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13 ottobre 2021

IL PASSATO CHE NON PASSA

Il passato che non passa
M.A.P.
" Chi ha avuto, ha avuto; chi ha dato, ha dato...scordiamoci il passato" è una massima cretina, che non ha mai portato nulla di buono. E' come buttare la polvere sotto il tappeto: all'apparente pulizia tutto intorno, corrisponde la schifezza nascosta che rimane lì a marcire. Noi Italiani non abbiamo mai fatto i conti con il nostro passato di popolo fascista; non abbiamo avuto una Norimberga politico-militare per i gerarchi, supremi resoponsabili, e una Norimberga morale per il popolo connivente, come fu per i Tedeschi. Noi abbiamo avuto l'amnistia, cioè un provvedimento che fa leva sull'amnesia, vale a dire la dimenticanza, l'oblio, lo "scordiamoci il passato", appunto. Ma il passato non si lascia scordare, ci mancherebbe, e sta lì a soffiarci sul collo fino a quando non avremo il coraggio di guardarlo in faccia. Per riconoscerne le fattezze, per prenderne atto e per riprendere la strada, alleggeriti del peso della Storia. Forse allora Giorgia Meloni riuscirà a pronunciare la parola "fascismo", a riconoscersene, in qualche modo, epigona, e di lì a ripartire per diventare, forse, una politica seria.
M.A.P.




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15 settembre 2021

STUDIARE!

Prof, approfittate dell'inconsueto entusiasmo di famiglie e alunni per la scuola: fateli studiare!




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16 agosto 2021

POVERO

Certo che il povero Biden non ha fatto una gran figura. Dopo la 1° e la 2° guerra mondiale, gli USA non ne hanno più azzeccata una




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9 agosto 2021

Normalità anomala

E' normale che in un Paese si sbraiti e si vada in piazza per il Green Pass e non per le centinaia di morti sul lavoro?




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19 giugno 2021

Lockdown positivo

Ma vi ricordate com' erano struggenti e suggestive le città d'arte deserte? che meraviglia...


Venezia Deserta foto Lockdown Coronavirus Covid-19 Venezia
Coronavirus, Roma deserta vista dal drone: le immagini mozzafiato
Firenze deserta nei giorni del coronavirus - Le foto | Il Reporter




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24 maggio 2021

EUTANASIA: CRIMINE O DIRITTO CIVILE?

https://youtu.be/KaouwY8S8rU




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18 marzo 2021

MICROMEGA

P2, quarant’anni di trame occulte. Parlano i magistrati Turone e Colombo

La Loggia massonica segreta guidata da Licio Gelli è stata davvero sconfitta? Lo abbiamo chiesto ai due protagonisti di un’indagine che ha segnato indelebilmente la storia d’Italia.

