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16 gennaio 2021

KANT E QUELL'IRRINUNCIABILE FATICA DEL PENSARE


di TERESA SIMEONE

L’etica rigorosa di Kant non è lontana dalla nostra vita: lo vediamo in questi giorni quando il concetto di libertà è da alcuni assolutizzato e contrapposto a quello della sicurezza che lo limiterebbe e ci si chiede cosa significhi moralità in un sistema democratico.

Un bel libro di Carlo Sini e Telmo Pievani, pubblicato qualche mese fa, E avvertirono il cielo, riprende un’espressione di Gianbattista Vico con cui si fa riferimento al nascere della cultura. Cultura, ovviamente, è il segno che lascia l’intelligenza umana ogni volta che, davanti a un problema, si sforza per trovarvi una soluzione. Il che non è contrario alla natura, ma obbedisce alle prerogative della natura stessa, quella umana. Non si tratta cioè di espungere la cultura dalla natura o viceversa, ma di individuare un ponte, come ha scritto Cavalli-Sforza, tra evoluzione biologica ed evoluzione culturale. La questione, dunque, non è stabilire un primato tra ciò che è naturale e ciò che è culturale perché non possiamo fare a meno di comportarci come esseri dotati di ragione e dunque di una forza che cerchi di regolamentare le pulsioni istintuali, tenendo a bada la dimensione strettamente biologica, quanto piuttosto cercare le connessioni tra le due sfere.

Kant ha colto molto bene la bidimensionalità dell’essere umano nella necessaria tensione tra sensibilità e ragione che si svolge in campo pratico: noi siamo sempre in lotta tra due forze che vorrebbero prevalere l’una sull’altra e che dobbiamo equilibrare. In questo sta la nostra essenza di esseri liberi e morali. Se fossimo soltanto istinto non avremmo alcun merito o demerito nel comportarci in un certo modo perché non ci sarebbe libertà: un animale è determinato ad agire dalla sua natura e, come tale, non può essere giudicato secondo categorie morali. Non c’è un leone cattivo da un lato e una cerbiatta buona dall’altro, né un agnello tenero e un lupo crudele: i loro comportamenti sono insindacabili perché fuori dagli schemi concettuali e morali introdotti dall’essere umano. Allo stesso modo, se fossimo mossi soltanto dalla ragione, una ragione assolutizzata e sublimata, non saremmo meritevoli per le azioni corrette, dal momento che in noi agirebbe sempre tale pienezza di giudizio che non ci farebbe commettere errori. Saremmo nella “santità”. Non fallibili né condannabili e dunque non responsabili. Eticamente non connotati.

Nonostante sia guidato, ma non determinato dalla ragione, l’essere umano non segue, perciò, un piano razionale predefinito: essa procede per tentativi e, proprio per questo, suo compito è sviluppare le disposizioni naturali, pur nella consapevolezza che l’uomo, il cui tempo è insufficiente, non riuscirà mai a completarle in vita. Se la natura gli ha dato la ragione, scrive Kant, è perché ha voluto che fosse più destinato alla stima razionale di sé che al benessere, più a rendersi degno della felicità che a conseguire la felicità stessa.

In tal senso la morale non è la dottrina che ci insegna come dobbiamo farci felici, ma come dobbiamo diventare degni della felicità. L’uomo si agita nel mondo, lotta nella storia, mosso da ambizione, vanità, orgoglio non per conseguire felicità, ma per esprimere i propri talenti e rivendicare diritti. La terra, anche secondo Kant, non è, dunque, un’arcadia pacificata, ideale, metastorica ma uno spazio di contrasti e affermazioni di sé, come vuole e spinge la naturale, problematica e critica razionalità dell’uomo. E la moralità, infatti, altro non è che una costrizione che sentiamo operante dentro di noi. È una legge: universale, assoluta, incondizionata.

Eppure, anche se per Kant è incondizionata, agisce sempre all’interno di un essere umano finito e dunque influenzato dalla sua condizione. Ecco perché la ragione è sempre in lotta con la parte sensibile dell’uomo che le oppone una resistenza e fa sì che tale legge morale assuma la forma del “dovere”. Nello sforzo con cui l’uomo riesce a de-condizionarsi rispetto alla propria natura istintuale è la misura della sua moralità. Sappiamo bene che quella di Kant è un’etica prescrittiva, non descrittiva: non riguarda l’uomo qual è, ma l’uomo quale dovrebbe essere, non come si comporta ma come dovrebbe comportarsi. Eppure questa necessità non nega la libertà, anzi la potenzia: nella tensione tra ragione e sensibilità c’è la consapevolezza che si debbano vincere le proprie inclinazioni naturali ma che vi si possa anche cedere così come possano essere violate le disposizioni che impone la ragione. Che, non dimentichiamolo, implica sempre l’assunzione di un rischio. D’altronde Kant non sottovaluta i limiti della condizione umana, opponendosi al fanatismo morale di chi crede che sia possibile la perfezione etica. La santità, come realizzazione compiuta della virtù, non è di questo mondo. La virtù è “intenzione morale in lotta” e non adesione naturale spontanea. Come hanno giustamente sottolineato a proposito della filosofia kantiana Abbagnano e Chiodi, la moralità non è la razionalità necessaria di un essere pensante infinito, ma la razionalità possibile di un essere che può decidere di assumere o non assumere la ragione come guida della condotta. A più riprese il filosofo salernitano ha ricordato che "se l'Illuminismo aveva portato dinanzi al tribunale della ragione l'intero mondo dell'uomo, Kant si propone di portare dinanzi al tribunale della ragione la ragione stessa, per chiarirne in modo esauriente strutture e possibilità"[1]. In questo senso, nella Critica della Ragione pura “la critica è “della” (der) ragione sia nel senso che la ragione è ciò che viene resa argomento di critica, sia nel senso che essa è ciò che mette in atto la critica”[2]. Ugualmente conclude Pietro Chiodi quando sottolinea che l'intento di Kant è proprio quello di "reperire nel limite della validità la validità del limite"[3]. Niente a che vedere con la ragione infinita di un Cartesio, giusto per intenderci, ma anche andando oltre gli stessi intenti dei philosophes.

Questo amor hominis intellectualis che impronta l’opera kantiana, l’impossibilità di “togliersi di dosso la qualità di uomo”, è il riconoscimento della grandezza/piccolezza dell’essere umano il cui pensiero è finito, certamente, ma, pascalianamente, consapevole di esserlo. La sua dignità è un dato incontrovertibile: affonda nella coerenza interiore, presupposto essenziale di ogni comportamento virtuoso, di ogni azione, cioè, la cui forza non sia nella conformità alla legge esterna, alle convenzioni, ai precetti religiosi, ma unicamente alla norma il cui fondamento è nella ragione. Si può, pertanto, essere d’accordo o dissentire riguardo al suo ferreo, quasi glaciale, rigorismo ma le pagine che ha scritto nella Fondazione della metafisica dei costumi, nella Critica della ragion pratica e negli altri scritti morali sul senso alto della dignità difficilmente hanno un riscontro altrettanto chiaro in altre opere filosofiche.

Innumerevoli sono gli esempi di agire morale che porta in esse. Anche da un punto di vista pragmatico, le formule dell’imperativo categorico, proprio perché formali e non condizionate da alcun contenuto, possono costituire una guida valida in ogni tempo e sganciata da situazioni storiche precise. Così quando scrive “Opera in modo che la massima della tua volontà possa sempre valere in ogni tempo come principio di una legislazione universale“[4], non ci dice cosa dobbiamo fare nello specifico ma, proprio per questo, ci dà un riferimento valido per qualsiasi nostra azione.

Antonio Cassese dedica al filosofo di K?nigsberg passi importanti: nel suo I diritti umani oggi scrive che tra i tanti pensatori, leader religiosi e politologi, chi ha colto meglio il concetto di dignità umana è stato proprio Immanuel Kant che nella Fondazione della metafisica dei costumi (1785) osserva come “Nel regno dei fini, tutto ha un prezzo o una dignità. Ciò che ha un prezzo può essere sostituito con qualcosa d’altro a titolo equivalente; al contrario, ciò che è superiore a quel prezzo e che non ammette equivalenze, è ciò che ha una dignità.[…] L’umanità è essa stessa una dignità: l’uomo non può essere trattato dall’uomo (da un altro uomo o da se stesso) come un semplice mezzo, ma deve essere trattato sempre anche come un fine”. L’uomo come homo phaenomenon, elemento del mondo sensibile, è mediocre, modesto, un essere naturale come tutti gli altri, ma come homo noumenon, membro del mondo intellegibile, non può essere considerato come un mezzo per i fini altrui o anche per i propri fini. A tale proposito, Cassese riporta un episodio che fa capire quanto il discorso di Kant non rimanga su un piano puramente astratto, ma possa essere applicato alla vita reale ben più diffusamente di quanto si possa credere. Nel 1991, in Francia, nella cittadina di Morsang-sur-Orge, il titolare di una discoteca decise di inserire tra le sue attrazioni il “lancio del nano”, con cui permetteva ai clienti di “giocare” e di vincere a chi l’avesse lanciato più lontano. Il sindaco vietò l’attrazione ma i proprietari si rivolsero al tribunale amministrativo di Versailles che diede ragione alla società. Il primo cittadino impugnò la sentenza davanti al Consiglio di Stato che a sua volta l’annullò in nome di quella che può essere definita la nozione di “dignità umana”. Rifacendosi alla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, oltre che alla giurisprudenza francese, il supremo organo di giustizia osservò che utilizzare “come proiettile una persona affetta da un handicap fisico, e presentata come tale […], lede la dignità della persona umana”. È vero, si riconobbe, che il nano aveva scelto liberamente di sottoporsi al lancio e che invocava il principio del “diritto al lavoro” e la “libertà dell’impresa e del commercio” ma si ritenne, altresì, che il rispetto della persona umana dovesse prevalere sia sulla volontà del nano sia sui diritti di libertà da lui accampati. Kant avrebbe risposto che il nano non poteva accettare di ridurre se stesso a mezzo di divertimento di altri perché doveva considerarsi un fine in sé. [5] Nessuno, cioè, può rinunciare volontariamente alla propria dignità e fare della propria umanità merce di profitto.

Non è tanto lontano dai mille casi della vita l’etica rigorosa di Kant: lo vediamo anche in questi giorni quando il concetto di libertà è da alcuni assolutizzato e contrapposto a quello della sicurezza che lo limiterebbe e quando ci si chiede cosa significhi moralità in un sistema democratico, se scegliere di proteggere chi si sente vulnerabile o rivendicare fino in fondo le proprie libertà individuali.

