannominato da Linneo somnus plantarum. Inoltre, Darwin ritiene che vi sia una parte della pianta in grado di «dirigere» i diversi movimenti: l’apice radicolare, che ha anche la capacità di ricevere e trasmettere informazioni ed è in grado di distinguere gli oggetti con cui si relaziona. Darwin osserva che la radice rifugge la presenza della luce, e non appena la punta radicolare intercetta una fonte luminosa, comunica questo dato, determinando il discostarsi delle altre radici dallo spazio illuminato. Diversamente, la radice si inclina in direzione dell’umidità e comunica la presenza del vapore acqueo, provocando l’avvicinarsi delle altre radici verso l’area umida. Inoltre, nel suo cammino sotterraneo, la radice «comprime alternativamente il suolo con tutte le sue facce» per percorrere il sentiero più agevole. In questo comprimere, comprende la diversa compattezza del terreno e la diversità degli oggetti che incontra, allontanandosi dall’oggetto di maggiore intralcio e avvicinandosi a quello di minore impedimento per il suo percorso: «[...] Se l’estremità incontra nel suolo una pietra od un altro ostacolo, od anche un terreno più resistente da una parte che dall’altra, la radice si scosterà il più possibile dall’ostacolo o dal suolo più compatto, e seguirà così infallibilmente una linea di minore resistenza[8]». Darwin verifica questo comportamento realizzando uno dei tanti esperimenti compiuti a Down House: pone nei pressi di una radice un quadrato di cartoncino e uno di carta, e osserva che la radice, dopo aver toccato entrambi, si distanzia dal primo, ritenendolo probabilmente un oggetto più difficile da superare. Questo comportamento fa pensare che forme di comprensione, accompagnate da un giudizio e da una scelta, appartengono anche al regno vegetale. Osservata tale capacità, unitamente a quella di ricevere e trasmettere informazioni, Darwin paragona l’estremità radicolare al «cervello di un animale inferiore[9]». Nell’individuare qualcosa di analogo al cervello, Darwin puntualizza che l’assenza di centri nervosi non è da intendersi come una mancanza, ma come una non necessità. Soprattutto, l’assenza di tali centri non implica l’assenza dell’intelligenza, giacché essa non è localizzata affatto nel solo cervello. L’intelligenza delle piante si esprime nel tatto delle radici. È un’intelligenza semplice, sine plica, ossia priva delle pieghe dell’astrazione e del passaggio dal sensibile all’intellezione. La pianta conosce e comprende attraverso il toccare.

    In uno scritto pressoché coevo, del 1881, L’azione dei vermi nella formazione del terriccio vegetale con osservazioni sulle loro abitudini, Darwin argomenta qualcosa di simile in relazione al Lumbricus terrestris. L’anellide manifesta la sua intelligenza attraverso il tatto: mediante il toccare riconosce le diverse forme delle foglie e comprende come trasportarle per tappezzare le gallerie sotterranee che egli scava[10]. Anche i viventi meno complessi possiedono forme di intelligenza, e questo aspetto si configura come una riprova alla teoria dell’unità nella diversità. L’ammissione di gradazioni organiche, più e meno articolate, sottintende l’ammissione di forme del conoscere più e meno complesse. L’assenza di salti biologici è anche assenza di salti intellettivi.

    Con le sue indagini fitologiche, Darwin compie numerose scoperte in ambito botanico, dando origine, nel contempo, alla botanica evoluzionistica. Osservando la vita delle piante, e dunque non solo studiando la vita animale, Darwin individua gli elementi portanti della teoria della discendenza comune: la variazione, la lotta per l’esistenza, la selezione naturale. Darwin rintraccia inoltre molteplici affinità tra le piante e gli altri viventi, corroborando la tesi di un legame che unisce, pur distinguendo, tutti i viventi: comprende che la riproduzione floreale è unione con l’altro, che anche le piante si muovono, che i viticci mostrano forme di valutazione. Si rende conto che le piante insettivore secernono enzimi simili a quelli animali, e che hanno una sensibilità selettiva, in grado di discernere. Individua, nelle radici, un analogon del cervello, ponendo le basi per l’odierna teoria nota come «the root-brain hypothesis[11]».

    Il regno vegetale mostra a Darwin, al di là delle differenze, la coappartenenza tra tutti i viventi.




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    8 giugno 2019

    DISTOPIA

    Da Orwell a “Black Mirror”: la distopia come specchio del reale

     

    Luca Giudici

    Nel luglio del 2018, per i tipi di Meltemi editore è stato pubblicato un volume intitolato Il futuro in bilico. Il mondo contemporaneo tra controllo, utopia e distopia. L’autrice, Elisabetta Di Minico, ha conseguito un dottorato in Storia contemporanea all’Università di Barcellona, e il volume in questione è la rielaborazione della tesi stessa, intitolata Antiutopia y control. La distopia en el mundo contemporaneo y actual. La ricerca di Di Minico mira ad analizzare alcuni punti cardine a proposito del rapporto tra storia, narrativa e azione politica. 

    Da un lato, non si presentano problemi specifici se filosofi o letterati prendono spunto da tematiche che formalmente sarebbero proprie degli storici, e questo avviene ad esempio nel romanzo storico, che è una delle espressioni più diffuse e figlie di questa relazione. Dall’altro lato invece, il processo contrario, cioè una riflessione filosofica o un’opera di finzione narrativa che viene analizzata non solo per la sua valenza principale, ma in quanto oggetto storico, implica il riconoscimento di un valore aggiunto del contenuto stesso. Inoltre, la questione assume ulteriore complessità quando l’oggetto indagato appartiene al contemporaneo, epoca in cui la sedimentazione necessaria alla riflessione critica non è ancora avvenuta, e quindi non vi è ancora un pensiero condiviso su di esso. Questa indeterminazione non è per nulla un elemento negativo in assoluto, dato che il magma interpretativo che circonda il contemporaneo è un segnale di libertà intellettuale. Dove questa manca emergono i regimi totalitari e le interpretazioni univoche del reale.

    D’altro canto, se ci imponiamo il rigore di una ricerca storica non possiamo non entrare nel merito del problema. Questo deve essere definito esplicitamente in quanto elemento storico, piuttosto che altro (oggetto narrativo o riflessione filosofica). Sappiamo, grazie a Hayden White, che la storia è prima di tutto una retorica, e la storiografia una pratica discorsiva. Nel nostro caso in particolare, a riprova di questa relazione tra storia e narrazione, l’oggetto di questa indagine, la distopia, come chiosa Di Minico: “è connaturata alla storia”, ne è espressione immediata. 

    In questa prospettiva l’elemento distopico diventa lo strumento decisivo per comprendere il reale. Così come il romanzo storico vive il passato come metafora del presente, così, in una sorta di metastoria in senso inverso, il distopico diventa l’ombra del futuro sul presente.




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    4 maggio 2019

    MANDURIA, O DELL' L'ORRORE

    MONICA LANFRANCOLa famiglia, il luogo del silenzio

    monicalanfrancoNiente rende fragile la vita, guardata dall’angolazione inedita della genitorialità, quanto essere madri o padri. Eppure, allo stesso tempo, nulla come essere madre o padre dovrebbe rendere più forti. Coraggio, saldezza, resistenza e allo stesso tempo resilienza, adattamento, pazienza dovrebbero essere gli strumenti nella cassetta degli attrezzi di chi è genitrice, genitore.

    A leggere le parole degli adulti di riferimento, riportate dalla stampa, nei due ultimi casi di ferinità di Manduria e Viterbo, ma in generale a osservare il mondo adulto dell’educazione, della scuola e della famiglia negli ultimi decenni si direbbe che di quella cassetta non ci sia nemmeno il contenitore.

    C’è silenzio, e di conseguenza c’è omertà; c’è la difesa ottusa dell’indifendibile e c’è l’accusa, questa sì, ma dell’altrove. Il male è fuori, mai dentro di noi, mai quindi nelle azioni di chi diciamo di amare. La violenza la fa sempre qualcun’altro, mio figlio, no, non può essere.

    I responsabili, diretti e indiretti, delle angherie dei figli, i nostri, sono la crisi, la mancanza di lavoro, l’assenza di luoghi di ritrovo e di cultura: certo, come negare che tutto questo concorra a strutturare e dare alimento alla ‘noia’ che converge, dentro i racconti balbettanti degli adulti, a trasformare dei bravi ragazzi in aguzzini, seviziatori, stupratori?

    Sappiamo però molto bene che i (nostri) ragazzini, i (nostri) giovani uomini non si trasformano in aguzzini, seviziatori, stupratori in un attimo, come supereroi al contrario. Una cabina telefonica, via la maglietta, ed ecco il mostro. C’è un percorso, nel tempo, che srotola la matassa degli anni, nel quale pare che il mondo adulto si ritragga, impotente, sotto i colpi prima dell’adolescenza e poi della (presunta) maggiore età, accanto alla fatica, per molte famiglia, di arrivare alla fine del mese. Possibile che le motivazioni del fallimento educativo risiedano sempre lontano dalla nostra responsabilità, individuale e collettiva? Pare di sì.

