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17 gennaio 2017

MAGGIORDOMI

Zagrebelsky: “Politici maggiordomi della finanza: hanno il terrore delle urne”


Per la prima volta dopo la vittoria del No al referendum parla il costituzionalista: “Quei venti milioni di italiani hanno capito che c’era qualcosa sotto”.

intervista a Gustavo Zagrebelsky di Marco Travaglio, da il Fatto quotidiano, 13 gennaio 2017

Professor Gustavo Zagrebelsky, è trascorso più di un mese dal referendum costituzionale e lei non ha ancora detto una parola dopo la vittoria del No. Perché?

La campagna elettorale è stata lunga e faticosa. Ora è il tempo della riflessione e di qualche bilancio. Sarebbe insensato accantonare il 4 dicembre come se quel voto non avesse rivelato una realtà più dura di tutti gli slogan.

Che Italia ha incontrato, nei suoi incontri per il No?

Una realtà che non appare nei grandi media: a proposito di post-verità… I tanti che si sono impegnati hanno ricevuto centinaia di inviti da scuole, università, associazioni, circoli d’ogni genere. Soprattutto da giovani, da molti di quelli che alle elezioni politiche si astengono, ma al referendum costituzionale hanno partecipato. Si può pensare che un 20 per cento della grande affluenza sia venuta da lì. E con ciò non voglio certo dire che il No ha vinto per merito dei giuristi e dei professori.

Perché ha vinto il No?

Credo che ci siano molte ragioni e che l’errore del fronte del Sì sia stato di far leva su una sola parola, semplice ma vuota: riforme. Si sono illusi che la figura del presidente del Consiglio e del suo governo fosse attrattiva. Si era pensato a un plebiscito in cui ci si giocava tutto e così, per reazione, si è coalizzato un fronte di partiti, pezzi di partiti e movimenti tenuti insieme dal timore della vittoria totale dell’altro. Ma lo slogan inventato dai ‘comunicatori’ – “è oggi il futuro” – non era un presagio funesto, quasi un insulto, per i tanti che vivono un tragico presente? Non sottovalutiamo poi la pessima qualità della riforma. Spesso è stato sufficiente leggerne qualche brano.

Quella l’abbiamo notata in pochi…

Col senno di poi, trovo stupefacente che molti miei colleghi, politici esperti, uomini di cultura vi abbiano trovato motivi di compiacimento. Ma, forse, non avevano letto il testo. Poi quel 20 per cento di elettori di cui parlavo, e che ottusamente ci s’incaponisce a definire “antipolitici”, hanno colto l’occasione altamente “politica” per alzare la testa in nome della Costituzione. In generale, e più in profondo, credo che molti abbiano colto i veleni contenuti in tutta questa triste vicenda che ci ha tenuti inchiodati per così tanto tempo.

Quali veleni?

Quello oligarchico e quello mercantile, che hanno insospettito molti elettori. Sono stati molti cittadini a domandarsi: ma se, come martella la propaganda del Sì, la “riforma” è solo un aggiustamento tecnico – velocità e semplificazione, peraltro contraddette da norme tanto farraginose – perché mai le grandi oligarchie italiane ed estere si spendono in modo così spasmodico perché sia approvata? Ci dev’essere sotto qualcosa di ben più grosso e, se non ce lo dicono, dobbiamo preoccuparci.

Che c’era sotto?

Il disegno di restringere gli spazi di partecipazione, cioè di democrazia, per dare campo ancor più libero alle oligarchie economico-finanziarie. I cittadini hanno presenti i propri bisogni reali: giustizia sociale e dunque fiscale, uguaglianza di diritti e doveri, attenzione a emarginati e lavoro. E si sono sentiti rispondere: più velocità, più concentrazione del potere, mani più libere per pochi decisori.

Cosa hanno voluto dire i 20 milioni di elettori del No?

Voltiamo pagina dalle politiche neoliberiste e dalla svendita del patrimonio pubblico che monopolizzano il dibattito culturale, accademico, giornalistico e politico da 30 anni e hanno prodotto tanti disastri sociali. Operazione completata con la riforma costituzionale dell’articolo 81, cioè dell’equilibrio di bilancio sotto l’egida della Commissione europea, approvata in fretta e furia sotto il governo Monti da centrodestra e centrosinistra nel silenzio generale. Ecco: proponeteci un’altra politica.

Che c’è di male nell’imporre bilanci in ordine?

L’equilibrio di bilancio comporta di fatto la rinuncia alla politica keynesiana di investimenti pubblici per creare sviluppo e lavoro, cioè la pura e semplice rinuncia alla politica. In nome del primato assoluto dell’economia finanziarizzata. Come in Grecia, dove la democrazia è stata azzerata. Nei miei incontri per il No, ho colto una gran fame di politica, cioè di una sana competizione fra politica ed economia, senza il predominio della seconda sulla prima.

Si spieghi meglio.

Fare politica significa scegliere liberamente tra opzioni: se tutto è obbligato da istituzioni esterne, grandi banche e fondi d’investimento, la politica sparisce. È la dittatura del presente, un presente repulsivo per molte persone. Nella dittatura del presente la politica sparisce e la democrazia diventa una farsa. Le elezioni diventano un intralcio, a meno che le oligarchie non siano sicure del risultato. Il sale della democrazia è l’incertezza del responso popolare. Invece si preferisce uno sciapo regime del consenso.

E, dopo il referendum, ecco il governo-fotocopia.

Distinguiamo tra Gentiloni e il suo governo. Il nuovo premier, rispetto al precedente, è una novità: è educato, parla sottovoce, dice cose di buonsenso e appare poco in tv, non spacca l’Italia tra pessimisti (anzi “gufi” e “rosiconi”) e ottimisti, fra conservatori e innovatori a parole. Quando il penultimo premier lo faceva, a reti unificate, il minimo che potevi fare era cambiare canale o spegnere la tv. Ora quella finta contrapposizione è finita. Gentiloni pare dire le cose come stanno o, almeno, non dire le cose come non stanno. E il presidente Mattarella, a Capodanno, ha richiamato l’attenzione su tante cose che non vanno. Uno statista deve dire che il futuro non è oggi, ma va costruito da oggi con enormi sacrifici, e che i sacrifici devono distribuirsi tra coloro che possono sopportarli e, spesso, hanno vissuto finora da parassiti alle spalle degli altri.

Vedo che Renzi lei non lo nomina proprio… E del governo Gentiloni che dice?

È il rifiuto di guardare la realtà, una riprova dell’autoreferenzialità del politicantismo. Quasi uno sberleffo dopo il 4 dicembre. Era troppo sperare che si prendesse atto dell’enorme significato politico del referendum, del colossale voto di sfiducia che l’elettorato ha espresso nei confronti degli autori della tentata “riforma”? Non è una questione personale: saranno tutte ottime persone. Ma è una questione politica. Invece, Maria Elena Boschi, la madrina della “riforma”, è stata promossa in un ruolo-chiave nel governo e la coautrice e relatrice, Anna Finocchiaro, è diventata ministro. Mah! L’unica novità è la ministra dell’Istruzione, subito caduta sul suo titolo di studio. Per il resto, uno scambio di posti. Ma per i nostri politici, forse perché sospettano di contare poco o nulla, chiunque può fare qualunque cosa.

Non hanno capito o fingono di non capire tutti quei No?

Con i sondaggi che danno la fiducia nei partiti avviata verso il sottozero, verrebbe da credere che Dio acceca chi vuol perdere.

Che si voti ora o nel 2018, siamo comunque a fine legislatura.

Lei ne è così sicuro? Io un po’ meno. Si dice che occorre armonizzare le leggi elettorali di Camera e Senato. È giusto. Ma, se non le armonizzano entro il 2018, cioè alla naturale scadenza della legislatura, che succede? Si dirà che, per forza maggiore, per il momento, non si può ancora andare al voto?

Pensa seriamente che potrebbero farlo?

Non mi stupisco più di nulla. La continuità, ribattezzata stabilità, sembra essere diventata la super-norma costituzionale. Il governo Gentiloni non ne è una dimostrazione, in attesa che si ritorni al prima del referendum?

Dicono: non si può votare subito perché il No ha mantenuto il Senato elettivo con una legge elettorale diversa da quella della Camera.

La colpa sarebbe dunque degli elettori? E non di coloro che hanno scritto leggi con la sicumera di chi ha creduto che l’esito scontato del referendum sarebbe stato un bel Sì? Così, la riforma delle Province della legge del 2014 è stata scritta “in attesa della riforma del Titolo V della Costituzione” e l’Italicum è nato sul presupposto dell’abolizione del Senato elettivo. Si può legiferare, tanto più in materia costituzionale, “nell’attesa di…”? Che presunzione! E la colpa sarebbe dei soliti cattivi che deludono le rosee attese… Suvvia…

Napolitano e Mattarella dovevano respingere le due leggi?

Io credo che ci fosse un abbaglio generalizzato: tutti pensavano che le cose sarebbero andate inevitabilmente come poi, invece, non sono andate. Era l’ideologia delle riforme, della volta buona, dell’Italia che riparte, degli italiani in spasmodica attesa da trent’anni… Che cos’è l’ideologia, se non la presunzione di spiegare il mondo a venire tramite le proprie granitiche convinzioni e di tacitare i dissenzienti come eretici? Quelli del No tante volte, in questi due anni perduti, si sono sentiti bollare d’eresia. La verità erano le riforme e i garanti delle istituzioni, se non sono stati essi stessi tra i promotori di quella verità, come il presidente Napolitano, l’hanno probabilmente subita, come il presidente Mattarella, insieme allo stuolo di commentatori e costituzionalisti che non hanno guardato le cose con il distacco che avrebbe fatto vedere loro entrambi i lati delle possibilità. Se lei mi chiede se i garanti avrebbero dovuto aprire gli occhi e moderare l’arroganza e la vanità dei “riformatori”, la risposta è sì. Ora il peccato originale di questa legislatura presenta il conto.

Peccato originale?

Nel 2014, dopo la sentenza della Consulta sul Porcellum che delegittimava il Parlamento, pur lasciandolo provvisoriamente in vita, si sarebbe dovuto, appena possibile, tornare alle urne. Una legge uniforme per le due Camere, allora, c’era: quella uscita dalla sentenza, il cosiddetto “Consultellum”. Ma anche su questo s’è fatto finta di niente, contando sul fatto che i buoni risultati – su tutti la magica riforma costituzionale – avrebbero fatto aggio sul difetto di legittimità originaria, di cui nessuno avrebbe più parlato. Buoni risultati? Il giudizio l’ha appena dato il corpo elettorale.

Cosa si aspetta ora dalla Consulta, che il 24 si pronuncerà sull’Italicum?

Se valgono le ragioni scritte nei precedenti costituzionali, e non ragioni d’altro tipo, pare di capire che è incostituzionale anche l’Italicum: per i capilista bloccati cioè nominati, per il premio abnorme di maggioranza e per la difformità fra il sistema ipermaggioritario della Camera e il Consultellum proporzionale del Senato.

E sulla bocciatura del referendum della Cgil sull’abolizione dell’articolo 18?

Da ex giudice costituzionale, ho un obbligo di discrezione. Una sola osservazione: sono sconcertato dal fatto che escano notizie, fondate o infondate che siano, sugli schieramenti con nomi e cognomi formatisi nella camera di consiglio, dove dovrebbe regnare il riserbo assoluto.

Cosa si augura di qui alle elezioni?

Che si ricominci a fare politica, non con manovre di palazzo ma con progetti per l’avvenire che ci facciano uscire da questo tempo esecutivo che ha bandito la politica, se non come mera lotta per l’occupazione dei posti di potere. Tolto di mezzo il referendum, che è stato un fattore di congelamento anche delle idee, mi auguro un periodo di disgelo. Spero che si ricominci a progettare politicamente e, attorno ai progetti, si raccolgano le forze sociali disposte a partecipare. Il Pd, così come è stato negli ultimi tempi, è uno dei problemi. Il congelamento della politica è dipeso anche da quel partito che è apparso finora come incantato o inceppato dal suo presunto salvatore. Mi augurerei una terapia di disincantamento. Si sente l’esigenza di qualcuno che alzi gli occhi e guardi oltre il giorno per giorno.

A modo suo, sta cercando di ristrutturarsi il M5S: codice etico, scouting per la classe dirigente, programma, alleanze in Europa.

Stanno scoprendo la politica, evviva! Spero che si pongano il problema politico delle alleanze. In democrazia, le alleanze e anche i compromessi non sono affatto il demonio. La questione è con chi, a che prezzo e per che cosa. Chi stipula buoni accordi dà il segno della propria forza, più di chi si isola nella propria diversità. Così come è segno di forza dire, nel “codice etico”: non mi affido alla regoletta automatica secondo cui un avviso di garanzia comporta l’allontanamento dal movimento; ma mi assumo la responsabilità di leggere quel che c’è scritto e poi di dire: “Questa condotta è difendibile, faccio quadrato attorno a te; questa invece è indifendibile e ti mando via”. Sui fatti, non sull’avviso in sé. Altrimenti ci si mette alla mercé della denuncia d’un calunniatore o di un avversario, o del ghiribizzo d’un pm.

E la figuraccia in Europa, tra Farage e i Liberali?

Le darei meno peso politico: cattiva gestione d’un problema di tattica parlamentare, che accomuna sempre tutti coloro che stanno in un Parlamento. Sono altri i punti che i 5Stelle devono chiarire.

Per esempio?

Democrazia interna, selezione della classe dirigente, programma, politica estera, immigrazione. Sui migranti, a proposito di rimpatri, Grillo in fondo dice la stessa cosa del governo che veglia sulla nostra sicurezza, secondo la legge. Ma, non esistendo una posizione chiara o chiaramente percepita del M5S, qualunque cosa dica può essere accusato ora di deriva lepenista, ora di lassismo buonista.

I 5Stelle insistono per il referendum sull’euro.

La Costituzione non lo prevede. Ma un referendum informale per dare un’idea di massima degli orientamenti tra i cittadini, non vedo perché non sia possibile. Piuttosto, anche qui, occorre la chiarezza delle posizioni. Uscire dall’euro, come, quando e con quali conseguenze? Contestare l’Europa per distruggerla e tornare alle piccole patrie, o per rifondarla, e come? Tra tutti gli Stati attuali, o solo con il nucleo più omogeneo? E così via.

Se i 5Stelle vincono le elezioni, che succede?

Si farà di tutto per impedirglielo. Anzitutto con una legge elettorale ad hoc: quella proporzionale. Quando il Pd vinse le Europee col 41%, l’Italicum col premio di maggioranza a chi arrivava al 40% era la legge più bella del mondo. Ora che i sondaggi ipotizzano un ballottaggio vinto dal M5S, non va più bene e si vuol buttare via una legge mai usata: roba da perdere la faccia. Non per nulla la Commissione di Venezia e la Corte di Strasburgo nel 2012 (Ekoglasnost contro Bulgaria) hanno detto che non si cambia legge elettorale nell’imminenza delle elezioni. Ma anche qui arriva il conto di troppe miopie.

Quali miopie?

Dal 2013 una classe politica lungimirante avrebbe tentato di parlamentarizzare i 5Stelle. Invece li hanno demonizzati e ostracizzati. E ora non sanno più come neutralizzarli se non col proporzionale, che ci riporterà alle larghe intese Pd-Forza Italia. Nulla di scandaloso di per sé (vedi la grande coalizione tedesca). Ma in Italia il rischio è che sia l’ennesimo traffico di interessi, con fine ultimo di restare comunque a galla.

I 5Stelle non sono pronti per governare. Non le fanno paura?

Chi governa lo decidono gli elettori. Sotto certi aspetti, chiunque disponga del potere dovrebbe fare paura. A parte ciò, come già sta avvenendo dove governano i 5Stelle, le nuove responsabilità impongono loro di cambiare pelle, natura e, spero, anche toni: più oggettività e meno proclami. Se si pensa che il problema sia afferrare il potere, perché poi tutto scorra facilmente, ci si sbaglia di grosso.

Il M5S ha difeso la Costituzione dalla “riforma” , ma vuole il vincolo di mandato contro i voltagabbana, che ora vengono multati.

