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31 luglio 2020

Speriamo

Lo scorso 26 luglio la Corte d’Assise di Massa ha assolto Marco Cappato e Mina Welby: dall’accusa di istigazione al suicidio, “perché il fatto non sussiste”, e da quella di aiuto al suicidio “perché il fatto non costituisce reato”, per aver aiutato Davide Trentini, sofferente di sclerosi multipla, a trovare i soldi per poter morire in una clinica svizzera, secondo la sua volontà e accompagnandolo.

Una sentenza giusta, una sentenza esemplare, una sentenza che speriamo faccia epoca. E inauguri il tempo di civiltà in cui ciascuno sarà libero di decidere sul fine vita che gli appartiene. Prospettiva niente affatto certa, perché contro la sentenza si è già aperto il fuoco di sbarramento, frontale o di suadente melassa dei “distinguo”, di quanti vogliono continuare a imporre a te, amico lettore, la loro volontà sul tuo fine vita.

La sentenza allarga i casi di liceità dell’aiuto al suicidio, stabiliti dalla Corte Costituzionale, che portarono all’assoluzione di Cappato lo scorso anno per il caso Dj Fabo. La sentenza della Corte indicava infatti tra i presupposti per la liceità il sostegno vitale al paziente tramite macchine, sostegno di cui non aveva invece bisogno Davide Trentini. L’intollerabile sofferenza fisica o psicologica è stata ritenuta sufficiente, perché come “sostegno vitale” sono state considerate le terapie farmacologiche e le pratiche manuale necessarie alla sopravvivenza del malato.

È iniziata perciò la litania contro una sentenza che “legifera”, e dunque contro i magistrati (essendo una Corte d’Assise dovrebbe trattarsi di due magistrati togati e di sei cittadini estratti a sorte) che si sostituiscono ai parlamentari, e fanno la legge anziché applicarla (su Huffingtonpost l’autorevolissimo Giovanni Maria Flick).

In realtà la sentenza è giuridicamente ineccepibile. Il sostegno vitale mediante macchine veniva indicato nella motivazione della sentenza della Corte in quanto il quesito ad essa sottoposto riguardava il caso singolo di Dj Fabo, la cui sopravvivenza era affidata al respiratore artificiale. Ma Giuliano Amato, giudice costituzionale, in un dibattito col sottoscritto nella sede dell’Enciclopedia Treccani, a sentenza emessa ma motivazione per esteso non ancora nota, aveva insistito sul fatto che per analogia la liceità stabilita dalla Corte si sarebbe dovuta estendere ad altri casi.

La sentenza non fa che interpretare una norma di legge (l’attuale e vituperando articolo 580 c.p., introdotto dal fascismo) attraverso la lente – doverosa – delle norme di livello superiore, la Costituzione repubblicana (art. 32), e di convenzioni internazionali recepite nel nostro ordinamento (Convenzione di Oviedo del 4 aprile 1997, recepita nella legge n.145 del 28 marzo 2001). Aggiungiamo la legge 219 del 22 dicembre 2017 sulle “disposizioni anticipate di trattamento”, vulgo il testamento biologico. La sinergia delle norme di cui sopra, fatte lavorare col semplice uso della logica, mettono capo al diritto di ciascuno di decidere liberamente sul proprio fine vita. Ho provato a darne una dimostrazione esaustiva nelle 124 pagine del mio libretto “Questione di vita e di morte” (Einaudi 2019), per chi giustamente non si accontentasse di queste poche righe.

Ovvio che sarebbe auspicabile una legge, abrogativa di metà dell’articolo 580, e che definisse i criteri che garantiscano la libera volontà del soggetto qualora, irreversibilmente, consideri non più vita, ma tortura, la propria condizione fisica o psicologica. Non qualsiasi legge, perciò. Solo una legge che garantisca a ciascuno di noi di poter decidere liberamente sul proprio fine vita. Ogni altra legge sarebbe prevaricazione mostruosa. Valga il vero.

Preferiresti, amico lettore, che sul tuo fine vita decida tu o decida qualcun altro, a te ignoto, magari ostile ai tuoi valori, convinzioni, stile di vita? Ho rivolto questa domanda ai presenti in ogni dibattito cui ho partecipato sull’argomento. Nessuno che abbia detto: decida qualcun altro a me sconosciuto e forse ecc. … Esiste dunque l’unanimità sul fatto che non deve essere qualcun altro a decidere sul nostro fine vita. E poiché siamo tutti pari in dignità, la regola aurea statuisce di fare agli altri ciò che vorresti fosse fatto a te: se non vuoi che qualcuno decida sul tuo fine vita al posto tuo, non puoi voler decidere tu sul fine vita di qualcun altro.

Una legge rispettosa di questi principi, che a parole tutti diciamo di voler praticare, deve perciò affermare solennemente che ciascuno decide liberamente sul proprio fine vita, e limitarsi a fissare le circostanze che registrino oltre ogni dubbio il carattere libero e irreversibile di una decisione eutanasica per sofferenza insopportabile.

Purtroppo vi sono persone che non tollererebbero che sul loro fine vita decida qualcun altro, ma poi pretendono di decidere loro sul tuo e sul mio fine vita, amico lettore. Papi, cardinali, monsignori, imam, rabbini, e anche medici o giuristi o cittadini come te e come me, tuttavia in modalità prevaricazione/onnipotenza, ne siano consapevoli o meno, visto che pretendono di imporre a chi è a loro eguale, la loro volontà sulla nostra vita (di cui il fine vita è parte integrante e cruciale). Usque tandem?

(30 luglio 2020)




permalink | inviato da fiordistella il 31/7/2020 alle 18:57 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


15 luglio 2020

Prodi e Berlusconi: totem e tabù

di Tomaso Montanari

«Non è un tabù». Romano Prodi ha ragione: per il centrosinistra, per il Pd, Berlusconi non è un tabù, è un totem. Non è una novità, una conversione sulla via del Quirinale, una rivoluzione: è, finalmente, il coraggio della verità.

Se l’Italia di oggi è così lo si deve al fatto che Berlusconi ha vinto. E non solo perché i governi Prodi e gli altri del Centrosinistra non hanno mai torto un capello al suo monumentale conflitto di interessi: molto più profondamente perché ne hanno introiettato i ‘valori’, la bussola, la visione politica.