    Mi aveva molto turbata, qualche anno fa, osservare l’impotenza imbelle di madri e padri, giovani e meno giovani, di ogni ceto e cultura, raccontata dalla trasmissione La tata, (terminata nel 2013): chiamare una esperta che arriva a casa tua, con le telecamere, per insegnarti come educare i tuoi pargoli sotto gli undici anni? È accaduto anche questo. Oggi la tata è obsoleta, ma la rimpiango, perché almeno era una presenza in carne ed ossa ad ammannire ovvietà a genitori adulti in perenne crisi (adolescenziale). Oggi la tata è sostituita dalle applicazioni sul cellulare e amen. Quel cellulare che si regala ai figli e alle figlie, spesso prima che le gioie dei nostri occhi vadano alle elementari: un totem assoluto con il quale ci illudiamo di sapere dove sono e cosa fanno i nostri gioielli, mentre magari filmano e postano video ‘divertenti’ nei quali si picchiano i disabili, si stuprano le donne. Un totem che offre, in aggiunta alla disconnessione con i corpi e le loro stesse azioni, la delirante presunzione di onnipotente impunità: come è possibile che i giovani stupratori di Viterbo continuino a millantare il rapporto sessuale consenziente, a fronte delle eloquenti immagini nelle quali si sono minuziosamente e tronfiamente ritratti?

    Le cronache oggi, grazie alla denuncia di una ragazzinadicono che a Manduria i video ‘divertenti’ delle sevizie del branco minorenne erano noti ad alcuni familiari e ad adulti a scuola.

    Ecco: è dentro a questa connivenza, sottovalutazione, cecità dei maggiori che si rintracciano e si generano l’impunità, la ferinità, l’inconsapevolezza dei giovani, siano essi annoiati adolescenti o esaltati neofascisti.

    Dove, come e perché si è rotto il legame con i figli? Dove, come e perché, se il nucleo originario fallisce, la collettività limitrofa scompare, è sorda cieca e muta, quindi complice? Non è questa forse la base culturale della mafia? La violenza la si ferma se la si riconosce, quando la si incontra, ma per far questo ci deve essere chi ci indica e insegna possibilità e limiti, diritti e doveri. Il primo antidoto contro la violenza è l’educazione al rispetto e alla nonviolenza, ma quanto questo oggi davvero conta?

    Chiaramente esiste la responsabilità individuale di chi ha agito nelle vicende atroci di Viterbo e Manduria: ma ciò che rende evidente il baratro collettivo, che non riguarda più solo le famiglie coinvolte, è l’inconsapevolezza da parte del mondo adulto che quei figli sono il presente, e il futuro, dei figli e delle figlie di tutti.

    Li definiamo ‘nostri’, i figli e le figlie che partoriamo, ma è evidente che sono destinati a convivere con quelli e quelle partoriti ed educati da altri.

    Il legame affettivo, ed educativo, che abbiamo con i nostri figli e figlie è il primo e fondamentale tassello con il quale diamo forma alla convivenza civile collettiva. Abbiamo, in quanto adulti, tutti e tutte la responsabilità di come mandiamo nel mondo i giovani e della cultura che trasmettiamo, soprattutto in tema di rispetto nelle relazioni umane e sessuali.

    Se non riconosciamo questa profonda connessione, o la neghiamo incolpando l’altrove quando ci troviamo di fronte alle tragedie stiamo mentendo. La prima tragedia è il silenzio nelle famiglie, e la narrazione retorica di un luogo sacro degli affetti quando questo è in buona parte iconografia senza spessore: se, come accade nella realtà, i ragazzini imparano la sessualità dal porno on line, e gli adulti voltano lo sguardo; se le loro fonti principali di informazione, formazione, e intrattenimento sono siti conosciuti su instagram youtube non c’è poi da stupirsi se la maturità psicologica e la capacità di provare e governare le emozioni, quando si tratta di scegliere tra il bene e il male, è a rischio.

    Monica Lanfranco

    (2 maggio 2019)




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    5 aprile 2019

    VADE RETRO

    Controllo nascite = strage degli innocenti: da un “libretto di matrimonio” del 1963


    di Carlo Troilo

    Quando mi sposai, nel settembre del 1963, mia moglie aveva 20 anni e quindi, in base alle leggi dell’epoca, era minorenne ed aveva bisogno del consenso del padre, che era un cattolico intransigente.
    Così mi toccò il matrimonio in Chiesa, dove ci fu consegnato un libretto che ho ripescato per caso fra le vecchie carte.
    La copertina ha come titolo “Armonia di anime”, come cornice degli angioletti e come scritta a fondo di pagina il richiamo al vangelo di Matteo: “Ciò che Dio ha unito l’uomo non divida”.
    Ho scannerizzato alcune pagine fra le più pazzesche, la cui lettura ci dice che qualche passo avanti lo abbiamo fatto. 
    Riporto di seguito i brani salienti:

    Capitolo “Culle vuote”

    Oggi una piaga terribile contamina e profana questo Sacramento. Il piano divino è rovesciato e là dove dovrebbe fiorire la vita, il demonio diffonde il suo gelido alito di morte. Ed ecco l'angoscioso spettacolo delle famiglie senza bimbi: sembrano ricoveri di vecchi. Ed ecco la tragedia mondiale delle culle vuote, della infecondità volontaria, provocata con i mezzi più ripugnanti, a dispetto della ragione e della fede, così che brutture e delitti riempiono il nido domestico, che cessa di essere un Santuario per divenire una tana maledetta da Dio.
    Oggi il profumo della Grazia, che santifica l'unione forse per un giorno solo, lascia il posto non di rado e troppo presto al più infame dei delitti, e si perpetua così la strage degli innocenti, l'obbrobrio di una umanità che corre al suicidio. E’ sempre una satanica diplomazia che si mette in movimento - a base di consigli medici, di esortazioni paterne, di sarcasmi e sghignazzamenti - per arrivare a concludere un concordato infernale : <Perseguiteremo ogni sintomo di nuove vite, decapiteremo in radice i germi maledetti che ci impedirebbero di godere e di scapricciarci a talento, imponendoci degli oneri insopportabili ; sopprimeremo i testimoni della nostra sfrenata lussuria ... semineremo di cadaveri d'innocenti il nostro cammino>.
    Il suicidio dell'umanità! L'omicidio anticipato, come affermava Tertulliano, divenuto programma e sistema di vita.
    Potrà Dio, che ha nobilitato così l'amore da renderlo Sacramento, Dio, che ha elevato l'uomo a Suo diretto collaboratore nell'opera della Creazione, benedire chi odia la vita per esaltare l'egoismo e il piacere? Riflettiamo: dal caos era uscita la vita; quando non si vuole la vita si ritorna nel caos.


    Capitolo sulla donna ideale

    O Dio che avete voluto che la donna si unisse all’uomo, volgete propizio lo sguardo su questa vostra ancella che diventando sposa vuol essere confortata dalla vostra protezione. Senta pure il peso della famiglia, ma sia peso d'amore e di pace: fedele e casta si sposi secondo la legge di Cristo, sia imitatrice delle donne sante; sia amabile con lo sposo come Rachele, saggia come Rebecca, fedele come Sara; iI tentatore non abusi di nessuno dei suoi atti. Legata al vincolo della fede e dei suoi doveri, si mantenga sempre fedele al suo marito, rifugga da ogni relazione illecita, conforti la sua debolezza con la forza della disciplina. Sia grave per la modestia, degna di rispetto per il pudore, sia istruita nelle dottrine celesti, feconda di figli, sia d'esempio a tutti e non faccia alcun male, e veda i figli dei suoi figli fino alla terza e alla quarta generazione, arrivi alla desiderata vecchiezza e, infine, al riposo dei beati e al regno dei Cieli. Così sia per iI Cristo nostro Signore.

    Capitolo su divertimenti

    Dopo il lavoro è giusto e necessario il riposo fin dove è lecito e onesto, perché purtroppo vi sono anche divertimenti illeciti, dai quali la famiglia cristiana deve astenersi.
    Attenzione innanzitutto al cinematografo. È un mezzo per se stesso assai utile all'istruzione, ma spesso diviene la sorgente di ogni male morale e fisico. Non parliamo delle produzioni che senz'altro sono, per la maggior parte, in contrasto col buon costume, con la decenza ed iI pudore, o proiettati in ambienti per lo più immorali. Se proprio non basta una buona gita a riposarvi e ridonarvi forza, gioia, salute, frequentate solo quelle rappresentazioni che vi offrono le sale dirette da persone che danno affidamento di serietà, o, meglio ancora entrate negli ambienti che ogni parrocchia ha allestito per fronteggiare il male.
    La gioventù, in generale, ama il ballo ed è felice quando può lanciarsi nel vortice d'una danza, anche se lontano dalle pareti domestiche. Col ballo, ove con la promiscuità si respira la rovina, ove la compostezza e la decenza fanno, a poco a poco, naufragio, l'anima ed il cuore si alterano, vivono una vita di esaltazione che conduce alla morte morale.
    Attenzione alle letture. Un buon libro istruisce e diverte. Ma se la lettura di libri, periodici, quotidiani buoni sono l'alimento sano per la mente e per lo spirito, al contrario le cattive letture sono una rovina. Quante volte, di fronte a certe cadute e smarrimenti di persone che pur davano affidamento, si è costretti a dire: “Galeotto fu iI libro e chi lo scrisse”. 


    Un testo che non ha bisogno di commenti. Mancavano ancora 15 anni alla approvazione della legge sull’aborto, ma ogni tipo di contraccezione era giudicato “mezzo ripugnante” ed i consigli dei medici per evitare gravidanze non volute si accompagnavano, nella fantasia malata dell’autore del libretto, ai “diabolici sghignazzamenti” delle coppie di sposi. Un preludio alla permanente lotta contro l’applicazione della legge 194, resa improba da una marea di “obiezioni di coscienza” (o piuttosto “di convenienza”). 

    È molto triste – per chi come me è laico ed anticlericale – vedere componenti del governo partecipare a manifestazioni grottesche come quella di Verona. 

    È consolante vedere la reazione dell’opinione pubblica e di gran parte del mondo politico. 