Kant non è comodo, anzi è scomodissimo nell’impedire che ci costruiamo alibi per i nostri comportamenti o le nostre ipocrisie, quando riteniamo di tacitare la coscienza elargendo un obolo a chi mendica o sostituendo il rispetto, doveroso per ogni essere umano, anche il più riprovevole, con la pietà autoassolutoria. Scomodissimo quando sostiene che non è la religione a fondare la morale, ma la morale, tutt’al più, la religione e che barattare una buona azione con l’ingresso in Paradiso non ha nulla di etico o quando bolla come immorale un’azione fatta nella fredda applicazione di una legge positiva e non come adesione al principio etico che dovrebbe informarla, quando stigmatizza la necessità di sanzioni là dove l’azione dovrebbe essere libera da imposizioni esterne, quando ci richiama a un’autonomia morale che un obbligo, quale quello di un controllo eteronomo, renderebbe condizionata. È scomodo quando biasima il nostro bisogno di tutori, pur maggiorenni di età; quando ci ammonisce dall’affidare ad altri la salvezza della nostra anima o la cura della nostra mente; quando smaschera la speranza in qualcuno che ci guidi come attitudine a seguire piuttosto che ad assumerci l’onere della scelta. “Se ho un libro che pensa per me, un direttore spirituale che ha coscienza per me – scrive nel saggio Che cos’è l’illuminismo? - un medico che decide per me sulla dieta che mi conviene, ecc., io non ho più bisogno di darmi pensiero per me. Purché io sia in grado di pagare, non ho bisogno dì pensare: altri si assumeranno per me questa noiosa occupazione”. Ci schermiamo tutti gridando che vogliamo essere “il capitano della nostra nave” salvo poi, alla prima occasione, quando guidare significa assumersi responsabilità,  applaudire all’homme fatal, affidarci al capo-padre-signore, quello che ci protegge dagli sbagli e decide per noi dove dobbiamo andare. Non è il caso di scomodare filosofi che hanno individuato nella scelta la fonte dell’angoscia e vissuto la libertà come condanna per capire quanto ansiogena sia la condizione dell’uomo che ha fatto del “Sapere aude!” la massima della propria condotta. Eppure è in quell’atto di coraggio, che apre a nuove possibilità, che diventa Sprung, cioè salto verso il futuro[6], la fonte della nostra dignità. È lì, nell’autonomia intellettuale e morale con cui la volontà si conforma alla razionalità, affrancandosi dall’eteronomia di un condizionamento.

La morale kantiana non è esente da critiche: molti sostengono che alla sua etica del dovere, per cui un’azione è buona in sé, indipendentemente dalle conseguenze, si dovrebbe preferire un’etica utilitaristica come quella di Bentham, ad esempio, ben più adatta a una realtà in cui si deve pur agire in vista di un principio di convenienza comune, sulla base, cioè, di un calcolo dei vantaggi e degli svantaggi e della ricerca della “massima felicità per il maggior numero di persone”. In tale dibattito più attuale potrebbe essere il ricorso a Weber e alla sua distinzione tra “etica della convinzione” e “etica della responsabilità”. Col riferimento alla prima, come sappiamo, Weber valuta l’agire in base alle intenzioni che ne sono a monte, ai convincimenti interiori, senza badare ai mezzi e alle conseguenze legati alla loro realizzazione; per quanto riguarda la seconda, invece, l’agire si giudica in base alle conseguenze esteriori che produce e ai mezzi utilizzati. Per il carattere “realistico”, quest’ultimo risulta una specie di equivalente etico dell’agire razionale rispetto allo scopo e quindi, in qualche modo, più consono all’agire politico anche se, quando scrive “Pertanto l’etica della convinzione e quella della responsabilità non sono assolutamente antitetiche, ma si completano a vicenda, e solo formano il vero uomo, quello che può avere la ‘vocazione alla politica”, egli finisca per ammettere non una separazione ma una possibile integrazione tra le due forme.

Nell’essere umano agiscono tante forze: Hume, uno dei riferimenti culturali di Kant, parla di simpatia, il sentimento morale “comune a tutta l’umanità”, che si basa sulla percezione dell’utilità o dannosità di un’azione per i suoi simili per cui si può scegliere un’azione buona anche se non vantaggiosa per noi. Kant, in realtà, non sottovaluta che ci siano altri agenti alla base dei comportamenti umani ma nega che possano costituire una legge morale la quale, per essere tale, deve avere il carattere dell’universalità. Questa condizione è assolta dalla ragione che è presente in tutti gli uomini e che prescrive in maniera rigorosa di rinunciare a ogni piacere o vantaggio individuale. “La dignità del dovere non ha a che fare col godimento della vita; il dovere ha la sua legge speciale, ed anche il suo speciale tribunale”[7].

Per Kant ciò che è giusto è un bene perché è giusto, non giusto perché è un bene. Esclude, pertanto, una serie di giustificazioni che vorremmo addurre per i nostri comportamenti individuali: “Egli giudica dunque di potere fare qualche cosa, perché è conscio di doverlo fare, e conosce in sé la libertà che, altrimenti, senza la legge morale, gli sarebbe rimasta incognita”[8].

D’altronde, “Soddisfare il comando categorico della moralità è sempre in potere di ognuno”[9]. È per questo che il Devi! si accompagna al Puoi: “Devi, quindi puoi!” È nel comando che scopro la possibilità di non obbedirgli e quindi la mia libertà.

Solo l’uomo, d’altronde, si rappresenta il dovere di agire per il dovere; solo l’uomo è soggetto a pressioni psicologiche che possono assoggettare la sua volontà e solo l’uomo può pensarsi come tenuto a vincerle. Solo l’uomo, cioè, è capace di pensare come un dovere assoluto il dovere di essere libero.[10]

E allora ciò che farà, come agirà non sarà condizionato da un luogo, da una situazione, da un’occasione ma dall’imperativo che sentirà in sé e al quale, non per interessi, sentimenti o vantaggi particolari, risponderà. Quante volte, dopo un’azione scorretta, abbiamo cercato di autoassolverci, trovare degli alibi al senso di colpa, vincere quel fastidio, pungente, sotterraneo, insuperabile. È lì, in quel disagio, che è rappresentato quello che siamo, la nostra moralità e la nostra libertà: se avvertiamo quella sensazione d’inadeguatezza è perché sentiamo che nel fondo della nostra coscienza avremmo potuto comportarci diversamente, scopriamo che eravamo, che siamo liberi.

La persona che cercasse di rispondere a quel comando, che volesse obbedire alla legge morale vivrebbe le mille difficoltà di un’esistenza sempre in bilico tra scacco e sacrificio, difficilmente felice. Ma, d’altronde, non è la felicità il fine della vita umana, di chi non può fare a meno di essere com’è, di chi tra la comodità della superficialità e la fatica dell’approfondimento, sceglie di essere, lo aveva già annunciato un illustre efesino, tra gli svegli. Di chi sceglie di resistere, in nome di una tensione ideale, di una pulsione di verità sempre più difficile da sostanziare in un’epoca di cedimento come quella che stiamo vivendo. Eppure c’è ancora chi resiste e cerca di non dimenticare che dopo di lui c’è una generazione che si troverà in eredità un mondo in cui dovrà poter continuare a vivere e a credere. In questo senso l’esempio di vita proprio di uno studioso di Kant, Pietro Chiodi, combattente e difensore della libertà, risalta limpido: egli stesso racconta, nella sua opera-diario Banditi, di come scelse di diventare partigiano dopo aver attraversato una strada piena di sangue, aver visto un carro con quattro cadaveri vicino al Mussotto e aver ascoltato un cantoniere che diceva: “È meglio morire che sopportare questo”. Di come non avrebbe potuto continuare ad accettare qualcosa che non l’avrebbe reso più degno di vivere. Perché c’è qualcosa in ognuno di noi che ci aiuta a non smarrire la strada e, anche se a fatica, a vigilare sulla nostra come sull’umanità di tutti gli esseri pensanti.




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16 gennaio 2021

Assassini torturatori e legion d'onore

La magistratura italiana ha incriminato alcuni alti esponenti dei servizi segreti egiziani per le torture e l’assassinio di Giulio Regeni, avvenuto quasi cinque anni fa. Già allora era evidente di chi fosse la responsabilità del crimine. Ora è iniziata l’azione penale, ciò che era ovvio per chi volesse capire diventa ufficiale in sede giudiziaria (naturalmente c’è la presunzione di innocenza fino al terzo grado di giudizio, ecc., ecc.).

Il presidente francese Macron il 7 dicembre ha insignito il presidente egiziano Al Sisi, da cui dipendono i servizi segreti che hanno torturato e assassinato il nostro (e di Macron) concittadino europeo Giulio Regeni, della Legion d’Onore, massima onorificenza d’oltralpe.

Corrado Augias ha immediatamente riconsegnato la Legion d’Onore di cui era stato insignito anni fa. Il suo gesto è stato immediatamente seguito da Sergio Cofferati, Giovanna Melandri e Luciana Castellina (quest’ultima per una diversa onorificenza francese).

Piero Fassino e Stefania Prestigiacomo, Pd e Forza Italia, hanno dichiarato che restituire la Legion d’Onore è uno sbaglio e, rinverdendo il Nazareno, se la sono tenuta. Emma Bonino anche se l’è tenuta, però soffrendo “imbarazzo”. Massimo D’Alema, Romano Prodi, Walter Veltroni, Dario Franceschini e molti altri politici italiani insigniti della Legion d’Onore non hanno detto una parola in proposito, dunque se la tengono ben stretta anche loro.

Offenderei Castellina, Augias, Cofferati e Melandri se dicessi che il loro è stato un gesto coraggioso, sono persone, tutte, consapevoli che il coraggio è altro, che il loro gesto è invece la sacrosanta reazione che dovrebbe essere automatica per ogni cuore democraticamente coerente. Viltà è piuttosto quella di chi questo elementare riflesso di coerenza democratica non l’ha avuto.

Poi ci sono però le istituzioni italiane. La magistratura ha iniziato l’iter giudiziario. E il Legislativo? E l’Esecutivo? Non hanno fatto nulla. Né rispetto al governo egiziano, perché non si può fingere che torture e assassinii perpetrati dai servizi segreti egiziani siano frutto di qualche “melamarcia deviata”, visti i quasi cinque anni di sistematico depistaggio del regime di Al Sisi, né rispetto alla massima onorificenza con cui Macron lo ha celebrato.

Ritirare l’ambasciatore italiano al Cairo, revocare le credenziali all’ambasciatore di Al Sisi a Roma, sono gesti simbolici, si dirà, e Al Sisi se ne fregherà altamente. Ma i gesti simbolici sono gesti, appunto, sono fatti, sono azione. Darebbero un segnale. E l’Italia dovrebbe portare la questione in sede europea. Se avesse un governo, naturalmente, e non un simulacro, che gode di un unico merito, involontario ma, ahimè, grandissimo: se cade e si va al voto arriva un Parlamento a stramaggioranza orbaniana, che elegge il pregiudicato Berlusconi al Quirinale e per cinque anni governa con il pre-fascismo di Salvini e Meloni. Non sono tempi radiosi, proprio no.