C’è una soluzione più semplice e costituzionale: il parlamentare è libero di cambiare partito e anche di votare come vuole, in dissenso dal suo gruppo. Ma, se lascia la maggioranza con cui è stato eletto per passare all’opposizione, o viceversa (caso molto più frequente), subito dopo deve decadere da parlamentare: perché ha tradito i propri elettori e ha stravolto il senso politico della sua elezione.

Lei vive a Torino: che gliene pare di Chiara Appendino?

Non l’ho votata, perciò posso dire in totale libertà che è una felice sorpresa. Ha detto che non tutto quel che s’è fatto prima è da buttare: ecco la forza della continuità. È più fortunata di Virginia Raggi, che a Roma ha trovato una situazione infinitamente più compromessa: lì è difficile salvare qualcosa del passato. Ma vedo che, ai 5Stelle in generale e alla Raggi in particolare, non si perdonano molte cose che si perdonano agli altri. Due pesi e due misure.

Anche a giornali e tv si perdonano bugie e falsità, mentre per il Web s’è perfino coniato il neologismo della “post-verità”.

Come se, prima del Web, l’informazione fosse il regno della verità! Da sempre la menzogna è un’arma del potere, lo teorizzava già Machiavelli. Il che non significa che la si debba accettare. Anzi, occorre combatterla, perché la verità è, invece, l’arma dei senza potere contro i prepotenti. La Verità non esiste, ma la verità sì. Almeno sui dati e sui fatti oggettivi. Poi le interpretazioni sono libere.

Si dice che il successo di Trump, della Brexit e dei 5Stelle contro gli establishment è colpa delle fake news sul Web.

Troppo facile. Le bufale del Web sono così dozzinali che chi ha un minimo di conoscenza può facilmente respingerle, perché quella è una comunicazione orizzontale: verità e bugie, spesso anonime o firmate da ignoti, non hanno autorevolezza e si elidono reciprocamente. Invece la somma delle bugie o delle reticenze diffuse dalla stampa e dalle tv sono firmate, dunque più autorevoli, ergo meno smentibili, perché quella è una comunicazione verticale. Occorrerebbe bloccare gli interventi anonimi sul Web, così sarebbe più facile distinguere chi è credibile e chi no. Se poi qualcuno diffama, si creino procedure giudiziarie rapide. La difesa della reputazione delle vittime è inconciliabile con i tempi lunghi. Ma le fake news diffuse per turbare l’ordine pubblico sono già ora materia penale. Per il resto, questa storia della post-verità mi pare un discorso falso: come se, prima, non esistesse e vivessimo nel paradiso della verità.

Che intende dire?

Da quando gli elettori disobbediscono regolarmente agli establishment, questi cercano scuse per giustificare le proprie sconfitte e per mettere le mani sull’unico medium che ancora non controllano: la Rete. Si sentono voci autorevoli domandare: ma non vorremo mica far votare gli ignoranti, anzi i “populisti”? Se lo chiedeva già Gramsci: è giusto che il voto di Benedetto Croce valga quanto quello di un pastore transumante del Gennargentu? La risposta, di Gramsci ieri e di ogni democratico oggi, è semplice: se il pastore vota senza consapevolezze, è colpa di chi l’ha lasciato nell’ignoranza; e se tanta gente vota a casaccio, è perché la politica non gli ha fornito motivazioni adeguate. Questi signori pensino a come hanno ridotto la scuola, la cultura e l’informazione: altro che il Web!

Grazie, professore.

(13 gennaio 2017)




permalink | inviato da fiordistella il 17/1/2017 alle 13:0 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa


31 dicembre 2016

FELICE 2017 A VOI TUTTI :-)

https://youtu.be/UvIA3VRSM-Y




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28 dicembre 2016

ARTEMISIA GENTILESCHI

Artemisia Gentileschi, artista


Una mostra al Museo di Roma di Palazzo Braschi mette a confronto circa trenta opere di Artemisia Gentileschi con gli artisti del suo tempo, illustrando la qualità di questa artista al di là delle letture psicologiche e romanzate, e i rapporti di reciproco scambio e influenza con la pittura del XVII secolo a Roma, Napoli, Firenze, Genova e Venezia. 

di Mariasole Garacci 

In una precoce Allegoria della Pittura del 1608-09, un piccolo olio su tavola di quercia oggi scomparso, forse rubato alla fine degli anni novanta, Artemisia Gentileschi, allora poco più che quindicenne, si autoritrasse in attenta osservazione del proprio volto, la bocca socchiusa, lo sguardo concentrato e un po' svagato di quando, da sole e non viste, ci si guarda allo specchio o in due specchi a diverse angolazioni, per truccarsi o studiare i diversi profili della propria fisionomia (così deve necessariamente aver realizzato questo dipinto, e così facevano spesso i pittori, con due specchi); la testa leggermente inclinata, nelle guance e nella bocca una tenerezza ancora infantile tipica della prima adolescenza, e negli occhi quel bagliore come quando da ragazzi si apprende qualcosa. 

A quel tempo l'apprendistato artistico di Artemisia presso il padre Orazio Gentileschi era già avanti, si può anzi supporre che la giovane, oltre ad aver preso in mano la conduzione della casa, dove la madre era venuta a mancare nel 1605, collaborasse attivamente alla bottega paterna. Benché il raggio d'azione di una ragazza a quel tempo fosse molto limitato e Artemisia non potesse uscire in esplorazione per Roma a studiare l'arte e le antichità, parte fondamentale dell’educazione di un artista, e per quanto riguarda lo studio del nudo dovesse forse accontentarsi di studiare il proprio, è da presumere che nella bottega del pittore toscano fosse disponibile il consueto assortimento di stampe di artisti famosi come Raimondi e Dürer: a quest’ultimo farebbe pensare la manina con le dita incurvate che regge il pennello, con l’anulare e il mignolo leggermente divaricati in visione frontale. 

Chi è Artemisia Gentileschi, e perché è importante una mostra come quella ora ospitata al Museo di Roma di Palazzo Braschi, che mette in relazione la carriera di questa superba pittrice con l’arte del suo tempo? Al di là delle biografie romanzate e dell'interesse un po’ morboso intorno al famoso processo per stupro contro Agostino Tassi del 1612, non stupisce che la figura di questa donna artista eserciti tanto fascino: la sua esistenza offre una di quelle emozionanti occasioni in cui si possono afferrare, tra le pagine della storia “importante”, lembi di individualità personale, e riconoscere vicini esseri umani lontani nel tempo. Inoltre, le vicende di Artemisia danno voce a una parte di umanità, quella femminile, il cui lato più intimo e umano resta, nel secolo in cui lei visse, per lo più celato e che noi possiamo solo cercare di catturare negli sguardi e nelle pose delle bellezze silenziose che ci osservano dai quadri dei grandi artisti, paludate degli abiti di una santa, di una Madonna, di una Giuditta, o sublimate nel patetismo discinto di una Maddalena penitente o di una Cleopatra. 

Del resto, anche volendo ridimensionare l’attrattiva del lato privato di quest’artista, è difficile non pensare che la sua voce Artemisia fu in grado, per una serie di circostanze, di farla sentire forte e chiara, e di farla giungere fino a noi grazie alla sua indipendenza, la sua intelligenza e la sua ambizione: seppe farlo da ragazzina durante lo squallido processo che le si rivolse contro (per una obiettiva comprensione del quale, anche nel contesto culturale e sociale del tempo, è utile leggere quanto pubblicato da Elizabeth Storr Cohen nel 1991 e nel 2000), da adulta nelle lettere appassionate al suo amante, il nobile fiorentino Francesco Maria Maringhi, e in generale durante la sua carriera condotta con talento e spregiudicatezza. Così, è davvero difficile astenersi dal ricordare, come manifestazione del carattere forte di Artemisia, l’amara ironia nelle parole da lei rivolte a Tassi rinfacciandogli la disattesa promessa di un matrimonio riparatore quando, durante il processo, le furono stretti attorno alle dita, preziosi strumenti del suo mestiere, i temibili sibilli, strumento di tortura usato per accertarsi della veridicità della testimonianza: “Questo è l’anello che tu mi dai et queste le promesse”. 

Artemisia non fu la sola donna che “all’aco e al fuso preferì il toccalapis e il pennello”, per citare le parole usate da Giovan Battista Passeri nella biografia di un’altra artista coetanea di Artemisia e attiva a Roma, Caterina Ginnasi. Oltre quest’ultima vanno infatti ricordate altre artiste del XVII secolo, come Orsola Maddalena Caccia, Ginevra Cantofoli, Giovanna Garzoni, Elisabetta Sirani e Plautilla Bracci, quest’ultima caso straordinario di “architettrice” (così nelle fonti d’epoca) che progettò tra le altre cose la villa del Vascello. Ma, mentre non di tutte si può dire che seppero evadere dai generi più “femminili” della miniatura o della natura morta, Artemisia Gentileschi, prima donna ad entrare nell’Accademia delle Arti e del Disegno di Firenze, compete e dialoga da pari a pari con i pittori del suo tempo, a partire dal padre stesso. 

Per questo motivo la mostra che si tiene ora fino al 7 maggio 2017 al Museo di Roma di Palazzo Braschi, sorvolando qualsiasi questione di genere, mette a confronto trenta quadri di Artemisia Gentileschi con circa sessanta opere dei pittori contemporanei con cui ebbe diretti rapporti di lavoro o a lei vicini, offrendo la preziosa possibilità di ammirare alcuni celebri capolavori di questa dotata e straordinaria figlia d’arte nel contesto del linguaggio, dei modi, delle soluzioni e dei temi che animavano la scena artistica del suo tempo, con cui Artemisia ebbe un rapporto certo non soltanto ricettivo ma di originale elaborazione personale e di mutuo scambio. Il nutrito elenco di opere riunite dai curatori (tra cui figura il prestigioso nome di Nicola Spinosa, seguito da Francesca Baldassarri e Judith Mann) conta, dunque, pittori più o meno originali ma significativi del loro tempo, prolificamente attivi nelle città in cui Artemisia lavorò, Roma, Firenze, Genova e Napoli: Giovanni Baglione, Antiveduto Gramatica, Ludovico Cardi detto il Cigoli, Giovan Francesco Guerrieri, Carlo Saraceni, Nicolas Reigner, Angelo Caroselli, Jusepe de Ribera, Bartolomeo Manfredi, Cristofano Allori, Battistello Caracciolo, Francesco Furini, Simon Vouet, Charles Mellin, Rutilio Manetti, Massimo Stanzione, Bernardo Cavallino e altri. 

Poche le notizie sui primi anni di vita di Artemisia Gentileschi: possiamo ricostruire gli esordi della sua carriera attraverso ciò che sappiamo della formazione tipica di un giovane aspirante pittore dell’epoca, che iniziava il proprio apprendistato a dodici, tredici anni. Presumibilmente, nel 1607-08 la giovane doveva essere già in grado di prestare un prezioso aiuto a Orazio, se è da tenere in considerazione il fatto che in quel periodo il pittore, una persona burbera e poco amichevole, iniziò a ricevere un crescente numero di commissioni senza ricorrere ad aiuti. Si può supporre che, nel regime di sospettosa reclusione cui, secondo la testimonianza del pittore Carlo Saraceni, Orazio teneva la figlia, Artemisia abbia avuto davvero scarse occasioni di lasciare le mura domestiche se non per andare in chiesa e partecipare a funzioni religiose. 

Certo, le chiese di Roma erano una mostra pubblica di importanti opere d’arte commissionate da nobili, cardinali e congregazioni, e per consuetudini e circostanze familiari si può ipotizzare che la giovane abbia avuto accesso a San Giovanni in Laterano (dove fu cresimata), alle chiese di Santo Spirito in Sassia, Sant’Onofrio al Gianicolo, San Carlo ai Catinari, e forse Santa Maria del Popolo, San Luigi dei Francesi, San Giovanni dei Fiorentini, San Lorenzo in Lucina, San Paolo fuori le mura, San Pietro e Santa Maria Maggiore. Forse, poté raggiungere il padre quando questi lavorava nel Casino Borghese sul Quirinale, e in Santa Maria della Pace dove nel 1607 fu collocato un Battesimo di Cristo dipinto da Orazio. E’ di poco posteriore a questo periodo la Susanna e i vecchioni di Pommersfelden firmata e datata 1610, che attesta l’esordio artistico di Artemisia con una composizione essenziale, perfettamente riuscita benché ancora molto cauta, dominata dal luminoso e sensuale nudo quasi integrale di Susanna che doveva probabilmente attestare al pubblico la bravura della giovane artista nel ritrarre la figura umana. La soluzione formale del tema è da far risalire forse, tramite le indicazioni del padre, a una composizione di medesimo soggetto di Ludovico Carracci o al perduto modello eseguito nel 1600-02 da Caravaggio per Giovan Battista Marino. L’inclusione nella mostra a Palazzo Braschi di una Giuditta e la sua ancella con la testa di Oloferne di Orazio Gentileschi del 1607-08, da confrontare con lo stesso soggetto rivisitato da Artemisia poco tempo dopo, permette inoltre di gettare luce su un probabile scambio artistico fra padre e figlia già in questi anni, i cui termini ben presto non saranno più di mero apprendistato. 

Dopo lo scandalo del processo romano, Artemisia viene sposata in gran fretta al modesto pittore Pierantonio di Vincenzo Stiattesi e spedita a Firenze, dove era stata raccomandata da Orazio a Cristina di Lorena, madre del giovane granduca Cosimo II de’ Medici. Qui Artemisia visse otto anni importantissimi della sua carriera, alla corte di questo lungimirante mecenate interessato alla pittura di Battistello Caracciolo, Bartolomeo Manfredi, Gherardo delle Notti, Bartolomeo Cavarozzi e Theodor Rombouts, per citare solo alcuni dei nomi che figuravano nelle collezioni del granduca. Firenze era una città all’avanguardia nelle scienze e nel nuovo genere teatrale del “recitar cantando” e Artemisia, ai tempi del processo romano ancora adolescente e analfabeta, nella raffinata corte medicea sbocciò, si fece ammirare come cantante e liutista oltre che come pittrice, conobbe quello che sarebbe diventato il suo devoto e appassionato amante, il patrizio letterato e collezionista Francesco Maria Maringhi ed entrò inoltre in rapporti confidenziali e di stima reciproca con Galileo Galilei e con Michelangelo Buonarroti il Giovane, committente e protettore determinante per il successo fiorentino della giovane e talentuosa pittrice, che in casa di questi dipinse L’Inclinazione, una sognante figura femminile circondata dalla stella e la bussola care a Galilei. A Firenze Artemisia conobbe anche pittori fondamentali per lo sviluppo del suo stile, come Francesco Furini e Cristofano Allori, interpreti in pittura di quella “poetica degli affetti” strettamente legata all’interpretazione teatrale. Appartengono a questo periodo La conversione della Maddalena degli Uffizi (1616-17), il cui ricco costume di un serico giallo oro ricorda la veste della superba Giuditta con la testa di Oloferne del 1620 di Allori esposta in mostra, un intenso Autoritratto come suonatrice di liuto del 1617, e le due straordinarie versioni di Giuditta che decapita Oloferne, l’una del 1617 conservata al Museo Nazionale di Capodimonte, l’altra del 1620-21 agli Uffizi, anche queste entrambe in mostra. Si tratta di due composizioni di grande impatto drammatico che richiamano direttamente la Giuditta e Oloferne di Caravaggio a Palazzo Barberini del 1602. Il letto di morbidi materassi impilati su cui il generale assiro si dimena scompostamente nell’ultimo spasmo, afferrando la veste dell’ancella Abra, è disfatto e intriso di sangue; Giuditta, le maniche arrotolate sulle braccia possenti in contrasto con la tenera sensualità del seno che quasi fuoriesce dalla veste, afferra e tira la testa di Oloferne per la barba mentre con l’altra mano imprime una spinta opposta con la spada, la cui guardia nella seconda versione affonda naturalisticamente nella carne dell’avambraccio dell’uomo, mentre schizzi di sangue le sprizzano sul volto contratto dallo sforzo e dal disgusto. 