    Non è sorprendente l’atteggiamento della Chiesa, con il Segretario di Stato Parolin che “condivide i contenuti ma non i metodi” (?????) e Papa Bergoglio che ripete pedissequamente le ambigue parole del suo braccio destro. Ma cosa ci possiamo aspettare da un Papa che dichiara guerra ogni giorno ai preti pedofili e poi mette a capo delle finanze vaticane un Cardinale australiano notoriamente partecipe di questo girone infernale? Nemmeno sul sesso Bergoglio riesce a dire qualcosa di nuovo, pur affermando di tanto in tanto che “è un dono di Dio”. E allora perché non pone fine al celibato dei preti – una delle cause della dilagante pedofilia nella Chiesa Cattolica – e non permette anche ai suoi ministri di godere di quel “dono di Dio”?

    E, a proposito di “ministri”, devo dire che mi dispiace di non aver ritrovato questo favoloso libretto una settimana prima: avrei mandato il testo all’ufficio stampa del ministro Salvini – noto per il suo senso della misura – per consentirgli di trarne qualche spunto per il suo intervento alla manifestazione di Verona. Dove si è svolto un nuovo “processo di Verona”, in cui le folle di manifestanti si sono trasformate in giudici ed hanno condannato “per stupidità” coloro che hanno organizzato l’evento e che non si aspettavano certamente un così clamoroso “effetto boomerang”. 

    P.S. Sento ora che Bergoglio avrebbe rifiutato di ricevere Salvini. In questo caso, gli potremmo perdonare un po' delle promesse senza seguito, anche in materia di immigrati.

    (4 aprile 2019)





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    29 marzo 2019

    A TORINO

    Paolo Flores d’Arcais e Arcivescovo Matteo Maria Zuppi

    in collaborazione con MicroMega

    La Corte costituzionale ha stabilito che il Parlamento è tenuto a legiferare entro settembre per modificare le attuali norme sul fine-vita. Un arcivescovo e un filosofo ateo affrontano senza diplomazie la domanda “a chi appartiene la tua vita?”. Esiste la libertà di morire facendosi aiutare, o è giusto vivere anche contro la propria volontà? Chi può decidere, per atti o per omissioni, che una vita diventata tortura debba proseguire o possa concludersi con una “dolce morte”? Qual è il confine fra eutanasia e omicidio?


    Parere personale: EUTANASIA= DIRITTO




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    14 marzo 2019

    GRETA

    Petrini: “I giovani contro l’emergenza climatica? È un nuovo Sessantotto”


    Il fondatore di Slow Food aderisce allo sciopero per il clima lanciato dai giovani di Fridays for Future: “Non stiamo parlando di un nuovo movimento ecologista: questa è la politica del futuro rispetto al genere umano”. E ritiene che i partiti, tutti, non siano in grado di recepire questo messaggio di cambiamento radicale: “Questi ragazzi reclamano un nuovo paradigma rispetto al modello economico-finanziario incentrato su un tipo di sviluppo che distrugge il pianeta” | La pagina Facebook di Fridays For Future Italia

    intervista a Carlo Petrini di Giacomo Russo Spena 

    “Non siamo parlando di un nuovo movimento ecologista o ambientalista: questa è la politica del futuro rispetto al genere umano. Suona strano constatare come il mondo progressista non intercetti il grido di questi giovani”. Carlo Petrini, storico fondatore di Slow Food, aderisce a Fridays For Future, la mobilitazione globale contro l’emergenza climatica indetta per venerdì 15 marzo e lanciata dalla sedicenne svedese Greta Thunberg. Una protesta nuova irrompe nello scenario internazionale. E Petrini – che da anni assegna un ruolo strategico al suolo e alla sua funzione fondamentale per la produzione di cibo, per il paesaggio, per l’assetto idrogeologico del territorio, per l’economia, per le comunità, per la bellezza e la cultura del nostro Paese – intravede in questa mobilitazione un enorme potenziale. Da non sottovalutare. 

    Questi giovani chiedono ai governanti di abbattere del 50 per cento le emissioni di gas serra rispetto all’epoca preindustriale del 2030 e raggiungere poi lo zero di emissioni nel 2050. Cosa ne pensa? 

    Siamo davanti a un fenomeno storico di grande rilevanza: parliamo di un movimento di proporzioni inimmaginabili che è destinato a lasciare un forte segno sia, appunto, per le dimensioni che per i contenuti unificanti. Molti anni fa, nel 1968, i giovani scelsero di lottare contro l’autoritarismo e al fianco della classe operaia. Questo fenomeno, invece, è partito in maniera autonoma grazie alla testimonianza di una giovane svedese ma ha avuto la capacità di diffondersi repentinamente. È figlio dei nostri tempi e di una comunicazione digitale che amplifica i messaggi e li diffonde. 

    Mi sta dicendo che, secondo lei, siamo di fronte ad un nuovo Sessantotto che si focalizza, in primis, sulle questioni ambientali e climatiche? 

    È proprio così, la sensibilità di questi giovani è strettamente collegata al loro futuro e alla loro esistenza. Alcuni studiosi ritengono che siamo entrati nella nuova era dell’antropocene dove i comportamenti del genere umano incidono fortemente sul clima, sull’ecosistema e sulla fertilità dei suoli. Stiamo distruggendo il pianeta. Poche settimane fa, la FAO ha dichiarato che la perdita della biodiversità rischia di compromettere le esigenze alimentari dei viventi. Ecco allora che i giovani fanno sentire la propria voce. 

    Quando nel mondo avvengono alluvioni, nubifragi o monsoni si parla dell'eccezionalità dell'evento e dell'impotenza dell'uomo rispetto a questi fattori, quasi come fossero ineluttabili. I cittadini vedono l’emergenza climatica – a differenza del lavoro, ad esempio – come una questione lontana da loro, non trova? 

    Ed invece è una cosa vicinissima che coinvolge tutti. La questione del cambiamento climatico è determinata da scelte politiche nefaste e da un modello di sviluppo autodistruttivo che ha generato fenomeni come l'effetto serra e il conseguente surriscaldamento del pianeta. Per ogni grado di temperatura che aumenta sulla Terra, le coltivazioni si spostano di 150 km a nord e di 200 metri di altitudine. Questo cambio di coltivazioni genera degli sconquassi di tipo paesaggistico e produttivo. 

    Qualche esempio? 

    La vite si sta diffondendo in Inghilterra dove, di fatto, non è mai esistita. Per contro, nella nostra Sicilia si stanno piantando le banane! In una parte del mondo assistiamo alla perdita di frutti e verdure e all’acquisizione di altre tipologie di ortaggi. Le sembra normale? Nell’Africa subsahariana c'è l'aumento della desertificazione: ad oggi milioni di ettari sono diventati aridi. Noi, come Slow Food, abbiamo il progetto di “Terra madre”, una rete che abbiamo costruito negli anni: una comunità di pastori in Kenya ha perso i loro greggi perché gli animali non possono più alimentarsi. E non c'è soluzione. Ne consegue che queste popolazioni, in mancanza di futuro, saranno destinate ad emigrare pur di fuggire da tale disagio. Ecco allora che scopriamo che persino le migrazioni sono collegate al cambiamento climatico. 

    I giovani sono i primi che lo stanno capendo... 

    Nella genesi del movimento è lampante il dato generazionale: i ragazzi, per primi, hanno colto la necessità di una rottura con le politiche per un discorso di futuro e sopravvivenza. Noi, più adulti, stiamo consegnando ai giovani d’oggi un mondo in dissoluzione che tra cinquant'anni potrebbe implodere per le contraddizioni climatiche, ambientali e sociali. Ecco perché il grido, di valenza politica, di questi giovani. 

    In Italia è meno sentita questa mobilitazione – e più in generale sono meno sentite le questioni ecologiste/ambientali – rispetto al resto d’Europa. Come mai? 

    In Italia c’è una grande mobilitazione democratica contro il razzismo. Abbiamo avuto anche più di un milione e mezzo di persone in fila per le primarie del Pd ma se analizziamo i dati vediamo che l’80 per cento dei votanti ha più di cinquant'anni. È una situazione assurda: da una parte c'è un mondo progressista che chiede alcune istanze, dall’altra parte una moltitudine impressionante di giovani, e di comitati studenteschi, da ogni parte del mondo, che ci parlano di giustizia ambientale e di altre tematiche non toccate dalla sfera progressista. Siamo ad un gap non solo generazionale ma anche contenutistico. 

    Mi scusi, in realtà, Nicola Zingaretti, nuovo segretario Pd, nel suo primo discorso ha menzionato il nome di Greta Thunberg. 

    È un bene che Zingaretti parli della protesta di Greta ma non capisce che questi giovani reclamano un cambio di paradigma rispetto al modello economico-finanziario incentrato su un tipo di sviluppo che distrugge il pianeta. È questo l’elemento che tale movimento pone davanti non solo al Pd ma a tutta la politica: dare una semplice adesione alla giornata di venerdì non ha alcun significato se poi non si sostengono nuove politiche economiche, sociali ed ambientali. 

    Possiamo dire che nessun partito italiano, né PD né M5S né la sinistra cosiddetta radicale, ha capito fino in fondo la portata della mobilitazione del 15 marzo né della battaglia di Greta? 

    Ne prendo atto, oggi non c’è ancora la coscienza di cosa sarà questo movimento. Qui si parla di una mobilitazione internazionale con un’uniformità di messaggi rispetto a culture diverse tra loro. Questi giovani toccano due questioni che nel 1968 non si potevano proprio immaginare. La prima: un’implementazione demografica di proporzioni incredibili, direi bibliche. Nel 1968 eravamo 3 miliardi e mezzo, oggi siamo 7 miliardi e mezzo e nel 2050 saremo a 9 o 10 miliardi. Nella storia dell’umanità, un’implementazione in maniera così intensa non c’è mai stata. Il secondo elemento: il disastro ambientale nel 1968 si poteva percepire, ora è tangibile e lapalissiano. Allora, davanti a queste cose non c’è dubbio che la mobilitazione dei giovani sia più avanti della politica ufficiale. L'unico che ha preso parola su questi temi – è assurdo ma è così – si chiama Papa Francesco: ha ripetuto più volte che questa economia sta distruggendo il pianeta e che va ripensata dalle fondamenta. 