Quando qualche storico in vena di automortificazione studierà, con sufficiente distanza e distacco, l’Italia di Prodi e Berlusconi constaterà che un’unica cultura di fondo la dominava: ed era quella del centrodestra. Privatizzazioni, precarizzazione del lavoro (riforma Treu, governo Prodi), diseguaglianze in crescita, erosione del diritto allo studio, disparità di genere, ingiustizia fiscale, securitarismo autoritario (il pacchetto Maroni che accoglie in toto il pacchetto Prodi), europeismo puramente economico all’insegna dell’austerità, regionalismo disgregante: e, su tutto, il disprezzo per il Parlamento e per la democrazia rappresentativa, con elezioni dirette, primarie e crescente personalismo.

Non una di queste derive ha visto mancare la spinta della parte di Prodi: spesso, anzi, determinante. Il Prodi che alla fine comunque vota ‘sì’ al referendum costituzionale renziano, il Prodi che sillaba (pochi mesi fa) che «al Pd serve un padre» e che per fermare «la tendenza nazionalista e autoritaria dei populisti» è necessario che il nuovo segretario «tragga forza dal suo popolo è lo stesso Prodi che ora riduce la questione Berlusconi a una saga personale di nemici-amici, dichiarando: «Due ragazzi come noi che per una volta giocano insieme è una bella cosa, no?».

Alla fine, è questa la cifra: il potere, il potere personale. Che è più forte delle vistose differenze di vite (l’austero professore bolognese, il magnate-magnaccia milanese), e che permette di dimenticare tutto: P2, mafia, corruzione, evasione fiscale, distruzione del pluralismo informativo… Tutto lavato via, da un sorriso tra questi ragazzi che marciano verso il secolo di vita.

Si potrebbe liquidare tutto con un’alzata di sopracciglio: in fondo, la battuta di Prodi sarà buona solo per un’epigrafe d’apertura al libro che racconterà la sparizione della sinistra in Italia.

Ma io penso invece che sarebbe bello se Prodi ricevesse in queste ore centinaia di migliaia di lettere, che gli ricordino che cosa ha definitivamente sdoganato, con quel «Berlusconi non è un tabu». Ciascuno potrebbe raccontargli anche solo un singolo episodio in cui è venuto in contatto diretto con ciò che Berlusconi ha fatto all’Italia.

Comincio io. Nel marzo 2012 scoprii che una delle biblioteche pubbliche più antiche e importanti di Napoli, quella dei Girolamini, era stata saccheggiata e devastata, fino a farle perdere irreversibilmente i connotati. A saccheggiarla era stato un direttore nominato dal ministro dei Beni Culturali: quel ministro era Giancarlo Galan, che aveva fatto quella nomina su richiesta di Marcello dell’Utri, che era stato il suo capo nella Publitalia di Silvio Berlusconi. Il direttore era il segretario dei circoli di Dell’Utri, e nelle mani di Dell’Utri sono stati trovati i più importanti cimeli che il direttore aveva rubato ai Girolamini. Lo Stato era stato espugnato da un pugno di sordidi avventurieri, poi finiti nelle patrie galere: è questo che, per Prodi, non è più un tabù.

Per aver denunciato tutto questo venni massacrato dal Mattino, diretto allora da un parente di Dell’Utri; e da una giornalista e senatrice forzista, che è anche la moglie di Emilio Fede. E mi venne annunciata una querela presentata dallo studio Previti. Per un attimo mi trovai nel mirino di questo gigantesco cancro: è tutto questo che sdoganiamo, quando diciamo che Berlusconi non è più un tabù.

Quella biblioteca si salvò per la fedeltà di due bibliotecari precari: che lo Stato non è mai stato capace di assumere, e questo lo dobbiamo alla parte di Prodi. Il quale evidentemente ha ragione: Berlusconi per il centrosinistra non è mai stato un tabù. È stato un totem.
PRODI, IL CAIMANO E IL MIRAGGIO DEL QUIRINALE

di Paolo Flores d’Arcais, da Il Fatto quotidiano, 10 luglio 2020

Se suoniamo inni alla conversione di Saulo di Tarso, perché prendersela col cattolicissimo Romano Prodi che ha conosciuto la sua folgorazione a Bologna anziché a Damasco?

Peccato che nel suo caso la metànoia prenda per messia il pregiudicato che per i crimini acclarati in via definitiva ha pagato con alcune visite a un istituto per vecchietti, molestati incolpevolmente, e per molti altri, riconosciuti ma prescritti, abbia potuto fare agli italiani il pernacchio di Alberto Sordi ai “lavoratoriiii...”.

Quel caimano (Franco Cordero dixit, genio cui gli intellettuali senza servitù volontaria dovrebbero ispirarsi) che ha provato ad affossare in regime la democrazia in Italia (legittimando i neo-ex-post fascisti e incubando il morbo salviniano), fermato solo da gigantesche e ripetute manifestazioni di piazza, cui fu sempre estraneo come ogni D’Alema, non certo dall’avvitarsi dell’Ulivo in alleanza con Mastella (nel governo Prodi ministro della giustizia!). Il miraggio del Quirinale vale la messa di tanto avvilimento?

(10 luglio 2020)




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26 giugno 2020

Perché in Italia siamo ancora fascisti

MicroMega incontra Francesco Filippi, autore di “Ma perché siamo ancora fascisti” (ed. Bollati Boringhieri). Al centro della discussione: la storia, il cinema, la politica, italiana ed europea. Le responsabilità di chi ha gestito – politicamente e culturalmente – l’uscita dal ventennio incontrano il ruolo che la settima arte ha giocato nella costruzione della nostra coscienza storica. Da “Roma città aperta” a “Io sono tornato”, passando per “Mediterraneo”, dai giorni della Costituzione alla necessità della destra italiana di spezzettarsi per poter sedersi in Europa, un lungo confronto su – come recita il sottotitolo del libro – un conto rimasto aperto.


intervista a Francesco Filippi di Daniele Nalbone

Francesco, per il tuo ultimo libro hai scelto un titolo interrogativo, quindi devo per forza iniziare da questa domanda. Perché siamo ancora fascisti?