Rossella Gua

agnini
 

A detta degli inquirenti i neofascisti avrebbero agito su input di Licio Gelli (capo della P2), Umberto Ortolani (suo braccio destro), Federico Umberto D’Amato (ex capo dell’Ufficio Affari Riservati del ministero dell’Interno) e Mario Tedeschi (ex direttore de Il Borghese ed ex parlamentare del Msi), tutti deceduti e ritenuti mandanti, finanziatori o organizzatori della strage.La loggia Propaganda 2, originariamente parte del Grande Oriente d’Italia, fu sciolta formalmente nel 1974 e successivamente ricostruita nel 1975 sotto la guida del Maestro Venerabile Licio Gelli, che la trasformò in una forza in grado di condizionare il sistema economico e politico italiano, imprimendogli una svolta in senso autoritario.Negli elenchi di quel migliaio di iscritti figuravano 43 generali e l’intero vertice dei Servizi segreti, 11 questori, 5 prefetti, 4 editori, 44 parlamentari, ministri e banchieri (come Sindona e Calvi), reali (come Vittorio Emanuele di Savoia), imprenditori (Silvio Berlusconi), diplomatici (come il conte Edgardo Sogno con il suo progetto di ‘golpe bianco’) gente del modo dello spettacolo (Claudio Villa e Alighiero Noschese), il presidente dell’Eni Leonardo Di Donna, magistrati e giornalisti (Maurizio Costanzo e il direttore del Corsera, Franco Di Bella), tutti in ruoli chiave del Paese. Tanto che lo stesso Gelli dirà in seguito – con una delle sue battute ammiccanti – che chi era iscritto alla Loggia coperta (i cui membri non sono conosciuti dagli affiliati ad altre logge) non lo faceva per motivi di carriera, perché la carriera l’aveva già fatta.Ma la P2 è stata davvero sconfitta allora oppure, malgrado il trascorrere del tempo, ha continuato a esistere, aggirandosi come un lugubre fantasma di un passato che ritorna? In occasione di un anniversario che rivelò agli italiani l’esistenza di un doppio Stato, MicroMega intervista i due magistrati protagonisti di un’indagine che ha segnato indelebilmente la storia d’Italia.Giuliano Turone e il potere occulto che sconvolse la Prima Repubblica“Tra il 1978 e il 1980 accaddero fatti – dal delitto Moro alla strage di Bologna – che hanno sconvolto la nostra Repubblica. Un triennio maledetto”. Esordisce così Giuliano Turone, giudice istruttore che insieme a Gherardo Colombo il 17 marzo del 1981 scoprì gli elenchi dei 962 affiliati alla P2 nel corso di una perquisizione nell’azienda tessile la Giole, in località Castiglion Fibocchi (Arezzo), di cui Gelli era proprietario. Il clamoroso ritrovamento, racconta l’ex magistrato, fu il frutto avvelenato “dovuto alla determinazione, alla lealtà e allo spirito di servizio di coloro che presero parte agli eventi di quei mesi convulsi”.Cosa era veramente la P2?Un sistema di potere occulto disposto a tutto. Dire che era una loggia massonica è impreciso, non ne dà il senso profondo. Di per sé le logge sono delle associazioni non particolarmente riservate. Propaganda 2, invece era un meccanismo sofisticato che consentiva a vaste porzioni di gruppi determinati di far sì che le decisioni fondamentali e gli affari più rilevanti di una comunità venissero gestiti attraverso canali sotterranei invisibili, in modo che i cittadini avessero la sensazione di essere governati nell’ambito di una democrazia, mentre invece le vere decisioni erano assunte attraverso percorsi diversi e non trasparenti.In che modo avete agito?Si facevano indagini con molta cura per evitare trappole. Eravamo determinati e abbiamo avuto la fortuna di avere con noi divise fedeli, le stesse con cui sette anni prima avevo potuto rintracciare e arrestare il boss latitante Luciano Liggio, primula rossa dei corleonesi che dalla Sicilia era giunto a Milano. Il blitz di Castiglion Fibocchi lo facemmo con uomini della sola Guardia di Finanza di Milano, a cui diedi la raccomandazione scritta di evitare la prassi di avvertire i comandi locali. Così siamo riusciti a ottenere i risultati che abbiamo avuto. In particolare ricordo il colonnello Vincenzo Bianchi e il maresciallo Francesco Carluccio che, di fronte alle pressioni di alcuni vertici, ha resistito. Se non fosse stato tanto coraggioso, avrebbe fatto finta di non vedere la lista che ha visto e sequestrato. Vengono scoperte anche delle buste sigillate con i dati di alcune delle operazioni più gravi, come quella relativa al Banco Ambrosiano o l’altra per ripianare i debiti del gruppo Rizzoli.Siete stati immediatamente consapevoli di quanto trovato?Che si potesse arrivare a una scoperta importante non era escluso. Ma non ci aspettavamo di trovare una cosa così grossa. Noi abbiamo smosso le acque, ma non abbiamo spazzato via tutto. Abbiamo scoperto, ad esempio, che tra gli uomini che formavano il Comitato di crisi e coordinamento delle forze dell’ordine – istituito per gestire l’affare Moro – c’era una maggioranza del 90 per cento di iscritti alla Loggia. La P2 è rimasta come un pugile suonato per circa un anno, poi si è rimessa in piedi e ha fatto cadere il governo Spadolini. Berlusconi nel tempo diventerà presidente del Consiglio.Fu un momento pericoloso.Avevamo guardie armate sempre intorno e temevamo che potessero venire a portarci via le carte che occupavano un armadio blindato. Colombo e io facemmo visita al democristiano Arnaldo Forlani: era a dir poco imbarazzato nel dover prendere atto che c’erano ministri del suo governo implicati. Il 20 maggio dell’81 si decide la pubblicazione delle liste e l’esecutivo si dimette. Il Capo dello Stato Sandro Pertini chiama Giovanni Spadolini, primo laico (non appartenente alla Dc) a essere incaricato di formare un governo.Come è coinvolto Gelli rispetto agli stragisti della stazione di Bologna su cui è in corso un nuovo procedimento?Lo stragismo è strategia della tensione, con la partecipazione di personaggi di quei Servizi segreti che erano affiliati alla P2, di ampi strati dei Carabinieri e della Gdf legati mani e piedi alla Loggia. Tra le forze dell’ordine all’epoca c’erano quelli fedeli alla P2 e quelli fedeli alla Repubblica.Con l’andare del tempo, grazie alla tecnologia informatica sempre più avanzata, noi ritroviamo molti processi penali agganciati a fatti di mafia, di eversione nera e rossa, di terrorismo. I procedimenti più importanti vengono registrati e la ricerca testuale sugli atti per magistrati, giornalisti d’inchiesta e storici diventa più agevole. È possibile così individuare e ricostruire gli eventi più complessi del passato.Lei è autore di un recente libro, Italia occulta, ora ripubblicato da Chiarelettere  in cui ha ricostruito vicende storiche che stanno emergendo con sempre maggior chiarezza, ma anche indagini attuali.Sì, ho aggiunto un’ampia appendice che riguarda le novità di rilievo degli ultimi due anni inerenti all’omicidio di Piersanti Mattarella (6 gennaio 1980), fratello del Capo dello Stato, e all’eccidio della stazione di Bologna (2 agosto 1980).La P2 è sempre attuale…Nel nostro Paese esiste ancora una mentalità diffusa che agevola il potere occulto. Un po’ di anticorpi tuttavia dovremmo averli sviluppati. Anche se adesso, a parlare di anticorpi, si pensa subito a un altro virus che uccide.Gherardo Colombo e l’eredità della P2Cosa ha significato la P2 per l’Italia di ieri e di oggi? Qualcuno ha parlato di una ‘bolla’ di cui nulla è rimasto. Ma i morti ci sono stati, eccome.“Mentre indagavamo sul banchiere Michele Sindona [2] e il suo finto sequestro, scopriamo che Joseph Miceli Crimi – suo amico medico, massone e mafioso – aveva incontrato Licio Gelli ad Arezzo. Miceli Crimi aveva preso parte al viaggio clandestino di Sindona a Palermo, compiuto subito dopo l’omicidio di Giorgio Ambrosoli, e lo nascondeva nel capoluogo siciliano. Poiché il nome del Maestro Venerabile compariva a più riprese nelle indagini decidemmo di perquisire i luoghi che frequentava, tra cui la sua abitazione Villa Wanda e la ditta Giole di cui era a capo”. Comincia così la storia del ritrovamento degli elenchi della P2 per bocca di Gherardo Colombo, ex magistrato oggi presidente della Garzanti.Credo che la P2 sia stata un’associazione che operava clandestinamente perché l’Italia non si evolvesse verso una compiuta democrazia e politicamente rimanesse pesantemente conservatrice. Nelle liste comparivano il direttore del Sisde, quello del Sismi, il comandante generale della Guardia di Finanza, generali di divisione dei Carabinieri, prefetti, questori, magistrati, perfino il ministro della Giustizia in carica all’epoca (presente con firma in originale), la figura che mi ha sorpreso di più. Vi erano i nomi di coloro che, appartenendo ai Servizi di sicurezza, hanno depistato le indagini sulle stragi compiute in Italia dal 1969 al 1980.Con quali conseguenze? Gelli in una delle sue interviste sornione rilasciate negli ultimi anni della sua lunga vita sottolinea che in Italia c’era non solo il popolo comunista e democristiano, ma anche il popolo fascista.La P2 ha occultamente contribuito a segnare le sorti del nostro Paese. L’Italia di oggi continua a risentire delle ferite di ieri.Quale la ragione, a suo avviso, della formazione della logga Propaganda 2?In massoneria la loggia P2 era stata costituita tanti anni orsono per tutelare la riservatezza dei suoi membri più in vista. Altra cosa è quella rifondata in seguito da Licio Gelli.La Commissione inquirente, nominata per far luce sugli avvenimenti e presieduta da Tina Anselmi, fa riferimento agli uomini a capo della Loggia segreta utilizzando l’immagine della ‘doppia piramide’.“Sì, l’una sull’altra, così da prendere nell’insieme la forma di una clessidra. Gelli è in cima alla piramide inferiore, punto di collegamento con il gruppo superiore che della P2 si serve per raggiungere i propri scopi.Gli elenchi ‘spariti’ verranno mai ritrovati? E dove?L’archivio della P2 stava in Uruguay. Non mi stupirei se prima o poi risultasse in possesso di qualche Servizio segreto. Straniero.Jacques Prévert scrisse una poesia sui monarchi di Francia, “Le belle famiglie”, lamentando che non sapessero contare neppure fino a 20, visto che al massimo da 1, con Luigi I, sono arrivati a 18, con Luigi XVIII. Noi abbiamo avuto la P2, la P3, la P4… Fino a quanto sappiamo contare noi italiani? Non credo che quella P2 sia replicabile, anche per via delle profondissime modificazioni dello scacchiere politico internazionale intervenute alla fine degli Anni Ottanta.Nuovi legami sono venuti fuori dalle ultime indagini sulla strage di Bologna: Gelli e Ortolani avrebbero pagato i terroristi neri coi soldi del Banco Ambrosiano. E l’omicidio di Piersanti Mattarella avrebbe esecutori ancora ignoti, ma legati alla mafia e protetti dalla P2.Su questi aspetti non saprei cosa dirle: aspetto che le indagini e i processi, che eventualmente ne scaturiranno, si concludano.