Nel 1621 lo stile di vita lussuoso condotto a Firenze da Artemisia, una serie infinita di debiti contratti con il granduca ma anche con artigiani e professionisti e i rapporti ormai compromessi con l’Accademia, costrinsero l’artista ad abbandonare la città con suo marito e tornare a Roma, con l’aiuto economico del Maringhi. A quest’epoca Artemisia aveva ventotto anni, era già madre di cinque figli, ed era ormai una professionista riconosciuta con un’esperienza artistica consolidata. In questo periodo realizzò una nuova versione di Susanna e i vecchioni (1622) molto diversa dal quadro d’esordio dipinto più di dieci anni prima, in cui deliberatamente parlava emiliano allo scopo di lusingare il gusto bolognese dell’importante committente dell’opera, il cardinale Ludovico Ludovisi, nipote di Gregorio XV (1621-23). Se nella versione giovanile l’interpretazione del tema era stata psicologica, incentrata sulla reazione di rifiuto, terrore e vergogna della donna insidiata, qui l’artista traduce più fedelmente il passo del libro di Daniele in cui Susanna, pressata dalle minacce dei due vecchi molestatori, scoppia a piangere con gli occhi rivolti al cielo rifiutando il ricatto, offrendo così un’allegoria dell’anima in pericolo mortale che si affida fiduciosa al Signore. E’ evidente, nel cielo e nei brani di natura, nell’impostazione della scena e nel tipo fisico di Susanna, l’adattamento di Artemisia allo stile di Guercino, attivo a Roma in quegli anni, e alla pittura ricca ed esuberante del maestro di Cento. 

Tra il 1620 e il 1627, gli anni del suo secondo periodo romano, Artemisia interagì con i pittori attivi nella Città Eterna, muovendosi tra i due poli stilistici che in quel momento andavano per la maggiore, un caravaggismo mediato anche dal luminismo di pittori come Gerrit van Hontorst e il pittoricismo bolognese: tra gli utili confronti forniti dalla mostra di Palazzo Braschi, sono presenti Giuseppe e la moglie di Putifarre (1620 circa) e Giaele e Sisara (1620 circa) di Giuseppe Vermiglio, Giuditta con la testa di Oloferne (1626) di Domenico Fiasella, Sibilla (1618-21) di Orazio Gentileschi, Salomé con la testa del Battista (1627-28) di Charles Mellin, David con la testa di Golia (1625-26) di Nicolas Reigner. E’ di questo periodo un Ritratto di Artemisia Gentileschi eseguito da Simon Vouet nel 1622: il fatto che fosse di proprietà di Cassiano del Pozzo lascia capire quanto la pittrice fosse apprezzata da uno dei più importanti collezionisti del tempo. 

Dopo una misteriosa parentesi a Venezia tra il 1626 e il 1629, nel 1630 Artemisia si trasferì a Napoli su invito del viceré il duca di Alcalà, già suo committente e collezionista a Roma. Il periodo napoletano è trattato in un interessante saggio nel catalogo Skira da Nicola Spinosa, curatore della sezione napoletana della mostra, che rende conto dei contatti e degli scambi di Artemisia con la situazione locale, tra il naturalismo post-caravaggesco di Battistello Caracciolo e Jusepe de Ribera e l’interesse per la sensuosa pittura emiliana in quel momento manifestato dalla committenza (si pensi che nel 1631 Domenichino lavorava, tra molti ostacoli e disagi, alla decorazione della Cappella del Tesoro di San Gennaro). A Napoli Artemisia arrivò dopo aver compiuto a Roma un’apertura verso un certo pittoricismo sensuoso che nella città partenopea trovò reciproco riscontro nei citati Caracciolo e Ribera, ma anche in Francesco Guarino, Massimo Stanzione, Paolo Finoglio, Bernardo Cavallino. Sono emblematici di questo momento l’Annunciazione (1630) del Museo Nazionale di Capodimonte, la Nascita di san Giovanni Battista (1635 circa) del Prado, l’Adorazione dei Magi (1635-37) e San Gennaro placa l’orso (1635-37) parte di un importante ciclo per il Duomo di Pozzuoli commissionato dal vescovo Martìn de Leoòn y Càrdenas, che nella scelta degli artisti si era fatto guidare dal viceré di Napoli il conte di Monterrey, dove lavorarono anche Lanfranco, Ribera, Finoglio, Stanzione e Beltrano. 

A questo punto della sua carriera, il lato privato della vita di Artemisia torna a farci interrogare intorno alle dinamiche affettive e psicologiche che si addensavano intorno alla pittrice: come si è accennato, a Napoli riceveva committenze da mecenati illustri, tra cui Filippo IV di Spagna, sebbene le preoccupazioni economiche fossero sempre pressanti soprattutto in vista del matrimonio della figlia maggiore. Già almeno dal 1735 Carlo I Stuart richiedeva la sua presenza a Londra, dove Orazio Gentileschi e i tre figli maschi risiedevano stabilmente dal 1626 al servizio del re e della regina. Le circostanze che determinarono il trasferimento di Artemisia da Napoli a Londra, città raggiunta tra il 1638 e il 1639, sono in parte ancora misteriose e indagate nel catalogo della mostra romana da Cristina Terzaghi. Quel che sembra emergere dai documenti disponibili è che la presenza di Artemisia nella capitale britannica rappresentasse un’ancora di salvezza per lo scorbutico padre, dalla cui casa la donna era uscita ormai vent’anni prima nelle circostanze che sappiamo, essendo questi ormai troppo anziano per poter far fronte dignitosamente alle committenze della casa reale con l’aiuto dei soli figli maschi, artisti mediocri. 

Dunque si ipotizza che Artemisia, poco entusiasta di questa trasferta (come emerge dal fatto che già nel dicembre del 1639 scrivesse a Francesco I d’Este per procacciarsi un posto alla sua corte) avrebbe acconsentito a questo impegnativo viaggio per motivi prettamente familiari, per venire in aiuto del padre. A Londra lavorò a fianco di Orazio nella decorazione del soffitto della Queen’s House di Greenwich per la regina Henrietta Maria, una celebrazione del buon governo di Carlo I Stuart patrono delle arti (il sovrano finirà poi decapitato il 30 gennaio del 1649 nel corso della rivoluzione capeggiata da Oliver Cromwell) il cui repertorio di immagini è la celebre Iconologia di Cesare Ripa. Del soggiorno londinese di Artemisia resta, tra gli altri lavori, un’Allegoria della Pittura (1638-39) proprietà del Royal Collection Trust, altro toccante autoritratto dell’artista che a distanza di trent’anni dal primo del 1608-09 torna a raffigurarsi negli stessi panni. 

Ritroviamo qui il volto, i capelli bruni, l’avvenenza, la passione di Artemisia Gentileschi, che visse nel lusso e nell’ammirazione dei contemporanei, ma anche tra i debiti e le preoccupazioni materiali e che fu addirittura, a Firenze, accusata del furto di colori e materiali da pittura. Una ragazzina intelligente cresciuta nell’ambiente anticonformista ma anche pragmatico fino al cinismo e, talvolta, meschino degli artisti, che partì da Roma adolescente e analfabeta, con un grande talento nelle mani e dotata di ambizione e senso pratico, e che condusse una carriera di tutto rispetto in un mondo maschile. Mai affidandosi alla specificità del suo essere donna “pittora”, fenomeno oppure ornamento curioso per una corte, ma alle sue capacità artistiche e di autopromozione. Un’artista anche spregiudicata, che seppe piegare il suo stile e la sua tecnica pittorica all’opportunità del momento, prensile e ricettiva, e comunque sempre restando se stessa e a un livello degno del suo nome. Forse, l’aspetto della sua vicenda personale che conta più di tutti mettere a dialogo con la sua carriera artistica è rivelato proprio dai due autoritratti sotto le spoglie di Allegoria della Pittura, dipinti a distanza di trent’anni l’uno dall’altro, con in mezzo tutta questa vita piena di lavoro, studio, figli, passioni, grane da risolvere: come si vedeva Artemisia? Come rappresentava se stessa ai suoi occhi e ai nostri? Intenta alla pittura con i pennelli e la tavolozza dei colori in mano, la bocca carnosa socchiusa, il respiro sospeso in concentrazione, l’occhio vivo e acuto, tutta presa nell’esercizio intellettuale e pratico che era la sua professione, la sua passione e la sua libertà. 

Artemisia Gentileschi e il suo tempo 

Fino al 7 maggio 2017 

Roma, Palazzo Braschi - ingresso da Piazza Navona, 2 e da Piazza San Pantaleo, 10 
Orario: dal martedì alla domenica, ore 10.00-19.00. La biglietteria chiude un’ora prima 
24 e 31 dicembre ore 10.00-14.00 – giorni di chiusura lunedì, 25 dicembre, 1 gennaio, 1 maggio 

Biglietto “solo mostra”: intero €11, ridotto €9 Per riduzioni e gratuità, informazioni su visite guidate e audioguide e per prenotazioni visitare la pagina web della mostra o telefonare al numero 060608 

Catalogo Artemisia e il suo tempo a cura di Nicola Spinosa. Milano, Skira 2016, pp. 312, 150 ill. b/n e col., cm 22x28 con saggi di Francesca Baldassarri, Maria Beatrice De Ruggieri, Judith Mann, Jesse Locker, Anna Orlando, Nicola Spinosa, Cristina Terzaghi, bibliografia delle schede ed esposizioni a cura di Virginia Comoletti 

www.museodiroma.it www.museiincomuneroma.it @museiincomune #ArtemisiaRoma

(21 dicembre 2016
)




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22 dicembre 2016

AUGURI CARISSIMI A TUTTI :-)

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5 dicembre 2016

HUBRYS E NEMESIS

www.silvanozilli.com
La sindrome di hýbris 
Hýbris (dal greco antico ?ß???) significa letteralmente “tracotanza”, “eccesso”, “superbia”, “orgoglio” o “prevaricazione”. Nelle tragedie greche la hýbris, peccato compiuto da chi offende con prepotenza e tracotanza, è punita dalla “némesis” (in greco ??µes??), che significa “vendetta degli dei”, “ira”, “sdegno”.

Secondo uno studio, compiuto da David Owen (House of Lords, London) e Jonathan Davidson (Department of psychiatry and behavioural sciences, Duke University Medical Center, Durham), dal titolo “Hybris syndrome: an acquired personality disorder?” e pubblicato nel 2009 sulla rivista di neurologia “Brain” (vedi: http://brain.oxfordjournals.org/conte…/…/132/5/1396.full.pdf), come riporta il sito internet “italiasalute.it” (vedi: http://www.italiasalute.it/News.asp?ID=7162), la sindrome di hýbris è un disturbo della personalità (come quello narcisistico, l’istrionico e l’antisociale), caratterizzato da comportamenti arroganti e ispirati da presunzione, che si accompagnano a una preoccupazione maniacale per la propria immagine. Secondo gli psicologi questo quadro mentale si presenta il più delle volte nelle persone che gestiscono il potere, specie se si protrae nel tempo e se al potere si aggiunge il successo. Difatti, sarebbe proprio un’“intossicazione da potere” a scatenare la sindrome, insieme a determinate predisposizioni genetiche. Per parlare di “sindrome di hýbris”, devono essere presenti almeno tre o quattro di una serie di 14 sintomi, e cioè:

-la propensione narcisistica di vedere il proprio mondo soprattutto come un’arena in cui esercitare il potere e cercare la gloria;

-la predisposizione a compiere azioni che li mettano in buona luce, al fine di migliorarne l’immagine;

-la preoccupazione sproporzionata per la propria immagine e il proprio aspetto;

-il modo messianico di parlare delle proprie azioni e la tendenza all’esaltazione;

-l’identificazione con la nazione o l’organizzazione nella misura considerata coincidente con la propria visione e i propri interessi;

-la tendenza a parlare di sé in terza persona o a utilizzare il “noi”;

-la fiducia eccessiva nei propri giudizi, e la conseguente scarsa considerazione per i consigli e le critiche degli altri;

-l’esagerata fiducia in se stessi, confinante con un senso di onnipotenza, e in ciò che personalmente possono raggiungere;

-la convinzione che, piuttosto che essere responsabili di fronte agli altri o all’opinione pubblica, il tribunale cui sono chiamati a rispondere è: la Storia o Dio;

-la fede incrollabile che al cospetto della Storia o di Dio saranno vendicati;

-la perdita di contatto con la realtà, spesso associata a un progressivo isolamento;

-l’irrequietezza, l’imprudenza e l’impulsività;

-la tendenza a permettere la loro “ampia visione” circa la rettitudine morale delle loro azioni, per ovviare alla necessità di considerarne la praticità, i costi o i risultati;

-l’incompetenza hýbristica, dove le cose vanno male perché la troppa fiducia in se stessi li porta a non preoccuparsi per la mala gestione e la mala politica.

Ovviamente, il carattere dell’individuo è determinante nel presentarsi di questa sindrome; saranno meno a rischio le persone umili, dotate di senso dell’umorismo, di autocritica e autocontrollo. La neurobiologia della hýbris sembra sia legata ai sistemi dopaminergici, noradrenergici e serotoninergici nel cervello. Secondo David Owen e Jonathan Davidson, quando i tratti negativi della sindrome vengono fuori nei leader politici, la capacità di prendere decisioni è seriamente compromessa, portando a conseguenze disastrose in ambito politico e sociale. Infatti, chi soffre della sindrome spesso compie azioni al fine di ottenere un rinforzo per la propria immagine, dando a essa un’importanza esagerata, quindi si perdono di vista gli obiettivi del proprio ruolo. Si perde il contatto con la realtà, si segue un impulso imprudente e nervoso che alla fine conduce all’ incompetenza. Per questa sindrome, ora, non esistono cure, ma è possibile una riabilitazione psicologica che rinforzi l’effetto dei fattori protettivi.

Riportando tutto questo al nostro tempo e al nostro contesto, dobbiamo chiederci: chi pecca di tracotanza, eccesso, superbia, presunzione, prepotenza? Indubbiamente, alcuni dei nostri rappresentanti, politici e non, inflazionati dal potere. Ci rendiamo conto della pochezza psicologica di codesti individui e del pericolo che rappresenta questo peccato di hýbris per la loro psiche e per il nostro benessere di elettori, sia come cittadini sia come connazionali?

Qualcuno dirà che non serve creare nuove sindromi perché infondo il disturbo narcisistico, quello antisociale e quello istrionico, inclusi nella classificazione americana dei disturbi mentali, spiegano già ampiamente il pericolo in cui incorre un individuo gestendo il potere, specie se ciò succede a lungo. Qualcuno dirà che non è una sindrome clinica, ma semplicemente la dimostrazione di un’ignoranza cosmica, che si tratta di cialtroni, analfabeti. Qualcun altro potrebbe sostenere che la cultura greca è magnifica, che del resto basta citare la locuzione latina di Orazio “Graecia capta ferum victorem cepit” (la Grecia, conquistata -dai Romani- conquistò il selvaggio vincitore), e che quindi non vanno sprecati concetti alti come quelli di hýbris e némesis per descrivere fatti d’infimo livello e che gli individui con i sopra citati sintomi vanno definiti con un termine più preciso e ben più adatto a loro: “quaquaraquà”. Qualcuno potrebbe dire che il tutto non è sorprendente e che non c’è alcun bisogno di tirare in ballo la hýbris, che riguarda piuttosto le leggi divine di un mondo mitico, che non c’è nemmeno bisogno di scomodare gli esperti per sostenere che esistono anche le persone cattive, malvagie, malefiche e che una ragione potrebbe essere anche questa, no? Comunque, nel nostro contesto, ormai si sta osservando con chiarezza la “brama morbosa” di questi individui verso l’esercizio del potere, prolungato e continuato, e i privilegi che esso porta con sé. Sicuramente c’è una componente patologica che bene s’intreccia con le innate capacità di mentire, di farsi apprezzare, di celare tutto il cinismo che permea la loro psiche. Abbiamo casi evidenti (inutile citare nomi conosciutissimi) di turbe mentali e sempre ben mimetizzate da vittimismi o da arroganze superlative. Voracità insaziabili che vanno oltre il naturale compiacimento dell’uomo diventato “importante”. Insomma, aspiranti dittatori che ci governano e decidono della nostra vita. È proprio per questo che la sindrome di hýbris è un problema serio, e non tanto per chi ne soffre, ma piuttosto per tutti quelli che ne subiscono le disastrose conseguenze. Pertanto, non bisogna dimenticare che questi “piccoli” uomini che si sentono onnipotenti sono attorno a noi ogni giorno, non si vedono solamente alla TV. Evidentemente, essi non sono consci del fatto che siamo usciti dal feudalesimo, che non ci sono più i sudditi e che chi è eletto è al servizio degli elettori, non è un sovrano assoluto. Purtroppo, nella maggior parte dei casi si tratta di tracotanti signorotti che sono forti con i deboli e deboli con i forti.