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30 novembre 2020

Tutti i complici del revenge porn

di Edoardo Lombardi Vallauri

In questi giorni si parla molto di revenge porn, per lo scalpore suscitato dalla vicenda della maestra di Torino il cui ex compagno ha diffuso materiale che la ritraeva in atteggiamenti sessuali, causandone il licenziamento dalla scuola dove insegnava.

Il modo in cui si usa la parola, in questo e in molti altri casi, è poco onesto; perché presenta le cose in una versione di comodo. Infatti si parla di questi episodi come se gli autori della vendetta e delle sue conseguenze fossero alcuni precisi, visibili colpevoli, e si sorvola su tutti gli altri. Cioè, si sorvola sul fatto che i colpevoli reali sono tantissimi, e che fra loro ci sono anche molti di coloro che puntano il dito contro i colpevoli più palesi.

Vediamo i colpevoli palesi:

1. La persona, tipicamente ex compagno, che per danneggiare una donna, o anche solo per vantarsi di essercisi accoppiato, diffonde prove visive di questi accoppiamenti.

2. Coloro che ne aumentano la diffusione girandoli sul web.

3. Coloro che a seguito di questa rivelazione adottano comportamenti ostili nei confronti di quella donna: pubblico disprezzo, oppure, come nell’ultimo caso, licenziamento motivato da questo disprezzo.

Ma se questo porn riesce a essere revenge, è perché l’intera società è complice. Di per sé un filmato non ti fa del male, non è come le percosse e le lesioni. Un filmato ti fa del male se la cosa che stavi facendo quando ti hanno filmato è una cosa brutta. Una cosa che, se venuta a sapere dagli altri, ti rovina. Ebbene, la diffusione di un filmato in cui fai sesso ti può rovinare perché la nostra società giudica male chi fa sesso. Se fosse solo una questione di pudore per la vista delle parti intime o di atteggiamenti intimi, un piccolo danno ci sarebbe, ma non si verrebbe licenziati. Né si deciderebbe di togliersi la vita, come purtroppo succede ogni anno a qualche vittima di questo tipo di vendetta, che lo fa perché si sente ormai rovinata agli occhi di tutti quelli che conosce.

Insomma, gli indispensabili complici del propagatore del filmato sono:

4. Tutti quelli che disapprovano e disprezzano chi fa sesso.

E non solo: come ho cercato di spiegare recentemente,[1] anche:

5. Tutti quelli che non lo disapprovano realmente, se non altro perché il sesso lo fanno anche loro; ma ne approfittano comunque per deridere, screditare o condannare chi lo fa, soprattutto se femmina, nelle mille forme che le relazioni sociali mettono a disposizione.

Schifoso modo di mettersi al di sopra degli altri, approfittando della persistenza di una morale ipocrita.

Cerchiamo di dare evidenza al ruolo che questa morale ha nel portare a effetto la vendetta; cioè, sforziamoci di realizzare la concreta corresponsabilità che ha, in ogni episodio di revenge porn, ciascun singolo benpensante di questa civiltà.

Se si trattasse di un danno oggettivo prodotto singolarmente da chi diffonde le immagini, e non del danno inferto da una morale scellerata, diffondendo delle foto o un video sarebbe possibile causare un danno altrettanto grave a una femmina e a un maschio. E invece il danno riguarda sempre una donna, perché questa morale giudica il sesso più colpevole nelle donne che negli uomini. Il danno, come si vede, dipende direttamente da diffuse credenze morali.

Se si trattasse di un danno oggettivo e non del danno inferto da una morale distorta che vede il sesso come colpevole, si potrebbe causare lo stesso danno diffondendo immagini dove la persona anziché sesso fa altre cose. Cose anche molto intime. Diciamo, delle foto o un video in cui va di corpo, o gioca nuda con i suoi bambini, o viene visitata dal ginecologo. Certo, un simile video darebbe fastidio perché violerebbe l’intimità; ma non causerebbe rovina, licenziamento, suicidio. Qui il danno grosso non è la violazione della privatezza, ma la perdita di rispettabilità. Un video in cui una donna fa sesso la danneggia come e più di un video in cui ruba, e molto più di un video in cui scarica immondizia in un corso d’acqua. La nostra civiltà, a parole, si finge emancipata e libertaria. Ma nei fatti, se viene reso pubblico che facevi sesso ti punisce molto di più che se inquini l’ambiente di tutti. Naturalmente i fatti rivelano la verità; e la nostra civiltà, in fatto di morale sessuale, con le parole mente.

Andiamo un po’ più a fondo, perché i complici del licenziamento della maestra di Torino non finiscono qui. Ne sono responsabili anche:

6. Tutti coloro che quando vedono in una pubblicità una donna in atteggiamento sessualmente provocante sostengono che l’immagine della donna in quella pubblicità viene svilita.

Di questo si è parlato recentemente anche su Micromega,[2] ma ripetiamolo brevemente.

Se rappresentare una donna in atteggiamento sessualmente provocante in una pubblicità è svilire e rappresentare male la donna, allora provocare sessualmente è un’azione che svilisce, e anche una maestra che fa cose di sesso è una maestra che si svilisce e si comporta/rappresenta male: quindi ha ragione la preside a considerarla incompatibile con l’insegnamento ai bambini. Per questo da anni continuo a ripetere che quella forma sessuofoba di "femminismo" che condanna ogni rappresentazione sessuale della donna è nemica delle donne. Un femminismo amico delle donne direbbe la verità, e cioè che una donna ha piena dignità anche in atteggiamenti sessuali; anche nel desiderare, invitare, accogliere l’uomo. Un femminismo che vede degradazione della donna ogni volta che la donna è associata al sesso (non come oggetto, ma come soggetto, quindi tipicamente quando invita al sesso) è un femminismo che dice brutte bugie, per la troppa voglia di vedere cattiveria negli uomini, e per la troppa voglia di credere che l’uomo, in quanto desiderante sesso con la donna, sia il nemico naturale della donna. Ma questo astio contro gli uomini conduce appunto a considerare il sesso come qualcosa che umilia e svilisce la donna, e quindi – oltre a perpetuare antiche repressioni – è anche un atteggiamento che sta in prima linea nel fornire il contesto culturale per il revenge porn. Le femministe italiane più intelligenti lo sanno bene. Speriamo che tutte le altre arrivino a capirlo.

Poi sono colpevoli dei danni del revenge porn, cioè gli permettono di essere quello che è anziché una quasi innocua diffusione di foto e video privati, anche:

7. Tutti coloro che sostengono che nel prostituirsi c’è ipso facto una umiliazione e una degradazione, anche se non c’è sfruttamento ma si tratta di una scelta libera.

Se la libera scelta di prostituirsi svilisce e degrada, mentre la libera scelta di lavorare nei campi, in catena di montaggio o dietro uno sportello non umilia e non degrada, la causa può essere solo che fare sesso svilisce e degrada. Per chi pensa che sia impossibile prostituirsi senza essere sviliti e degradati, lo svilimento non sta nel mettere a disposizione in cambio di denaro il proprio tempo, le proprie capacità, le proprie energie, ma sta nel mettere a disposizione il proprio sesso. Naturalmente è una bugia, e fare sesso non degrada una persona, quindi prostituirsi liberamente non svilisce. Ma il nucleo centrale della morale sessuofoba è purtroppo molto vivo, e fa molti danni, nella testa delle abolizioniste e degli abolizionisti della prostituzione, che quindi vedono in ogni caso degradazione nella vendita di sesso, e non nella vendita di tutte le altre cose.[3]

La lista dei complici si potrebbe allungare molto; noi fermiamoci ancora su una specifica categoria:

8. Quelli che si scandalizzano e considerano degradante che il sex appeal venga fatto valere da molte donne per procurarsi una migliore carriera e avere successo nella società.

Non parliamo dei casi in cui sono richieste competenze che mancano, e al loro posto si offrono servizi sessuali. Parliamo dei casi in cui il fascino fisico collabora a far percepire una persona come desiderabile o efficace nel ruolo che deve ricoprire; il che in molti ruoli è del tutto reale. Perché mai farsi apprezzare per la propria intelligenza o per la propria competenza non è degradante, e non lo è nemmeno farsi apprezzare per la propria disponibilità a sgobbare, mentre sarebbe degradante farsi apprezzare per la propria bellezza, cioè desiderabilità sessuale? L’intelligenza, la competenza, la diligenza e perfino il servilismo sono cose buone, e il sex appeal no? Di essere apprezzati per la propria bellezza, o di apprezzare la bellezza di qualcuno, bisogna vergognarsi? Be’, bisogna vergognarsene solo se ciò a cui serve il sex appeal, cioè essere desiderati e godere maggiormente del sesso, è male. Solo se il sesso è una cosa da cui una brava maestrina deve restare lontana.


Ma tutte queste sono quisquilie, al paragone della più nefasta specie di complici del revenge porn, e di ogni altra sofferenza che le persone subiscono a causa della colpevolizzazione del sesso:

9. Tutti i genitori che esplicitamente, o peggio ancora implicitamente, trasmettono ai loro figli e alle loro figlie l’idea che nel sesso ci sia qualcosa di male.[4]

Insomma, quando si parla di revenge porn non si è onesti se si punta il dito sui colpevoli diretti e si finge di non sapere chi sono tutti quelli che gli reggono il sacco, permettendo a questa pratica di essere l’orrore che è. Ognuno di noi che puntiamo il dito dovrebbe domandarsi se davvero non è complice dell’orrore. Cioè, se davvero è completamente libero, e completamente si astiene, da qualsiasi forma di screditamento del sesso. Di cui fa parte, in ultima analisi, anche ogni convinzione che il sesso debba avvenire solo all’interno di un legame impegnativo con una singola persona; cioè che il sesso sia una cosa non degradante solo se è riscattato dalla rinuncia al sesso con tutte le altre persone, e dall’amore.




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12 novembre 2020

Sconfitta Trump

La giustizia sociale quale prezzo da pagare per la sconfitta di Trump?



ddi Elisabetta Grande

Salvo colpi di scena dell’ultimo minuto da parte di un incumbent che non pare voler accettare il risultato, Joe Biden e la sua vice Kamala Harris, la prima donna – anche nera – a ricoprire una tale carica nella storia degli Stati Uniti d’America, hanno vinto una sfida elettorale davvero all’ultimo voto. Se Joe Biden è diventato presidente con il più alto numero di voti popolari nella storia statunitense, anche Trump ha però ottenuto un notevolissimo consenso, guadagnando molti più voti di quelli che gli avevano permesso di vincere nel 2016. Per quanto Biden e Harris abbiano surclassato per oltre quattro milioni di voti popolari i loro avversari, il margine di scarto in moltissimi Stati chiave è stato di strettissima misura e questo è un campanello d’allarme che non credo si possa trascurare. 