Domanda più che lecita. La risposta lunga è nelle 256 pagine del libro. Quella breve, al di là della battuta, è questa: esistono due grandi famiglie di cause del perché siamo ancora fascisti, o meglio, come specifico nelle conclusioni del libro, perché l’Italia non è ancora convintamente antifascista. La prima causa è interna: il fascismo italiano muore in una maniera diversa rispetto al nazismo tedesco. Dal ’43 al ’45 ci sono di fatto tre “Italie” che si combattono: quella della Repubblica Sociale Italiana, quella del Comitato di Liberazione Nazionale e quella della corona sabauda. Queste tre “Italie”, nel momento in cui si raccontano al popolo italiano, e lo fanno in maniera diretta, rinnegano il ventennio precedente. Il CLN, ovviamente, perché antifascista; la corona per tentare di ripulirsi la coscienza; la RSI nel tentativo di sottolineare come il fascismo repubblichino sia “sansepolcrista”, che provenga dal 1919, togliendo così ogni riferimento all’esperienza di governo. Di fatto, sono stati buttati via venti anni di storia del paese. Questo ha sancito l’impossibilità di recuperare un’identità che, comunque, ha formato una generazione e mezzo di italiani. Ecco, il primo problema è stato non aver preso in mano quella memoria da subito. Poi c’è una causa esterna, anzi, più cause esterne che distinguono il caso italiano dagli altri. Dal 1943 al 1945 in Italia gli alleati hanno avuto una visione fluida del rapporto tra italiani e fascismo. In Germania, nel maggio del ’45, c’è ancora il Terzo Reich che combatte. Una settimana dopo che Hitler si è sparato un colpo in testa, il 9 maggio ’45, quando viene firmato l’armistizio, un centinaio di milioni di tedeschi passa da essere nazista a “niente”. La de-nazificazione verrà fatta di peso dagli alleati a Ovest e dai sovietici a Est. In Italia, invece, l’escamotage della co-belligeranza badogliana già nel ’43 determina che, per gli alleati, ci siano due diverse “Italie”: quella fascista, da combattere, e quella di cui bene o male ci si può fidare tanto da affidargli il governo delle regioni liberate. Questa differenza si traduce nella comparsa, da subito, di un paese che si può dichiarare vittorioso e liberato: questo significa che a quell’Italia è demandata la de-fascistizzazione. Possiamo quindi dire che gli italiani sono – ancora – fascisti perché nessuno ha chiesto o imposto loro di de-fascistizzarsi. È stato fatto un papocchio di cui oggi paghiamo le conseguenze.

Nel tuo primo libro – Mussolini ha fatto anche cose buone. Le idiozie che continuano a circolare sul fascismo - parti dall’attualità, in particolare dal mondo dei social. Ora, però, hai scritto un libro che torna indietro, prettamente storico. Ti chiedo: è stata una naturale conseguenza o alla base c’è stato un altro tipo di ragionamento?

La genesi dei due libri è in realtà un’eterogenesi. Il primo nasce perché, con il lavoro che faccio, il formatore, mi sono imbattuto nel mondo delle bufale e ho cercato di costruire un piccolo manuale di sopravvivenza per giovani antifascisti. Un libro, come lo definisce lo storico – e amico – Carlo Greppi, un “manuale di autodifesa”. Diciamo che ho notato la necessità di una prassi chiarificatrice all’interno del discorso pubblico sul fascismo. Il secondo libro, in particolare la domanda da cui parte, è invece quella che mi veniva letteralmente sbattuta in faccia durante le presentazioni del primo libro. Quel «ma» – Ma perché siamo ancora fascisti? – vuole dare l’idea anche del fastidio che provavo alla domanda: perché il fascismo è ancora parte così pesante del nostro discorso pubblico? Io, come battuta, sottolineo sempre: non è che siamo noi che ci occupiamo di fascismo, è il fascismo che continua a occuparsi di noi.

Hai scelto tre verbi, tre azioni, per strutturare il libro: punire, comprendere, superare. Dalla lettura del volume ho notato una particolare attenzione ai termini usati, al lessico. Ti chiedo: perché questa scelta? Se per il primo – punire – ormai è troppo tardi, per gli altri due – comprendere e superare – qual è il lavoro da fare?

Partiamo dal punire. Nel ‘46-‘47 l’Assemblea costituente mette su Carta un dato che possiamo considerare di fatto: il fascismo non è un’idea, è un reato. Chi lo perpetra, chi vi inneggia, chi lo sostiene, commette un reato. La questione del punire è derivata dal fatto che i venti anni di fascismo sono un reato contro la democrazia dell’Italia di allora e contro lo sviluppo del paese. Per questo analizzo il mancato punire o il punire edulcorato, che è ancora peggio. Molti fascisti se la sono cavata con uno schiaffo sulle mani o un richiamo in panchina, penso ai gangli dell’amministrazione pubblica. C’è stato qualche stop, ma ci sono anche state persone che negli anni Cinquanta hanno reclamato, riuscendo ad averla, la pensione con i contributi calcolati anche nei momenti in cui sospesi dal servizio perché sotto commissione di defascistizzazione. Concordo con te: quello che si poteva punire ce lo siamo giocati un paio di generazioni fa. Però è importante capire – ed eccoci al comprendere - come si è apparecchiato il processo, o il mancato processo di punizione, perché racconta molto di chi è stato chiamato a giudicare il reato. Una delle cose che sottolineo è che il 2 giugno del 1946, nelle famose elezioni monarchia-repubblica, i partiti della pacificazione, democristiano, socialista e comunista vennero premiati dalle urne, mentre l’intransigenza del Partito di azione di Ferruccio Parri raccolse pochi consensi, l’1,5 per cento dei voti e appena 7 eletti. C’era qualcuno, in Italia, che avrebbe voluto punire degli atteggiamenti pubblici molto chiari, ma il 2 giugno 1946 ci racconta di un’Italia che voleva solo voltare pagina. Per comprendere il fenomeno è necessario partire da qui: il paese era esausto, veniva da 15 anni di conflitto semi-permanente perché non dobbiamo dimenticarci le spedizioni militari in Libia per le “pacificazioni”, in realtà massacri di civili e partigiani libici, fino ad arrivare al 1945. L’unico obiettivo era cambiare passo, velocemente. All’inizio del 1946 la scelta era tra una defascistizzazione che avrebbe decapitato l’amministrazione pubblica e delle indagini un po’ trascinate che avrebbero però lasciato la funzione pubblica al suo posto. Superare. Il fascismo è una narrativa funzionale, in alcune fasi della nostra storia addirittura vincente, perché semplicistica. In momenti di difficoltà pone risposte facili a problemi complessi: diciamo che fa comodo. È un tema estremamente difficile da affrontare anche perché di stretta attualità. Non dimentichiamoci che in piena emergenza Coronavirus, secondo alcuni sondaggi, il 40 per cento degli italiani si è detto propenso a essere guidato dal classico “uomo forte”, da un uomo solo al comando.