Per rendersi conto della loro pochezza (e non solo psicologica) basta un’occhiata anche da lontano al loro “delirio di onnipotenza e onnipresenza”, che colpisce frequentemente quelli che hanno il potere a ogni livello, ma poi c’è chi ne guarisce grazie a delle solide basi culturali e chi invece ne rimane affetto per sempre in maniera sempre più degenerativa. Raramente questa sindrome si accompagna alla cultura.

La democrazia dovrebbe servire ad arginare gli effetti dell’intossicazione generata dal potere. Il controllo e la vigilanza attiva e costante da parte dei singoli e delle istituzioni preposte sono necessari per far restare sobri e lucidi i potenti, in modo che le loro decisioni avventate non ci travolgano. Raramente ci si riesce, ma un modo per cominciare a combattere l’intossicazione da potere è riconoscerla come tale. È proprio vero che il potere prolungato dà alla testa, non è un luogo comune ma un fatto di rilevanza medica con rilevanti implicazioni socio-politiche. Malato di potere e potere malato sono inseparabili: la malattia è la stessa, il cui trattamento dovrebbe spettare alla società e allo psichiatra.

Ho avuto spesso il dubbio di trovarmi davanti a persone affette da sindrome di hýbris ma cacciavo via il pensiero per paura che tale percezione fosse vera. Oggi, è mio parere personale che alcune persone ne erano e ne sono ancora affette, purtroppo. L’aggravante consisteva allora e consiste anche oggi nel gruppo dei servi volontari di turno, che ha impedito e impedisce e spesso ritarda l’individuazione del male e indi allontana la possibilità di cura in tempo reale. Tutti sostenevano la follia e la sostengono ancora, dunque nessuno risulta folle. Mi chiedo come mai bisogna aspettare sempre alcuni decenni (o un ventennio) per accorgersi che tali personalità non possono fare altro che danni? E la malattia dei servi volontari come la possiamo chiamare?

Per terminare, ritengo che la politica possa essere fatta da persone guidate dal senso del bene comune, equilibrate e con i piedi per terra. Purtroppo chi arriva a certe posizioni di potere beneficia di una sorta di selezione naturale per la quale avere tratti di prepotenza, arroganza, arrivismo e mancanza di scrupoli nei confronti dei più deboli e servilismo, sudditanza, leccapiedismo e quant’altro nei confronti dei più forti dà vantaggio su chi non li possiede. Questa situazione è molto vistosa nel nostro paese e nella nostra comunità perché ha trovato terreno fertile nella subcultura degli ultimi decenni che, di fatto, ha sdoganato certi comportamenti non facendoli risultare prontamente censurabili dal punto di vista sociale, anzi, spesso dandogli connotati positivi. Gli ultimi anni hanno visto degenerare il fenomeno con un potere (diventato strapotere) che ha assunto atteggiamenti e comportamenti francamente patologici e che si è illuso di non avere più dei comuni individui (connazionali/cittadini) e delle istituzioni preposte capaci di esercitare la facoltà del discernere, del pronunciarsi, del valutare e del giudicare. Inquisirli per narcisismo o prepotenza non è possibile ma per le loro dirette responsabilità e conseguenze sì, ed è ciò che va necessariamente fatto.




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2 dicembre 2016

CALAMANDREI COSTITUZIONE

https://youtu.be/fhgMfmog6NE




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18 novembre 2016

VERONESI U.

GRAZIE PROF"

AIRC piange la scomparsa di chi, nel 1965, quando la parola cancro era ancora un tabù impronunciabile, ebbe il coraggio, insieme a Giuseppe Della Porta, di immaginare la nascita della prima charity italiana sul modello di quelle americane per favorire la ricerca in questo settore. Negli anni, Veronesi ha accompagnato AIRC, con la sua testimonianza civile e scientifica, contribuendo a farla diventare il maggior finanziatore privato della ricerca oncologica in Italia.

 

 

"Umberto Veronesi faceva parte di una generazione di medici che hanno fatto la storia della medicina in Italia e che sono cresciuti all'interno dell'Istituto Tumori di Milano, il primo luogo di cura che ha approcciato la malattia oncologica con l'occhio della modernità", ricorda Pier Giuseppe Torrani, Presidente AIRC e FIRC. "Tutti i malati oncologici, e AIRC in particolare, devono molto alla sua lungimiranza di medico e scienziato e alla sua instancabile tenacia nel perseguire l'obiettivo di terapie più umane, efficaci e accessibili a tutti".

Fin dalle prime campagne di informazione e di raccolte fondi, Veronesi è stato il portavoce di AIRC sui media e presso le istituzioni. Fu sua l'idea di riunire la borghesia industriale milanese, i suoi amici personali e i suoi contatti di figura pubblica intorno a una causa che interessava tutti: AIRC è nata così, con l'appoggio affettivo e fattivo della parte più produttiva di Milano. Con il costante impegno di Veronesi e sotto la lunga presidenza lungimirante di Guido Venosta AIRC si è trasformandosi in pochi decenni da associazione solo milanese a realtà presente in tutto il territorio nazionale che oggi può contare su 4 milioni e mezzo di sostenitori.

A Veronesi si deve la nascita della Giornata per la Ricerca sul Cancro nel 1998, una delle attività più qualificanti di AIRC, che ancora oggi ogni anno informa la cittadinanza sui risultati raggiunti per la cura del cancro e sull'importanza di sostenere il lavoro dei ricercatori. Gli appassionati interventi di Umberto Veronesi al Palazzo del Quirinale, davanti al Capo dello Stati e alla platea di rappresentanti delle istituzioni e del mondo della scienza, facevano breccia nei cuori delle persone e moltiplicavano l'impegno collettivo a sostegno della missione di AIRC.

Nel 2015, in occasione del Cinquantesimo di AIRC, Veronesi è stato insignito del Premio AIRC 'Credere nella Ricerca' per aver lanciato con Giuseppe Della Porta una sfida storica a colleghi e cittadini in un'epoca in cui il cancro era un male innominabile per dare alla ricerca oncologica la visione e il sostegno necessari per rendere il cancro più curabile.

Tra i contributi più significativi di Veronesi, ricordiamo l'impegno per umanizzare le cure oncologiche e per favorire la nascita di una cultura medica attenta ai bisogni del paziente. AIRC ricorda in particolare l'innovazione portata dall'introduzione della quadrantectomia e dell'analisi del linfonodo sentinella che ha radicalmente migliorato la qualità di vita delle donne operate per tumore al seno. Oggi questo approccio è diventato lo standard per la chirurgia di questa patologia in Italia e in tutto il mondo.

"Ho condiviso la sua passione per la ricerca e la sua lungimiranza come scienziato, oltre che la sua umanità come medico negli anni che ambedue abbiamo passato all'Istituto tumori di Milano", ricorda Maria Ines Colnaghi, Direttore Scientifico di AIRC dal 2000 al 2015. "La nostra Associazione, nata per sostenere l'Istituto Nazionale dei Tumori di Milano dove entrambi iniziammo la nostra avventura, e che oggi finanzia l'80 per cento della ricerca oncologica nel nostro Paese, deve a lui non solo la propria nascita, ma anche lo spirito con cui negli anni ha proseguito e ampliato la propria attività. Uno spirito che tutti noi di AIRC abbiamo fatto nostro e che resterà la nostra guida per il futuro". 




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18 novembre 2016

VERONESI

Veronesi, scienza e politica di un medico illuminista dalla parte delle donne


“Io sono un medico, un uomo di scienza, ma l’uomo di scienza non può rimanere chiuso nella sua torre d’avorio, deve occuparsi dei problemi della società”. È stata questa la ‘filosofia’ di Umberto Veronesi, uno dei più importanti medici e scienziati italiani, l’inventore della chirurgia conservativa per il trattamento del tumore al seno. Un uomo che ha dedicato un’intera vita alla lotta contro il cancro, ma che non si è mai sottratto al prendere parte al dibattito pubblico, con prese di posizione anche controverse, dalla legalizzazione delle droghe a inceneritori e ogm. Un bilancio di una vita dedicata alla scienza.

di Umberto Veronesi, da MicroMega 8/2014 

La religione

Sono nato in una cascina, in una famiglia impregnata di quella religiosità inossidabile tipica delle campagne lombarde. La religione era per noi un dato di fatto direi quasi «naturale», indiscutibile. Il sentimento religioso delle campagne è inscindibilmente legato a una visione metafisica degli eventi: se arriva una grandinata che rovina il raccolto di un intero anno, non riuscendo a fornire a questo evento una spiegazione scientifica, se ne dava un’interpretazione metafisica, cercando di attribuire a una volontà imperscrutabile questi eventi. La religione era quindi parte integrante del mio mondo di bambino. Mia madre in particolare era molto devota, ma non bigotta: dal punto di vista etico era piuttosto flessibile, molto vicina al mondo giansenista, aveva un atteggiamento molto comprensivo, non troppo ortodosso nel seguire i canoni del cattolicesimo. Io per anni sono stato educato in questa maniera, ero un fedelissimo servitore della Chiesa, ho recitato tutte le sere il rosario fino ai 10-15 anni. Ero molto amico di un prete sottilmente liberale, non ortodosso, con cui poi ho mantenuto un legame di amicizia per tutta la vita. In quel periodo non mi ponevo il problema della fede, non mi facevo delle domande. Accettavo la realtà che mi circondava, che era unanimemente condivisa, nessuno la metteva in discussione. Alcuni riti, poi, come in tutte le religioni, esercitavano su tutti noi un grande fascino, perché avevano il potere di unire l’intera famiglia attorno a una visione unica. Ricordo in particolare il momento del rosario, una sorta di recita collettiva. Mia madre enunciava la prima parte: «Ave maria gratia plena...» e poi noi tutti rispondevamo: «Sancta Maria, Mater Dei...». Era una sorta di rappresentazione teatrale, un momento che creava molta unità, che ci faceva sentire parte di un gruppo. Recitavamo in latino, anche se nessuno di noi lo conosceva. Ma questo non era importante, anzi il fatto che usassimo una lingua antica e sconosciuta forniva a questo magico momento un’ulteriore aurea di mistero e di misticismo. 

Con l’adolescenza ho iniziato però a mettere in discussione questo mondo. Non c’è stato un episodio in particolare che ha dato avvio al mio atteggiamento critico, si è trattato di un graduale percorso di maturazione interiore. Ho cominciato a pensare che tutta quella ritualità fosse un’assurdità, una moderna forma di sciamanesimo: come si può davvero credere che uno prende dell’acqua e, facendo dei precisi gesti, pronunciando delle precise parole, ti purifica! Era ancora l’epoca in cui un prete ti dava l’immaginetta di un santo e ti diceva: se reciti tot Padre nostro e tot Ave Maria riceverai diecimila anni di indulgenza. E io mi chiedevo: ma l’elemento spirituale si calcola in anni come la vita terrena oppure è senza tempo? Come si fa a parlare di 5 o 10 mila anni di purgatorio? Verso i 14-15 anni ho iniziato ad appassionarmi un po’ di letteratura antropologica: leggevo De Martino, Lévi-Strauss, un po’ tutti i grandi antropologi che cercavano di spiegare l’origine delle religioni e la loro fondamentale unitarietà, l’idea cioè che esse partano tutte da interrogativi simili, e si differenzino poi nelle risposte. Cominciando a mettere il naso e gli occhi al di fuori del cattolicesimo, cominciando a leggere molto sull’induismo, sul buddismo, sull’islam, ho cominciato a capire che la religione è una nostra proiezione. Ogni popolo, ogni cultura crea le proprie divinità e le proprie religioni in base a determinate ragioni storiche, economiche, sociali. In fondo il paganesimo ellenistico non poteva che essere politeista perché ogni isoletta dell’arcipelago greco aveva bisogno di avere una propria identità anche a livello religioso. Siamo noi che creiamo Dio a nostra immagine e somiglianza, non viceversa. Ma questo è un pensiero scientifico moderno che i popoli primitivi non potevano sviluppare: se un fulmine a ciel sereno mandava a fuoco qualcosa era spontaneo pensare a una punizione divina. Da bambini, quando eravamo terrorizzati dai temporali, i grandi ci rassicuravano: «Questo è il Signore che gioca a bocce». Tutto era considerato come qualcosa che discendeva dal cielo.

Il mio percorso critico nei confronti della religione è durato qualche anno e a 18 ero completamente agnostico. Sono andato in guerra, dunque, senza fede e la guerra – con la sua crudeltà, la sua ferocia, la sua ingiustizia – non ha fatto altro che confermare la conclusione a cui ormai ero giunto: se Dio è buono, come può permettere una crudeltà del genere? Citando Hannah Arendt, potremmo dire: dov’era Dio ad Auschwitz? Persino Ratzinger quando è andato a visitare quel campo di sterminio ha parlato di «assenza di Dio», affermazione che, da parte di un papa, è piuttosto forte. D’altro canto il papa doveva pur giustificare Dio, ed è sempre meglio un Dio a cui è scappato un pezzo di storia. Il Dio del Nuovo Testamento – quello che ti aiuta perché misericordioso, ossia buono, una concezione del tutto diversa da quella del Dio di giustizia del Vecchio Testamento – non può consentirti di uccidere tuo fratello. 

La guerra, dunque, è stata la prima conferma del mio agnosticismo. La seconda, e definitiva, è arrivata con la mia professione. Occuparsi di cancro vuol dire occuparsi di una malattia feroce, incomprensibile, che colpisce tutti, senza discriminazioni, a tutte le età. Per molti attribuire il male all’imperscrutabile volontà di Dio è un modo per accettare più serenamente quel male, altrimenti senza senso. Molti altri, però, con la malattia perdono la fede. Per un osservatore razionale è inaccettabile l’idea che dietro un bambino con il cancro ci sia un qualche «disegno», si tratterebbe di una volontà feroce, che provoca un’inutile sofferenza su un innocente: come può aver peccato un bambino di 3 anni? Non è neanche vero che la fede aiuti nel momento della malattia e della morte. Per il non credente, la morte è già attesa, calcolata, fa parte di un disegno biologico dell’umanità, è un elemento molto razionale. La morte deve essere accettata, quasi benvenuta come la nascita. La morte è un dovere: dobbiamo morire, per lasciare spazio a chi viene dopo. Tutti gli esseri viventi sulla Terra seguono questa regola biologica della morte-nascita: una generazione se ne va e un’altra appare. In punto di morte, il non credente non deve fare i conti con nessun altro, se non con se stesso, e non deve temere la punizione divina.