Ciò non soltanto per le conseguenze in termini di richiesta di nuovo conteggio dei voti cui in molti Stati ciò darà luogo – in quanto al di sotto di una certa soglia di scarto è previsto il riconteggio, automatico oppure a richiesta dei candidati – e quindi per il protrarsi della provvisorietà del risultato elettorale per circa un mese. Il dato è interessante soprattutto perché ci dice quanto, nonostante la drammatica recessione in corso e la pessima gestione della pandemia, Donald Trump sia andato vicinissimo alla vittoria. In una situazione analoga Herbert Clark Hoover perse nel 1932 con uno scarto enorme, in termini tanto di voto popolare (quasi il 18% in meno) che di seggi nel collegio elettorale (quasi l’80 % in meno), rispetto allo sfidante Franklin Delano Roosevelt. Come Donald Trump, Hoover ricoprì solo un mandato perché la crisi economica aveva spostato la massa del consenso popolare verso il partito opposto a quello al governo, nella speranza che il nuovo potesse far meglio del vecchio. Per quanto anche oggi Trump abbia perso, non si è assistito ad uno spostamento altrettanto massiccio di voti verso il partito democratico e forse è il caso di domandarsi il perché.

Ovviamente l’establishment del partito dà la colpa alla sinistra, accusandola di non averne appoggiato a dovere le scelte, ma a chi scrive la spiegazione sembra risiedere nella ragione opposta: ossia nella incapacità del partito democratico di coinvolgere e rappresentare la propria storica base sociale.  Appoggiato dai big donors, in particolare dai giganti della big tech – da Google a Facebook, da Apple a Twitter, ormai divenuti ostili a Donald Trump, il cui l’Attorney General William Barr ha perfino osato intentare una causa contro Google per abuso di posizione dominante – che ne hanno lautamente finanziato la campagna (solo il cofondatore di Facebook, Dustin Moskovitz, ha donato più di 20 milioni a Future Forward, uno dei super Pacs democratici),

Joe Biden non ha in nessun modo tenuto in considerazione le esigenze di chi oggi ha più che mai bisogno di aiuto economico. Mentre Nancy Pelosi – indifferente alle necessità dei tantissimi deboli che finiscono ogni giorno sul lastrico, che non hanno più da mangiare (un newyorkese su quattro) o che subiscono sfratti che li catapultano su strade ormai affollate da senza tetto – per pura strategia politica non si accordava con Trump al fine di offrire agli americani impoveriti dalla crisi un po’ di sollievo con un nuovo stimulus bill, Joe Biden faceva alleanze con i repubblicani (dal clan dei Bush a quello dei McCain) per attirare i voti della base politica dell’avversario. 

“Per ogni voto democratico che perderemo ne guadagneremo due repubblicani” diceva Chuck Schumer, leader della minoranza democratica al Senato, ai tempi della campagna di Hillary Clinton. Allora i Dem persero, oggi invece nel riprovarci hanno vinto, al prezzo tuttavia di dichiarare apertamente e definitivamente morto ogni anelito di cambiamento a favore di una maggiore giustizia sociale.

“No justice, no peace” hanno gridato 26 milioni di persone per le strade in questi mesi, nella speranza di ottenere un’inversione di rotta rispetto a un sistema che da quarant’anni a questa parte, indipendentemente dal partito al governo, permette all’un per cento di depredare la stragrande maggioranza della popolazione, soprattutto se nera, provocandone il progressivo impoverimento.

Difficile credere che una simile richiesta sarà fatta propria da chi, come Joe Biden, si presenta quale presidente bipartisan. I poteri forti continueranno a determinare le sorti di un paese, le cui elezioni – da Obama in poi (che per primo nel 2008 aveva rifiutato il finanziamento pubblico per sfondare in campagna elettorale il tetto di spesa che altrimenti gli sarebbe stato imposto) e soprattutto da Citizen United in poi (la nota pronuncia della corte Suprema del 2010 che ha aperto le porte ai finanziamenti illimitati delle campagne elettorali da parte delle corporation) – sono ostaggio del danaro.

La gioia per la sconfitta di chi, puntando su una pericolosissima strategia di conflitto e divisione fra le persone, per quattro anni con genio diabolico ha – come nessuno mai – messo in evidenza le contraddizioni del sistema statunitense fino quasi a farlo esplodere, non può far apparire come oro ciò che non lo è. Il prezzo pagato potrebbe, infatti, essere talmente alto da trasformare velocemente il gusto dolce della vittoria in quello amaro del dispiacere di dover constatare la mutazione definitiva di un partito che sembra aver dimenticato per sempre che cosa significa prendere posizione a favore di chi non ha.  

(9 novembre 2020
)




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29 ottobre 2020

MICROMEGA

MicroMega 6/2020: “Prostituzione: sesso, denaro, potere / Stati Uniti: democrazia a rischio” - Presentazione e sommario


Il nuovo numero della rivista diretta da Paolo Flores d’Arcais, in edicola dal 17 settembre, presenta ai lettori due focus: uno dedicato alla prostituzione, l’altro incentrato sugli Stati Uniti tra Covid-19, elezioni e proteste.

La sezione dedicata alla prostituzione si apre con il caleidoscopio offerto dalle testimonianze che Elettra Santori ha raccolto tra chi la prostituzione la vive (o l’ha vissuta) in prima persona. Caleidoscopio che ritorna anche nel saggio di Giulia Selmi, che propone un quadro delle varie forme di prostituzione. Oria Gargano ci racconta invece la tratta delle schiave, che dall’Africa porta sulle strade delle nostre città le primogenite di tante famiglie, “sacrificate” per sconfiggere la miseria. Carlotta Rigotti mette a confronto alcuni modelli legislativi europei: dal proibizionismo croato alla legalizzazione tedesca, passando per il modello svedese. Giorgia Serughetti ci offre una fotografia dei clienti, mettendo in luce come essi non costituiscano un gruppo omogeneo, né per estrazione sociale né per età né per tipologia di prestazioni richieste.

Anche Riccardo Iacona punta i riflettori sui clienti, evidenziando come nello scambio con la prostituta il vero oggetto non sia il sesso in quanto tale bensì il potere. Simona Argentieri analizza i clienti da un punto di vista psicoanalitico, indicandone un denominatore comune: l’autoreferenzialità e il non riconoscimento dell’alterità. Edoardo Lombardi Vallauri esamina lo stigma di cui è avvolta la parola “prostituta”, concludendo che il vero scandalo – per la morale cattolica di cui siamo intrisi – risiede nel fatto che si tratta di sesso fuori da legami impegnativi. Sui nodi soggiacenti alla questione e su quali politiche pubbliche in materia sarebbe più opportuno adottare si confrontano quattro femministe, per coprire per il possibile l’intero spettro delle posizioni che dividono il movimento: Daniela Danna, Giulia Garofalo Geymonat, Monica Lanfranco e Barbara Bonomi Romagnoli. Infine Marilù Oliva e Mario Sesti ci conducono rispettivamente tra le pagine e le immagini che letteratura e cinema hanno dedicato a chi del sesso ha fatto un mestiere.

La sezione dedicata agli Stati Uniti, altrettanto ricca, vede invece i saggi di Elisabetta Grande, che illustra come le storiche diseguaglianze degli Stati Uniti si siano acuite durante la pandemia; Fabrizio Tonello, che ci spiega passo passo la grande truffa del sistema elettorale americano; Alessandra Lorini, che ci racconta le radici delle proteste del movimento Black Lives Matter e perché queste abbiano nel mirino monumenti e altri simboli confederati; Martino Mazzonis, che ci spiega da dove origina l'attivismo politico e sociale americano cui assistiamo; Gregg Gonsalves e Amy Kapczynski, che lanciano la proposta di ricostruire l’economia Usa da zero, attraverso un massiccio programma di posti di lavoro che garantisca la salute pubblica di tutti e che metta al centro il prendersi cura gli uni degli altri; Phillip Atiba Goff, Sam Sinyangwe, J. Scott Thomson, Alicia Garza, Vanita Gupta ed Emily Bazelon, che si confrontano su come andrebbe riformata la polizia in America in un’ottica più ampia che mira a combattere il razzismo sistemico e le disuguaglianze; Guido Caldiron, che, infine, ci offre una cronologia su Donald Trump, presidente da “guerra civile”.

VIDEO PRESENTAZIONI

IL SOMMARIO

ICEBERG 1 - prostituzione: sesso, denaro, potere
Elettra Santori - La prostituzione dal vero. Sei interviste sul campo
“Credo che un rapporto sessuale debba avvenire con spontaneità, quando c’è vera attrazione tra due persone, non riesco a concepire che questo possa essere considerato un lavoro”. “È un lavoro divertente, in cui sono io a dettare le regole”. “Il lavoro sessuale è un lavoro, ma non un lavoro come un altro”. “Non c’è dignità, non c’è pace nella prostituzione, nemmeno quando è volontaria”. “Si può fare sex work in modo creativo, gioioso, piacevole”. “Legalizzare la prostituzione significa legalizzare la schiavitù”. “L’escort non ci pensa affatto a combattere il neoliberismo e il materialismo dei consumi, vi nuota dentro come i pesci negli abissi”. Sono le voci, plurali, di chi la prostituzione la vive (o l’ha vissuta) in prima persona.

Giulia Selmi - Prostituzioni: sostantivo femminile plurale
C’è chi ha scelto di prostituirsi, e chi non ha altra scelta se non prostituirsi. C’è chi è costretta a vendere il proprio corpo per strada cedendo gran parte del proprio guadagno alle organizzazioni criminali, e chi riceve i clienti in casa propria, selezionandoli e riuscendo a mettere insieme un reddito. C’è chi vende prestazioni sessuali virtuali, e chi è costretta ad assecondare i desideri dei clienti finita la lap dance. Il mondo della prostituzione è un caleidoscopio dalle mille sfumature. Coglierle è il primo passo per capire come affrontare il fenomeno.

Oria Gargano - La tratta delle schiave   
La storia è sempre, tristemente, la stessa. Punto di partenza è la miseria e la mancanza di prospettive nel paese di origine. Di qui la decisione di ‘sacrificare’ la primogenita, spedendola in Europa per mantenere la famiglia. E quindi il deserto, e infine i lager libici, dove le ragazze sono torturate e violentate per mesi in attesa che una maman le chiami in Europa. Dove arrivano sperando di iniziare a lavorare come parrucchiere, mentre si ritrovano sui marciapiedi per ripagare i debiti contratti durante il viaggio. Diventando oggetto del desiderio di milioni di normalissimi uomini che, più o meno consapevolmente, si fanno complici di questa disumana vergogna.