 




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16 gennaio 2021

KANT E QUELL'IRRINUNCIABILE FATICA DEL PENSARE


di TERESA SIMEONE

L’etica rigorosa di Kant non è lontana dalla nostra vita: lo vediamo in questi giorni quando il concetto di libertà è da alcuni assolutizzato e contrapposto a quello della sicurezza che lo limiterebbe e ci si chiede cosa significhi moralità in un sistema democratico.

Un bel libro di Carlo Sini e Telmo Pievani, pubblicato qualche mese fa, E avvertirono il cielo, riprende un’espressione di Gianbattista Vico con cui si fa riferimento al nascere della cultura. Cultura, ovviamente, è il segno che lascia l’intelligenza umana ogni volta che, davanti a un problema, si sforza per trovarvi una soluzione. Il che non è contrario alla natura, ma obbedisce alle prerogative della natura stessa, quella umana. Non si tratta cioè di espungere la cultura dalla natura o viceversa, ma di individuare un ponte, come ha scritto Cavalli-Sforza, tra evoluzione biologica ed evoluzione culturale. La questione, dunque, non è stabilire un primato tra ciò che è naturale e ciò che è culturale perché non possiamo fare a meno di comportarci come esseri dotati di ragione e dunque di una forza che cerchi di regolamentare le pulsioni istintuali, tenendo a bada la dimensione strettamente biologica, quanto piuttosto cercare le connessioni tra le due sfere.

Kant ha colto molto bene la bidimensionalità dell’essere umano nella necessaria tensione tra sensibilità e ragione che si svolge in campo pratico: noi siamo sempre in lotta tra due forze che vorrebbero prevalere l’una sull’altra e che dobbiamo equilibrare. In questo sta la nostra essenza di esseri liberi e morali. Se fossimo soltanto istinto non avremmo alcun merito o demerito nel comportarci in un certo modo perché non ci sarebbe libertà: un animale è determinato ad agire dalla sua natura e, come tale, non può essere giudicato secondo categorie morali. Non c’è un leone cattivo da un lato e una cerbiatta buona dall’altro, né un agnello tenero e un lupo crudele: i loro comportamenti sono insindacabili perché fuori dagli schemi concettuali e morali introdotti dall’essere umano. Allo stesso modo, se fossimo mossi soltanto dalla ragione, una ragione assolutizzata e sublimata, non saremmo meritevoli per le azioni corrette, dal momento che in noi agirebbe sempre tale pienezza di giudizio che non ci farebbe commettere errori. Saremmo nella “santità”. Non fallibili né condannabili e dunque non responsabili. Eticamente non connotati.

Nonostante sia guidato, ma non determinato dalla ragione, l’essere umano non segue, perciò, un piano razionale predefinito: essa procede per tentativi e, proprio per questo, suo compito è sviluppare le disposizioni naturali, pur nella consapevolezza che l’uomo, il cui tempo è insufficiente, non riuscirà mai a completarle in vita. Se la natura gli ha dato la ragione, scrive Kant, è perché ha voluto che fosse più destinato alla stima razionale di sé che al benessere, più a rendersi degno della felicità che a conseguire la felicità stessa.