Con questo libro hai fatto un’operazione che, dal mio punto di vista, ridà dignità e centralità alla ricerca storica in una fase in cui l’intero sistema, dalla scuola all’università, è in estrema difficoltà. Poni come elemento centrale per capire il presente lo studio della storia, cosa che in troppi si sono dimenticati di fare. Vado su un esempio concreto e recente: nella manifestazione di piazza del Popolo in solidarietà con le proteste statunitensi una ragazza nata in Italia da genitori stranieri ha lanciato una dura accusa caduta nel vuoto del mainstream: il razzismo che c’è in Italia – diverso da quello Usa – è dovuto al fatto che non abbiamo mai fatto i conti con il passato colonialista.

Tema centrato in pieno! Non solo non abbiamo fatto i conti, ma a metà della cena ci siamo alzati e siamo scappati dalle nostre responsabilità. A differenza di altri paesi, non abbiamo sviluppato un’etica coloniale. Non siamo riusciti nemmeno a seguire da lontano le dinamiche delle nostre ex colonie. Il razzismo italiano nasce dall’eradicazione del problema dell’altro. A questo va aggiunto un altro elemento fondamentale: ci siamo raccontati la storiella dei buoni, della brava gente. Abbiamo talmente fatto finta di niente che oggi non abbiamo neanche un lessico in grado di raccontare il grande tema delle migrazioni per sopravvivenza. Pochi giorni fa stavo ascoltando una rassegna stampa in radio: il conduttore aveva scelto come argomento del giorno su cui aprire un dibattito lo ius soli. Ebbene, la maggior parte delle telefonate in studio era di questo tono: «Con tutti i problemi che abbiamo, cosa c’entra ora lo ius soli». Non vedere tali questioni significa non capire com’è fatto questo paese: basta entrare in una classe per rendersi conto che la realtà è diversa da come viene dipinta.

Neofascisti. Postfascisti. Fascisti del terzo millennio. Con l’avvento di Berlusconi è iniziato un vero e proprio sdoganamento dei camerati italiani. Ti chiedo: questa operazione è andata a compimento? E, tornando al lessico e alla sua importanza per capire e soprattutto raccontare i fenomeni, come definiresti la destra italiana guardando soprattutto agli altri paesi europei?

Il tema è complesso: la destra italiana è una definizione che copre un’enorme galassia che parte dagli ex democristiani e arrivano addirittura fino a un partito che ha nel suo simbolo ancora la fiamma tricolore, Fratelli d’Italia. In mezzo, al fianco, di lato, un po’ ovunque ci sono poi quelli che definirei “gli ammiccanti”: quelli che per cercare militanti per questo sovranismo un po’ corpuscolare strizzano l’occhio a una determinata destra. Una delle cose interessanti avvenuta negli ultimi mesi nel panorama delle destre italiane è che un partito come Casapound ha dichiarato che non si presenterà più alle elezioni per tornare movimento: evidentemente ha trovato una rappresentatività ampia e forte in strutture meno faticose rispetto al minipartito. Per capire questo scenario, direi che la fotografia più interessante arriva dalla composizione che questa destra, che vediamo in casa come un grande blocco monolitico e plurale, assume in Europa. A Bruxelles, non riconosciuta dalle famiglie europee come una forza unica, deve spezzettarsi in tre gruppi: la Lega nel gruppo di Le Pen, Forza Italia tra i Popolari europei, Fratelli d’Italia in quello che è il gruppo europeo più complesso, quello dei conservatori. Per rispondere alla tua domanda, non ti so dire quale nome o definizione darei alla italiana, saprei però sicuramente come non definirla: cioè una destra europea.

Ho trovato molto interessante il fatto che nella conduzione di una ricerca storica hai dedicato ampio spazio al cinema. Ci spieghi questa scelta e, fra tutte le pellicole che hai mappato – domanda secca – quale faresti vedere a una classe di ragazzi e ragazze e quale invece non faresti mai vedere.

(Ride, ndr).
Sei un formatore, quindi, come si dice a Roma, ti devi accollare la domanda.
Me la accollo, me la accollo. Quella del cinema è stata una scelta obbligata visto il tema al centro del libro, capire perché “siamo” ancora fascisti. Ho notato, è banale dirlo, una frattura enorme tra la storiografia italiana del ventennio, approfondita e poliedrica, e la sua rappresentazione. Gramscianamente parlando, la storia è stata maestra: ma non ha avuto scolari. Sono partito quindi dal presupposto che c’è una storiografia accademica molto solida, ma accanto a questa c’è una coscienza storica molto diversa. Il ruolo che il cinema ha giocato in Italia, un paese nel dopoguerra scarsamente alfabetizzato, è stato fondamentale. Io sono partito da Roma città aperta per arrivare a La vita è bella, anche se nel preludio al libro parlo di Io sono tornato, esperimento assolutamente interessante che però, dal mio punto di vista, ha sbagliato nel modo di porsi. Non ti dirò quale film non farei vedere. Ti rispondo con due film che mostrerei a dei ragazzi, due film per me centrali in questo dibattito. Il primo è proprio Roma città aperta: è lì che nasce il racconto italiano, un racconto molto interessante perché si affida alle donne per rappresentare gli italiani che, se maschi, non potrebbero stare sullo schermo senza colpe. Il secondo, frutto evidente di un’Italia che pensa di essersela cavata e che vuole tranquillamente affrontare questo tema in maniera leggera, è un altro bellissimo film: Mediterraneo di Gabriele Salvatores. Il film è il racconto della guerra come una bella gita di italiani sempre buoni. È interessante che tutte le scelte forti che gli italiani fanno in questo film dipendano al cuore: l’unico che in qualche modo diserta lo fa perché si è innamorato di una donna. Tutte le domande che dovrebbero venire in mente guardando la storia di un corpo di occupazione militare in un’isoletta greca, non emergono. È un film bellissimo, ripeto, ma che letto con gli occhi di chi vorrebbe capire l’Italia appare incredibilmente auto-assolutorio. Io lo farei vedere ai ragazzi chiedendo: «Ma se quel corpo di spedizione fosse stato composto da tedeschi?». Risposta: qualche morto ci sarebbe sicuramente stato. L’ho sfangata la domanda?