    Si può aderire al Fridays for Future e, contemporaneamente, essere favorevoli alla tratta Torino-Lione? 

    È chiaramente una contraddizione, il Tav rappresenta in toto quel modello sviluppista che sta annientando la nostra Terra: è l'emblema di un sistema che non funziona. Fin dall'inizio ho espresso dubbi su quest'opera ma... 

    Avrà mica cambiato idea sul Tav? 

    Teoricamente resto contrario, però il Paese si trova in una condizione difficile perché ha sottoscritto dei patti internazionali e sono anche iniziati i lavori. È più complicato di quanto si pensi fermare adesso l'opera. Non si dovevano siglare, prima, certi accordi. 

    Nel 1986 ha iniziato l’avventura di Slow Food, professando la difesa della biodiversità, solidarietà alimentare e parlando di cibo ultracompatibile, cultura materiale. Veniva guardato come un nostalgico eppure adesso mi sembrano tutti temi di attualità. Si è tolto qualche sassolino dalla scarpa? 

    Quelle istanze di difesa della biodiversità e del patrimonio agroalimentare che, appunto, un tempo venivano viste come istanze nostalgiche rispetto a un modello di produzione intensiva, e globalizzata, sono man mano diventate l'esemplificazione di una politica diversa rispetto non solo alla biodiversità ma anche alla produzione agricola e all’economia. 

    Si spieghi meglio... 

    La monocoltura di intere aree – con l'utilizzo smodato di additivi chimici – sta distruggendo gli ecosistemi mentre con una diversificazione produttiva è appurato che si produce di più e con una logica di maggior rispetto dei territori e dell’economia locale. Sostanzialmente, la difesa di un determinato alimento rappresenta sia un elemento di identità culturale che, nello stesso tempo, un modello di economia opposto alla produzione intensiva e globalizzata. Si presta, così, maggiore attenzione all’ambiente, alla biodiversità – con meno CO2 nell'aria – e all'annoso tema della distribuzione del reddito rendendolo più diffuso e meno concentrato nelle mani dei soliti pochi.

    (12 marzo 2019
    )




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    28 febbraio 2019

    CLIMA

    Luca Mercalli invita tutti gli studenti a partecipare allo sciopero globale per il clima del 15 marzo


    Rispondendo all’appello di Greta Thunberg, lanciato durante il Forum economico di Davos, gli studenti italiani si stanno preparando alla mobilitazione internazionale del 15 marzo, sollecitata anche dal meteorologo italiano Luca Mercalli.

    La manifestazione del venerdì, che ha preso il via dall’appello lanciato dalla “ragazzina” svedese di 15 anni, sta diventando un appuntamento sempre più importante per gli studenti. Si ritrovano nelle piazze delle principali città italiane per dire basta all’inquinamento del pianeta che contribuisce ai cambiamenti climatici.

    Il movimento sta crescendo dal basso, in tutti i sensi del termine: è partito dal popolo e, soprattutto, da quello più basso di età che si sta rivelando molto più saggio del popolo di età “adulta”.

    Repubblica.it rilancia il messaggio di Mercalli: “Molti studenti finalmente mi scrivono – sono le sue dichiarazioni riportate dal quotidiano – che sull’onda dell’iniziativa di Greta Thunberg vogliono attivarsi per lottare contro i cambiamenti climatici. Bene, forse è giunto il momento buono per farsi sentire”.

    (26 febbraio 2019
    )




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    13 febbraio 2019

    ELUANA ENGLARO

    Priva di morte e orfana di vita. 

    Il caso Eluana Englaro, dieci anni dopo


     Valentina Erasmo

    Ero troppo felice? Mi ha ghermita Triste fato una notte e non finita. Gloria a te Medicina che mi hai rinata Da naso a stomaco una sonda ficcata Priva di morte e orfana di vita”
    (G. Ceronetti, La ballata dell’angelo ferito)

    1. 

    Sono solo alcuni versi di quella ballata che il filosofo, intellettuale e poeta Guido Ceronetti ha dedicato appassionatamente alla battaglia condotta da Eluana e dalla sua famiglia per porre fine a quell’accanimento terapeutico durato diciassette interminabili anni. Un ghignante inferno, usando sempre le sapide parole di Ceronetti, tra calvario privato e dibattito pubblico, in un’Italia divisa eticamente e politicamente sulla legittimità di sospendere i trattamenti medici che mantenevano in ‘vita’ la giovane. Nell’intervista rilasciata a Piero Colaprico per La Repubblica il 06 febbraio 2019Beppino Englaro risponde così al perché Eluana non è mai davvero scomparsa nel dibattito pubblico: “Perché è un grande caso costituzionale e riguarda il problema universale della vita e della morte. Eluana ha esercitato sino in fondo la libertà assoluta di esprimere diritti fondamentali, come l’autodeterminazione. Con nostra figlia si è capito che si può dire “no, grazie” alle cure, e dirlo in qualsiasi momento” [i]. Si ripercorreranno le tappe più salienti della battaglia di Eluana e della sua famiglia, per omaggiare con umana partecipazione il suo ricordo a dieci anni di distanza dalla sua morte biologica avvenuta il 9 febbraio 2009, avendo rappresentato uno dei precedenti fondamentali della storia italiana verso la legge sul Biotestamento 219/2017, approvata solo di recente, disciplinando così in maniera strutturata il consenso informato e introducendo le disposizioni anticipate di trattamento (DAT) per una sempre maggiore facoltà di autodeterminazione del paziente. 

    2. 

    18 gennaio 1992. Di ritorno da una festa a Pescate, provincia di Lecco, Eluana Englaro perdeva il controllo della sua automobile a causa del manto stradale ghiacciato. In questo incidente, la giovane 21enne riportava un gravissimo trauma cranico encefalico con annessa lesione di alcuni tessuti cerebrali corticali e subcorticali, con slivellamento della seconda vertebra, che ha comportato l’immediata tetraparesi a carico degli arti, associata a deficit di sensibilità. I primi soccorsi la trovavano già in stato comatoso, da cui ne esce dopo alcuni mesi, ma l’entità delle lesioni cerebrali, facevano sì che venisse dichiarato dai medici lo stato vegetativo permanente. L’esistenza biografica di Eluana si era così conclusa con quel terribile incidente stradale, non era clinicamente morta, ma la sua condizione coincideva con uno stato perpetuo di incoscienza, una preclusione di qualsiasi funzione percettiva e cognitiva, con un’impossibilità di interazioni con l’ambiente esterno. 

    Questa dichiarazione costituisce l’inizio della battaglia condotta dalla famiglia Englaro che ha visto in prima linea il padre della giovane, Beppino, per quel diritto a morire che sua figlia avrebbe senz’altro rivendicato, se avesse potuto parlare. A fronte di questa infausta diagnosi, la famiglia Englaro chiede immediatamente la sospensione dei trattamenti, conoscendo la posizione precedentemente espressa da Eluana sull’accanimento terapeutico a fronte di un’incidente stradale che coinvolse il suo amico Alessandro, rimasto anch’egli in coma. Questa richiesta non ha alcun tipo di riscontro da parte del personale medico che si occupava della giovane. A distanza di un anno dall’incidente, la regione superiore del cervello di Eluana versa in una condizione di degenerazione definitiva, la giovane viene nutrita con sondino nasogastrico, respira autonomamente, ma non c’è nessuna speranza per una sua ripresa [ii]. 19 dicembre 1996. Dopo quattro anni, si riscontra la mancanza di qualsiasi mutamento nello stato di Eluana, per cui è dichiarata interdetta dal Tribunale di Lecco per assoluta incapacità di intendere e di volere, viene nominato tutore il padre [iii]. 1999. A tre anni dalla sentenza del Tribunale di Lecco, Beppino si ritrova al centro di una complessa richiesta giudiziaria per l’emanazione di un provvedimento volto alla sospensione dell’alimentazione e delle terapie che tenevano in vita Eluana, date l’impossibilità di recupero di coscienza da parte di sua figlia data l’irreversibilità della sua patologia e l’incompatibilità di questa condizione con le volontà da lei precedentemente espresse in merito. 

    3. 

    Si apre un iter lungo dieci anni, prima che Beppino possa liberare sua figlia da quella condizione. Il caso Englaro risulta più controverso rispetto a quello Welby, in quanto non può essere applicato l’art. 32 comma 2 della Costituzione: Eluana non è in condizione di esprimere la sua volontà attuale in merito ai trattamenti sanitari ai quali desidererebbe sottoporsi, poiché incosciente. A complicare lo status quaestionis, c’è l’autonomia respiratoria della giovane, per cui il Tribunale di Lecco si è trovato a interrogarsi se l’alimentazione artificiale possa rientrare nella categoria delle ‘cure mediche’ contemplate dall’art. 32: la risposta è negativa, la richiesta di Beppino Englaro viene respinta con la motivazione che l’alimentazione artificiale non può essere qualificata come ‘cura medica’. Quel rifiuto apre la strada a una molteplicità di riflessioni tra cui, quella più significativa, quella inerente al rapporto gerarchico tra la ‘vita’ e la ‘dignità’ dell’esistenza. Oramai, l’esistenza di Eluana si è ridotta alla sua sola dimensione biologica, mentre la sua ‘dignità’, rivendicata attraverso la voce di suo padre, viene subordinata alla decisione dei medici e dei giuristi di mantenerla artificialmente in vita contro la sua volontà e quella dei suoi famigliari. 