Eppure, la malattia nella storia dell’umanità, come del resto tutti gli altri «mali», è sempre stata considerata una punizione divina. Pensiamo a Giobbe: tutte le disgrazie da cui è stato colpito erano interpretate come punizioni divine, anche per colpe non comprensibili. Giobbe diceva: «Ma io non ho fatto nulla! Sono sempre stato fedele a Dio e non capisco perché Egli mi punisce: ha fatto morire i miei figli, mi ha tolto tutti i miei beni e adesso mi ha dato una malattia feroce, per la quale sto qui, seduto per terra sui gradini di una sinagoga, a grattarmi la pelle con un coccio». E i tre amici Elifaz, Baldad, Sofar, rispondevano: «Guarda che se Dio ti manda tutte queste punizioni sicuramente tu qualcosa hai fatto, anche se non te ne sei accorto…». Quello di Giobbe è un libro che mi ha molto colpito, molto accattivante, facile da leggere, un libro quasi ateo, in cui Dio è un Dio cattivo. Io poi sono un lettore e cultore del movimento gnostico del III secolo. Secondo gli gnostici Dio, che loro chiamavano il demiurgo e che era una divinità padre/madre, inizialmente voleva impedire che l’uomo giungesse all’albero della conoscenza, voleva tenerlo nell’ignoranza per poterlo dominare. Poi, appena ha lasciato libero l’uomo e l’ha mandato sulla Terra, ha fatto di tutto per creargli problemi. Nella storia di Caino e Abele, per esempio, secondo gli gnostici Dio alimentava di proposito la rivalità tra i due fratelli, apprezzava Abele, accettava i suoi doni, mentre rifiutava senza spiegazioni quelli di Caino, fino a portare quest’ultimo a un’esasperazione tale da uccidere il fratello. In realtà quella di Caino e Abele è un’allegoria della lotta di sempre fra agricoltore e allevatore, una lotta che ha caratterizzato tutte le civiltà. A leggere il Vecchio Testamento c’è da rabbrividire, pieno com’è di ingiustizie, cattiverie, tradimenti, crudeltà inutili. Prendiamo la storia di Abramo: come può un Dio ordinare a un genitore di uccidere il proprio figlio? Per fortuna Abramo si è fermato in tempo, con il bambino sul ceppo e con il coltello in mano pronto per tagliargli la testa. Gli gnostici, quindi, invece di tentare di trovare delle giustificazioni per questo Dio che sembrava così feroce, pensavano proprio che il demiurgo, Dio, fosse davvero cattivo, mentre il serpente è, secondo questa visione, l’unico essere vivente degno di adorazione. È il serpente che ha suggerito ad Eva di cogliere il frutto della conoscenza, ed era adorato addirittura come una vera e propria divinità, tanto che si definivano sette di «ofidi», cioè di veneratori del serpente. Nell’interpretazione gnostica, il serpente si sarebbe ripresentato all’umanità sotto forma di Cristo: il seme dell’intelligenza, della conoscenza, la presa d’atto del valore dell’uomo, della libertà, si ripresenta come Gesù.

Come si vede, il mio percorso verso l’ateismo non è passato per un rifiuto delle religioni, anzi sono un appassionato lettore e conoscitore di tutti i libri di tutte le fedi. Si tratta infatti di una delle più importanti espressioni della storia dell’uomo. Per conoscere profondamente un popolo, la storia «classica» delle istituzioni, della politica, del potere non basta: studiare la religione dà veramente la percezione di quel popolo. Le diverse fedi mi hanno sempre interessato sia perché, appunto, era un modo di conoscere profondamente un popolo, sia perché – da uomo di sinistra – non potevo non vedere nel comunismo finalmente la liberazione dalle religioni, un passaggio al razionalismo. I miti che stanno all’origine delle religioni sono affascinanti, ma è altrettanto indubbio che l’apparato ecclesiastico di tutte le fedi si sia poi appropriato di queste «verità» per esercitare un potere indiscusso, in quanto divino, sulla popolazione e sull’uomo. In questo senso, per essere precisi, a essere l’oppio dei popoli non sono le religioni in sé ma le organizzazioni che le gestiscono. Mi riferisco alla religioni occidentali, ebraismo, cristianesimo e islam, che sono religioni storiche, dove tutto si sa: quando e dove tutto avviene in un orizzonte «temporale». La storicizzazione delle religioni è il loro punto debole, perché da un insieme di valori diventano una serie di fatti: la religione viene così materializzata, e da vicenda divina diventa vicenda umana. Le religioni orientali, al contrario, sono cosmiche, dove tutto è sempre avvenuto, tutto continua ad avvenire, non ci sono limiti di tempo, non ci sono date, tutto è divino, senza storia. Per questo motivo le religioni cosmiche che si sviluppano in un orizzonte «spaziale» sono meno esigenti nei riguardi del fedele, che non è sottoposto a regole ferree. In Oriente, la religione invita alla meditazione, al pensiero divino per arrivare, nel buddismo, al nirvana; il buddismo è addirittura ateo, come pure il confucianesimo e il taoismo. In Cina taoismo, confucianesimo e buddismo hanno sempre convissuto benissimo e addirittura una stessa persona può contemporaneamente essere confuciana, buddista e taoista insieme. 

Questo studio intenso delle religioni del mondo mi ha fatto capire che esse sono un fenomeno storico, direi quasi fisiologico di un’umanità che deve crescere. Le religioni rappresentano l’infanzia dell’umanità. Il bambino è un animista, quando si fa male con il tavolo, la mamma dice «picchiamo il tavolo, è stato cattivo», e così facendo il bambino si tranquillizza perché può attribuire la colpa al tavolo, e non a se stesso. La storia delle religioni è la storia di un bambino che deve crescere. E mi pare proprio di poter dire che questo bambino sta crescendo. Ormai quasi metà del mondo è ateo: la Cina è prevalentemente atea, la Russia è in buona parte atea, gli atei in Inghilterra sono il 40 per cento, in Francia e in Germania il 30 per cento. In Italia risultano essere il 10, che sono apparentemente pochi, ma sono già una forza di 6 milioni di persone. È un fenomeno che gradualmente continua a crescere. Le religioni continuano lentamente ma inesorabilmente a perdere peso e il pensiero razionale conquista il mondo. Poi ci sono alcune realtà che sembrano a prima vista contraddittorie: per esempio, gli Stati Uniti sono il paese con il più alto livello di ricerca scientifica e dunque anche di diffusione del pensiero razionale, e allo stesso tempo un paese profondamente religioso, con un proliferare di sette di tutti i tipi, alcune anche molto fanatiche con predicatori molto bravi, con una dialettica affascinante. Nella sua crescita verso la libertà di pensiero, l’umanità è ancora infantile e ai bambini fa piacere sentirsi raccontare delle storie, delle fantasie, delle favole: questa è la forza di questi predicatori. D’altro canto si tratta spesso di sette con un piccolo seguito. Negli Stati Uniti c’è una vera libertà di religione, tutte le religioni sono presenti con grande rispetto reciproco. Nonostante questo cammino verso il pensiero razionale, le religioni – e in particolare le religioni monoteiste – continuano a mantenere una grande presa sui fedeli perché sono uno strumento di ritualizzazione della vita: i rituali sono la forza della Chiesa, perché danno sicurezza, ci fanno sentire parte di un mondo solido, immutato da secoli, da millenni. La Chiesa cattolica, poi, ha escogitato un sistema molto efficace da un punto di vista psicologico per tenere legate le persone: la confessione. La Chiesa ha capito ben prima di Freud che confessarsi libera dal senso di colpa. 

Ma le religioni hanno sempre rappresentato anche delle vere e proprie follie nella storia dell’umanità: ci siamo ammazzati per cento anni in Europa per difendere la transustanziazione (che ancora è valida nel cattolicesimo) contro la consustanziazione. Guerre di religione, caccia alle streghe, Inquisizione,  roghi: un’irrazionalità difficile da immaginare. Con una storia del genere, come si fa a credere? E purtroppo non è qualcosa che ci siamo lasciati definitivamente alle spalle: l’Aids uccide ancora milioni di persone in Africa, ma per la Chiesa il preservativo è peggio dell’Aids. Questo a dimostrazione del fatto che il pensiero religioso è un pensiero irrazionale per cui le religioni – soprattutto le cosiddette religioni rivelate – sono fondamentalmente incompatibili con la scienza e, in ultima analisi, anche con la democrazia, perché si tratta di religioni che forniscono una verità già bella e fatta, il contrario del pensiero scientifico e democratico. In fondo, io capisco movimenti radicali come Comunione e liberazione o come alcuni movimenti islamici, che sostengono: noi abbiamo già una legge, che è quella divina, a cosa ci serve una legge umana? Nell’islam non c’è un codice civile, il riferimento è sempre il Corano, che tra l’altro è un libro interessante che andrebbe letto bene. In realtà bisognerebbe leggerlo al contrario, perché i capitoli che sono stati scritti per primi sono gli ultimi. Le prime sure, le più brevi– quelle che si trovano quindi alla fine del libro – sono molto belle, molto poetiche, poi invece il Corano si va trasformando in un codice di legge vero e proprio. I primi capitoli – gli ultimi che Maometto ha scritto, non più a Mecca ma a Medina – contengono le regole sociali, per cui nell’islam non c’è giurisdizione al di fuori della religione, la religione è contemporaneamente amore per Dio ma anche legge terrena. Per questo l’islam è una religione molto intransigente: i musulmani hanno un solo libro, dettato direttamente da Dio. Mentre nel cristianesimo ci sono decine di profeti nell’Antico Testamento, quattro evangelisti nel Nuovo e poi gli Atti degli apostoli, le lettere di Paolo, l’Apocalisse di Giovanni, per non parlare ovviamente dei Vangeli apocrifi, in particolare quelli gnostici. L’islam è una religione coerente, è un vero monoteismo e Allah è un Dio trascendente, è puro spirito, non ha sembianze umane, ma essendo una religione monotestuale è molto rigida: c’è un unico libro, dettato direttamente da Dio a Maometto, e dunque non ci può essere errore. Se tu credi nel Corano, devi applicarlo alla lettera perché è la voce di Dio. Dal loro punto di vista, quindi, i fondamentalisti sono coerenti. 

Le religioni, in particolare quelle monoteiste, sono quindi difficilmente compatibili con la democrazia, anche se ci sono stati, e continuano a esserci, apprezzabili tentativi di conciliazione. Penso ad alcuni teologi come Vito Mancuso o Hans Küng, o allo stesso papa Francesco, personaggi che ridanno forza alle religioni. 

Ratzinger invece è una figura un po’ misteriosa, uno studioso, un uomo molto colto, che in fondo aveva delle aperture interessanti. Il discorso di Ratisbona, per esempio, mi colpì molto. Nelle sue encicliche, poi, ha cercato di trovare un nesso fra fede e ragione, partendo dal concetto di Logos: nella sua interpretazione, Dio è la scienza, Dio è il pensiero superiore. La forza del pensiero è sempre stata misteriosa per l’uomo. Il corpo lo vediamo, ma il pensiero da dove viene? Come possiamo pensare, ideare? È più facile credere che si tratti di un dono divino. Mentre il corpo lo puoi spiegare perché lo vedi, il pensiero è sempre stato – e lo è ancora adesso – abbastanza difficile da capire. Sì, le neuroscienze hanno spiegato molto ma per l’uomo comune l’origine del pensiero continua a essere avvolta dal mistero. E poi le dimissioni: il papa è il vicario di Cristo in Terra, non è solo il vescovo di Roma. Il protestantesimo, è un altro esempio di come nel corso della storia le religioni abbiano tentato una riforma per diventare compatibili con la scienza e la democrazia. Nel protestantesimo, per esempio, il pastore è eletto dai credenti, può essere una donna, molti riti non esistono, i sacramenti sono solo battesimo e cresima. Per essere davvero compatibile con la democrazia, però, la fede dovrebbe ridursi a un rapporto personale con la divinità, che non deve interferire nella vita pubblica.

Per questo è difficile per un papa, per esempio, fare delle vere riforme nella Chiesa. Francesco ci sta provando, sta tentando di aprire la Chiesa a una visione più moderna, ma corre continuamente il rischio dell’incoerenza. Però è anche vero che si può abbandonare tutta la ritualità senza mettere in discussione la fede. Molti elementi che caratterizzano la Chiesa di oggi, infatti, non si trovano nella Bibbia: per esempio, perché i preti devono essere solo maschi? Perché non si possono sposare? Tutte le regole e i rituali sono stati inventati ex post e sono lo strumento per mantenere il potere, che passa spesso per il controllo del corpo. Se si leggono bene i testi – compresi i tre Vangeli sinottici, le venti lettere di Paolo e anche l’Apocalisse – nessuno di essi entra nei dettagli della complessa ritualità della Chiesa. La stessa Trinità è venuta fuori nel concilio di Nicea. Ma con tre divinità – anzi quattro, se consideriamo anche la Madonna – siamo di fronte a un politeismo, come sostengono gli islamici L’eucaristia, poi, originariamente era un pranzo in ricordo di Gesù. Nella versione originale dei Vangeli, le parole di Gesù all’ultima cena sono: «Mangiate questo cibo e bevete questo vino in onore (o in ricordo) di me» e per qualche secolo è stato così. Poi a san Paolo, nato a Tarso, molto influenzato dai riti orfici, è venuta questa idea dell’eucaristia: l’idea cioè che mangiando il corpo di Cristo ci si purifica, come nei vecchi riti delle tribù pagane orientali, per cui ogni anno si ammazzava un animale sacro e mangiandolo ci si purificava. Non a caso, uno degli appellativi di Gesù è Agnus Dei, Agnello di Dio. 

L’assurdità delle religioni – che nella loro parte puramente spirituale sono anche molto affascinanti – è che pretendono di rapportarsi con il mondo di oggi utilizzando regole scritte mille e più anni fa. Per me, quindi, è evidente che l’ateismo alla fine trionferà, è l’evoluzione del pensiero. Già oggi le cose sono molto diverse rispetto a prima: se queste cose io le avessi dette qualche secolo fa sarei finito al rogo. I bambini che nascono oggi non vivono la religione nel modo in cui la vivevo io, non c’è nessuno stigma sociale per chi non è battezzato, per esempio. I miei figli, non battezzati, non hanno frequentato l’ora di religione a scuola e quando erano piccoli mi chiedevano: «Ma perché durante l’ora di religione dobbiamo uscire dalla classe? Siamo forse diversi dagli altri?». E io rispondevo: «Certo che siete diversi, siete migliori! Non siete parte del gregge, voi siete voi, il gregge segue il pastore, voi andate per la vostra strada, perché siete consapevoli, perché vostro padre vi ha detto di pensare con la vostra testa, di non cedere a qualcun altro che pensa per voi».

In Italia in effetti siamo un po’ indietro, il modello di laicità a cui tendere è quello francese, che è una forma più evoluta di laicità e modernità. Certo la laicità non va imposta, ma nessun laico vero imporrebbe mai niente a nessuno. La forza della ragione va però convintamente difesa e diffusa contro la forza dell’irrazionalità. La religione è irrazionale, perché avere fede vuol dire credere ciecamente in qualcosa che ti è già stato dato. Il fedele è per definizione fondamentalista.

La medicina

Il mio percorso scolastico iniziale è stato disastroso, sono stato bocciato due volte in tronco. Per il mondo contadino di cui facevo parte, la scuola era una perdita di tempo, perché portava via braccia dai campi. Da ragazzini si andava a tagliare l’erba, a fare il fieno, e io mi divertivo molto a lavorare nei campi. Non ero affatto motivato ad andare: da un lato tutti i parenti che dicevano «la scuola non serve a niente, vai a lavorare», dall’altro la scuola dell’epoca fascista, che non concedeva nessuna libertà di opinione, di pensiero. E io sono sempre stato un ribelle, per cui sono anche orgoglioso di essere stato bocciato da quella scuola, fascista e autoritaria. Insomma, il percorso fino alle superiori è stato a dir poco accidentato. Poi c’è stata la cesura della guerra: è stata un’esperienza molto traumatica, che mi ha fatto maturare molto rapidamente, sono stato catturato dai tedeschi, che mi hanno costretto ad andare al fronte con loro dopo l’8 settembre, sono saltato su una mina, sono rimasto 3 mesi in ospedale, ho subito cinquanta interventi chirurgici. Diciamo che ho avuto una vita avventurosa. Poi mi sono unito alla Resistenza, dalla metà del ’44 all’aprile del ’45, il mio compito era tenere i contatti tra le varie formazioni del Fronte nazionale di liberazione a Milano. Mi sono trovato a 17-18 anni di fronte alla mostruosità della guerra, alla violenza per la violenza, alle persone impiccate solo perché avevano un opinione diversa, persone prese con un uncino sotto il mento e attaccate a un albero, una crudeltà che non riuscivo a capire: perché? Da dove nasce questa brutalità, questa violenza? Per questo mentre ero in guerra avevo deciso che, se fossi sopravvissuto a quella follia, avrei studiato psichiatria: volevo capire qualcosa di più di come funziona il nostro cervello, ero convinto che ci fosse qualcosa da approfondire. Finita la guerra, quindi, mi sono iscritto a Medicina, e lì le cose andarono decisamente meglio che a scuola: ero il migliore del corso, laureato con 110 e lode. 