(17 giugno 2020)




permalink | inviato da fiordistella il 26/6/2020 alle 6:45 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


18 giugno 2020

MUSSOLINI IN TRAPPOLA

Corriere della Sera
MUSSOLINI IN TRAPPOLA
Paolo Mieli
Un saggio di Franco Cardini e Roberto Mancini (il Mulino) rievoca il viaggio del Führer in Italia nel 1938. E avanza un’ipotesi controfattuale: se il capo del fascismo fosse morto nel 1935, oggi sarebbe ricordato in modo ben diverso

Poteva andare a finire in modo diverso la storia di Benito Mussolini? A conclusione di Hitler in Italia. Dal Walhalla al Ponte Vecchio, maggio 1938, pubblicato dal Mulino, Franco Cardini e Roberto Mancini si consentono due pagine di quello che definiscono un esercizio di «spregiudicata ucronia». Fingono che il capo del fascismo sia morto dieci anni prima di quando effettivamente venne ucciso dai partigiani (aprile 1945) e, nel contempo, oltre dieci anni dopo di quando andò al potere (ottobre 1922). Vale a dire provano a immaginare come oggi Mussolini verrebbe ricordato in Italia se fosse uscito di scena il 28 aprile 1935, all’indomani dei patti di Stresa. Patti con i quali «aveva dimostrato di aver compreso prima e meglio di altri la natura del pericolo rappresentato dalla Germania nazionalsocialista». Insomma, se fosse scomparso prima di scatenare la guerra d’etiopia e di lasciarsi avvolgere dall’ «abbraccio stritolante di Hitler», forse oggi di lui si parlerebbe in modo diverso.

In quel caso, tengono a precisare, sarebbe ovviamente rimasto, agli occhi dei contemporanei e dei posteri, il responsabile delle violenze squadristiche, della sospensione delle libertà politiche e dell’uccisione di Giacomo Matteotti. Misfatti incancellabili. Ma, sostengono, verrebbe ricordato anche come l’uomo del «risanamento delle istituzioni statali», della «lotta alla piaga dell’emigrazione», della Carta del Lavoro, dell’«autentica fondazione dello Stato sociale», dello «sbancamento della mafia», della «modernizzazione del Paese — bonifiche, ferrovie, incentivi all’industrializzazione, nascita dell’industria turistica e di quella cinematografica, impulso alle comunicazioni navali, avvio di quelle aeree — della nazionalizzazione culturale delle masse, della conciliazione tra Stato e Chiesa», di una politica estera balcanica e orientale caratterizzata tra l’altro da un «deciso filosionismo» e da una «chiara comprensione delle aspettative dei popoli arabi» che avrebbe fatto di lui un «mediatore ideale» in quell’area geografica. Talché forse oggi Mussolini sarebbe considerato in modo differente. Molto differente. «Invece l’accidente non gli è venuto», scherzano Cardini e Mancini. E il Duce si è infilato in una storia che lo ha portato tra le braccia di Hitler. Con le conseguenze che ben conosciamo.

Prima tra queste conseguenze la visita del Führer in Italia fra il 3 e il 9 maggio 1938, che fu la rappresentazione plastica di quel che si era messo in moto dalla metà del 1935. E di ciò che stava per accadere. Fu, quella visita, sotto molti profili «emblematica» in quanto «mise in movimento una poderosa macchina di autorappresentazione dello Stato monarchico e del popolo fascista». Autorappresentazione «senza precedenti per complessità logistica e per elaborazione iconografica». Il dispositivo cerimoniale studiato e originalmente proposto «fece proprie molte delle antiche formule rituali sabaude», ma si aprì anche alle «retoriche localistiche». Tale rituale, mentre «teneva conto dei rispettivi poteri nonché delle distinte prerogative del re e del Duce», si mostrò «sensibile alle esigenze della moderna comunicazione politica». Fu, secondo Cardini e Mancini, «un capolavoro che riuscì a dare della realtà italiana un’immagine sorprendentemente vivace e poliedrica, assumendo in pieno tutte le questioni estetiche e teologico-politiche al momento in auge». Riproponendo tra le righe persino quel dibattito tra «vecchio» e «nuovo» che con icastica formula fu definito «ritorno all’ordine».

Quel viaggio fu la «restituzione» di una visita che il capo del fascismo — accompagnato da Ciano, Starace, Alfieri e da un centinaio fra esponenti del governo e gerarchi — aveva fatto l’anno precedente in Germania. La delegazione mussoliniana aveva viaggiato su un convoglio speciale che «faceva sfoggio della più moderna tecnologia italiana». Varcata la frontiera, a Kiefersfelden, era andato ad accoglierlo un gruppo di importanti personalità tra cui Ulrich von Hassel, Rudolf Hess, Hans Frank e l’ambasciatore italiano in Germania Bernardo Attolico. Alla stazione di Monaco fu eretta in onore del Duce una gigantesca «M»: la città da cui era iniziata l’avventura hitleriana era addobbata a festa e fu lì che i due leader fecero la prima comparsa in pubblico. Già a Monaco camminavano l’uno a fianco dell’altro: Mussolini, salito al potere nel 1922, e Hitler che guidava la Germania solo dal 1933. Ma fu poi a Berlino che venne messa in scena una rappresentazione trionfale. Mussolini — che pure nel 1934, al momento dell’assassinio di Dolfuss, aveva impedito alla Germania di annettere l’austria — riuscì quattro anni dopo a far cadere ogni residua diffidenza hitleriana nei suoi confronti (ammesso che ancora ce ne fosse). «Mai», scrisse l’ambasciatore francese a Berlino, «alcun monarca fu ricevuto con tanto fasto».