Carlotta Rigotti - Prostituzione e diritto: alcune riflessioni sui modelli legislativi europei
Nel 1958 in Italia entra in vigore – dopo un lungo dibattito in parlamento e nella società – la legge Merlin che chiude i bordelli e rende di fatto la prostituzione illecita, sebbene non punisca chi si prostituisce né i clienti, ma coloro che dalla prostituzione traggono profitto. Una pietra miliare nella storia italiana, che oggi mostra però i suoi limiti. Come anche gli altri modelli normativi presenti sul territorio dell’Unione europea: dal proibizionismo croato alla legalizzazione tedesca, passando per il modello svedese che ha tentato di ribaltare la prospettiva, puntando i riflettori sui clienti.

Giorgia Serughetti - Consumatori o carnefici? La realtà è più complessa
Tutte le ricerche empiriche dimostrano che i clienti delle prostitute non sono un gruppo omogeneo, né per estrazione sociale né per età né per tipologia di prestazioni richieste. Rappresentazioni troppo riduttive della domanda di prostituzione non consentono di mettere in luce il tema complesso della responsabilità. Chi parla del cliente come normale consumatore tenderà a sollevarlo da ogni responsabilità per le condizioni di diseguaglianza in cui ha origine lo scambio di servizi sessuali per denaro. Chi invece sposa la visione del cliente-carnefice gli addosserà quasi interamente la responsabilità dell’esistenza della prostituzione, ignorando il ruolo svolto, oltre che dalle leggi del mercato, dalle politiche pubbliche in diverse materie.

Riccardo Iacona - Donne fatte a pezzi
Nei bordelli legalizzati tedeschi ci sono le offerte ‘3 per 2’ o quelle ‘all you can fuck’: paghi una certa cifra e puoi fare tutto quello che vuoi finché il pene – che hai magari dopato con il Viagra – ti regge. A frequentarli sono uomini di tutti i tipi, di tutte le età, di ogni categoria sociale, con vite sociali e affettive spesso normalissime. Ma com’è possibile che un uomo senza nessuna particolare patologia possa vivere l’incontro sessuale come fosse una scorpacciata? La risposta la si trova leggendo i commenti dei clienti sui siti specializzati: è una partita di potere, nella quale la donna viene fatta a pezzi, ridotta alle singole prestazioni. E annullata in quanto persona.

Simona Argentieri - Love for sale. I clienti delle prostitute sul lettino di una psicoanalista
Il fenomeno della prostituzione è molto variegato e anche fra i clienti le tipologie umane che si incontrano sono le più diverse. Nonostante questa grande varietà è tuttavia possibile da un punto di vista psicoanalitico rinvenire un denominatore comune: l’autoreferenzialità e il non riconoscimento dell’alterità. Non riuscire a integrare dentro e fuori di sé i due livelli della relazione, quello primario dell’unione tenera senza conflitto e quello delle pulsioni irruente e disturbanti della seduzione e dell’eccitazione. Nell’andare con una prostituta non occorre infatti preoccuparsi della qualità della performance, dei preliminari o dei tempi del congedo, poiché non si deve tener conto dell’altra persona.

Edoardo Lombardi Vallauri - Lo stigma della prostituta e l’ipocrisia della cultura cattolica dominante
La parola ‘prostituta’ – e ancor di più altri sinonimi usati per indicare la donna che vende servizi sessuali – è avvolta da un tale stigma da impedire a chiunque di usarla in maniera neutra. Tanto che si deve far ricorso a neologismi – escort, sex worker, lavoro sessuale – per poter affrontare l’argomento senza tema di risultare offensivi. Ma da dove deriva questo stigma? Dal fatto che le prostitute vendono il proprio corpo come fosse una merce, si dice. Ma l’avvocato non fa forse qualcosa di simile quando vende le proprie competenze ai clienti, non di rado colpevoli? No, il vero scandalo della prostituzione sta nel fatto che si tratta di sesso fuori da legami impegnativi. È questo che la nostra cultura cattolica non tollera.

Marilù Oliva - Postriboli, bordelli e altre pagine dove si acquista il piacere
Dall’antichità all’epoca contemporanea, il mondo della letteratura pullula di storie che hanno per protagoniste prostitute e meretrici. Da Cicerone a Catullo, da Alberto Moravia a Dacia Maraini, passando per Guy de Maupassant, Fëdor Dostoevskij, Gabriel García Márquez e molti altri: viaggio tra le pagine che grandi scrittori e scrittrici hanno dedicato a chi del sesso ha fatto un mestiere.

Mario Sesti - Prostitute sul piccolo e grande schermo
Dalla Catherine Deneuve di Luis Buñuel alla Julia Roberts che fa innamorare Richard Gere, passando per la Audrey Hepburn di Colazione da Tiffany: tre esempi che già da soli mostrano come il cinema abbia contribuito in maniera decisiva a plasmare il nostro immaginario in materia di prostituzione. Ma vendere sesso per denaro è una pratica molto più pericolosa e tragica di quanto la settima arte sia mai riuscita a mostrare. A passeggio con uno dei più importanti critici del nostro paese tra le ‘belle di giorno’ dello schermo.

TAVOLA ROTONDA 1
Daniela Danna / Giulia Garofalo Geymonat / Monica Lanfranco Barbara Bonomi Romagnoli - Prostituzione e femminismo: un dibattito aperto
Libera scelta o stupro a pagamento, sistema di violenza o lavoro (quasi) come un altro: quattro femministe si confrontano – da posizioni piuttosto distanti – su una delle questioni più discusse all’interno del movimento, interrogandosi su quali politiche pubbliche in materia sarebbe più opportuno adottare.

ICEBERG 2 - Stati Uniti: democrazia a rischio
Elisabetta Grande - Pandemia diseguale: la lezione americana
Prima del coronavirus l’economia Usa era descritta come forte, anzi fortissima. Poco importava che quella ricchezza non fosse per nulla equamente distribuita, al punto che l’1 per cento della popolazione deteneva il doppio di ciò che possedeva il 90. Come se non bastasse, oggi qualcuno tenta di farci credere che la Covid-19 possa funzionare quale strumento di riduzione di queste disuguaglianze, che agisca come una sorta di ‘livella’, colpendo tanto i ricchi quanto i poveri. Mai narrazione è stata però più errata. E strumentale.

Fabrizio Tonello - La grande truffa del sistema elettorale americano
E se Trump fosse confermato alla Casa Bianca senza che il popolo americano abbia possibilità di esprimersi? Sembra fantapolitica ma sarebbe tecnicamente possibile. Come del resto è stato possibile che due degli ultimi tre presidenti degli Stati Uniti siano stati eletti, nel loro primo mandato, da una minoranza dei votanti. Il tutto si deve a un sistema elettorale tutt’altro che rigoroso e men che meno democratico. A riecheggiare è la domanda che nel 2002 si pose lo storico del diritto Paul Finkelman: “Com’è successo che gli Stati Uniti abbiano escogitato un modo così folle di eleggere un presidente?”.




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18 settembre 2020

MONICA LANFRANCO

Giovani senza empatia: un pericolo per la convivenza

monicalanfrancoTra le tante analisi e commenti sulle terribili violenze dei giorni scorsi, dallo stupro di gruppo di due minorenni inglesi a in provincia di Matera all’uccisione di Willy a Colleferro con calci e pugni da un gruppo di delinquenti già noti per bullismo e violenze fino all’assassinio, da parte del fratello, di una giovane donna per la sua relazione con una persona trans mi hanno colpito le parole del sociologo De Rita, fondatore del Censis e voce autorevole dell’analisi sociale: ”L’Italia è capace di esaltare la marginalità ma non di gestirla nella sua quotidianità. Ai nostri figli insegniamo a essere i primi. E c’è chi lo fa con i pugni”.

Già: evidentemente in molte famiglie ritenute ‘normali’ si insegna a primeggiare, non a rispettare, condividere, amare, perché prioritari è l’affermazione individuale.

Prima gli italiani, prima la mia famiglia (e nemmeno sempre tutta la famiglia, dipende), prima io.

La felicità, che è tale qui sulla terra solo se in rapporto con la bellezza e l’armonia della convivenza tra umanità e natura) sembra essere un concetto uscito dall’orizzonte educativo e relazionale, se mai lo abbiamo davvero preso in considerazione.

De Rita ha riassunto in poche righe quello che negli ultimi quindici anni verifico negli incontri a scuola con gruppi di giovani rispetto al sentire sulle relazioni con l’altro sesso, (e sulla sessualità in generale): un affresco sulla giovane maschilità che ho raccolto nell’inchiesta Crescere Uomini.

Una maschilità spesso tossica e senza consapevolezza di esserlo, perché di rado i ragazzi hanno avuto un confronto diretto con i loro adulti di riferimento, dal momento che sono i canali porno on line la fonte prioritaria attraverso la quale ‘imparare’ la sessualità, nel silenzio assordante della relazione educativa, sia in famiglia che a scuola.

Idolatrare il modello del ‘maschio alfa’, (identificato per lo più con Siffredi e Christian della saga delle sfumature), pensare alla propria sessualità come ‘ trovare una tipa da sfondare tanto che i genitori non la riconoscano’, la convinzione che la massa muscolare, mediamente maggiore nel corpo maschile, giustifichi atti violenti, minore sensibilità rispetto alle femmine come ‘naturale’ espressione della virilità, confusione e ignoranza su consenso e limiti. Non tutti i 1500 ragazzi che hanno risposte alle domande sulla sessualità pensa questo, ma data la difficoltà di ragionare a scuola di sessualità, corpo e violenza la maggioranza assume questa come griglia di partenza.

Nelle immagini degli attimi che precedono lo stupro di gruppo a Pisticci mi ha impressionato il gesto di noncuranza con il quale uno degli aggressori spinge la ragazza verso la casa. Lei barcolla per un attimo, forse cerca di divincolarsi: lui la sospinge come se lei fosse un animale, con la fredda tranquillità di chi ha il comando.

In quel gesto ho visto l’assoluta mancanza di empatia, il sentimento senza il quale non può esistere la relazione tra eguali, senza il quale vince la legge della giungla che domina i recenti, drammatici casi di cronaca di sangue e dolore ormai quotidiana.

Tra gli stupratori indagati di Pisticci due sono musicisti trap, un genere molto diffuso tra i giovanissimi: non c’è da meravigliarsi che nei loro testi le donne contemplate siano, ovviamente, definite ‘bitch’.

La mancanza di empatia (senza omettere altri elementi come l’ignoranza, l’arroganza e la superficialità) sono parimenti presenti in episodio minori quanto a violenza, ma che bene descrivono l’abbrutimento generale della politica e della comunicazione nel paese: parlo del titolo che definisce ‘inglesine’ le due vittime, l’intervento del consigliere comunale di Potenza secondo il quale l’omosessualità è ‘contro natura’, il post del candidato che insinua che la sua avversaria non abbia una vita sessuale passando per il ‘leggero’ commento del candidato sindaco di Corato sulla necessità di rossetto per le belle donne. Qui non si tratta di invocare il politicamente corretto, si tratta di prendere atto che, dalla stampa alle istituzioni, domina una incultura profonda e normalizzata del rispetto (minimo) nelle relazioni.