    Nel 2003, la famiglia Englaro presenta nuovamente richiesta per la sospensione dell’alimentazione artificiale, respinta sia dal Tribunale che dalla Corte d’Appello, ma la sentenza viene impugnata di fronte alla Corte di Cassazione. Con la 21748/2007, la Cassazione annulla il provvedimento della Corte d’Appello, rimandando alla Corte d’Appello di Milano, così che il giudice possa procedere all’autorizzazione della sospensione dell’alimentazione artificiale e delle altre terapie in corso, purché venga accertata sia l’irreversibilità dello stato vegetativo che l’assenza di possibilità di un recupero, seppur minimo, della sua coscienza e della percezione dell’ambiente esterno da parte della paziente. Accanto a queste condizioni, la Corte richiede di verificare che l’istanza di sospensione terapeutica rispecchi la volontà manifestata precedentemente da Eluana, nell’impossibilità di avere un suo consenso esplicito data la sua incapacità di intendere e di volere. Pur non esprimendosi sulla questione delle dignità del vivere in simili condizioni, la Corte di Cassazione dà valore alla ‘volontà del paziente’, ricostruita con le testimonianze di amici e dei famigliari sulle convinzioni manifestate precedentemente da Eluana sul fine vita. La vicenda viene riesaminata dalla Corte di Appello di Milano che il 9 luglio 2008 autorizza Beppino Englaro, come tutore, alla sospensione dell’alimentazione artificiale. Tuttavia, questa spinosa battaglia non è ancora conclusa: il Parlamento accusa la Cassazione di aver pronunciato una sentenza dal valore legislativo, giudicando il suo contenuto come innovativo rispetto all’ordinamento vigente, sostituendosi al ruolo del legislatore. Nell’ottobre 2008, la Corte costituzionale ritiene che le sentenze della Cassazione e della Corte d’Appello di Milano non siano innovative, ma pienamente conformi con il diritto del paziente al rifiuto dei trattamenti medici e l’autodeterminazione del paziente. La stessa Corte europea per i diritti dell’uomo respinge le richieste avanzate dalle associazioni contrarie alla sospensione dei trattamenti per Eluana, ritenendo che non abbiano alcun diritto di avanzare simili richieste data la mancanza di un legame con l’interessata, il 22 dicembre 2008. 

    4. 

    Era la notte del 3 febbraio 2009, alle 1:30 Eluana lascia la casa di cura “Beato Luigi Talamoni” di Lecco per raggiungere intorno alle 6:00 la residenza sanitaria assistenziale “La Quiete” di Udine, struttura resasi disponibile per la procedura di sospensione dell’alimentazione artificiale conformemente alle disposizioni contenute nel decreto della Corte di Appello di Milano. La questione bioetica raggiunge qui la sua massima valenza politica: il 6 febbraio, l’équipe medica della clinica udinese comunica l’avvio della procedura per la progressiva riduzione dell’alimentazione. Quello stesso pomeriggio, il Governo approva un decreto legge d’urgenza per impedire la sospensione dell’alimentazione artificiale a Eluana Englaro. L’allora Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, decide di non firmare, alla luce del contenuto palesemente anti costituzionale di quel decreto. Pur non avendo mai fatto visita alla Englaro, Silvio Berlusconi sostiene l’illegittimità della sospensione dei trattamenti dato che la giovane fosse ancora ‘di bell’aspetto’, persino in grado di procreare, probabilmente basandosi sul racconto delle suore che raccontarono che la giovane avesse ancora sporadicamente il ciclo mestruale. Le supposizioni di Berlusconi cozzano con la dura testimonianza della giornalista Marinella Chirico che parla così della reale condizione biologica di Eluana: “Eluana (…) era esattamente così come si può immaginare possa essere una donna in stato vegetativo da 17 anni: assolutamente irriconoscibile rispetto alle foto che si vedono. Una donna completamente immobile, che gli infermieri e i sanitari erano costretti a spostare ogni due ore per evitare che il corpo si piagasse. Le orecchie avevano delle lesioni perché l'unica parte che non si poteva tutelare era questa. Era una situazione devastante, emotivamente molto forte l'impatto (…) Mi è stato chiesto di vedere Eluana (…) perché c'erano delle critiche ferocissime e crudeli che mettevano in dubbio lo stato reale di Eluana. Questa polemica continuava a crescere e Beppino era profondamente ferito e angosciato dal fatto di non essere creduto quando diceva che la figlia era veramente in condizioni disperate" [iv]. Quella stessa sera, il Consiglio dei Ministri approva un disegno di legge con gli stessi contenuti precedentemente rifiutati, trasmesso al Senato per discussione straordinaria il 9 febbraio 2009, evidenziando una tensione istituzionale tra il governo e il Capo dello Stato. La battaglia di Eluana termina il 9 febbraio 2009, muore alle ore 19:35, quel disegno di legge viene così ritirato per rimandare a un dibattito più complesso successivo. 

    5. 

    Si è ricostruita dettagliatamente questa vicenda per mostrare come la mancanza di una legge sul biotestamento ha portato a non una, ma una duplice tragedia per la famiglia Englaro: da un lato, la perdita di una figlia, dall’altro lato, la battaglia civile per la difesa di una ‘morte dignitosa’ più volte negata a Eluana. A distanza di dieci anni, qual è lo stato del dibattito sul fine vita? Sempre nell’intervista rilasciata a Colaprico, Beppino Englaro sostiene che questo non sia diventato più esile, piuttosto: “ è cambiato. Adesso c’è questa legge che è “facoltizzante”, cioè dà la facoltà di scegliere. Noi abbiamo trovato il deserto e i pericoli, adesso chi vuole ha le prove provate dei pericoli che corre se non stabilisce il suo “fine vita”. Vuoi essere curato? Non vuoi essere curato? Siccome non c’è chi possa decidere al posto nostro, siamo noi che, fatto l’approfondimento, dobbiamo far sapere la scelta che abbiamo fatto attraverso le nostre disposizioni” [v]. La presenza di una legge come la 219/2017 sul biotestamento avrebbe probabilmente risparmiato a Eluana e alla sua famiglia una battaglia così lunga. Beppino Englaro vuole insistere sulla conquista del diritto alla rinuncia delle terapie e sull’agire medico conforme alla piena facoltà di autodeterminazione del paziente. 

    Il decimo anniversario dalla morte di Eluana assume così una forte valenza simbolica per la difesa del diritto a una ‘morte dignitosa’, soprattutto perché cade a due anni di distanza dell’introduzione della legge sulle disposizioni anticipate di trattamento, esortando così a un’attività di sensibilizzazione per una diffusione più capillare di queste. Le DAT sono un’opportunità faticosamente conquistata, ma è necessaria una maggiore attenzione nel dibattito pubblico, affinché questa risorsa possa essere nota a tutta la popolazione, utilizzata a piene mani dai cittadini per rendere note le proprie volontà, nonché conosciuta a pieno sia dal personale medico-sanitario che dal personale amministrativo operante presso gli sportelli comunali, preposto alla ricezione di questi documenti, come reclama all’Ansa Marco Cappato: “Dalla grande quantità di domande e segnalazioni che ci pervengono possiamo affermare che il grado di conoscenza di questa legge da parte degli uffici comunali, ma anche dei medici è ancora molto basso” [vi] Allo stato attuale, sono circa 23000 i moduli scaricati dal sito dell’Associazione Luca Coscioni per il biotestamento, ma la strada per il pieno esercizio di questi diritti non è ancora conclusa. Accanto al problema informativo, quello attuativo, come sottolinea Filomena Gallo, segretario della Coscioni, in quanto è ancora assente: “ il Registro Nazionale per le Disposizioni anticipate di trattamento DAT: con la finanziaria 2017 sono infatti stati stanziati 2 milioni di euro per la creazione della Banca dati nazionale dei testamenti biologici che sarebbe dovuta essere operativa entro il 30 giugno 2018, ulteriori 400 mila euro l'anno sono stati stanziati con la finanziaria 2018, eppure della Banca dati, nonostante i ripetuti proclami della ministra Grillo, ancora non vi è traccia. Al contrario c'è traccia del tentativo di modificare la legge sulle dat in vigore da poco più di un anno, con modifiche che prevedono il deposito nel comune di nascita (invece che di residenza, ndr), e autorizzano solo il medico curante ad estrarre copia delle DAT."[vii] Notevoli i passi in avanti compiuti rispetto al 2009, ma va preso atto di queste lacune, informative quanto burocratiche, che vanno colmate per garantire la piena accessibilità a questi diritti faticosamente conquistati con le battaglie condotte da famiglie come quella di Eluana Englaro, Luca Coscioni, Piergiorgio Welby e Fabiano Antoniani, nonché dell’Associazione Luca Coscioni.
     




    permalink | inviato da fiordistella il 13/2/2019 alle 19:4 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


    24 gennaio 2019

    CASO MORO

    Le interferenze occulte nel caso Moro


    Il delitto politico più importante del Novecento italiano porta i segni di un’azione perfetta per deviare il corso degli eventi: nella scelta dell’obiettivo, nelle sue modalità di realizzazione, nella scenografia, nei personaggi principali e nelle comparse. Pubblichiamo la postazione di Stefania Limiti al volume “Italia Occulta” di Giuliano Turone, in questi giorni in libreria edito da Chiarelettere. 

    di Stefania Limiti 

    Il momento giusto 

    Il caso Moro è il paradigma, il miglior modello della destabilizzazione. L’archetipo, direbbe lo psicanalista. Il delitto politico più importante del Novecento italiano, infatti, porta i segni di un’azione perfetta per deviare il corso degli eventi: nella scelta dell’obiettivo, nelle sue modalità di realizzazione, nella scenografia, nei personaggi principali e nelle comparse. Tanto che Leonardo Sciascia nella sua insuperabile e immediata analisi (L’affaire Moro, ottobre 1978) pensa al cadavere del presidente della Dc citando Elias Canetti: «La frase più mostruosa di tutte: qualcuno è morto “al momento giusto”». Moro è stato ammazzato proprio quando la democrazia italiana stava sperimentando nuove strade verso il futuro, per superare una impasse che il partito popolare più policentrico e articolato dell’Occidente, la Dc, non sapeva più affrontare. Una sfida che il partito comunista più forte d’Europa, il Pci, aveva raccolto. 