La svolta è arrivata per caso. A un certo punto del percorso universitario dovevo decidere dove fare il tirocinio obbligatorio, e scelsi l’Istituto tumori di Milano esclusivamente perché era a due passi da casa. Una scelta di pigrizia. Fin dai primi giorni, però, ho avuto una specie di folgorazione, perché la vista di tanto dolore, tanto accanimento, tanta sofferenza, tanta rassegnazione, tanto fatalismo, non solo tra i malati ma anche tra i medici, mi faceva montare la rabbia. «Il cancro è il cancro, se ti capita devi morire oppure, ben che vada, ti tagliamo via qualche parte di corpo, una gamba, un seno, quello che più possiamo, ma certamente non riusciremo a vincerlo»: questo era l’approccio dominante quando per la prima volta mi sono accostato al cancro. Io pensavo che questo approccio non fosse accettabile in un paese che voleva diventare civile e decisi allora che avrei dedicato tutta la mia vita alla lotta contro il cancro. 

I miei professori, che mi consideravano il loro pupillo, avevano già pronte per me varie possibilità: il viaggio a Houston per studiare cardiochirurgia, o a Stoccolma per la neurochirurgia con Olivecrona. Quando seppero di questa mia scelta mi guardarono come fossi fuori di testa: «Il cancro è una malattia che non vinceremo mai, ricordati Umberto: la ricerca sul cancro è una ricerca perdente». Io risposi: «Forse avete ragione, ma ormai l’ho promesso a me stesso». E con questo ho abbandonato ogni idea di carriera universitaria e ogni contatto con quei professori. I primi dieci anni all’Istituto tumori li ho vissuti in completa solitudine, ignorato da tutti, lavorando in quello che era considerato la cenerentola degli ospedali. Dedicarsi al cancro non dava lustro, non era di moda, certamente non era il modo migliore per fare carriera.

Io però trovavo aberrante l’idea delle mutilazioni, che era praticamente l’unico trattamento allora utilizzato per il cancro: tagliare l’organo colpito. Ma io non potevo tollerare la vista di quelle mutilazioni. All’Istituto tumori c’erano molti casi di tumori al seno, che allora venivano trattati con la mastectomia, ossia con la rimozione totale del seno malato, insieme ai muscoli pettorali e ai linfonodi ascellari anche per tumori molto piccoli: un vero e proprio massacro. Per me il corpo femminile ha sempre avuto un’aura di sacralità e vivevo quello scempio come un oltraggio. Sono cresciuto orfano di padre, mia madre è stata la mia guida, il mio mito, è stata madre, sorella, compagna affettuosissima. Era anche una bella donna e il rispetto reverenziale che avevo nei suoi confronti si è poi tradotto in un rispetto assoluto per le donne in generale, e per il loro corpo in particolare. Il corpo femminile è simbolo della procreazione, della continuazione della specie, in altre parole, è simbolo dell’umanità e lo scempio di questo simbolo era per me inaccettabile. 

Per questo ho iniziato a studiare, a parlare, a discutere e a sperimentare interventi ridotti di conservazione del seno: l’idea era che, togliendo il tumore e irradiando il resto della mammella, si potesse bloccare il cancro e allo stesso tempo salvare quasi completamente il seno. Un’idea che ho sviluppato e tradotto in uno studio vero e proprio che ho presentato in occasione di una grandissimo convegno dell’Organizzazione mondiale della sanità, a Ginevra nel 1969. C’erano tutti i maggiori esperti mondiali di tumore al seno ai quali ho presentato la mia idea di un intervento ridotto, che ho chiamato lobectomia, perché il seno è fatto di dieci lobi diversi e l’idea era di asportare i singoli lobi colpiti dal cancro. La prima reazione di tutti quei grandi luminari fu molto violenta: «Come si può anche solo immaginare una sciocchezza del genere!». I più agguerriti erano gli americani, che erano i chirurghi più aggressivi, perché in America la medicina è un business per cui più tagli più fai soldi. Io sono persona mite ma ostinata e allora in quei giorni ho cominciato a parlare con tutti a pranzo, a cena, a colazione e alla fine si sono arresi e mi hanno concesso di fare uno studio di confronto, ossia uno studio randomizzato: si prende una popolazione omogenea, la si divide in due gruppi esatti con scelta casuale, un gruppo fa la cura tradizionale e l’altro quella sperimentale. Io ho preso 700 donne con un tumore al seno più o meno allo stesso grado di sviluppo, le ho divise in due gruppi: 350 hanno fatto la mastectomia e 350 la chirurgia conservativa. Trovare queste 700 donne fu un’impresa difficilissima perché ovviamente all’inizio tutte mi guardavano come se fossi un marziano. Poi a metà dello studio le donne cominciavano a capire, vedevano che i primi casi operati andavano bene, l’estetica era conservata, il tumore era sotto controllo e la felicità sprizzava dagli occhi. Con questo intervento conservativo il seno operato rimaneva lievemente più piccolo dell’altro, ma in un modo del tutto accettabile e non erano necessarie protesi. Lo studio è durato dieci anni, dal ’71 all’80, anni per me molto difficili – soprattutto i primi – in cui non dormivo per la paura di aver preso la strada sbagliata. Ma ormai non potevo più tornare indietro. E alla fine dello studio i risultati erano chiari: nessuna differenza fra i due gruppi. Quindi ho pubblicato i risultati sul New England Journal of Medicine, che è la più famosa e autorevole rivista al mondo in materia. Ero però convinto che, nonostante i risultati lampanti, lo studio sarebbe stato ignorato: la reazione dei chirurghi era sempre molto diffidente – avrebbero sempre potuto dire: «Hai sbagliato qualcosa nello studio, non hai tenuto conto di questo o di quest’altro» – e poi ero italiano, e all’epoca il nostro paese non godeva di molta stima nel campo della ricerca medica. Oggi è diverso, ma allora l’America era l’America, e l’Italia era l’Italietta. Ci fu però una circostanza singolare che mi ha aiutato. Una giornalista americana, Jane Brody, che si occupava di medicina per il New York Times, scrisse sul suo giornale un articolo sul mio studio che uscì il 2 luglio 1981. In seguito a quell’articolo, ricevetti centinaia di telefonate da amici e colleghi da tutto il mondo. E da allora cambiarono le cose, quell’articolo diede un impulso decisivo, anche alle donne stesse, che in America erano già molto attive e che iniziarono, attraverso associazioni e gruppi, a fare pressioni sui chirurghi americani perché anche loro adottassero la nuova tecnica. Così è nata la chirurgia conservativa, la tecnica ormai standard per affrontare il tumore al seno. Inutile dire che conservo una copia di quell’edizione del New York Times come una reliquia.

Così è iniziato il percorso, che ha portato ad abbandonare del tutto la mastectomia totale e che ha inaugurato un nuovo approccio al trattamento del cancro. È chiaro che la strada da percorrere è ancora lunga, perché l’obiettivo finale rimane sempre quello di sconfiggere definitivamente la malattia. Oggi, per esempio, al nostro Istituto europeo di oncologia di Milano stiamo studiando degli strumenti raffinatissimi di diagnosi precoce con i MiRna: le cellule tumorali mettono in circolo delle frazioni minime del proprio dna, che si possono individuare con un semplice prelievo di sangue. È possibile già oggi fare una diagnosi precoce di un tumore al polmone con una semplice analisi del sangue. Stiamo portando avanti proprio in questi mesi uno studio, Cosmos 2, in cui cerchiamo di individuare in un gruppo di fumatori, attraverso l’analisi del sangue, la loro predisposizione a sviluppare il cancro. Non siamo ancora alla certezza assoluta, ma stiamo lavorando per rendere questa tecnica la più precisa possibile. Questo per quanto riguarda la diagnostica. Sul fronte della cura, possiamo dire che i tumori presi nel loro stadio iniziale ormai guariscono nella quasi totalità dei casi. Il cancro non è più una condanna a morte. Quando ho iniziato io la percentuale di guarigione del cancro al seno era del 9 per cento, oggi siamo al 90... Per questo molti pensano che io sia un uomo di successo, ma quando ho deciso di dedicare tutta la mia vita al cancro pensavo che avrei visto la vittoria finale contro il cancro. Questo non è avvenuto, quindi ho fallito. Dentro di me sono un uomo infelice.

Il corpo delle donne

Però un risultato importantissimo lo abbiamo raggiunto e il dogma è stato rovesciato: prima dove c’era un tumore, si asportava tutto l’organo, oggi si cerca di circoscrivere al minimo indispensabile l’intervento. Una rivoluzione copernicana, che mette al centro il paziente, perché corpo e mente sono indissolubilmente legati. Una mutilazione, infatti, porta con sé, insieme alla perdita fisica dell’organo, un’irrimediabile perdita di autostima e incide anche sulla capacità di accettare la malattia stessa. Le conseguenze psicologiche di interventi come quelli che si praticavano quando ho iniziato a fare il chirurgo erano devastanti. 

Io ho sempre parlato molto con i malati (cosa di cui i miei primari si lamentavano tanto, perché secondo loro era una perdita di tempo). Il malato bisogna non solo rispettarlo, ma anche ascoltarlo, parlare con lui, conoscerlo profondamente. Per esempio, è importante capire se ha un approccio fatalista nei confronti della malattia, o se invece ha voglia di reagire. È incredibile la ricchezza di emozioni che persone molto malate sono in grado di trasmettere.

Quel fatalismo, quella rassegnazione ad accettare lo scempio dei corpi era certo legata anche a una certa concezione della donna e del suo corpo. Ricorderò sempre, all’inizio della mia carriera, quando anch’io praticavo la mastectomia, una paziente giovane – una bella donna – a cui avevo diagnosticato un tumore abbastanza grosso e a cui dissi che dovevamo togliere il seno. Lei mi rispose, serena e con il sorriso: «Sì, sì, faccia pure». La cosa mi sorprese molto, poi conoscendola meglio ho capito che lei considerava il cancro, e il conseguente intervento, come una punizione perché per lei il seno era stato un organo del piacere, e dunque del peccato: aveva avuto molti uomini, attratti anche dal suo corpo, e quindi era giusto che pagasse con una mutilazione che colpisse l’organo del peccato. 

Questa cultura del corpo della donna come strumento del peccato ha un’origine molto antica, che possiamo rintracciare fin nelle Sacre Scritture. Nel Nuovo Testamento la donna è quasi del tutto assente perché considerata un essere secondario, un semplice strumento per la riproduzione. Nell’Antico Testamento, invece, le donne sono più presenti, con ruoli anche di primo piano, anche se sempre considerate soprattutto per la loro funzione riproduttiva. L’ossessione del popolo ebraico era, infatti, la propria possibile estinzione, visto che si trattava di un piccolo gruppo sempre esposto a guerre, carestie eccetera, per cui procreare era un dovere divino. Procreare a ogni costo, anche con l’incesto se necessario, oppure con quello che oggi si chiamerebbe «utero surrogato». Sara, moglie di Abramo, che non poteva avere figli, gli disse: «Marito mio, vai a letto con la mia schiava, così avrai la tua discendenza».

Di tutta questa cultura della donna ridotta a strumento di procreazione è rimasto ancora oggi qualche residuo, per esempio il femminicidio, che è un sintomo del disagio maschile davanti all’emancipazione del genere femminile. Ormai però la strada è segnata: già adesso metà dei ministri sono donne, molti capi di Stato nel mondo sono donne, ma tra quarant’anni al potere ci saranno quasi solo donne, e il mondo sarà migliore. Ho vissuto con le donne per tutta la mia vita, le conosco molto bene, conosco la psicologia femminile come forse nessuno al mondo, perché ho vissuto con loro nel momento del dolore e posso dire che il loro istinto di conservazione della specie è un grandissimo aiuto nella lotta alla malattia. Le donne, al di là di singole eccezioni naturalmente, amano la pace, non uccidono. Le donne sono, in generale, migliori degli uomini: a scuola, all’università e anche in politica. Per questo non amo l’espressione «quote rosa», la trovo ambigua, sembra una concessione: non è necessario ingegnarsi per trovare «quote» particolari, semplicemente siamo metà uomini e metà donne e al potere ci devono essere metà uomini e metà donne. 

Certo, questo percorso di emancipazione porta con sé anche delle contraddizioni, perché la donna si ritrova a dover conciliare la sua funzione principale, che è quella di procreare e allevare i figli, con il desiderio/diritto di lavorare e impegnarsi nella gestione della collettività. E questo, ovviamente, crea dei problemi sociali non indifferenti: le donne si sposano sempre più tardi, si diffonde l’infertilità femminile, aumenta il ricorso alla fecondazione assistita, si fanno molti meno figli di un tempo. Sono tutti effetti secondari di un’emancipazione femminile che però è, fortunatamente, inarrestabile. Questo percorso può certo ancora trovare degli ostacoli – per esempio, l’immigrazione islamica può rallentarlo, perché il mondo islamico è ancora cauto su questo fronte – però lentamente si va in questa direzione, e non si torna più indietro.

L’emancipazione della donna si fonda sul principio – in cui io credo fortemente e che guida tutte le mie riflessioni sui temi etici e sociali, dalle droghe all’eutanasia – dell’autodeterminazione di ogni singolo individuo. Anche nell’uso del proprio corpo, dunque, ogni singola donna ha il diritto di decidere in piena autonomia e libertà. L’abbellimento del corpo femminile ha un fondamento biologico, perché la seduzione è la parte preliminare della procreazione e dunque l’attenzione al proprio corpo fa parte degli istinti biologici primari per la conservazione della specie. Dov’è allora il confine tra libertà di disporre a piacimento del proprio corpo e mercificazione dello stesso? Difficile dirlo. La prostituzione femminile, per esempio, è quasi inevitabile vista l’assurdità biologica per la quale la donna ha poche decine di ovuli e li conserva per tutta la vita, mentre l’uomo ha una potenzialità procreativa enorme e inutile: ogni masturbazione manda fuori milioni di spermatozoi, quando ne basta uno per procreare. Da questa asimmetria biologica deriva un diverso bisogno dell’uomo di fare sesso, che sta alla base della prostituzione. Anche le donne, ovviamente, provano piacere nel fare sesso, ma l’uomo è poligamo non solo per tradizione e per cultura – perché il maschilismo ha dominato l’umanità per tremila anni – ma anche per ragioni biologiche, vista questa assurda sproporzione che si è manifestata per la prima volta nella storia quando si è passati dalla condizione ermafrodita in cui ci trovavamo originariamente alla divisione dei due generi. Divisione necessaria per ragioni evolutive: uno stesso individuo non poteva allo stesso tempo allevare dieci-undici figli e andare a cacciare o raccogliere i frutti per dar da mangiare ai figli. Non sappiamo quando e come questa distinzione dei due generi abbia avuto luogo, ma andiamo molto indietro nel tempo, prima dei primi ominidi. È certo che i nostri corpi mantengono un ricordo di questa antica condizione ermafrodita, per esempio il seno negli uomini, e ancora oggi la bisessualità è una fonte di attrazione: su dieci prostitute, cinque sono donne ma le altre cinque sono in realtà uomini travestiti da donne, uomini che grazie a cure ormonali si fanno crescere dei bellissimi seni, che hanno dei bellissimi corpi, mentre di solito la voce rimane maschile. Molti uomini sono attratti da questo corpo che appare come femminile, ma alla fine hanno piacere di scoprire che in realtà si tratta di un uomo. E io penso che si sta lentamente tornando verso una condizione in cui alla fine i due generi si confondono.

Le donne comunque hanno da sempre sfruttato questo «vizio» maschile. Non a caso la prostituzione è un fenomeno che risale a tempi remotissimi, probabilmente addirittura alla preistoria. È largamente presente anche nella Bibbia, talvolta proibita e condannata, talvolta accettata e amata: è una prostituta, Raab, la donna di Gerico che salva il popolo di Israele. Persino sant’Agostino accetta la prostituzione, considerata un male minore, visto che nella famiglia l’uomo non poteva trovare soddisfazione alle sue esigenze sessuali. È una posizione comprensibile, se si tiene conto di questo assurdo potenziale procreativo dell’uomo. 

Io conosco bene il mondo delle prostitute, perché da ragazzino per andare a scuola passavo in una zona dove ce n’erano parecchie. Loro mi vedevano passare, mi accarezzavano, mi davano le caramelle, poi quando sono cresciuto sono state loro che mi hanno istruito sul sesso. Ho avuto modo quindi di conoscere queste donne, donne con una vita feroce alle spalle, molte erano state violentate, quasi tutte avevano almeno un figlio che viveva dall’altra parte della città perché non doveva sapere che la madre faceva questo lavoro. Era la vita di donne sfortunate, che però accettavano la situazione perché alla fine permetteva loro di vivere, e di vivere anche bene. 