Hitler concesse a Mussolini l’onore di rivolgersi pubblicamente a una folla di tedeschi osannanti, come fino ad allora solo lui aveva potuto fare. L’occasione, scrivono Cardini e Mancini, fu tuttavia guastata da uno scroscio di pioggia che dovette far disperare il Duce perché, fra l’altro, bagnò le cartelle dattiloscritte del suo discorso. E lui, per quanto ostentasse una certa padronanza del tedesco e potesse leggerlo «discretamente», in realtà «possedeva l’idioma parlato solo in modo malsicuro, con discreta proprietà ma con una disastrosa pronuncia». L’esito di quell’evento, «da lui atteso con ansia e accuratamente preparato», fu «obbiettivamente frustrante per il suo orgoglio». Ciò che, però, non modificò la diffusa impressione che si fosse trattato di un successo. Il capo del fascismo fu molto colpito dall’immagine di potenza offerta dalla Germania. Ne fu «affascinato e sconvolto». La stampa italiana scrisse che Hitler si era avvicinato a Mussolini. Attolico, nei suoi rapporti riservati, sostenne l’esatto contrario. Era stato Mussolini, secondo l’ambasciatore, ad avvicinarsi a Hitler.

Appena rientrato in Italia, il Duce mandò un telegramma a Vittorio Emanuele III in cui scrisse: «Mia impressione è che il Reich non ha rinunciato all’anschluss; attende solo che gli eventi maturino». Un modo per dire che il Führer gli aveva annunciato l’intenzione di annettere l’austria e che lui gli aveva risposto che stavolta non si sarebbe opposto. L’interprete ufficiale di Hitler per la lingua italiana, Paul Schmidt, nel dopoguerra ha scritto un libro, Da Versaglia a Norimberga (L’arnia), in cui è stato assai circostanziato sulla concatenazione tra quell’incontro e l’annessione dell’Austria alla Germania nazista. Mussolini, scrisse Schmidt, «aveva formulato l’invito a Hitler, in mia presenza, durante la visita in Germania e sotto l’impressione delle accoglienze ricevute». Non so, proseguiva, «se questo invito sarebbe stato fatto con tanta cordialità, qualora a quell’epoca l’anschluss dell’austria fosse già stata un fatto compiuto». Se pensiamo «a come il Duce aveva scosso il capo durante i colloqui con Göring nell’aprile del 1937, sono indotto», prosegue Schmidt, «a dubitarne». Malgrado Göring glielo avesse preannunziato, Mussolini «fu alquanto sorpreso» dal proposito di annessione. Tuttavia «fece buon viso a cattivo gioco e rispose che comprendeva perfettamente il modo di agire di Hitler».

Nel 1938, quando Hitler restituì la visita, molte cose erano cambiate dal 1934. Ma anche rispetto al 1937. La Germania nazionalsocialista, ricordano Cardini e Mancini, non aveva aderito alle sanzioni economiche contro l’italia decretate dalla Società delle Nazioni in seguito all’aggressione italiana all’etiopia. Successivamente Italia e Germania si erano trovate fianco a fianco nel sostegno politico e militare all’alzamiento nazionalista contro la Repubblica spagnola nell’estate del 1936. L’11 marzo del 1938 Hitler era entrato «da padrone» a Vienna, segnando «un passo definitivo sulla via dell’unificazione di tutti i popoli germanici». Eppure all’epoca Mussolini ambiva ancora a presentarsi come il candidato ideale per la ricerca di un equilibrio continentale, a proporsi, si potrebbe dire parafrasando Francesco Guicciardini, come «ago della bilancia europea».

Il viaggio di Hitler ebbe luogo in quello che viene considerato «l’anno migliore del regime sotto il profilo dello sviluppo socioeconomico e del benessere degli italiani del tempo». Quando si progettava come e dove accogliere Hitler, Mussolini aveva scartato l’italia del Nord: temeva, scrivono Cardini e Mancini, che nessuna delle grandi città industriali italiane avrebbe potuto reggere al confronto con quel che gli era stato mostrato in Germania. Intendeva poi evitare che il suo interlocutore «si rendesse troppo conto dell’inferiorità e dell’arretratezza del nostro Paese rispetto al Reich». Meglio Napoli e Firenze (oltre beninteso alla capitale). Messo piede sul suolo italiano, in quei primi giorni di maggio, Hitler fu costretto a prender nota della «fredda accoglienza» di Vittorio Emanuele III e della quasi ostilità di Papa Pio XI che si ritirò «ostentatamente» a Castel Gandolfo.

A Roma venne «offerta» a Hitler un’imponente parata nonché, per ben due volte, visite alla Mostra augustea della romanità e al Pantheon (la ripetizione fu resa obbligatoria dalle cattive condizioni del tempo che imposero una modifica del programma). A Napoli Hitler fu imbarcato sulla nave «Cavour», dove dovette restare per sette ore ad assistere a esercitazioni militari della Marina per poi essere portato la sera al San Carlo ad assistere a due atti, della Madama Butterfly e dell’aida. A Firenze, a far da guida a Hitler agli Uffizi fu «comandato» Ranuccio Bianchi Bandinelli, grande antichista, docente all’università di Pisa. Nelle memorie pubblicate nel dopoguerra, «certo preziose», chiosano Cardini e Mancini, «ma tuttavia rese ambigue dal loro chiaro intento autoapologetico teso costantemente a prendere le distanze dal suo passato in orbace» — Dal diario di un borghese e altri scritti (il Saggiatore) — Bianchi Bandinelli ironizzò su quell’incontro.

Quand’è che l’alleanza tra l’italia fascista e la Germania nazista divenne definitiva? In che momento della visita? Secondo quel che ha lasciato scritto Ciano nei diari, il «dado fu tratto» il 9 maggio alla stazione di Santa Maria Novella, allorché il Duce avrebbe detto all’ospite: «Ormai nessuna forza potrà più separarci». A sentir pronunciare quelle parole, Hitler si sarebbe commosso fino alle «lacrime». Cardini e Mancini mettono in dubbio che «i fatti si siano svolti davvero in una cornice emotiva» di quel genere. Ma qualcosa accadde davvero. Nel corso di quella visita, riprese a «flettersi e forse a incrinarsi» il filogermanesimo di Ciano. Il quale Ciano, però, già durante il viaggio di un anno prima in Germania, si era posto per la prima volta (nel diario privato) un interrogativo: «Basterà la solidarietà di regime a tenere veramente uniti i due popoli che razza, civiltà, religione, gusti respingono ai poli opposti?». Per poi così proseguire: «Nessuno può accusarmi di ostilità alla politica filotedesca; l’ho inaugurata io; ma mi domando, deve la Germania considerarsi una mèta o non piuttosto un terreno di manovra?». E fu nel 1938, forse, in quel 9 maggio a Santa Maria Novella che l’alleanza tra Italia fascista e Germania nazista divenne irreversibilmente, per dirla con il termine usato da Ciano, una «meta».