L’età media dei giovani coinvolti in stupri, aggressioni sessuali e atti di violenza è pericolosamente bassa e sempre più spesso in concorrenza con l’uso della tecnologia in totale assenza di sorveglianza da parte del mondo adulto, come ci ricorda l’inquietante episodio della chat di minori nella quale circolavano immagine pedopornografiche.

Al solito la domanda è: dove sono i padri, le madri, dove il mondo della scuola, dove la collettività sociale e politica? Donne e uomini adulti appaiono sempre più smarriti e senza strumenti di fronte ad una profonda e rapida mutazione antropologica che rischia di consegnare al futuro generazioni di giovani privi di compassione, empatia, curiosità, emozioni profonde e costruttive. Non si tratta di bon ton: l’assenza di empatia è un pericolo gigantesco per la democrazia.

Monica Lanfranco




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29 agosto 2020

Referendum, tanto rumore (quasi) per nulla

IO VOTERO' NO



i Paolo Flores d’Arcais

Il 20 e 21 settembre si svolge il referendum che deciderà se confermare o bocciare la riforma costituzionale con cui il numero dei parlamentari viene ridotto da 915 a 600 (da 630 a 400 per la Camera, da 315 a 200 per il Senato).

Non si tratta di una grande riforma, è piuttosto una riformetta, tuttavia non fa danni, e gli alti lai di oltre duecento costituzionalisti suonano parecchio sopra le righe, per usare un eufemismo. Che riducendo il numero dei parlamentari venga leso il ruolo della istituzione Parlamento non sta né in cielo né in terra: è vero semmai il contrario. Per essere davvero autorevole un parlamento dovrebbe essere composto di pochi membri, riconoscibili e controllabili dai cittadini, non da qualche decina (forse meno) di rappresentanti che decidono, più una pletora di peones, che schiacciano il bottone a seconda del pollice del capogruppo. Oltretutto la prevalenza numerica dei peones è stata nelle recenti legislature messa a repentaglio dai transumanti, vergogna cui ci si è assuefatti, ma che rende ogni discorso numerico sulla dignità del parlamento una cornucopia di ipocrisia o cecità.

Ma peones e transumanti lavorano moltissimo nelle commissioni, si obietta. Soprattutto per infilare codicilli clientelari, localistici o trappole per manovre dilatorie, non certo per rafforzare l’autonomia del potere legislativo, sarebbe doveroso replicare. Chi lamenta che diminuendo il numero di onorevoli e senatori si impoverisce la rappresentanza dei territori, le specificità locali, dimentica che ogni eletto dovrebbe rappresentare la nazione, non il particulare che trova legittimazione elettorale quando si vota per regioni e comuni (è a livello locale che mafie e clientelismi vanificano il voto libero).

Insomma, cambierà pochissimo, ci saranno alcune decine di peones in meno, tutto qui (i transumanti continueranno nei loro “quattro cantoni”, visti i criteri al sempre peggio con cui li selezionano i partiti). Questo pochissimo, comunque, va nella direzione giusta. Per cui, tutto sommato, è ragionevole che chi andrà a votare voti sì. Si voterà in ripresa di coronavirus, però, e credo non ci sia nulla di censurabile nel comportamento di quanti, di fronte alla inciviltà delle turbe di menefreghisti della mascherina e del distanziamento (“me ne frego”, motto fascistissimo) e all’accidia di Viminale e altre autorità rispetto alle violazioni, decideranno di non andare a votare. Quorum ego. Perché tra il rischio contagio, e il voto su una riformetta che poco o nulla cambia venga confermata o bocciata, si può ben far prevalere il primo motivo.

In realtà il contenuto della riforma interessa pochissimo a quasi tutti coloro che si agitano pro o contro. I partiti, in primo luogo, che hanno votato diversamente al Senato (dove il quorum dei due terzi non è stato raggiunto) e alla Camera (dove si è sfiorata l’unanimità). Il M5S, il più coerente, lo ha fatto non per riformare davvero, ma per piantare una bandierina a buon mercato presso l’opinione pubblica, cianciando di risparmi, quando di fronte a qualche milione in meno di stipendi parlamentari, nulla fanno per amputare i cento miliardi di evasione annua.

Spiace dover ricordare i termini reali, modestissimi, della disputa, visto che MicroMega è nata anche con la volontà di serie modifiche costituzionali. Nel suo secondo numero, esattamente trentaquattro anni e tre mesi fa, chiedevamo, come insieme organico (fuori del quale le singole misure proposte potevano divenire anche deleterie): trasparenza e antilottizzazione (“possibilità per chiunque, singolarmente considerato, di accedere al controllo, di promuovere il giudizio in vista di sanzioni, di ottenere risarcimento se il dettato della legge che impone e realizza il vantaggio pubblico venga disatteso”). “Una sola Camera, formata di pochi deputati (un centinaio) … un collegio unico nazionale [che] scoraggerebbe il deputato dalla presentazione di leggine a sfondo localistico”. “Trasformare il contributo pubblico ai partiti, sostituendo la forma monetaria con l’erogazione gratuita di servizi … alle liste elettorali e ai singoli candidati, invece che ai partiti in quanto tali”.

Quanto all’esigenza della governabilità, per eleggere i propri rappresentanti ma anche la coalizione di governo, “una elezione in due turni. Nel primo si eleggono cinquanta deputati, in modo rigorosamente proporzionale. Nel secondo ogni coalizione presenta, oltre alla lista dei candidati, la lista del governo, e alla coalizione che ottiene la maggioranza relativa qualificata (40%) vengono attribuiti i tre quarti dei rimanenti cinquanta seggi”. Un sistema di incompatibilità, “tra cariche elettive (o in Municipio o a Strasburgo, insomma), tra cariche elettive e funzioni ministeriali (tranne che per il premier), tra cariche elettive e cariche di nomina politica (nelle banche, nelle industrie di Stato, nelle Usl ecc.) … da estendere nel tempo, di modo che non si diano lottizzazione di ‘buonuscita’”. “Un intervallo di alcuni anni fra cariche locali e nazionali, di modo che non risulti più vantaggioso amministrare in vista di una clientela”. Un tetto di “tre mandati di cinque anni l’uno, di cui solo due senza interruzione … limite ragionevole, poiché consentono nel frattempo il prodursi di una nuova classe di governo”. E qualcos’altro, motivato e dettagliato. Oggi modificherei talune proposte, tanto è cambiata la situazione. Ma non gli intendimenti di fondo.

Una discussione seria su riforme costituzionali che colpissero il crescente malcostume partitocratico non si è purtroppo mai sviluppata. E non si svilupperà. Prevarranno miserabili cabotaggi, che useranno i risultati del voto solo per cercare di indebolire o rafforzare il governo. Il partito della democrazia presa sul serio è in questa fase più debole che mai.

(28 agosto 2020
)




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31 luglio 2020

Speriamo

Lo scorso 26 luglio la Corte d’Assise di Massa ha assolto Marco Cappato e Mina Welby: dall’accusa di istigazione al suicidio, “perché il fatto non sussiste”, e da quella di aiuto al suicidio “perché il fatto non costituisce reato”, per aver aiutato Davide Trentini, sofferente di sclerosi multipla, a trovare i soldi per poter morire in una clinica svizzera, secondo la sua volontà e accompagnandolo.

Una sentenza giusta, una sentenza esemplare, una sentenza che speriamo faccia epoca. E inauguri il tempo di civiltà in cui ciascuno sarà libero di decidere sul fine vita che gli appartiene. Prospettiva niente affatto certa, perché contro la sentenza si è già aperto il fuoco di sbarramento, frontale o di suadente melassa dei “distinguo”, di quanti vogliono continuare a imporre a te, amico lettore, la loro volontà sul tuo fine vita.

La sentenza allarga i casi di liceità dell’aiuto al suicidio, stabiliti dalla Corte Costituzionale, che portarono all’assoluzione di Cappato lo scorso anno per il caso Dj Fabo. La sentenza della Corte indicava infatti tra i presupposti per la liceità il sostegno vitale al paziente tramite macchine, sostegno di cui non aveva invece bisogno Davide Trentini. L’intollerabile sofferenza fisica o psicologica è stata ritenuta sufficiente, perché come “sostegno vitale” sono state considerate le terapie farmacologiche e le pratiche manuale necessarie alla sopravvivenza del malato.

È iniziata perciò la litania contro una sentenza che “legifera”, e dunque contro i magistrati (essendo una Corte d’Assise dovrebbe trattarsi di due magistrati togati e di sei cittadini estratti a sorte) che si sostituiscono ai parlamentari, e fanno la legge anziché applicarla (su Huffingtonpost l’autorevolissimo Giovanni Maria Flick).

In realtà la sentenza è giuridicamente ineccepibile. Il sostegno vitale mediante macchine veniva indicato nella motivazione della sentenza della Corte in quanto il quesito ad essa sottoposto riguardava il caso singolo di Dj Fabo, la cui sopravvivenza era affidata al respiratore artificiale. Ma Giuliano Amato, giudice costituzionale, in un dibattito col sottoscritto nella sede dell’Enciclopedia Treccani, a sentenza emessa ma motivazione per esteso non ancora nota, aveva insistito sul fatto che per analogia la liceità stabilita dalla Corte si sarebbe dovuta estendere ad altri casi.

La sentenza non fa che interpretare una norma di legge (l’attuale e vituperando articolo 580 c.p., introdotto dal fascismo) attraverso la lente – doverosa – delle norme di livello superiore, la Costituzione repubblicana (art. 32), e di convenzioni internazionali recepite nel nostro ordinamento (Convenzione di Oviedo del 4 aprile 1997, recepita nella legge n.145 del 28 marzo 2001). Aggiungiamo la legge 219 del 22 dicembre 2017 sulle “disposizioni anticipate di trattamento”, vulgo il testamento biologico. La sinergia delle norme di cui sopra, fatte lavorare col semplice uso della logica, mettono capo al diritto di ciascuno di decidere liberamente sul proprio fine vita. Ho provato a darne una dimostrazione esaustiva nelle 124 pagine del mio libretto “Questione di vita e di morte” (Einaudi 2019), per chi giustamente non si accontentasse di queste poche righe.

Ovvio che sarebbe auspicabile una legge, abrogativa di metà dell’articolo 580, e che definisse i criteri che garantiscano la libera volontà del soggetto qualora, irreversibilmente, consideri non più vita, ma tortura, la propria condizione fisica o psicologica. Non qualsiasi legge, perciò. Solo una legge che garantisca a ciascuno di noi di poter decidere liberamente sul proprio fine vita. Ogni altra legge sarebbe prevaricazione mostruosa. Valga il vero.