    Giuliano Turone in questo lavoro si propone di far conoscere anche alle giovani generazioni quella faccia del potere occulto che ha potuto osservare più da vicino di tutti noi, e ci ricorda che il «Piano di rinascita democratica» venne elaborato tra la fine del 1975 e l’inizio del 1976. Vale a dire proprio quando il governo italiano era guidato da Aldo Moro, le cui aperture nei confronti della sinistra e dell’eurocomunismo di Enrico Berlinguer non furono mai accolte con entusiasmo né dagli ambienti della Nato (e dalle loro propaggini occulte) né dalla destra della Democrazia cristiana, rappresentata da Giulio Andreotti. 

    Mentre matura l’assassinio politico di Aldo Moro, tra la fine del 1976 e l’inizio del 1977, si ha notizia della ricostituzione in forma articolata della P2, «risvegliata» già nel dicembre del 1971, come prova una circolare del gran maestro Lino Salvini, «per rafforzare ancor più il segreto di copertura indispensabile per proteggere tutti coloro che, per determinati motivi particolari inerenti al loro stato, devono restare occulti». [1] 

    A metà degli anni Settanta la società italiana è in gran movimento e le prospettive di una modifica degli equilibri politici verso orizzonti progressisti sono molto concrete. La P2 irrompe clandestinamente nella scena con l’obiettivo di trasferire nelle sedi occulte i centri decisionali del potere. La loggia del «maestro venerabile» di Arezzo, in effetti, riesce a imporsi quando è il momento di ridisegnare tutti gli organici dei servizi segreti appena ristrutturati dalla recente legge di riforma. Nella P2 si ritrovano poi anche alti ufficiali dell’esercito, dell’aeronautica, della marina e dei carabinieri, ministri, parlamentari e politici di vari partiti (Dc, Psi, Psdi, Pli, Msi), alti magistrati (tra cui il procuratore generale di Roma Carmelo Spagnuolo), giornalisti, finanzieri come Roberto Calvi e Michele Sindona, imprenditori come il futuro presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. 

    La loggia finanzia anche i terroristi neri, ma nessuna autorità giudiziaria o politica ha mai accolto la precisa accusa rivolta nella relazione finale della Commissione parlamentare sulla P2 della presidente Tina Anselmi, che esplicitamente indica nella loggia di Licio Gelli il motore finanziario di coloro che hanno eseguito la strage sul treno Italicus (agosto 1974). [2] Inoltre, la loggia finanzia gli stessi governi: Roberto Calvi, il finanziere a capo del Banco Ambrosiano trovato impiccato sotto il ponte dei Frati neri di Londra, raccontò a sua moglie che i soldi della P2 erano stati utilizzati per convincere i socialisti a entrare nel governo Cossiga dell’aprile del 1980, con tre ministri e cinque sottosegretari iscritti alla loggia. Esisteva una entità superiore – il vertice della piramide più volte ricordata nelle pagine di questo volume – che proteggeva lo stesso Gelli: infatti, in una riunione del 5 marzo 1971, dopo aver elencato gli argomenti all’ordine del giorno, nel riassunto del dibattito il «venerabile» scrive: «Nell’impossibilità di poter rispondere, giriamo questo quesito alla Sede centrale affinché, se lo riterrà opportuno, possa illuminarci a riguardo».[3] 

    La campagna di primavera delle Br 

    Quando le Brigate rosse, perseguendo la loro strategia rivoluzionaria di assalto allo Stato imperialista delle multinazionali, il Sim, avviano la Campagna di primavera – ossia l’insieme delle azioni armate contro la Democrazia cristiana che incarna totalmente e unicamente il Sim, dal loro punto di vista – Aldo Moro era già da tempo sotto i riflettori dell’attenzione internazionale. Da oltre un decennio, cioè da quando aveva tentato l’esperimento del centro-sinistra portando i socialisti nel governo e, soprattutto, portando al centro del Mediterraneo l’idea di Enrico Mattei e un protagonismo italiano che suscitavano irritazione e aperta ostilità nel mondo anglosassone. Ma le Br vanno per la loro strada, seguono il loro rigido schema ideologico, sembra non importargli chi sia Moro, cosa faccia Moro, chi siano i suoi amici e i suoi nemici. Avrebbero dovuto rapire Giulio Andreotti, se non avesse avuto una scorta rafforzata grazie ai suoi incarichi istituzionali. Scelgono Moro, l’unico tra i grandi leader della Democrazia cristiana mai sfiorato da sospetti di collaborazionismo con gli uomini della strategia della tensione. 

    Il lavoro politico di Aldo Moro, invece, la sua originale visione della sovranità italiana e del nostro futuro, rendono l’Operazione Frezza, così la chiamavano le Br per il ciuffo bianco sulla testa dell’obiettivo, un incrocio di interessi politico-strategici, un nodo gordiano nella prospettiva degli equilibri di tutta l’area atlantica. Un momento terribilmente decisivo, nel quale la presenza brigatista diventa la sola visibile ma non più sola né centrale. Scriveva lucidamente Giuseppe De Lutiis che il significato dell’operazione di via Fani è andato ben oltre i confini italiani: tra il 1963 e il 1995 cadono, in circostanze diverse, i due Kennedy, Lumumba, Luther King, Allende, monsignor Romero, Sadat, Olof Palme, Indira Gandhi, Rabin. Questi delitti eccellenti sono stati decisi «in ambienti prossimi all’establishment internazionale, ambienti che possono scegliere l’esecutore materiale nell’area dell’estremismo politico o in quello della criminalità professionale, o addirittura in settori vicini a servizi segreti o a corpi speciali. Questo tipo particolare di delitto è difficilissimo da chiarire».[4] 

    Tanto che il caso Moro, il groviglio di notizie certe e notizie false, indizi, piste finte o costruite ad arte, indagini non fatte per sciatteria o con più malizia, suggestioni e quant’altro, è così costellato di interferenze, di presenze invisibili, come lo sono i poteri occulti, da diventare inestricabile, un luogo simbolico in cui affogano tutti i lati irrisolti della nostra storia. Perché i fatti impressi nel nostro immaginario collettivo – la fuga delle auto dopo l’agguato, gli spari, la prigione, le ultime ore di vita di Moro, la dinamica della morte – sono una rappresentazione della realtà ma non la realtà: essi sono stati mediati dalla narrazione scritta dal brigatista Valerio Morucci su un tavolo al quale sedevano anche uomini politici e i servizi segreti. Il suo memoriale è una traslazione dei fatti, come ormai ha definitivamente accertato la Commissione d’inchiesta che ha svolto i suoi lavori nella XVII legislatura. Nel quarantennale della strage di via Fani si è sentita solo una timida voce a sussurrare finalmente una parola che potrebbe aprire uno squarcio: è quella di Adriana Faranda che dice a Ezio Mauro: «Avevamo discusso i dettagli, certo non il colpo di grazia» [5] inflitto poi agli agenti della scorta di Moro secondo un rituale assassino completamente estraneo alla pratica delle organizzazioni armate rosse. 

    La P2 e il caso Moro 

    È particolarmente illuminante quel che spiega Giuliano Turone a proposito del «Piano di rinascita democratica» e del suo obiettivo di rivitalizzazione del sistema: non è più tempo di golpe, a pochi passi dagli anni Ottanta, ma di interventi (apparentemente) leggeri per «sollecitare» tutti gli istituti che la Costituzione prevede e disciplina, dagli organi dello Stato ai partiti politici, alla stampa, ai sindacati, ai cittadini elettori. Magari si dovrà pensare necessariamente, in seguito, anche ad «alcuni ritocchi alla Costituzione successivi al restauro delle istituzioni fondamentali». Ma dopo che la «sollecitazione» – termine mutuato dall’ingegneria meccanica dove indica l’azione esterna messa in pratica per raggiungere un certo scopo, come opportunamente spiega Turone – è andata a buon fine, agendo su una struttura o su un sistema, insiste Turone, e ne ha modificato lo stato provocandone una deformazione. La P2 rinasce e si struttura per evitare un cambiamento politico indesiderato, per orientare le scelte del paese verso lidi più rassicuranti per gli equilibri atlantici. 

    Cosa c’entra con il caso Moro? Intanto, non dimentichiamo quel che Licio Gelli disse nel 2011 nel corso di una intervista, e cioè che Moro era stato portato in un luogo vicino a via Fani e tenuto per almeno una decina di giorni in un garage di «quelli che vanno sottoterra».[6] Il riferimento è molto circostanziato. Solo la Commissione d’inchiesta sul caso Moro della XVII legislatura ha svolto una accurata indagine che ha messo in evidenza l’importanza cruciale, per il sequestro e il rilascio delle auto usate nell’agguato, di una palazzina, dotata di garage sotterranei dai quali era possibile accedere agli appartamenti, situata in via Massimi 91 e di proprietà dello Ior. È vero che già il giornalista di «OP» Mino Pecorelli aveva fatto riferimento in un famoso pezzo dal titolo Vergogna buffoni (16 gennaio 1979) a «un garage compiacente che ha ospitato le macchine servite nell’operazione», e che una informativa della guardia di finanza nell’immediatezza dei fatti parlava di una sede «extraterritoriale», vicina al luogo dell’agguato, come possibile punto di primo riparo. Ciononostante, l’affermazione di Gelli resta una testimonianza notevole se non inquietante. 