In tal senso la morale non è la dottrina che ci insegna come dobbiamo farci felici, ma come dobbiamo diventare degni della felicità. L’uomo si agita nel mondo, lotta nella storia, mosso da ambizione, vanità, orgoglio non per conseguire felicità, ma per esprimere i propri talenti e rivendicare diritti. La terra, anche secondo Kant, non è, dunque, un’arcadia pacificata, ideale, metastorica ma uno spazio di contrasti e affermazioni di sé, come vuole e spinge la naturale, problematica e critica razionalità dell’uomo. E la moralità, infatti, altro non è che una costrizione che sentiamo operante dentro di noi. È una legge: universale, assoluta, incondizionata.

Eppure, anche se per Kant è incondizionata, agisce sempre all’interno di un essere umano finito e dunque influenzato dalla sua condizione. Ecco perché la ragione è sempre in lotta con la parte sensibile dell’uomo che le oppone una resistenza e fa sì che tale legge morale assuma la forma del “dovere”. Nello sforzo con cui l’uomo riesce a de-condizionarsi rispetto alla propria natura istintuale è la misura della sua moralità. Sappiamo bene che quella di Kant è un’etica prescrittiva, non descrittiva: non riguarda l’uomo qual è, ma l’uomo quale dovrebbe essere, non come si comporta ma come dovrebbe comportarsi. Eppure questa necessità non nega la libertà, anzi la potenzia: nella tensione tra ragione e sensibilità c’è la consapevolezza che si debbano vincere le proprie inclinazioni naturali ma che vi si possa anche cedere così come possano essere violate le disposizioni che impone la ragione. Che, non dimentichiamolo, implica sempre l’assunzione di un rischio. D’altronde Kant non sottovaluta i limiti della condizione umana, opponendosi al fanatismo morale di chi crede che sia possibile la perfezione etica. La santità, come realizzazione compiuta della virtù, non è di questo mondo. La virtù è “intenzione morale in lotta” e non adesione naturale spontanea. Come hanno giustamente sottolineato a proposito della filosofia kantiana Abbagnano e Chiodi, la moralità non è la razionalità necessaria di un essere pensante infinito, ma la razionalità possibile di un essere che può decidere di assumere o non assumere la ragione come guida della condotta. A più riprese il filosofo salernitano ha ricordato che "se l'Illuminismo aveva portato dinanzi al tribunale della ragione l'intero mondo dell'uomo, Kant si propone di portare dinanzi al tribunale della ragione la ragione stessa, per chiarirne in modo esauriente strutture e possibilità"[1]. In questo senso, nella Critica della Ragione pura “la critica è “della” (der) ragione sia nel senso che la ragione è ciò che viene resa argomento di critica, sia nel senso che essa è ciò che mette in atto la critica”[2]. Ugualmente conclude Pietro Chiodi quando sottolinea che l'intento di Kant è proprio quello di "reperire nel limite della validità la validità del limite"[3]. Niente a che vedere con la ragione infinita di un Cartesio, giusto per intenderci, ma anche andando oltre gli stessi intenti dei philosophes.

Questo amor hominis intellectualis che impronta l’opera kantiana, l’impossibilità di “togliersi di dosso la qualità di uomo”, è il riconoscimento della grandezza/piccolezza dell’essere umano il cui pensiero è finito, certamente, ma, pascalianamente, consapevole di esserlo. La sua dignità è un dato incontrovertibile: affonda nella coerenza interiore, presupposto essenziale di ogni comportamento virtuoso, di ogni azione, cioè, la cui forza non sia nella conformità alla legge esterna, alle convenzioni, ai precetti religiosi, ma unicamente alla norma il cui fondamento è nella ragione. Si può, pertanto, essere d’accordo o dissentire riguardo al suo ferreo, quasi glaciale, rigorismo ma le pagine che ha scritto nella Fondazione della metafisica dei costumi, nella Critica della ragion pratica e negli altri scritti morali sul senso alto della dignità difficilmente hanno un riscontro altrettanto chiaro in altre opere filosofiche.

Innumerevoli sono gli esempi di agire morale che porta in esse. Anche da un punto di vista pragmatico, le formule dell’imperativo categorico, proprio perché formali e non condizionate da alcun contenuto, possono costituire una guida valida in ogni tempo e sganciata da situazioni storiche precise. Così quando scrive “Opera in modo che la massima della tua volontà possa sempre valere in ogni tempo come principio di una legislazione universale“[4], non ci dice cosa dobbiamo fare nello specifico ma, proprio per questo, ci dà un riferimento valido per qualsiasi nostra azione.