Preferiresti, amico lettore, che sul tuo fine vita decida tu o decida qualcun altro, a te ignoto, magari ostile ai tuoi valori, convinzioni, stile di vita? Ho rivolto questa domanda ai presenti in ogni dibattito cui ho partecipato sull’argomento. Nessuno che abbia detto: decida qualcun altro a me sconosciuto e forse ecc. … Esiste dunque l’unanimità sul fatto che non deve essere qualcun altro a decidere sul nostro fine vita. E poiché siamo tutti pari in dignità, la regola aurea statuisce di fare agli altri ciò che vorresti fosse fatto a te: se non vuoi che qualcuno decida sul tuo fine vita al posto tuo, non puoi voler decidere tu sul fine vita di qualcun altro.

Una legge rispettosa di questi principi, che a parole tutti diciamo di voler praticare, deve perciò affermare solennemente che ciascuno decide liberamente sul proprio fine vita, e limitarsi a fissare le circostanze che registrino oltre ogni dubbio il carattere libero e irreversibile di una decisione eutanasica per sofferenza insopportabile.

Purtroppo vi sono persone che non tollererebbero che sul loro fine vita decida qualcun altro, ma poi pretendono di decidere loro sul tuo e sul mio fine vita, amico lettore. Papi, cardinali, monsignori, imam, rabbini, e anche medici o giuristi o cittadini come te e come me, tuttavia in modalità prevaricazione/onnipotenza, ne siano consapevoli o meno, visto che pretendono di imporre a chi è a loro eguale, la loro volontà sulla nostra vita (di cui il fine vita è parte integrante e cruciale). Usque tandem?

(30 luglio 2020)




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15 luglio 2020

Prodi e Berlusconi: totem e tabù

di Tomaso Montanari

«Non è un tabù». Romano Prodi ha ragione: per il centrosinistra, per il Pd, Berlusconi non è un tabù, è un totem. Non è una novità, una conversione sulla via del Quirinale, una rivoluzione: è, finalmente, il coraggio della verità.

Se l’Italia di oggi è così lo si deve al fatto che Berlusconi ha vinto. E non solo perché i governi Prodi e gli altri del Centrosinistra non hanno mai torto un capello al suo monumentale conflitto di interessi: molto più profondamente perché ne hanno introiettato i ‘valori’, la bussola, la visione politica.

Quando qualche storico in vena di automortificazione studierà, con sufficiente distanza e distacco, l’Italia di Prodi e Berlusconi constaterà che un’unica cultura di fondo la dominava: ed era quella del centrodestra. Privatizzazioni, precarizzazione del lavoro (riforma Treu, governo Prodi), diseguaglianze in crescita, erosione del diritto allo studio, disparità di genere, ingiustizia fiscale, securitarismo autoritario (il pacchetto Maroni che accoglie in toto il pacchetto Prodi), europeismo puramente economico all’insegna dell’austerità, regionalismo disgregante: e, su tutto, il disprezzo per il Parlamento e per la democrazia rappresentativa, con elezioni dirette, primarie e crescente personalismo.

Non una di queste derive ha visto mancare la spinta della parte di Prodi: spesso, anzi, determinante. Il Prodi che alla fine comunque vota ‘sì’ al referendum costituzionale renziano, il Prodi che sillaba (pochi mesi fa) che «al Pd serve un padre» e che per fermare «la tendenza nazionalista e autoritaria dei populisti» è necessario che il nuovo segretario «tragga forza dal suo popolo è lo stesso Prodi che ora riduce la questione Berlusconi a una saga personale di nemici-amici, dichiarando: «Due ragazzi come noi che per una volta giocano insieme è una bella cosa, no?».

Alla fine, è questa la cifra: il potere, il potere personale. Che è più forte delle vistose differenze di vite (l’austero professore bolognese, il magnate-magnaccia milanese), e che permette di dimenticare tutto: P2, mafia, corruzione, evasione fiscale, distruzione del pluralismo informativo… Tutto lavato via, da un sorriso tra questi ragazzi che marciano verso il secolo di vita.

Si potrebbe liquidare tutto con un’alzata di sopracciglio: in fondo, la battuta di Prodi sarà buona solo per un’epigrafe d’apertura al libro che racconterà la sparizione della sinistra in Italia.

Ma io penso invece che sarebbe bello se Prodi ricevesse in queste ore centinaia di migliaia di lettere, che gli ricordino che cosa ha definitivamente sdoganato, con quel «Berlusconi non è un tabu». Ciascuno potrebbe raccontargli anche solo un singolo episodio in cui è venuto in contatto diretto con ciò che Berlusconi ha fatto all’Italia.

Comincio io. Nel marzo 2012 scoprii che una delle biblioteche pubbliche più antiche e importanti di Napoli, quella dei Girolamini, era stata saccheggiata e devastata, fino a farle perdere irreversibilmente i connotati. A saccheggiarla era stato un direttore nominato dal ministro dei Beni Culturali: quel ministro era Giancarlo Galan, che aveva fatto quella nomina su richiesta di Marcello dell’Utri, che era stato il suo capo nella Publitalia di Silvio Berlusconi. Il direttore era il segretario dei circoli di Dell’Utri, e nelle mani di Dell’Utri sono stati trovati i più importanti cimeli che il direttore aveva rubato ai Girolamini. Lo Stato era stato espugnato da un pugno di sordidi avventurieri, poi finiti nelle patrie galere: è questo che, per Prodi, non è più un tabù.

Per aver denunciato tutto questo venni massacrato dal Mattino, diretto allora da un parente di Dell’Utri; e da una giornalista e senatrice forzista, che è anche la moglie di Emilio Fede. E mi venne annunciata una querela presentata dallo studio Previti. Per un attimo mi trovai nel mirino di questo gigantesco cancro: è tutto questo che sdoganiamo, quando diciamo che Berlusconi non è più un tabù.

Quella biblioteca si salvò per la fedeltà di due bibliotecari precari: che lo Stato non è mai stato capace di assumere, e questo lo dobbiamo alla parte di Prodi. Il quale evidentemente ha ragione: Berlusconi per il centrosinistra non è mai stato un tabù. È stato un totem.
PRODI, IL CAIMANO E IL MIRAGGIO DEL QUIRINALE

di Paolo Flores d’Arcais, da Il Fatto quotidiano, 10 luglio 2020

Se suoniamo inni alla conversione di Saulo di Tarso, perché prendersela col cattolicissimo Romano Prodi che ha conosciuto la sua folgorazione a Bologna anziché a Damasco?

Peccato che nel suo caso la metànoia prenda per messia il pregiudicato che per i crimini acclarati in via definitiva ha pagato con alcune visite a un istituto per vecchietti, molestati incolpevolmente, e per molti altri, riconosciuti ma prescritti, abbia potuto fare agli italiani il pernacchio di Alberto Sordi ai “lavoratoriiii...”.

Quel caimano (Franco Cordero dixit, genio cui gli intellettuali senza servitù volontaria dovrebbero ispirarsi) che ha provato ad affossare in regime la democrazia in Italia (legittimando i neo-ex-post fascisti e incubando il morbo salviniano), fermato solo da gigantesche e ripetute manifestazioni di piazza, cui fu sempre estraneo come ogni D’Alema, non certo dall’avvitarsi dell’Ulivo in alleanza con Mastella (nel governo Prodi ministro della giustizia!). Il miraggio del Quirinale vale la messa di tanto avvilimento?

(10 luglio 2020)




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26 giugno 2020

Perché in Italia siamo ancora fascisti

MicroMega incontra Francesco Filippi, autore di “Ma perché siamo ancora fascisti” (ed. Bollati Boringhieri). Al centro della discussione: la storia, il cinema, la politica, italiana ed europea. Le responsabilità di chi ha gestito – politicamente e culturalmente – l’uscita dal ventennio incontrano il ruolo che la settima arte ha giocato nella costruzione della nostra coscienza storica. Da “Roma città aperta” a “Io sono tornato”, passando per “Mediterraneo”, dai giorni della Costituzione alla necessità della destra italiana di spezzettarsi per poter sedersi in Europa, un lungo confronto su – come recita il sottotitolo del libro – un conto rimasto aperto.


intervista a Francesco Filippi di Daniele Nalbone

Francesco, per il tuo ultimo libro hai scelto un titolo interrogativo, quindi devo per forza iniziare da questa domanda. Perché siamo ancora fascisti?

Domanda più che lecita. La risposta lunga è nelle 256 pagine del libro. Quella breve, al di là della battuta, è questa: esistono due grandi famiglie di cause del perché siamo ancora fascisti, o meglio, come specifico nelle conclusioni del libro, perché l’Italia non è ancora convintamente antifascista. La prima causa è interna: il fascismo italiano muore in una maniera diversa rispetto al nazismo tedesco. Dal ’43 al ’45 ci sono di fatto tre “Italie” che si combattono: quella della Repubblica Sociale Italiana, quella del Comitato di Liberazione Nazionale e quella della corona sabauda. Queste tre “Italie”, nel momento in cui si raccontano al popolo italiano, e lo fanno in maniera diretta, rinnegano il ventennio precedente. Il CLN, ovviamente, perché antifascista; la corona per tentare di ripulirsi la coscienza; la RSI nel tentativo di sottolineare come il fascismo repubblichino sia “sansepolcrista”, che provenga dal 1919, togliendo così ogni riferimento all’esperienza di governo. Di fatto, sono stati buttati via venti anni di storia del paese. Questo ha sancito l’impossibilità di recuperare un’identità che, comunque, ha formato una generazione e mezzo di italiani. Ecco, il primo problema è stato non aver preso in mano quella memoria da subito. Poi c’è una causa esterna, anzi, più cause esterne che distinguono il caso italiano dagli altri. Dal 1943 al 1945 in Italia gli alleati hanno avuto una visione fluida del rapporto tra italiani e fascismo. In Germania, nel maggio del ’45, c’è ancora il Terzo Reich che combatte. Una settimana dopo che Hitler si è sparato un colpo in testa, il 9 maggio ’45, quando viene firmato l’armistizio, un centinaio di milioni di tedeschi passa da essere nazista a “niente”. La de-nazificazione verrà fatta di peso dagli alleati a Ovest e dai sovietici a Est. In Italia, invece, l’escamotage della co-belligeranza badogliana già nel ’43 determina che, per gli alleati, ci siano due diverse “Italie”: quella fascista, da combattere, e quella di cui bene o male ci si può fidare tanto da affidargli il governo delle regioni liberate. Questa differenza si traduce nella comparsa, da subito, di un paese che si può dichiarare vittorioso e liberato: questo significa che a quell’Italia è demandata la de-fascistizzazione. Possiamo quindi dire che gli italiani sono – ancora – fascisti perché nessuno ha chiesto o imposto loro di de-fascistizzarsi. È stato fatto un papocchio di cui oggi paghiamo le conseguenze.