    Del resto, il capo della guardia di finanza dell’epoca, Raffaele Giudice, era della P2 (tessera 1634). E poi ben undici dei dodici membri del cosiddetto Comitato di crisi, varato per direttiva dell’allora ministro dell’Interno Francesco Cossiga, sono della loggia massonica dell’aretino Gelli. Tra loro il criminologo Franco Ferracuti (tessera 2137), il direttore dell’ufficio affari riservati del Viminale Federico Umberto D’Amato (tessera 1620), il numero uno del Cesis Walter Pelosi (tessera 754), il capo di stato maggiore della marina Giovanni Torrisi (tessera 631), il numero due del Sismi Pietro Musumeci (tessera 487). Il Comitato non era un guscio vuoto, ebbe un ruolo fondamentale nel congelamento delle indagini, paralizzando la macchina investigativa, nel destituire la Procura di Roma durante i cinquantacinque giorni del sequestro e nel far passare per pazzo Aldo Moro. Non può essere Moro a scrivere, si disse delle sue lettere dove argomentava e proponeva una soluzione politica al sequestro. E gli amici dissero che era vero, non poteva essere lui. Il Comitato non chiuse le porte in faccia al mediatore, l’uomo inviato dal dipartimento di Stato per evitare il caos, il criminologo Steve Pieczenik, che spiegherà dopo tanti anni di essere venuto non per salvare Moro ma per creare il panico tra i rapitori, disorientarli.[7] Ci riuscì. 

    Tutti i tentativi di intermediazione, infatti, tutte le possibilità di avviare una trattativa falliscono inspiegabilmente. Anzi, neanche iniziano. E le Br volevano trattare. Uno dei comunicati diffusi in quei giorni, il numero 6, reso noto il 15 aprile, annunciava la fine del processo a Moro e la sua condanna a morte, ma in realtà conteneva forti segnali di indirizzo opposto a quella conclusione apparentemente inappellabile. Tanto da affermare in modo diretto di aver preso la decisione di non diffondere pubblicamente il contenuto degli interrogatori, rimettendo all’avversario la scelta della strada da intraprendere: una chiara disponibilità a trattare, sia sulle carte sia sull’ostaggio. 

    In una drammatica telefonata fatta qualche giorno prima del 9 maggio (giorno della tragica conclusione del sequestro), Valerio Morucci dice a don Antonello Mennini, parroco amico di Aldo Moro: «Dica alla signora Moro che non riusciamo ad aprire quel contatto! Ha capito? Le dica che non siamo stati contattati da nessuno!». A metà aprile Francesco Cossiga, il ministro dell’Interno, sfuggendo alla supervisione del criminologo, chiese al suo amico Giuseppe Zamberletti di incontrare insieme al colonnello Varisco (poi ucciso dalle stesse Br) esponenti dissidenti delle Brigate rosse con i quali era entrata in contatto l’Arma dei carabinieri di Milano. Non si è mai capito, né Zamberletti, più volte richiesto dall’autrice, ha mai saputo spiegare perché l’incontro non si fece, chi diede lo stop. Così fu per un altro esponente della Dc, Guido Bodrato, che attese invano un pomeriggio presso la sede della Caritas una telefonata per avviare un dialogo con i rapitori. 

    Una montagna di soldi per Moro 

    E come poté abortire la più potente iniziativa, quella di Paolo VI, il papa amico di Moro? C’erano tanti soldi in ballo. Pensate a questa scena, raccontata da monsignor Fabio Fabbri, segretario di don Cesare Curioni, responsabile dei cappellani carcerari; siamo a Castelgandolfo, residenza pontificia, 6 maggio 1978. Aldo Moro è prigioniero delle Brigate rosse da oltre cinquanta giorni. In una di quelle stanze Paolo VI parla con monsignor Cesare. D’improvviso il papa, dice Fabbri che era lì, si avvicina a una consolle coperta con un panno di ciniglia azzurra e solleva un lembo: compare una montagna di soldi, mazzette di dollari, con fascette di una banca ebraica, del valore di circa 10 miliardi di lire, messi a disposizione per il riscatto. Da dove provenivano tutti quei soldi? E, rimasti inutilizzati, dove finirono? Nessuno lo sa. Don Curioni è morto nel 1996 senza che quel mistero fosse svelato, monsignor Fabbri ha detto di non saperlo. Fabbri ha però detto che non provenivano dallo Ior. 

    E poi ci fu il tentativo del «confessionale», quello di padre Enrico Zucca, il cappellano dell’Anello, il servizio segreto clandestino più volte richiamato da Giuliano Turone. All’epoca del sequestro Moro, padre Zucca era un vecchio frate con nostalgie per il Ventennio. Non molto tempo dopo sarebbe morto, il 15 luglio del 1979. La sua salute era malferma ma avrebbe fatto volentieri un favore al suo papa. Raccontò lui stesso a un settimanale, [8] pochi giorni dopo il 9 maggio, delle trattative avviate e fallite inspiegabilmente a un passo dalla fine. 

    La personale storia di relazioni e conoscenze consentì a padre Zucca di tentare una via per la salvezza di Aldo Moro, informando del suo progetto anche la famiglia del rapito. Il frate era in grado di ottenere un’ingente somma di denaro che avrebbe permesso di pagare un riscatto in cambio della vita di Moro: tramite la Fondazione Balzan, un’organizzazione che gestiva i lasciti depositati in Svizzera dalla omonima famiglia, stimati all’epoca in circa 70 miliardi di lire, assicurava di raccogliere, tra imprenditori di spicco – tra cui si fecero i nomi di Nando Peretti, presidente dell’Api, Armando Piaggio e Carlo Pesenti –, 50 milioni di dollari da offrire alle Brigate rosse in cambio della libertà di Moro. La sua influenza gli consentiva inoltre di rivolgersi direttamente al presidente del Consiglio Giulio Andreotti, al quale scrisse almeno un paio di lettere. L’incontro rivelato da padre Zucca avvenne a Milano nella prima fase del sequestro, il 28 marzo. 

    Ma anche lui fallì. Una dura sconfitta che, forse, affrettò la sua dipartita, avvenuta quasi un anno dopo, non prima di aver rivelato tutte le sue mosse, dettaglio per dettaglio, in quei due articoli che hanno svelato l’intraprendenza del priore. E non è tutto qui. I contatti tra padre Zucca e i brigatisti vennero monitorati dai servizi segreti,[9] ma nessuna indagine venne fatta sugli emissari dei rapitori. Quell’informazione fu invece taciuta e, dunque, mai utilizzata: solo un anno dopo il Sisde sollecitò il proprio centro di Milano ad acquisire notizie sul religioso e sui suoi contatti con i rapitori di Moro. Un intervento decisamente tardivo. 

    Nessun organo inquirente, mai nessun magistrato, mai nessuna commissione parlamentare d’inchiesta sono stati informati ufficialmente delle trattative che sarebbero nate dalla intermediazione del priore dell’Angelicum, nessuno poté mai chiedergli spiegazioni finché era in vita, né indagare subito dopo. 

    La circostanza è così irragionevole che possiamo legittimamente ritenere che l’emersione pubblica della fallita trattativa di padre Zucca avrebbe comportato il rischio che venisse svelato l’Anello. Ma l’esistenza di questa agenzia clandestina era un segreto che apparteneva ai sottofondi della Repubblica. Nessuno l’aveva mai ufficializzata, era stata usata sempre per i lavori sporchi, i suoi membri erano ex fascisti o informatori mercenari, gente «non presentabile» la quale, tuttavia, entrava e usciva dalle stanze del potere restando sempre invisibile. 

    Quale interferenza praticò l’Anello nel caso Moro? 

    Questa struttura aveva una capacità altissima di raccogliere informazioni, grazie a una consolidata rete di persone legate da un patto postfascista sottoscritto all’alba della Repubblica. La assoluta informalità del gruppo non impedì mai l’alto livello informativo, tanto che Adalberto Titta, una specie di coordinatore del servizio, fu in grado di assicurare a un suo membro, Michele Ristuccia, che il Comunicato numero 7 delle Brigate rosse – «Lo abbiamo ammazzato, andate a prendere il cadavere del presidente sul fondo del lago della Duchessa» – era falso.[10] E lo fece appena fu reso noto, tanto che Ristuccia, a sua volta, disse al segretario generale della Fiera di Milano, dove egli lavorava, di non sospendere nulla, quel giorno non c’erano lutti da onorare. Intanto il ministero dell’Interno, è bene ricordarlo, inviava sul luogo decine di uomini, sommozzatori, cani poliziotto, elicotteri e dava ordine di bucare lo strato di ghiaccio che copriva il lago e tutto il paese stette ore e ore con il fiato sospeso. 

    Afferma lo stesso Ristuccia che Titta gli aveva detto prima del 16 marzo che Moro correva seri rischi di sequestro. Non era certo l’unico ad aver avuto quella soffiata: sappiamo che l’allarme per la sicurezza del presidente della Dc era giunto a diverse orecchie, come racconta ogni antologia del caso. Di certo sono interessanti due circostanze: il 15 marzo arrivò al centro dei servizi segreti di Bari, tramite un detenuto, Salvatore Senatore, la notizia di un’azione contro Moro, ma la segnalazione fu congelata, restò nel cassetto; e proprio in quella città, Bari, stando alle parole dello stesso Ristuccia,[11] già nel 1977, intorno a settembre, nella lussuosa villa di un politico, si sarebbe svolta una riunione segretissima fra Titta, alcuni suoi fidati collaboratori e importanti funzionari dell’amministrazione statunitense e italiana. L’oggetto dell’incontro era la supervisione della situazione italiana e, in particolare, delle mosse politiche di Aldo Moro, considerato notoriamente e da tempo non affidabile e pericoloso per la stabilità degli interessi statunitensi. 