Antonio Cassese dedica al filosofo di K?nigsberg passi importanti: nel suo I diritti umani oggi scrive che tra i tanti pensatori, leader religiosi e politologi, chi ha colto meglio il concetto di dignità umana è stato proprio Immanuel Kant che nella Fondazione della metafisica dei costumi (1785) osserva come “Nel regno dei fini, tutto ha un prezzo o una dignità. Ciò che ha un prezzo può essere sostituito con qualcosa d’altro a titolo equivalente; al contrario, ciò che è superiore a quel prezzo e che non ammette equivalenze, è ciò che ha una dignità.[…] L’umanità è essa stessa una dignità: l’uomo non può essere trattato dall’uomo (da un altro uomo o da se stesso) come un semplice mezzo, ma deve essere trattato sempre anche come un fine”. L’uomo come homo phaenomenon, elemento del mondo sensibile, è mediocre, modesto, un essere naturale come tutti gli altri, ma come homo noumenon, membro del mondo intellegibile, non può essere considerato come un mezzo per i fini altrui o anche per i propri fini. A tale proposito, Cassese riporta un episodio che fa capire quanto il discorso di Kant non rimanga su un piano puramente astratto, ma possa essere applicato alla vita reale ben più diffusamente di quanto si possa credere. Nel 1991, in Francia, nella cittadina di Morsang-sur-Orge, il titolare di una discoteca decise di inserire tra le sue attrazioni il “lancio del nano”, con cui permetteva ai clienti di “giocare” e di vincere a chi l’avesse lanciato più lontano. Il sindaco vietò l’attrazione ma i proprietari si rivolsero al tribunale amministrativo di Versailles che diede ragione alla società. Il primo cittadino impugnò la sentenza davanti al Consiglio di Stato che a sua volta l’annullò in nome di quella che può essere definita la nozione di “dignità umana”. Rifacendosi alla Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo, oltre che alla giurisprudenza francese, il supremo organo di giustizia osservò che utilizzare “come proiettile una persona affetta da un handicap fisico, e presentata come tale […], lede la dignità della persona umana”. È vero, si riconobbe, che il nano aveva scelto liberamente di sottoporsi al lancio e che invocava il principio del “diritto al lavoro” e la “libertà dell’impresa e del commercio” ma si ritenne, altresì, che il rispetto della persona umana dovesse prevalere sia sulla volontà del nano sia sui diritti di libertà da lui accampati. Kant avrebbe risposto che il nano non poteva accettare di ridurre se stesso a mezzo di divertimento di altri perché doveva considerarsi un fine in sé. [5] Nessuno, cioè, può rinunciare volontariamente alla propria dignità e fare della propria umanità merce di profitto.

Non è tanto lontano dai mille casi della vita l’etica rigorosa di Kant: lo vediamo anche in questi giorni quando il concetto di libertà è da alcuni assolutizzato e contrapposto a quello della sicurezza che lo limiterebbe e quando ci si chiede cosa significhi moralità in un sistema democratico, se scegliere di proteggere chi si sente vulnerabile o rivendicare fino in fondo le proprie libertà individuali.

Kant non è comodo, anzi è scomodissimo nell’impedire che ci costruiamo alibi per i nostri comportamenti o le nostre ipocrisie, quando riteniamo di tacitare la coscienza elargendo un obolo a chi mendica o sostituendo il rispetto, doveroso per ogni essere umano, anche il più riprovevole, con la pietà autoassolutoria. Scomodissimo quando sostiene che non è la religione a fondare la morale, ma la morale, tutt’al più, la religione e che barattare una buona azione con l’ingresso in Paradiso non ha nulla di etico o quando bolla come immorale un’azione fatta nella fredda applicazione di una legge positiva e non come adesione al principio etico che dovrebbe informarla, quando stigmatizza la necessità di sanzioni là dove l’azione dovrebbe essere libera da imposizioni esterne, quando ci richiama a un’autonomia morale che un obbligo, quale quello di un controllo eteronomo, renderebbe condizionata. È scomodo quando biasima il nostro bisogno di tutori, pur maggiorenni di età; quando ci ammonisce dall’affidare ad altri la salvezza della nostra anima o la cura della nostra mente; quando smaschera la speranza in qualcuno che ci guidi come attitudine a seguire piuttosto che ad assumerci l’onere della scelta. “Se ho un libro che pensa per me, un direttore spirituale che ha coscienza per me – scrive nel saggio Che cos’è l’illuminismo? - un medico che decide per me sulla dieta che mi conviene, ecc., io non ho più bisogno di darmi pensiero per me. Purché io sia in grado di pagare, non ho bisogno dì pensare: altri si assumeranno per me questa noiosa occupazione”. Ci schermiamo tutti gridando che vogliamo essere “il capitano della nostra nave” salvo poi, alla prima occasione, quando guidare significa assumersi responsabilità,  applaudire all’homme fatal, affidarci al capo-padre-signore, quello che ci protegge dagli sbagli e decide per noi dove dobbiamo andare. Non è il caso di scomodare filosofi che hanno individuato nella scelta la fonte dell’angoscia e vissuto la libertà come condanna per capire quanto ansiogena sia la condizione dell’uomo che ha fatto del “Sapere aude!” la massima della propria condotta. Eppure è in quell’atto di coraggio, che apre a nuove possibilità, che diventa Sprung, cioè salto verso il futuro[6], la fonte della nostra dignità. È lì, nell’autonomia intellettuale e morale con cui la volontà si conforma alla razionalità, affrancandosi dall’eteronomia di un condizionamento.

La morale kantiana non è esente da critiche: molti sostengono che alla sua etica del dovere, per cui un’azione è buona in sé, indipendentemente dalle conseguenze, si dovrebbe preferire un’etica utilitaristica come quella di Bentham, ad esempio, ben più adatta a una realtà in cui si deve pur agire in vista di un principio di convenienza comune, sulla base, cioè, di un calcolo dei vantaggi e degli svantaggi e della ricerca della “massima felicità per il maggior numero di persone”. In tale dibattito più attuale potrebbe essere il ricorso a Weber e alla sua distinzione tra “etica della convinzione” e “etica della responsabilità”. Col riferimento alla prima, come sappiamo, Weber valuta l’agire in base alle intenzioni che ne sono a monte, ai convincimenti interiori, senza badare ai mezzi e alle conseguenze legati alla loro realizzazione; per quanto riguarda la seconda, invece, l’agire si giudica in base alle conseguenze esteriori che produce e ai mezzi utilizzati. Per il carattere “realistico”, quest’ultimo risulta una specie di equivalente etico dell’agire razionale rispetto allo scopo e quindi, in qualche modo, più consono all’agire politico anche se, quando scrive “Pertanto l’etica della convinzione e quella della responsabilità non sono assolutamente antitetiche, ma si completano a vicenda, e solo formano il vero uomo, quello che può avere la ‘vocazione alla politica”, egli finisca per ammettere non una separazione ma una possibile integrazione tra le due forme.