È chiaro che i tempi sono cambiati, ma la prostituzione è ancora oggi un fenomeno sociale importante e, come tale, va regolamentato, non certo bandito o punito. Il proibizionismo non funziona su nessun fenomeno sociale, serve solo, da un lato, ad alimentare il mercato nero (con tutti gli abusi che questo si porta dietro) e, dall’altro, a incitare alla trasgressione. La trasgressione è un piacere infinito perché consente di affermare la propria identità contro il «conformismo» delle regole. Lo vediamo con le droghe: le droghe vanno ovviamente combattute, però il proibizionismo non è la soluzione, occorre invece responsabilizzare i giovani, parlando, discutendo, mostrando gli effetti delle sostanze stupefacenti. La proibizione nuda e cruda porta al risultato opposto a quello voluto, perché i giovani per loro natura amano la trasgressione, ed è anche giusto che sia così: è trasgredendo, mettendo in discussione le regole che altri hanno imposto prima di te, che costruisci la tua identità. Sulle droghe il proibizionismo ha prodotto un paradossale doppio effetto: per un verso il mercato delle droghe è in continua espansione, per l’altro il consumo stesso delle droghe aumenta perché agli effetti diretti dell’assunzione degli stupefacenti si associa anche il gusto per la trasgressione. Anche sulla prostituzione l’approccio proibizionista non ha alcun senso, anzi andrebbe trasformata in una vera e propria professione, come è già stato fatto con successo in alcuni altri paesi europei. La prostituzione è un’attività che rende molto. Il grosso rimane alle prostitute stesse, ma come in tutte le professioni esistono degli intermediari, e naturalmente anche degli abusi. La legalizzazione permetterebbe di eliminare questa parte di sfruttamento. 

È molto facile, ma anche molto ipocrita, condannare la prostituzione dei corpi per strada, quando invece la prostituzione più meschina è quella della mente, e questo vale per uomini e donne. Quanti sono gli uomini che si prostituiscono davanti ai propri superiori per fare carriera? Durante il fascismo tutti gli italiani si prostituivano: il 90 per cento aveva la tessera in tasca senza credere nel fascismo, tanto che quando è crollato il regime sono diventati tutti antifascisti. Non è forse prostituzione questa? Come vogliamo chiamarla?

Tornando al tema dell’uso del corpo, quante donne sposano un uomo solo per la sua ricchezza? Anche questa è una forma di prostituzione, e anche questa con un suo fondamento biologico perché i soldi permettono di allevare meglio i figli: la donna sfrutta il proprio corpo, la propria bellezza, per sedurre l’uomo che le consentirà di allevare al meglio i figli. Sfruttare il proprio corpo anche per fare carriera, o comunque mostrarlo anche sui media per sedurre – soprattutto quando si è giovani e belle – è del tutto normale, e non ha niente a che fare con le capacità intellettuali: molte donne, che magari hanno iniziato la loro carriera anche sfruttando il proprio corpo, hanno poi dimostrato di essere capacissime di svolgere molto bene la propria professione. E questo accade anche in politica: molte donne hanno dimostrato di essere brave in politica, al di là di come hanno iniziato la loro carriera. È inutile fare gli ipocriti: le donne hanno una marcia in più, che non è necessariamente legata ai canoni standard della bellezza, perché la seduzione può trovare mille vie. Per cui non vedo contraddizione tra l’uso anche spregiudicato del proprio corpo ed emancipazione femminile. 

La politica

Io sono un medico, un uomo di scienza, ma l’uomo di scienza non può rimanere chiuso nella sua torre d’avorio, deve occuparsi dei problemi della società. Per questo il mio impegno nella medicina e nella scienza si è tradotto anche in impegno civile e politico.

La mia vita si è svolta in gran parte all’Istituto tumori di Milano, il cui direttore per anni è stato Pietro Bucalossi, che – oltre a essere un bravo chirurgo – era un uomo politico molto impegnato, prima nel Psi, poi nel Partito repubblicano. Era un uomo di sinistra, dal temperamento difficile e aggressivo, che litigava con tutti. È stato sindaco di Milano e ministro della Ricerca scientifica con Rumor e dei Lavori pubblici con Moro, e in questa veste è stato anche autore della legge sulle concessioni edilizie, la cosiddetta legge Bucalossi appunto. Mi portava spesso con sé, nei suoi viaggi politici, e parlavamo soprattutto di scienza, di tumori, dell’Istituto, ma anche un po’ di politica. Nel corso di questi viaggi, ho incominciato a conoscere il mondo politico e di fatto molti pensavano che io fossi una specie di suo consigliere politico, cosa molto buffa visto che l’esperto di politica era lui, non io. A lui faceva piacere portarmi con sé: era una bravo chirurgo, ma non aveva tempo per seguire l’Istituto e io tamponavo un po’.

Come molti giovani, nel dopoguerra, dopo il fascismo, dopo le tragedie della guerra, le sofferenze, le ingiustizie (nella guerra morivano i fanti, non i generali!) ero molto affascinato dall’ideologia comunista. Del comunismo mi attirava l’idea dell’egualitarismo, della necessità di partire tutti dallo stesso punto, senza privilegi, l’idea di non poter ereditare soldi che un altro ha guadagnato, il rifiuto dell’idea che il denaro di per sé creasse altro denaro, idea che è il cuore della cultura capitalista. Il denaro è uno strumento, non un obiettivo. Non sono mai stato iscritto al Partito comunista, però frequentavo l’ambiente, andavo ai dibattiti studenteschi, avevo moltissimi amici comunisti, persone di grandissima intelligenza, estremamente motivate. A quei tempi i comunisti erano persone davvero oneste, per i quali il comunismo non era solo una fede politica, ma una guida morale anche per la vita privata. Anche se negli anni successivi mi sono un po’ allontanato dal comunismo in senso stretto, la simpatia verso la sinistra è sempre rimasta. Io sono per natura un uomo di sinistra, perché il mio istinto è quello di aiutare le persone più deboli, gli immigrati, gli ammalati, le persone anziane, le persone in difficoltà. Ho fatto il medico per questo, ho passato la vita a occuparmi dello strato più vulnerabile della popolazione. 

Uno dei primi incarichi istituzionali venne nel 1987. Dopo la tragedia di C?ernobyl’, è stata organizzata in Italia una grande conferenza per l’energia per decidere cosa fare: nucleare sì, nucleare no? Dighe sì, dighe no? Io ero stato incaricato di seguire gli aspetti sanitari della questione, mentre Paolo Baffi si occupava degli aspetti economici. In quell’occasione ho avuto modo di tenere contatti abbastanza stretti con il governo di allora, guidato da Craxi. Tra l’altro a Milano ci conosciamo un po’ tutti, Craxi, Berlusconi… Milano è molto provinciale, ci sono cinquecento famiglie che contano, si ritrovano sempre insieme e si conoscono tutti. 

Poi è arrivato il ministero. Ero e sono grande amico di Giuliano Amato, eravamo molto legati da una stima reciproca. Negli anni Novanta mi chiese due volte di fare il ministro, e rifiutai. Nel marzo del 2000, ricordo che era Pasqua, squilla il telefono, rispondo io ed era Amato: «Umberto», mi dice, «siamo nei pasticci, stiamo componendo il nuovo governo, un governo di transizione, che quindi durerà poco, abbiamo il pathos sulla sanità, e non possiamo scegliere un altro politico. Vorremmo una persona estranea al mondo politico, un tecnico, se tu vuoi…». Io risposi: «Per la verità non ho voglia». Ma lui insistette: «L’altra volta non hai accettato perché stavi mettendo in piedi il nuovo Istituto. Adesso però l’Istituto va avanti da solo, puoi venire anche solo qualche mese a fare il ministro della Sanità». Alla fine dissi: «Lasciami pensare», senza sapere che «lasciami pensare» nel mondo politico è praticamente interpretato come un sì. E difatti la sera avevo riunito a cena nella mia casa in Toscana tutti i miei figli proprio per parlare di questa proposta e sentire il loro parere. Ognuno diceva la sua, molti erano per il no, qualcuno per il sì. Mentre noi discutevamo, alla tv annunciano: «È nato il nuovo governo… ministro della Sanità Umberto Veronesi». E i miei figli si arrabbiarono molto, pensando che li avessi presi in giro! Alla fine accettai con riluttanza, soprattutto per fare un favore a Giuliano. Però una volta accettato, l’ho fatto con impegno. 

Sono stato un ministro vero, di solito i ministri sono anche parlamentari e sono molto distratti, al ministero si vedono poco. Io invece ogni mattina alle 7 ero lì. La prima mattina sono arrivato e ho trovato un addetto alle pulizie che non voleva farmi passare e allora ho detto: «Ma io sono il ministro», e lui si mise a ridere, pensando a uno scherzo. L’esperienza al ministero è stata molto interessante. Ho scoperto che il Consiglio dei ministri è una cosa molto piacevole, si riuniva una volta a settimana, il venerdì. Amato era molto bravo, lasciava parlare tutti, ascoltava, dava pareri, metteva sempre qualche tema nuovo all’ordine del giorno, è stato un governo molto attivo, mi pare di poter dire che è stato un buon governo. Ho scoperto che i funzionari ministeriali sono bravissimi, persone per bene, colte, incorrutibili, con un grande senso del dovere e dello Stato. I direttori generali, persone di grandissimo valore, erano però in una condizione di depressione, sostanzialmente perché i ministri non li facevano lavorare. Io invece li riunivo tutti tre volte a settimana, alle 9 del mattino, per una specie di briefing generale, nel quale ognuno riferiva cosa stava facendo e io dicevo cosa secondo me doveva fare. Loro erano entusiasti, perché sapevano che ogni due giorni sarebbero di nuovo venuti a riferire sui loro risultati. E infatti mi adoravano tutti. È un peccato che i funzionari ministeriali godano di pessima fama: mediamente si tratta di persone preparatissime, che fanno con scrupolo il loro dovere, che lavorano anche di notte per risolvere un problema.

Non è certo colpa dei funzionari, se l’Italia è bloccata, sono le leggi che sono farraginose. Tutte le leggi italiane si fondano sulla presunzione che il cittadino vuole ingannare lo Stato e questo porta a norme complicatissime che pongono il cittadino sempre nella spiacevole condizione del potenziale violatore della legge. In Inghilterra, invece, per esempio, il principio da cui si parte è che in linea di massima il cittadino è felice di collaborare con lo Stato e che, sempre in linea di massima, seguirà le leggi fedelmente, sapendo che se sbaglia paga carissimo. Si tratta di una cultura giuridica molto diversa. In Italia, per prevenire i presunti rischi di abuso da parte dei cittadini, le leggi sono scritte in maniera molto complessa, con una quantità di timbri, norme, carte da bollo, adempimenti che incombono sui cittadini.

Giuliano si fidava di me, avevo carta bianca. Certo, non era facile per un tecnico come me stare dentro a un governo tutto politico. Ricordo per esempio, durante una delle prime sedute del Consiglio dei ministri, la reazione dei miei colleghi a una mia intervista in cui criticavo il sistema elaborato da Rosy Bindi per coordinare il lavoro ospedaliero e quello privato. Detto molto sommariamente, quello pensato dal mio predecessore era un «tempo pieno» solo formale, perché ai medici bastava utilizzare i formulari e le tariffe ospedaliere per lavorare anche in case di cura private. Io invece ero per il tempo pieno «vero», mi interessava che i medici stessero dentro l’ospedale, che lavorassero solo lì, che si occupassero degli infermieri, dei malati, che scrivessero, che facessero ricerca. Nessuna azienda del mondo permetterebbe ai suoi dipendenti di andare a lavorare mezza giornata per la concorrenza, e trovavo assurdo che lo facessero gli ospedali pubblici. Ecco, quell’intervista mi procurò parecchie critiche dai colleghi politici che erano al governo con me. Io ascoltai tutti, poi presi la parola per un’ora, spiegando loro cos’è la medicina di oggi, cosa vuol dire amare i pazienti e prendersi cura di loro, e mentre parlavo vedevo le loro facce che lentamente cominciavano a rilassarsi finché tutti capirono che la medicina non è una questione burocratica e politica, ma una faccenda molto umana, legata alla necessità di dare sostegno ai malati, di seguirli nel loro percorso di cura e anche nelle fasi terminali, fino a gestire anche la morte. Non a caso, da ministro ho dato avvio alle terapie palliative, ho introdotto la morfina, che prima sostanzialmente non si poteva somministrare, ho fatto una campagna per il testamento biologico ante litteram, ho cercato di accennare anche all’eutanasia, ma non potevo spingermi troppo oltre se no il povero governo sarebbe caduto! Però non facevo certo mistero delle mie idee, anche sulla legalizzazione delle droghe, altro tema allora tabù. Come tabù era il tema dell’aids, per il quale sono finito sui giornali semplicemente per aver esortato i giovani a usare il preservativo. Ruini scrisse degli articoli contro di me, dicendo che ero un nemico della fede. Sosteneva che il preservativo non si dovesse usare mai, in nessuna circostanza, neanche quando uno sa di avere l’aids. Adesso per fortuna le cose sono cambiate, anche se c’è ancora da lavorare. 

Come ministro ho poi messo in piedi il sistema degli screening (programmi strutturati di controllo della salute della popolazione sana) e ho scritto una legge affinché tutti i medici fossero obbligati a una formazione continua. Prima di quella legge, un medico, una volta abilitato dopo la laurea, rimaneva abilitato a vita, ma in medicina le cose cambiano con una velocità straordinaria e se un medico, anche bravo, non si tiene aggiornato può combinare dei disastri. Infine, un’altra mia priorità è stata la lotta contro il fumo: ho preparato il disegno di legge di divieto di fumo nei luoghi pubblici che fu poi approvata dal governo successivo. Tutto sommato sono soddisfatto di quell’esperienza, alla fine ho scoperto di aver fatto parecchie cose, che sono ormai patrimonio acquisito del sistema sanitario del nostro paese. 

Fare il ministro è stato divertente ma proprio alla luce di questa esperienza, penso che al governo debbano stare i politici, non i tecnici. Un tecnico può essere molto esperto della materia ma non avere una visione d’insieme dei problemi del paese, una visione «politica» appunto. Un uomo politico intelligente si sa circondare degli esperti migliori, che gli forniscano gli elementi per indirizzare la propria azione, ma è necessario avere un’idea di fondo, un orizzonte a cui tendere. 

So però che il mondo politico non gode di buona fama. Il mondo politico, soprattutto fino a qualche anno fa, era molto chiuso, e si è ben meritato il nome di «casta» con cui viene oggi appellato. I governi cambiavano continuamente, ma le persone che li componevano erano sostanzialmente sempre le stesse. Andreotti è stato capo del governo per sette volte, Rumor cinque volte e così via. Era un gruppo sostanzialmente omogeneo all’interno del quale si scambiavano i ruoli di governo, con piccole variazioni. Non è che però nella cosiddetta società civile vada meglio. Guardiamo ai recenti scandali della nuova Tangentopoli attorno all’Expo milanese: sono trascorsi più di vent’anni ma ritroviamo quasi sempre gli stessi personaggi. Una «casta» anche questa. Anche se io non condivido l’immagine di un’Italia ad altissima corruzione. Certo, ci sono casi eclatanti, ma si tratta comunque di una frazione minima di imprenditori e di politici. Ai tempi di Craxi i partiti hanno detto: noi abbiamo bisogno di soldi, quindi chi ha bisogno del partito per fare qualunque cosa deve dare una quota al partito. Poi ovviamente qualche intermediario si metteva in tasca qualcosa. L’America, per fare solo un esempio, è un paese molto più corrotto del nostro. Nel mondo sanitario, c’è una correzione sistematica, accettata da tutti, per cui se un medico manda un paziente a farsi operare da un collega, questo si fa pagare dieci, e cinque li dà al primo. Racconto un aneddoto: molti anni fa mi trovavo in America e un amico mi ha detto: «Se ti ferma la polizia, in mezzo ai documenti metti un biglietto da 50 dollari. Vedrai che ti lasciano andare». Noi abbiamo un’immagine un po’ distorta degli americani, come di persone molto inflessibili. È il loro puritanesimo che li rende molto severi pubblicamente, ma poi la realtà è un’altra. Sono i più grandi corruttori del mondo, non a caso la crisi finanziaria è nata lì, dove impera un capitalismo selvaggio: le banche in America sono crollate in due giorni, perché prestavano soldi a tutti senza avere le coperture. 