    Purtroppo molte di queste piste investigative, scoperte pubblicamente molto tardi, non sono mai state perseguite. L’Anello, potremmo dire con una metafora, ha attraversato tangenzialmente i cinquantacinque giorni. Raccolte le informazioni, svolto il monitoraggio della situazione, non fu attivato per liberare Moro: l’iniziativa di padre Zucca risulta essere stata personale e solitaria. Una inerzia perfettamente allineata a quella di tutti gli organi investigativi – durante i cinquantacinque giorni – e del tutto aderente ai diversi segnali di stop dati ai vertici di Cosa Nostra, ’ndrangheta e camorra, pronti a barattare grandi benefici in cambio dell’aiuto nelle ricerche di Aldo Moro. 

    È inaudito che i vertici del Sismi abbiano creato un team speciale per la gestione del caso Moro completamente segreto [12] e che nessuno abbia mai avuto nulla da dire nel corso degli anni, a parte il deputato di Democrazia proletaria Luigi Cipriani che lo denunciò. Si chiamava ufficio controllo e sicurezza e aveva sede a Roma, precisamente a Forte Braschi, all’interno del palazzo del Sismi, dove Titta era di casa. La direzione era stata affidata al generale piduista Pietro Musumeci, nel gruppo c’era il colonnello Camillo Guglielmi che non era all’epoca ufficialmente negli organici del Sismi ma operava a Modena nella Quarta brigata dei carabinieri: quest’ultimo, come è noto, si trovò a passare in via Fani proprio in prossimità dell’agguato. Il gruppo «scelto» era stato voluto dal capo del Sismi Santovito, altro piduista, e il vicedirettore era Abelardo Mei, amico d’infanzia di Titta. Anche il colonnello Belmonte era della squadra. Solo poco tempo dopo, nell’aprile del 1981, Titta, Mei, Belmonte e Musumeci entrarono in azione per liberare l’assessore campano della Democrazia cristiana Ciro Cirillo, rapito dalla colonna napoletana delle Br di Giovanni Senzani. Quella volta le trattative si aprirono subito e divennero una fogna a cielo aperto, dove servizi segreti, camorra e brigatisti strinsero patti mai resi noti con una impressionante scia di morti ammazzati. 

    Anche il cuore di Adalberto Titta saltò subito dopo, il 27 novembre di quell’anno (chissà se la sua morte è su quella scia). Nell’ospedale della città di Orvieto dove venne ricoverato accorsero subito ufficiali di vari ordini e gradi. La sera prima aveva cenato con il colonnello Federigo Mannucci Benincasa, ufficiale dei carabinieri che entrò a far parte del Sifar nel giugno del 1965 e che assunse la direzione del Centro controspionaggio di Firenze il 16 giugno del 1971. Lasciò quell’incarico nel marzo del 1991, dopo diciannove anni e nove mesi, caso forse unico nel servizio segreto, divenuto nel frattempo dapprima Sid e poi Sismi. Benincasa non disse di quella cena agli investigatori del Ros che cercavano di mettere insieme il puzzle dell’Anello, struttura che mostrò di non conoscere. Forse, parlando dell’incontro serale, l’alto ufficiale avrebbe poi dovuto inesorabilmente spiegare altri dettagli. Ma non lo fece. 

    Sull’esistenza dell’Anello ora non ci sono dubbi ma di certo avremmo capito molto di più da una leale collaborazione di molti uomini dello Stato. Anche del caso Moro. Invece siamo fermi alle parole di Sciascia, che pasolinianamente scrive: «In Italia, di ogni mistero criminale molti conoscono la soluzione, i colpevoli, ma mai la soluzione diventa ufficiale e mai i colpevoli vengono, come si suol dire, assicurati alla giustizia»

    NOTE 

    1) Commissione P2, Relazione Anselmi, p. 16. 

    2) «Gli accertamenti compiuti dai giudici bolognesi […], quando vengano integrati con ulteriori elementi in possesso della Commissione, [consentono di] affermare: 1) che la strage dell’Italicus è ascrivibile a una organizzazione terroristica di ispirazione neofascista o neonazista operante in Toscana; 2) che la loggia P2 svolse opera di istigazione agli attentati e di finanziamento nei confronti dei gruppi della destra extraparlamentare toscana; 3) che la loggia P2 è quindi gravemente coinvolta nella strage dell’Italicus e può ritenersene anzi addirittura responsabile in termini non giudiziari ma storico-politici, quale essenziale retroterra economico, organizzativo e morale. […] Già nella sentenza-ordinanza bolognese di rinvio a giudizio si leggeva: “Dati, fatti e circostanze autorizzano l’interprete a fondatamente ritenere essere quella istituzione [la loggia P2 n.d.a.], all’epoca degli eventi considerati, il più dotato di pericolosi e validi strumenti di eversione politica e morale” […] Più puntualmente nella sentenza pur assolutoria d’Assise si legge: “[…] La tesi ha trovato nel processo, soprattutto con riferimento alla ben nota loggia massonica P2, gravi e sconcertanti riscontri […]. Risulta adeguatamente dimostrato: 

    a) come la loggia P2, e per essa il suo capo Gelli Licio […], nutrissero evidenti propensioni al golpismo; b) come tale formazione aiutasse e finanziasse non solo esponenti della destra parlamentare […], ma anche giovani della destra extraparlamentare, quanto meno di Arezzo (ove risiedeva appunto il Gelli); c) come esponenti non identificati della massoneria avessero offerto alla dirigenza di Ordine nuovo la cospicua cifra di 

    L. 50 milioni al dichiarato scopo di finanziare il giornale del movimento (si vedano sul punto le deposizioni di Marco Affatigato, il quale ha specificato essere stata tale offerta declinata da Clemente Graziani); d) come nel periodo ottobre-novembre 1972 un sedicente massone della ‘loggia del Gesù’ ([…] poi fusasi con quella di Palazzo Giustiniani), […] avesse cercato di spingere gli ordinovisti di Lucca a compiere atti di terrorismo, promettendo a Tomei e ad Affatigato armi, esplosivi e una sovvenzione di L. 500.000, […essendo probabile] che anche tale fantomatico massone appartenesse alla loggia P2” […]. Concludono peraltro malinconicamente i giudici bolognesi con la constatazione di un limite invalicabile alla loro indagine, costituito dal fatto che “l’imputazione riguarda solo esecutori materiali e non, ahimè, lontani mandanti”» (Commissione P2, Relazione Anselmi, pp. 93-95). 

    3) Atti dell’inchiesta sul traffico d’armi del giudice Carlo Palermo, in Antonio Cipriani e Gianni Cipriani, Sovranità limitata. Storia dell’eversione atlantica in Italia, Edizioni associate, Roma 1991, p. 188. 

    4) Giuseppe De Lutiis, Il golpe di via Fani. Protezioni occulte e connivenze internazionali dietro il caso Moro, Sperling & Kupfer, Milano 2007. 

    5) Intervista di Ezio Mauro a Adriana Faranda per lo speciale andato in onda il 16 marzo del 2018 su Rai Tre. 

    6) Intervista del 2011 di Giancarlo Feliziani a Licio Gelli, trasmessa dal canale La7 il 18 dicembre 2015. 

    7) Emmanuel Amara, Abbiamo ucciso Aldo Moro. Dopo trent’anni un protagonista esce dall’ombra, Cooper, Roma 2008. 

    8) Mario La Ferla, Se Curcio gradisse un po’ di miliardi, «l’Espresso», 28 maggio 1978; Id., Padre Zucca non fa colpi di testa, «l’Espresso», 4 giugno 1978. 

    9) Come prova un appunto del 4 aprile 1978, indirizzato al dottor Silvano Russomanno – il pupillo del potente Umberto Federico D’Amato, all’epoca vicecapo del servizio informazioni interno – secondo cui il 31 marzo del 1978 padre Zucca aveva confidato a un amico di essere stato avvicinato da una persona che gli aveva chiesto se fosse stato disposto a fare da tramite per trattative future con le Brigate rosse, e che il frate era disponibile a svolgere l’arduo e doveroso compito e a seguire l’evolversi della vicenda. 

    10) «Ricordo che lo stesso giorno in cui si seppe che nel lago della Duchessa sarebbe stato trovato il cadavere di Moro, il Titta mi disse in tempo reale che si trattava di una “bufala”. Ciò, ovviamente, me lo disse prima che ci fosse la smentita. Lui abitava in via Mussi che era a due passi dalla Fiera ove io quel giorno mi trovavo. Ricordo che era aprile e c’era la Fiera aperta. Ricordo molto bene questo particolare perché, quando i media dettero la notizia, il segretario generale della Fiera, Franci, aveva manifestato l’intenzione di sospendere l’evento e di proclamare il lutto. Io allora telefonai a Titta che venne a trovarmi subito e mi disse: “Di’ a Franci di non farsi problemi, è tutta una bufala”» (Inchiesta della Procura di Brescia sulla strage di piazza della Loggia, dichiarazione di Michele Ristuccia al Ros, 9 dicembre 1998). 

    11) Stefania Limiti, L’Anello della Repubblica, Chiarelettere, Milano, Premessa all’edizione del 2014. 

    12) Ivi, p. 183.

    (16 gennaio 2019)




    permalink | inviato da fiordistella il 24/1/2019 alle 6:53 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

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