Nell’essere umano agiscono tante forze: Hume, uno dei riferimenti culturali di Kant, parla di simpatia, il sentimento morale “comune a tutta l’umanità”, che si basa sulla percezione dell’utilità o dannosità di un’azione per i suoi simili per cui si può scegliere un’azione buona anche se non vantaggiosa per noi. Kant, in realtà, non sottovaluta che ci siano altri agenti alla base dei comportamenti umani ma nega che possano costituire una legge morale la quale, per essere tale, deve avere il carattere dell’universalità. Questa condizione è assolta dalla ragione che è presente in tutti gli uomini e che prescrive in maniera rigorosa di rinunciare a ogni piacere o vantaggio individuale. “La dignità del dovere non ha a che fare col godimento della vita; il dovere ha la sua legge speciale, ed anche il suo speciale tribunale”[7].

Per Kant ciò che è giusto è un bene perché è giusto, non giusto perché è un bene. Esclude, pertanto, una serie di giustificazioni che vorremmo addurre per i nostri comportamenti individuali: “Egli giudica dunque di potere fare qualche cosa, perché è conscio di doverlo fare, e conosce in sé la libertà che, altrimenti, senza la legge morale, gli sarebbe rimasta incognita”[8].

D’altronde, “Soddisfare il comando categorico della moralità è sempre in potere di ognuno”[9]. È per questo che il Devi! si accompagna al Puoi: “Devi, quindi puoi!” È nel comando che scopro la possibilità di non obbedirgli e quindi la mia libertà.

Solo l’uomo, d’altronde, si rappresenta il dovere di agire per il dovere; solo l’uomo è soggetto a pressioni psicologiche che possono assoggettare la sua volontà e solo l’uomo può pensarsi come tenuto a vincerle. Solo l’uomo, cioè, è capace di pensare come un dovere assoluto il dovere di essere libero.[10]

E allora ciò che farà, come agirà non sarà condizionato da un luogo, da una situazione, da un’occasione ma dall’imperativo che sentirà in sé e al quale, non per interessi, sentimenti o vantaggi particolari, risponderà. Quante volte, dopo un’azione scorretta, abbiamo cercato di autoassolverci, trovare degli alibi al senso di colpa, vincere quel fastidio, pungente, sotterraneo, insuperabile. È lì, in quel disagio, che è rappresentato quello che siamo, la nostra moralità e la nostra libertà: se avvertiamo quella sensazione d’inadeguatezza è perché sentiamo che nel fondo della nostra coscienza avremmo potuto comportarci diversamente, scopriamo che eravamo, che siamo liberi.

La persona che cercasse di rispondere a quel comando, che volesse obbedire alla legge morale vivrebbe le mille difficoltà di un’esistenza sempre in bilico tra scacco e sacrificio, difficilmente felice. Ma, d’altronde, non è la felicità il fine della vita umana, di chi non può fare a meno di essere com’è, di chi tra la comodità della superficialità e la fatica dell’approfondimento, sceglie di essere, lo aveva già annunciato un illustre efesino, tra gli svegli. Di chi sceglie di resistere, in nome di una tensione ideale, di una pulsione di verità sempre più difficile da sostanziare in un’epoca di cedimento come quella che stiamo vivendo. Eppure c’è ancora chi resiste e cerca di non dimenticare che dopo di lui c’è una generazione che si troverà in eredità un mondo in cui dovrà poter continuare a vivere e a credere. In questo senso l’esempio di vita proprio di uno studioso di Kant, Pietro Chiodi, combattente e difensore della libertà, risalta limpido: egli stesso racconta, nella sua opera-diario Banditi, di come scelse di diventare partigiano dopo aver attraversato una strada piena di sangue, aver visto un carro con quattro cadaveri vicino al Mussotto e aver ascoltato un cantoniere che diceva: “È meglio morire che sopportare questo”. Di come non avrebbe potuto continuare ad accettare qualcosa che non l’avrebbe reso più degno di vivere. Perché c’è qualcosa in ognuno di noi che ci aiuta a non smarrire la strada e, anche se a fatica, a vigilare sulla nostra come sull’umanità di tutti gli esseri pensanti.




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16 gennaio 2021

Assassini torturatori e legion d'onore

La magistratura italiana ha incriminato alcuni alti esponenti dei servizi segreti egiziani per le torture e l’assassinio di Giulio Regeni, avvenuto quasi cinque anni fa. Già allora era evidente di chi fosse la responsabilità del crimine. Ora è iniziata l’azione penale, ciò che era ovvio per chi volesse capire diventa ufficiale in sede giudiziaria (naturalmente c’è la presunzione di innocenza fino al terzo grado di giudizio, ecc., ecc.).

Il presidente francese Macron il 7 dicembre ha insignito il presidente egiziano Al Sisi, da cui dipendono i servizi segreti che hanno torturato e assassinato il nostro (e di Macron) concittadino europeo Giulio Regeni, della Legion d’Onore, massima onorificenza d’oltralpe.

Corrado Augias ha immediatamente riconsegnato la Legion d’Onore di cui era stato insignito anni fa. Il suo gesto è stato immediatamente seguito da Sergio Cofferati, Giovanna Melandri e Luciana Castellina (quest’ultima per una diversa onorificenza francese).

Piero Fassino e Stefania Prestigiacomo, Pd e Forza Italia, hanno dichiarato che restituire la Legion d’Onore è uno sbaglio e, rinverdendo il Nazareno, se la sono tenuta. Emma Bonino anche se l’è tenuta, però soffrendo “imbarazzo”. Massimo D’Alema, Romano Prodi, Walter Veltroni, Dario Franceschini e molti altri politici italiani insigniti della Legion d’Onore non hanno detto una parola in proposito, dunque se la tengono ben stretta anche loro.