In generale comunque l’uomo è per natura portato all’onestà, perché la disonestà è controproducente ai fini evolutivi. L’onestà fa parte del nostro dna, che ci impone innanzitutto di procreare e, in secondo luogo, che i figli crescano in armonia e in pace. I conflitti non sono connaturati all’uomo, perché se no la specie non potrebbe andare avanti. Sono convinto che le nuove generazioni, quelle che girano il mondo, non faranno più la guerra. Io ho sette figli e sedici nipoti: nessuno di loro si sognerebbe mai di fare la guerra a nessuno, non fa parte del loro orizzonte, quasi non sanno neanche cosa vuol dire, l’idea del conflitto è per loro roba d’altri tempi, oggi inconcepibile.

È certo però che il sistema politico così com’è non funziona e, tornando alla situazione italiana, Grillo l’ha intuito prima di tutti. Il leader del Movimento 5 Stelle non ha molta simpatia per me, anzi mi ha attaccato varie volte sostenendo che alcune mie posizioni – per esempio il mio giudizio favorevole sul nucleare o sugli inceneritori – sono dettate dalle aziende che finanziano il mio Istituto. Non gliene voglio per questo, è il suo mestiere. Ne abbiamo anche parlato una volta di persona e lui stesso ha ammesso: «Il mio mestiere è attaccare persone che hanno un certo potere».

Come politico però ha avuto un’idea brillante: passare dalla democrazia rappresentativa alla democrazia partecipativa. La democrazia rappresentativa è fragile e debole: tu dai a una persona l’incarico di rappresentarti e poi questa ne combina di tutti i colori, cambia idea, cambia partito, a un certo punto non si ricorda più neanche in cosa consisteva il suo mandato. Bisogna passare a una democrazia partecipativa, in cui ogni tema importante venga discusso e votato dalla popolazione, attraverso referendum o leggi di iniziativa popolare. Certo, questo ha anche i suoi rischi, perché spesso la scienza è guardata con diffidenza, soprattutto in Italia: siamo l’unico paese in Europa a non avere il nucleare, proprio perché la nostra cultura scientifica è molto scarsa e basta che uno metta in circolazione su internet qualche falsa notizia che si diffonde subito il panico. Però non c’è problema che non si possa spiegare a tutti in maniera molto semplice. La Svizzera va avanti per referendum su ogni piccola cosa e la gente di solito vota in modo consapevole. Tra l’altro, chiamare al voto il popolo è un’occasione per discutere dei grandi temi e far circolare le informazioni. 

In Italia ci sono due limiti a questo esercizio di democrazia: il primo è che da noi esiste solo il referendum abrogativo, per di più con un assurdo quorum al 50 per cento; il secondo è che purtroppo la nostra società è eccessivamente influenzata dalla Chiesa che, quando scende in campo, è in grado di influenzare pesantemente le nostre decisioni. Prendiamo, ad esempio, il famoso referendum sulla procreazione assistita di qualche anno fa: è bastato che la Chiesa facesse campagna per l’astensione per non raggiungere il quorum. La stragrande maggioranza di quelli che hanno votato erano per l’abrogazione della legge, ma il mancato raggiungimento del quorum ha impedito di conoscere la reale opinione degli italiani sul tema.

Certo, oggi per un uomo di sinistra come me c’è un po’ di nostalgia per la vecchia sinistra comunista, quella di cui parlavo prima, che non c’è più. Purtroppo il fallimento dell’esperienza sovietica ha tagliato le gambe a tutti i movimenti comunisti in tutta Europa. E il fallimento sovietico era quasi inevitabile perché un regime comunista vero e coerente avrebbe bisogno di un’adesione totale delle persone, potrebbe funzionare solo se tutti i funzionari fossero persone oneste e integerrime. Ma purtroppo la natura dell’uomo è debole e si lascia corrompere facilmente, per cui una deriva totalitaria è praticamente inevitabile. Trovare il giusto equilibrio fra giustizia sociale e libertà è una cosa molto complicata. Non ha senso però riferirsi a questa visione un po’ nostalgica della sinistra per discutere, per esempio, se Renzi sia di sinistra o no, una discussione che non mi appassiona molto. Non lo conosco di persona, ma mi sembra un uomo politico molto attivo, molto attento nei rapporti politici, molto disponibile al dialogo, ma allo stesso tempo molto fermo nel difendere le proprie idee. Il fatto che abbia fatto un accordo con Berlusconi non significa nulla: per fare le riforme istituzionali – che tra l’altro, essendo di rango costituzionale, hanno bisogno di larghissime maggioranze – bisogna parlare con tutti. Anche sulla legge elettorale è necessario un accordo ampio. Io sono per una soglia di sbarramento ragionevole, al 4 o 5 per cento, come c’è in molti paesi europei, in modo da garantire allo stesso tempo rappresentatività e governabilità. Sulle riforme istituzionali, sono anch’io convinto che il Senato debba essere abolito del tutto o comunque avere una funzione completamente diversa da quella legislativa. Non esiste più in nessun altro paese al mondo una seconda Camera elettiva e con poteri legislativi. Forse l’unica eccezione è il senato americano, che però è molto piccolo e ha poteri solo in politica estera. La cosa fondamentale, comunque, è eliminare questo assurdo bicameralismo perfetto. 

Non c’è dubbio comunque che il panorama politico di oggi sia molto diverso da quello di quando ho iniziato a fare politica io. Nel dopoguerra, dopo vent’anni di fascismo, molti era comunisti in quanto antifascisti. Oggi non ha più senso parlare di antifascismo in senso stretto. Il fascismo in Italia – come il nazismo in Germania – è stata una dittatura nata in quel preciso momento storico, all’indomani della prima guerra mondiale, che aveva le sue radici in un preciso contesto economico, sociale e politico: in pochi decenni alla fine dell’Ottocento si è passati dalle monarchie assolute ai movimenti socialisti, per cui era quasi fisiologico che ci fosse una reazione della borghesia, reazione che ha fatto leva soprattutto su rivendicazioni nazionaliste. Certo il nazionalismo sotto altre forme ogni tanto ricompare anche oggi, l’Europa fa fatica a imporsi come orizzonte politico e quindi oggi il nazionalismo indossa le vesti dell’antieuropeismo. Si sente spesso parlare in un modo che ricorda i tempi che precedettero la seconda guerra mondiale: «Noi siamo italiani, vogliamo vivere per i fatti nostri, con la nostra moneta, i tedeschi sono troppo rigidi, i francesi sono inaffidabili, gli inglesi pensano ai fatti loro». Tutte frasi d’altri tempi. Come forse si è intuito, io sono un europeista sfacciato. Del resto l’Europa scientifica c’è già, io stesso ho fondato la Società europea di mastologia, la Società europea di chirurgia oncologica, l’Istituto europeo di oncologia: il futuro è l’Europa, il nazionalismo è destinato a sparire. L’Italia è il nostro Stato, ma la nostra nazione è l’Europa. La nazione tiene insieme lo stesso spirito, la stessa storia. Purtroppo un grandissimo ostacolo è la mancanza di una lingua comune, anche se ormai l’inglese sta diventando la lingua franca del continente. Questi rigurgiti di nazionalismo dimostrano che non siamo ancora maturi, ma l’unione politica dell’Europa è solo questione di tempo.

(a cura di Cinzia Sciuto)

(9 novembre 2016
)




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7 novembre 2016

DON FARINELLA

DON PAOLO FARINELLA - Referendum: il vero interesse di Renzi

pfarinellaGiorno dei Morti. Il cicaleccio politico di questi ultimi giorni sta saggiando l’ipotesi di un rinvio del referendum a primavera prossima perché i sondaggi sono tutti a sfavore del «Sì», mentre pongono il «NO» in costante vantaggio. Sembra che Renzi e Napolitano abbiano paura e cerchino di annullare il referendum per evitare la loro personale e deflagrante sconfitta. È la prova definitiva che ha ragione Ciriaco De Mita che ha snidato Renzi senza nemmeno troppa fatica: al presidente del consiglio pro tempore nulla importa del referendum, del futuro, dell’Italia e dell’economia, ma il suo unico obiettivo è la sua permanenza ad oltranza, oltre ogni decenza sulla poltrona del potere.

Uomo tronfio di sé, narcisista «irrecuperabile» e spregiudicato senza l’ombra di un miraggio etico, manipola i fatti e se stesso pur di stare a galla. La riforma era abbinata all’apocalisse, ora vorrebbe il «Sì» e semmai dopo si può modificare qualcosa; prima la legge elettorale, detta Italicum era la migliore del mondo «che tutti c’invidiano» e ora è messa gettata nella spazzatura e si incardina privatamente, non in parlamento, una commissioncina per riformare la legge elettorale non ancora attuata, ma «solo dopo il referendum». Ha scelto la data più distante perché era sicuro di stravincere e invece ogni volta che occupa tv e luoghi, scopre che sono più gli avversari che i favorevoli. Chi gli sta attorno, lui questo non lo sa, lo fa per interesse e tornaconto. La ministra delle Riforme, Mariuccia Etruria, che dovrebbe esplodere in questa fase di propaganda, è scomparsa dalla scena perché dove arrivava era un disastro e tutti votavano contro la sua riforma. La mandano all’estero con compiti «istituzionali» perché meno si fa vedere meno la gente l’associa all’Etruria con quello che segue.

Ora l’uso strumentale del referendum da rinviare perché non corrisponde ai desideri del capetto di Rignano. O la riforma è urgente, visto che aspetta, come dice lui da 70 anni e senza quella riforma l’Italia muore o non è urgente e quindi si può rimandare anche di uno due tre quattro anni, tenendoci la Costituzione attuale e cercando di attuarla, parola per parola. Sia la riforma che la legge elettorale erano pensate in funzione del PD e, nel PD, di Renzi, capo supremino, duce in nuce, califfo nostrano, ras di borgata, ometto di panza che guarda al futuro dal buco della serratura che inquadra la sua poltrona. Siamo al ridicolo perché un capo del governo che ha umiliato le istituzioni piegandole ai suoi interessi, oggi calpesta ogni residuo di decenza e poiché non conviene a lui, elimina lo stesso referendum per non accettare democraticamente una sconfitta.

Possiamo fidarci di uno di tal fatta? Ha pugnalato Enrico Letta lo stesso giorno in cui lo ha tranquillizzato; si è insediato al governo da extraparlamentare e da extraparlamentare continua a governare, promettendo e non mantenendo nemmeno una promessa. Ricordate gli «80 euro» che per settimane e mesi erano il mantra del buon governo? Ora non ne parla più perché dovrebbe spiegare perché circa un milione e mezzo di persone che si sono visti diminuire il reddito al di sotto degli otto mila euro all’anno (dicesi all’anno) devono restituirli. Con che pudore, con che improntitudine? Uno che ha distrutto il Pd, eliminando la base, che invoca solo in occasione dei barbecue delle feste dell’ex Unità o in occasione del voto. Uno che ha invitato a disertare il referendum sulle trivelle, denigrando la sovranità popolare, seppur finta, e che fino a oggi si è fatto galoppino del referendum costituzionale che lo avrebbe consacrato cacicco d’Italia fino alla morte senza più controlli. Ora vuole eliminare lo stesso referendum perché è a rischio la «sua vittoria», uno che ha fatto un titolo di scheda ingannevole e bugiarda per truffare i votanti meno attenti, uno così è pericoloso e bisogna ricacciarlo nella tana da cui è venuto. È pericoloso perché dietro di sé sta lasciando fratture e macerie.

Se il tribunale di Milano rimanda la richiesta dell’ex giudice costituzionale Valerio Onida alla Corte per «patente incostituzionalità», aspetteremo disciplinatamente la decisione della Corte e solo allora si valuterà cosa fare in sintonia con l’eventuale sentenza. Non accettiamo di manipolare prima perché non è conveniente a Renzi o perché c’è il pericolo che il M5S abbia la maggioranza. In democrazia non si può manovrare mai per impedire che democraticamente vinca o perda qualcuno, non si può manipolare il percorso per giungere a un verdetto trasparente e vero. Renzi e la sua corticciola sono un pericolo per la Democrazia e le Istituzioni peggio di Berlusconi perché questi faceva i suoi interessi sporchi, mentre Renzi e il suo cucuzzaro manipolano tutto per libidine di potere. Tra gli altri misfatti, sembra, infatti, che voglia portare alla prossima Leopolda, i sindaci dei paesi terremotati: sta raschiando il fondo del suo stesso ludibrio e non ha rispetto nemmeno per le disgrazie che vorrebbe piegare alla sua propaganda di regime senza regno.

don Paolo Farinella

(2 novembre 2016)




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29 ottobre 2016

SETTIS

Renzi-Boschi, Settis: “Una pessima riforma che non affronta i veri problemi del Paese”


di Salvatore Settis, da ilponterivista.com

Ritengo necessario pronunciare un energico no alla riforma costituzionale Renzi-Boschi, per considerazioni specifiche che ho meglio articolato nel mio recente libro Einaudi "Costituzione! Perché attuarla è meglio che cambiarla".

Secondo Piero Calamandrei, «quando il Parlamento discuterà pubblicamente la Costituzione, i banchi del governo dovranno esser vuoti; estraneo del pari deve rimanere il governo alla formulazione del progetto, se si vuole che questo scaturisca interamente dalla libera determinazione dell’assemblea sovrana». Questo galateo istituzionale è stato violato brutalmente dal governo Renzi.

Questa e altre (numerose) improprietà e forzature nella procedura non basterebbero da sole a giustificare un pieno no, che solo il merito della riforma può, anzi deve, innescare. Lo giustificano, invece, altre ragioni, per esempio:

- con scelta politica quanto mai impropria, la proposta di riforma si è intrecciata a una nuova legge elettorale (detta Italicum), che pur essendo stata fatta dopo la sentenza della Corte costituzionale che condannava il Porcellum bollandone la «illimitata compressione della rappresentatività dell’assemblea parlamentare, incompatibile con i principî costituzionali», ha ribadito, truccandoli, i due motivi di incostituzionalità di quella legge, un irragionevole premio di maggioranza (di fatto assegnabile, al secondo turno, anche a una minoranza, poniamo del 20%), e un meccanismo che favorisce i nominati e limita le scelte degli elettori;

- confuse campagne di disinformazione hanno oscurato la vera natura della riforma, presentandola come «la fine del monocameralismo», mentre il Senato sopravvive, in un intrico di competenze dello sterminato art. 70, che non meno di 11 ex presidenti della Corte costituzionale hanno denunciato come fonte di conflitti di competenze e ritardi nelle procedure;

- l’abolizione dei Consigli provinciali (elettivi), lasciando le Province presidiate dai prefetti, che dipendono dal governo, si congiunge a un Senato di nominati dalla politica, a una Camera per oltre il 50% condizionata dalle nomine dei “capi” dei partiti; cioè corrisponde a una forte diminuzione della democrazia;

- il meccanismo di elezione del presidente della Repubblica (art. 83), che dal settimo scrutinio prevede una maggioranza dei 3/5 non dei componenti il collegio elettorale, ma dei votanti, comporta una violenta delegittimazione della più alta carica dello Stato;

- con la modifica dell’art. 67 i membri del Senato non rappresenteranno più la Nazione eppure del Senato faranno parte di diritto gli ex presidenti della Repubblica, derubricati a rappresentanti delle autonomie locali: ulteriore delegittimazione della figura del capo dello Stato e della sua funzione.

Queste sono solo alcune delle storture di una pessima riforma, che non affronta i veri problemi del Paese, dalla corruzione all’evasione fiscale, dalla disoccupazione alla decrescita infelice della produzione. Una riforma voluta da un governo che intanto nulla fa per attuare gli articoli della Costituzione fino a oggi rimasti lettera morta (per citare un solo esempio, l’art. 3 sul diritto al lavoro).

(26 ottobre 2016
)




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