Nel tuo primo libro – Mussolini ha fatto anche cose buone. Le idiozie che continuano a circolare sul fascismo - parti dall’attualità, in particolare dal mondo dei social. Ora, però, hai scritto un libro che torna indietro, prettamente storico. Ti chiedo: è stata una naturale conseguenza o alla base c’è stato un altro tipo di ragionamento?

La genesi dei due libri è in realtà un’eterogenesi. Il primo nasce perché, con il lavoro che faccio, il formatore, mi sono imbattuto nel mondo delle bufale e ho cercato di costruire un piccolo manuale di sopravvivenza per giovani antifascisti. Un libro, come lo definisce lo storico – e amico – Carlo Greppi, un “manuale di autodifesa”. Diciamo che ho notato la necessità di una prassi chiarificatrice all’interno del discorso pubblico sul fascismo. Il secondo libro, in particolare la domanda da cui parte, è invece quella che mi veniva letteralmente sbattuta in faccia durante le presentazioni del primo libro. Quel «ma» – Ma perché siamo ancora fascisti? – vuole dare l’idea anche del fastidio che provavo alla domanda: perché il fascismo è ancora parte così pesante del nostro discorso pubblico? Io, come battuta, sottolineo sempre: non è che siamo noi che ci occupiamo di fascismo, è il fascismo che continua a occuparsi di noi.

Hai scelto tre verbi, tre azioni, per strutturare il libro: punire, comprendere, superare. Dalla lettura del volume ho notato una particolare attenzione ai termini usati, al lessico. Ti chiedo: perché questa scelta? Se per il primo – punire – ormai è troppo tardi, per gli altri due – comprendere e superare – qual è il lavoro da fare?

Partiamo dal punire. Nel ‘46-‘47 l’Assemblea costituente mette su Carta un dato che possiamo considerare di fatto: il fascismo non è un’idea, è un reato. Chi lo perpetra, chi vi inneggia, chi lo sostiene, commette un reato. La questione del punire è derivata dal fatto che i venti anni di fascismo sono un reato contro la democrazia dell’Italia di allora e contro lo sviluppo del paese. Per questo analizzo il mancato punire o il punire edulcorato, che è ancora peggio. Molti fascisti se la sono cavata con uno schiaffo sulle mani o un richiamo in panchina, penso ai gangli dell’amministrazione pubblica. C’è stato qualche stop, ma ci sono anche state persone che negli anni Cinquanta hanno reclamato, riuscendo ad averla, la pensione con i contributi calcolati anche nei momenti in cui sospesi dal servizio perché sotto commissione di defascistizzazione. Concordo con te: quello che si poteva punire ce lo siamo giocati un paio di generazioni fa. Però è importante capire – ed eccoci al comprendere - come si è apparecchiato il processo, o il mancato processo di punizione, perché racconta molto di chi è stato chiamato a giudicare il reato. Una delle cose che sottolineo è che il 2 giugno del 1946, nelle famose elezioni monarchia-repubblica, i partiti della pacificazione, democristiano, socialista e comunista vennero premiati dalle urne, mentre l’intransigenza del Partito di azione di Ferruccio Parri raccolse pochi consensi, l’1,5 per cento dei voti e appena 7 eletti. C’era qualcuno, in Italia, che avrebbe voluto punire degli atteggiamenti pubblici molto chiari, ma il 2 giugno 1946 ci racconta di un’Italia che voleva solo voltare pagina. Per comprendere il fenomeno è necessario partire da qui: il paese era esausto, veniva da 15 anni di conflitto semi-permanente perché non dobbiamo dimenticarci le spedizioni militari in Libia per le “pacificazioni”, in realtà massacri di civili e partigiani libici, fino ad arrivare al 1945. L’unico obiettivo era cambiare passo, velocemente. All’inizio del 1946 la scelta era tra una defascistizzazione che avrebbe decapitato l’amministrazione pubblica e delle indagini un po’ trascinate che avrebbero però lasciato la funzione pubblica al suo posto. Superare. Il fascismo è una narrativa funzionale, in alcune fasi della nostra storia addirittura vincente, perché semplicistica. In momenti di difficoltà pone risposte facili a problemi complessi: diciamo che fa comodo. È un tema estremamente difficile da affrontare anche perché di stretta attualità. Non dimentichiamoci che in piena emergenza Coronavirus, secondo alcuni sondaggi, il 40 per cento degli italiani si è detto propenso a essere guidato dal classico “uomo forte”, da un uomo solo al comando.

Con questo libro hai fatto un’operazione che, dal mio punto di vista, ridà dignità e centralità alla ricerca storica in una fase in cui l’intero sistema, dalla scuola all’università, è in estrema difficoltà. Poni come elemento centrale per capire il presente lo studio della storia, cosa che in troppi si sono dimenticati di fare. Vado su un esempio concreto e recente: nella manifestazione di piazza del Popolo in solidarietà con le proteste statunitensi una ragazza nata in Italia da genitori stranieri ha lanciato una dura accusa caduta nel vuoto del mainstream: il razzismo che c’è in Italia – diverso da quello Usa – è dovuto al fatto che non abbiamo mai fatto i conti con il passato colonialista.

Tema centrato in pieno! Non solo non abbiamo fatto i conti, ma a metà della cena ci siamo alzati e siamo scappati dalle nostre responsabilità. A differenza di altri paesi, non abbiamo sviluppato un’etica coloniale. Non siamo riusciti nemmeno a seguire da lontano le dinamiche delle nostre ex colonie. Il razzismo italiano nasce dall’eradicazione del problema dell’altro. A questo va aggiunto un altro elemento fondamentale: ci siamo raccontati la storiella dei buoni, della brava gente. Abbiamo talmente fatto finta di niente che oggi non abbiamo neanche un lessico in grado di raccontare il grande tema delle migrazioni per sopravvivenza. Pochi giorni fa stavo ascoltando una rassegna stampa in radio: il conduttore aveva scelto come argomento del giorno su cui aprire un dibattito lo ius soli. Ebbene, la maggior parte delle telefonate in studio era di questo tono: «Con tutti i problemi che abbiamo, cosa c’entra ora lo ius soli». Non vedere tali questioni significa non capire com’è fatto questo paese: basta entrare in una classe per rendersi conto che la realtà è diversa da come viene dipinta.

Neofascisti. Postfascisti. Fascisti del terzo millennio. Con l’avvento di Berlusconi è iniziato un vero e proprio sdoganamento dei camerati italiani. Ti chiedo: questa operazione è andata a compimento? E, tornando al lessico e alla sua importanza per capire e soprattutto raccontare i fenomeni, come definiresti la destra italiana guardando soprattutto agli altri paesi europei?

Il tema è complesso: la destra italiana è una definizione che copre un’enorme galassia che parte dagli ex democristiani e arrivano addirittura fino a un partito che ha nel suo simbolo ancora la fiamma tricolore, Fratelli d’Italia. In mezzo, al fianco, di lato, un po’ ovunque ci sono poi quelli che definirei “gli ammiccanti”: quelli che per cercare militanti per questo sovranismo un po’ corpuscolare strizzano l’occhio a una determinata destra. Una delle cose interessanti avvenuta negli ultimi mesi nel panorama delle destre italiane è che un partito come Casapound ha dichiarato che non si presenterà più alle elezioni per tornare movimento: evidentemente ha trovato una rappresentatività ampia e forte in strutture meno faticose rispetto al minipartito. Per capire questo scenario, direi che la fotografia più interessante arriva dalla composizione che questa destra, che vediamo in casa come un grande blocco monolitico e plurale, assume in Europa. A Bruxelles, non riconosciuta dalle famiglie europee come una forza unica, deve spezzettarsi in tre gruppi: la Lega nel gruppo di Le Pen, Forza Italia tra i Popolari europei, Fratelli d’Italia in quello che è il gruppo europeo più complesso, quello dei conservatori. Per rispondere alla tua domanda, non ti so dire quale nome o definizione darei alla italiana, saprei però sicuramente come non definirla: cioè una destra europea.

Ho trovato molto interessante il fatto che nella conduzione di una ricerca storica hai dedicato ampio spazio al cinema. Ci spieghi questa scelta e, fra tutte le pellicole che hai mappato – domanda secca – quale faresti vedere a una classe di ragazzi e ragazze e quale invece non faresti mai vedere.

(Ride, ndr).
Sei un formatore, quindi, come si dice a Roma, ti devi accollare la domanda.
Me la accollo, me la accollo. Quella del cinema è stata una scelta obbligata visto il tema al centro del libro, capire perché “siamo” ancora fascisti. Ho notato, è banale dirlo, una frattura enorme tra la storiografia italiana del ventennio, approfondita e poliedrica, e la sua rappresentazione. Gramscianamente parlando, la storia è stata maestra: ma non ha avuto scolari. Sono partito quindi dal presupposto che c’è una storiografia accademica molto solida, ma accanto a questa c’è una coscienza storica molto diversa. Il ruolo che il cinema ha giocato in Italia, un paese nel dopoguerra scarsamente alfabetizzato, è stato fondamentale. Io sono partito da Roma città aperta per arrivare a La vita è bella, anche se nel preludio al libro parlo di Io sono tornato, esperimento assolutamente interessante che però, dal mio punto di vista, ha sbagliato nel modo di porsi. Non ti dirò quale film non farei vedere. Ti rispondo con due film che mostrerei a dei ragazzi, due film per me centrali in questo dibattito. Il primo è proprio Roma città aperta: è lì che nasce il racconto italiano, un racconto molto interessante perché si affida alle donne per rappresentare gli italiani che, se maschi, non potrebbero stare sullo schermo senza colpe. Il secondo, frutto evidente di un’Italia che pensa di essersela cavata e che vuole tranquillamente affrontare questo tema in maniera leggera, è un altro bellissimo film: Mediterraneo di Gabriele Salvatores. Il film è il racconto della guerra come una bella gita di italiani sempre buoni. È interessante che tutte le scelte forti che gli italiani fanno in questo film dipendano al cuore: l’unico che in qualche modo diserta lo fa perché si è innamorato di una donna. Tutte le domande che dovrebbero venire in mente guardando la storia di un corpo di occupazione militare in un’isoletta greca, non emergono. È un film bellissimo, ripeto, ma che letto con gli occhi di chi vorrebbe capire l’Italia appare incredibilmente auto-assolutorio. Io lo farei vedere ai ragazzi chiedendo: «Ma se quel corpo di spedizione fosse stato composto da tedeschi?». Risposta: qualche morto ci sarebbe sicuramente stato. L’ho sfangata la domanda?

(17 giugno 2020)




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