Offenderei Castellina, Augias, Cofferati e Melandri se dicessi che il loro è stato un gesto coraggioso, sono persone, tutte, consapevoli che il coraggio è altro, che il loro gesto è invece la sacrosanta reazione che dovrebbe essere automatica per ogni cuore democraticamente coerente. Viltà è piuttosto quella di chi questo elementare riflesso di coerenza democratica non l’ha avuto.

Poi ci sono però le istituzioni italiane. La magistratura ha iniziato l’iter giudiziario. E il Legislativo? E l’Esecutivo? Non hanno fatto nulla. Né rispetto al governo egiziano, perché non si può fingere che torture e assassinii perpetrati dai servizi segreti egiziani siano frutto di qualche “melamarcia deviata”, visti i quasi cinque anni di sistematico depistaggio del regime di Al Sisi, né rispetto alla massima onorificenza con cui Macron lo ha celebrato.

Ritirare l’ambasciatore italiano al Cairo, revocare le credenziali all’ambasciatore di Al Sisi a Roma, sono gesti simbolici, si dirà, e Al Sisi se ne fregherà altamente. Ma i gesti simbolici sono gesti, appunto, sono fatti, sono azione. Darebbero un segnale. E l’Italia dovrebbe portare la questione in sede europea. Se avesse un governo, naturalmente, e non un simulacro, che gode di un unico merito, involontario ma, ahimè, grandissimo: se cade e si va al voto arriva un Parlamento a stramaggioranza orbaniana, che elegge il pregiudicato Berlusconi al Quirinale e per cinque anni governa con il pre-fascismo di Salvini e Meloni. Non sono tempi radiosi, proprio no.





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30 novembre 2020

Tutti i complici del revenge porn

di Edoardo Lombardi Vallauri

In questi giorni si parla molto di revenge porn, per lo scalpore suscitato dalla vicenda della maestra di Torino il cui ex compagno ha diffuso materiale che la ritraeva in atteggiamenti sessuali, causandone il licenziamento dalla scuola dove insegnava.

Il modo in cui si usa la parola, in questo e in molti altri casi, è poco onesto; perché presenta le cose in una versione di comodo. Infatti si parla di questi episodi come se gli autori della vendetta e delle sue conseguenze fossero alcuni precisi, visibili colpevoli, e si sorvola su tutti gli altri. Cioè, si sorvola sul fatto che i colpevoli reali sono tantissimi, e che fra loro ci sono anche molti di coloro che puntano il dito contro i colpevoli più palesi.

Vediamo i colpevoli palesi:

1. La persona, tipicamente ex compagno, che per danneggiare una donna, o anche solo per vantarsi di essercisi accoppiato, diffonde prove visive di questi accoppiamenti.

2. Coloro che ne aumentano la diffusione girandoli sul web.

3. Coloro che a seguito di questa rivelazione adottano comportamenti ostili nei confronti di quella donna: pubblico disprezzo, oppure, come nell’ultimo caso, licenziamento motivato da questo disprezzo.

Ma se questo porn riesce a essere revenge, è perché l’intera società è complice. Di per sé un filmato non ti fa del male, non è come le percosse e le lesioni. Un filmato ti fa del male se la cosa che stavi facendo quando ti hanno filmato è una cosa brutta. Una cosa che, se venuta a sapere dagli altri, ti rovina. Ebbene, la diffusione di un filmato in cui fai sesso ti può rovinare perché la nostra società giudica male chi fa sesso. Se fosse solo una questione di pudore per la vista delle parti intime o di atteggiamenti intimi, un piccolo danno ci sarebbe, ma non si verrebbe licenziati. Né si deciderebbe di togliersi la vita, come purtroppo succede ogni anno a qualche vittima di questo tipo di vendetta, che lo fa perché si sente ormai rovinata agli occhi di tutti quelli che conosce.

Insomma, gli indispensabili complici del propagatore del filmato sono:

4. Tutti quelli che disapprovano e disprezzano chi fa sesso.

E non solo: come ho cercato di spiegare recentemente,[1] anche:

5. Tutti quelli che non lo disapprovano realmente, se non altro perché il sesso lo fanno anche loro; ma ne approfittano comunque per deridere, screditare o condannare chi lo fa, soprattutto se femmina, nelle mille forme che le relazioni sociali mettono a disposizione.

Schifoso modo di mettersi al di sopra degli altri, approfittando della persistenza di una morale ipocrita.

Cerchiamo di dare evidenza al ruolo che questa morale ha nel portare a effetto la vendetta; cioè, sforziamoci di realizzare la concreta corresponsabilità che ha, in ogni episodio di revenge porn, ciascun singolo benpensante di questa civiltà.

Se si trattasse di un danno oggettivo prodotto singolarmente da chi diffonde le immagini, e non del danno inferto da una morale scellerata, diffondendo delle foto o un video sarebbe possibile causare un danno altrettanto grave a una femmina e a un maschio. E invece il danno riguarda sempre una donna, perché questa morale giudica il sesso più colpevole nelle donne che negli uomini. Il danno, come si vede, dipende direttamente da diffuse credenze morali.

Se si trattasse di un danno oggettivo e non del danno inferto da una morale distorta che vede il sesso come colpevole, si potrebbe causare lo stesso danno diffondendo immagini dove la persona anziché sesso fa altre cose. Cose anche molto intime. Diciamo, delle foto o un video in cui va di corpo, o gioca nuda con i suoi bambini, o viene visitata dal ginecologo. Certo, un simile video darebbe fastidio perché violerebbe l’intimità; ma non causerebbe rovina, licenziamento, suicidio. Qui il danno grosso non è la violazione della privatezza, ma la perdita di rispettabilità. Un video in cui una donna fa sesso la danneggia come e più di un video in cui ruba, e molto più di un video in cui scarica immondizia in un corso d’acqua. La nostra civiltà, a parole, si finge emancipata e libertaria. Ma nei fatti, se viene reso pubblico che facevi sesso ti punisce molto di più che se inquini l’ambiente di tutti. Naturalmente i fatti rivelano la verità; e la nostra civiltà, in fatto di morale sessuale, con le parole mente.