Proprio in quello stesso 1938, anno XVI dell’era fascista, probabilmente come diretta conseguenza dell’incontro tra Hitler e Mussolini, si ebbe quello che per gli autori del libro fu «l’evento annunziatore della catabasi». La «discesa agli inferi» avvenne il 25 luglio (cinque anni prima di un altro fatidico 25 luglio, quello del 1943 che avrebbe visto la caduta del regime fascista). In quel giorno d’estate del 1938 la segreteria politica del Pnf diede alle stampe il «Manifesto della razza» (che già circolava anonimo). Un documento in dieci brevi punti «mediocre, frettoloso, compilatorio, ispido di ambiguità e di contraddizioni», scrivono Cardini e Mancini. Ma tale da legare definitivamente Mussolini a Hitler, nonostante il capo del fascismo italiano ancora ritenesse di poter svolgere in Europa quel ruolo equilibratore di cui si è detto. Illusioni. Fu forse la scintilla provocata dalle parole pronunciate alla stazione di Firenze che portò l’italia alle leggi razziali. E trascinò Mussolini nel baratro della storia.




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14 maggio 2020

FRANCO CORDERO GENIALE

Franco Cordero era un genio. Ho avuto la fortuna e il privilegio di conoscere molte persone di intelligenza eccezionale, straordinaria, fuori del comune, invidiabile, ma solo per Franco Cordero mi è salito prepotentemente in gola l’aggettivo geniale. Una memoria leggendaria e una cultura sterminata nei campi più diversi, e la padronanza perfetta di molte lingue per cui poteva leggere praticamente tutto in originale, erano solo gli strumenti tecnici della sua genialità.

Che si manifestava in un implacabile amore per la logica e un nauseato odio per ogni fumisteria metafisica. Il rasoio di Occam era la sua durlindana, ogni ipostasi la testa di turco da mozzare. La sua polemica era sempre senza perifrasi, per colpire il peccato indicava sempre il peccatore, esemplificando nei suoi ranghi più alti, scegliendo il nemico più potente. Inchiodando queste figure, questi figuri, a tutte le loro contraddizioni argomentative e miserie morali, senza mai confondere le une con le altre. La precisione chirurgica delle diagnosi sapeva accompagnarsi con una sontuosa capacità immaginativa, che le sintetizzava in nomina diventati emblematici: il Caimano, per ricordare un solo caso. La libertà senza compromessi, che gli si imponeva come ineludibile conseguenza al dovere della verità, aveva fatto dell’eresia il filo conduttore della sua vita, e di estraneità al milieu culturale più glamour, dove troppo spesso pascolano solo “eretici con licenza de’ superiori”.

Alcuni mesi fa, sul finire dello scorso anno, mi aveva annunciato che stava per terminare un romanzo filosofico, chiedendomi di presentarlo quando fosse uscito. Ne sarei stato felice. Da allora non l’ho più richiamato, per viltà, poiché in quella telefonata avevo avvertito distintamente sue difficoltà nell’udito, e per timore di scoprire un accentuarsi di decadenza fisica ho procrastinato di settimana in settimana, in questo periodo di quarantena, la telefonata che avevo in animo. Non me ne rammaricherò mai abbastanza. Quanto al dolore privato, per la sua morte, non parlerò.

Lo ricordiamo con l’ultimo saggio pubblicato su MicroMega, 1/2017, Almanacco di filosofia, e con “Il mistero dell’intervista scomparsa”, cioè l’intervista che doveva uscire sul “Venerdì” di “Repubblica” e che fu poi censurata per smaccati ma inconfessati motivi politici (si era in periodo di pre-referendum renziano contro la Costituzione). Cordero lo affidò a MicroMega per affinità etico-politica, premettendovi la ricostruzione dei fatti, per intransigente rispetto verso i lettori e in doveroso spregio di ogni diplomazia. Non vi fu nessuna reazione. Meno che mai solidarietà.


Paolo Flores d’Arcais

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Il mistero dell’intervista scomparsa

di Franco Cordero, MicroMega.net, 9 dicembre 2016

Le premesse remote risalgono a quando scrivevo in «Repubblica». M'aveva invitato Ezio Mauro (novembre 2001): centinaia d'articoli e il Bagutta 2004, sul filo del rasoio perché Divus Berlusco regnava e i cautelosi rabbrividivano, ma non la direi mésaillance se bene o male è durata quindici anni. Due mesi fa esce Rutulia (Quodlibet), dove confluisce largo materiale d'allora. Il «Venerdì» manda qualcuno a intervistarmi, 24 ottobre: non so chi sia, né figura nel folto onomasticon del quotidiano e settimanale; ero sul chi vive, perciò lascio che parli a dirotto sfogliando il libro costellato da scarabocchi. Niente in contrario quando chiedo quesiti scritti. Arrivano e li sciolgo nella stessa forma. L'indomani canta genuflesso (26 ottobre): «Professore, grazie mille»; usciremo l'11 novembre; qualche giorno prima manderà l'intero testo affinché io lo riveda. La formula perentoria smentisce i sospetti ma il séguito rimane nella luna. L'ufficio stampa Quodlibet s'informa presso l'intervistatore: l'hanno spostata al 25 novembre; rinascono i dubbi, più gravi; e quel mattino non ne appare nemmeno l'ombra. Interpellato dall'editore, il predetto racconta un'historiette: le risposte erano nello stile dei miei articoli, quindi «non adatte» all'intervista (mai uditi argomenti simili), sicché lui e il direttore hanno deciso di non pubblicarla; in graziosa vece propongono una recensione. Il verbo “proporre” suona equivoco: l'homo in fabula accondiscenda e sarà benvoluto; altrimenti sibila la frusta recensoria. Forse erano servizi alla Leopolda, i cui adepti temono le lame affilate. Secondo questo canone, l'intervista, genus letterario, è ammissibile in quanto vi coli broda tiepida. Non interessano le opinioni cliniche sulla storia recente d'un paese afflitto da qualche tabe ereditaria.