Andiamo un po’ più a fondo, perché i complici del licenziamento della maestra di Torino non finiscono qui. Ne sono responsabili anche:

6. Tutti coloro che quando vedono in una pubblicità una donna in atteggiamento sessualmente provocante sostengono che l’immagine della donna in quella pubblicità viene svilita.

Di questo si è parlato recentemente anche su Micromega,[2] ma ripetiamolo brevemente.

Se rappresentare una donna in atteggiamento sessualmente provocante in una pubblicità è svilire e rappresentare male la donna, allora provocare sessualmente è un’azione che svilisce, e anche una maestra che fa cose di sesso è una maestra che si svilisce e si comporta/rappresenta male: quindi ha ragione la preside a considerarla incompatibile con l’insegnamento ai bambini. Per questo da anni continuo a ripetere che quella forma sessuofoba di "femminismo" che condanna ogni rappresentazione sessuale della donna è nemica delle donne. Un femminismo amico delle donne direbbe la verità, e cioè che una donna ha piena dignità anche in atteggiamenti sessuali; anche nel desiderare, invitare, accogliere l’uomo. Un femminismo che vede degradazione della donna ogni volta che la donna è associata al sesso (non come oggetto, ma come soggetto, quindi tipicamente quando invita al sesso) è un femminismo che dice brutte bugie, per la troppa voglia di vedere cattiveria negli uomini, e per la troppa voglia di credere che l’uomo, in quanto desiderante sesso con la donna, sia il nemico naturale della donna. Ma questo astio contro gli uomini conduce appunto a considerare il sesso come qualcosa che umilia e svilisce la donna, e quindi – oltre a perpetuare antiche repressioni – è anche un atteggiamento che sta in prima linea nel fornire il contesto culturale per il revenge porn. Le femministe italiane più intelligenti lo sanno bene. Speriamo che tutte le altre arrivino a capirlo.

Poi sono colpevoli dei danni del revenge porn, cioè gli permettono di essere quello che è anziché una quasi innocua diffusione di foto e video privati, anche:

7. Tutti coloro che sostengono che nel prostituirsi c’è ipso facto una umiliazione e una degradazione, anche se non c’è sfruttamento ma si tratta di una scelta libera.

Se la libera scelta di prostituirsi svilisce e degrada, mentre la libera scelta di lavorare nei campi, in catena di montaggio o dietro uno sportello non umilia e non degrada, la causa può essere solo che fare sesso svilisce e degrada. Per chi pensa che sia impossibile prostituirsi senza essere sviliti e degradati, lo svilimento non sta nel mettere a disposizione in cambio di denaro il proprio tempo, le proprie capacità, le proprie energie, ma sta nel mettere a disposizione il proprio sesso. Naturalmente è una bugia, e fare sesso non degrada una persona, quindi prostituirsi liberamente non svilisce. Ma il nucleo centrale della morale sessuofoba è purtroppo molto vivo, e fa molti danni, nella testa delle abolizioniste e degli abolizionisti della prostituzione, che quindi vedono in ogni caso degradazione nella vendita di sesso, e non nella vendita di tutte le altre cose.[3]

La lista dei complici si potrebbe allungare molto; noi fermiamoci ancora su una specifica categoria:

8. Quelli che si scandalizzano e considerano degradante che il sex appeal venga fatto valere da molte donne per procurarsi una migliore carriera e avere successo nella società.

Non parliamo dei casi in cui sono richieste competenze che mancano, e al loro posto si offrono servizi sessuali. Parliamo dei casi in cui il fascino fisico collabora a far percepire una persona come desiderabile o efficace nel ruolo che deve ricoprire; il che in molti ruoli è del tutto reale. Perché mai farsi apprezzare per la propria intelligenza o per la propria competenza non è degradante, e non lo è nemmeno farsi apprezzare per la propria disponibilità a sgobbare, mentre sarebbe degradante farsi apprezzare per la propria bellezza, cioè desiderabilità sessuale? L’intelligenza, la competenza, la diligenza e perfino il servilismo sono cose buone, e il sex appeal no? Di essere apprezzati per la propria bellezza, o di apprezzare la bellezza di qualcuno, bisogna vergognarsi? Be’, bisogna vergognarsene solo se ciò a cui serve il sex appeal, cioè essere desiderati e godere maggiormente del sesso, è male. Solo se il sesso è una cosa da cui una brava maestrina deve restare lontana.


Ma tutte queste sono quisquilie, al paragone della più nefasta specie di complici del revenge porn, e di ogni altra sofferenza che le persone subiscono a causa della colpevolizzazione del sesso:

9. Tutti i genitori che esplicitamente, o peggio ancora implicitamente, trasmettono ai loro figli e alle loro figlie l’idea che nel sesso ci sia qualcosa di male.[4]

Insomma, quando si parla di revenge porn non si è onesti se si punta il dito sui colpevoli diretti e si finge di non sapere chi sono tutti quelli che gli reggono il sacco, permettendo a questa pratica di essere l’orrore che è. Ognuno di noi che puntiamo il dito dovrebbe domandarsi se davvero non è complice dell’orrore. Cioè, se davvero è completamente libero, e completamente si astiene, da qualsiasi forma di screditamento del sesso. Di cui fa parte, in ultima analisi, anche ogni convinzione che il sesso debba avvenire solo all’interno di un legame impegnativo con una singola persona; cioè che il sesso sia una cosa non degradante solo se è riscattato dalla rinuncia al sesso con tutte le altre persone, e dall’amore.




permalink | inviato da fiordistella il 30/11/2020 alle 15:55 | Versione per la stampa

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