Tali i fatti, ed ecco l'opus svanito in mano ai maestri stilisti del «Venerdì» (ogni capoverso risponde a uno o più quesiti).

Divus Berlusco regnabat. Ottant'anni gli pesano addosso, senza contare le gaffes accumulate nel quarto di secolo, ma resta temibile. Nello schieramento referendario sceglie “no”: è mossa tattica non sappiamo quanto credibile; niente lo fa supporre rassegnato alla vecchiaia quieta. L'animale biblico Leviathan nuota sott'acqua, sornione, cacciatore inesorabile: inganna le prede; lo servono uccelli parassiti; apre le fauci e gli puliscono i denti mangiando i residui del pasto. Nel caso suo è lacuna utile non avere l'organo pensante, nonché quello dei giudizi morali: risparmia fatica e dubbi tormentosi; operazioni d'istinto gli riescono a meraviglia.

Le «larghe intese» erano l'obiettivo d'una politica quirinalesca d'impronta monarchica, tenacemente perseguìta.
Sarebbe enorme la grazia pretesa dal pirata dopo «l'attentato alla democrazia» che la Corte ha perpetrato applicandogli le norme. Qualche cortigiano ventila «guerra civile» e lascia pochi dubbi la fulminea nota con cui il Quirinale manda lodi al condannato, chiedendo riforme giudiziarie.

L'attuale presidente sta agli antipodi del predecessore. Temporibus illis (giovedì 26 luglio 1990) s'era dimesso con quattro ministri quando l'impudente Andreotti poneva la fiducia sulla legge Mammì, intesa al profitto parassitario d'un Re Lanterna già padrone delle Camere, sebbene non avesse ancora identità politica.

I 101 voti tolti a Prodi nel coup de scène 19 aprile 2013 gonfiano d'euforia l'Olonese: «meno male che Giorgio c'è», canta al microfono e dal complotto notturno nasce un governo a due teste, presieduto da Letta junior, nipote del mellifluo plenipotenziario d'Arcore; il séguito sarebbe diverso se la parola contasse qualcosa nel conclave politicante.

Storia tenebrosa d'una prigionia. Il recluso era Aldo Moro, nel «carcere del popolo». L'hanno rapito le Brigate Rosse abbattendo i cinque della scorta, tamquam non esset. Al Viminale, sotto Francesco Cossiga, tiene banco la P2, ferocemente ostile al sequestrato, fautore d'una cauta apertura al PCI e presidente della Repubblica in pectore. Le messinscene poliziesche durano 55 giorni, incluso lo scandaglio d'un Lago della Duchessa. Dovevano salvarlo. Fallite le ricerche, trattino. Lo Stato non può, dicono rigoristi ignoranti del codice penale (art. 54, stato di necessità). L'introvabile scrive lettere disperatamente lucide, spiegando che delitto sia lasciarlo lì. «Non è più lui», dicono i santoni, nella cui favola il misteriosamente recluso è succubo dei terroristi; muoia com'erano morti i cinque della scorta. I brigatisti hanno l'occasione d'un colpo formidabile (lo suggeriva caritatevolmente Paolo VI), quale sarebbe restituirlo senza contropartite scatenando una crisi nel sistema, ma inviluppati in formule subintellettuali, non sanno risolversi; alla fine l'ammazzano con intuibile sollievo degli «imperialisti» contro cui declamano. Assente il cadavere, Tartufi sanguinari fingono lutto in San Giovanni. Hanno vinto, Andreotti, P2, Cossiga, il quale non cambia mestiere vergognandosi dell'inettitudine: nient'affatto, vola ad sidera; successore d'Andreotti in due governi, presiede il Senato e da Palazzo Madama sale al Quirinale; poi infesta le acque politiche, caso clinico e mina vagante. Che vita rimarrebbe al povero «irriconoscibile» se rapitori con la testa sul collo, senza disegni occulti, l'avessero liberato, guidandolo in salvo perché ormai incuteva paura agli pseudolegalisti eroi sulla pelle altrui? Vita cattiva, da homo sacer, esposto al malanimo pubblico. Eventi simili lasciano segni indelebili nel corpo sociale. L'Italia esce marchiata come paese infetto.

Che l'antiberlusconismo «non conduca da nessuna parte» e Sua Maestà d'Arcore sia idoneo al cursus honorum, era giaculatoria corrente nel Pd: Enrico Letta riteneva fattibile una «piccola legge» immunitaria che lo liberasse dalle rogne penali; Neapolitanus Rex s'era immischiato nell'invalido privilegio; e fin dalla XIII legislatura oligarchi postcomunisti garantivano Mediaset. Non s'è mai parlato sul serio del conflitto d'interessi.

Enrico Letta difendeva con le unghie l'innaturale premiership costruita dal Colle sull'asse berlusconoide Pd-Pdl: l'unico possibile, salmodiavano cercatori d'ingaggio; la «ripresa» è dietro l'angolo ma svanisce se il governo cade (dopo quattro anni l'aspettiamo ancora). Reduce dal Golfo Persico, vantava 500 milioni lasciati cadere nel cappello dagli Emiri. In via Arenula custodiva i sigilli l'ex prefetto Anna Maria Cancellieri, cara al Colle e puntuale nel sostegno della famiglia Ligresti. Eventi esterni rompono l'immobilità verbosa.

Il fattore dirompente è l'uomo nuovo, la cui apparizione spariglia i conti: ha stravinto le primarie, infliggendo un avvilente 68% contro 18% alla vecchia guardia; la segreteria del partito era obiettivo preliminare; punta all'en plein quando siano riaperte le urne. I conoscitori lo descrivono animal politicum dalle rotte sicure: boy scout, campione d'un concorso televisivo (Canale 5), presidente della provincia, sindaco fiorentino. La mainmise sul Pd svela un cuculo rapace. Nelle immagini dagli schermi pedala bardato in bicicletta. Non incarna l'icona perfetta e volano sospetti ma i gerarchi sconfitti non offrono soluzioni raccomandabili. Ovvio che l'aborrano: è titolo a suo favore; avevano mani in pasta nelle «larghe intese». Va colpita l'immagine d'innovatore. L'offerta avvelenata è una premiership che l'abbindoli nel marasma: l'equivoca maggioranza gl'inibirebbe ogni serio tentativo; sono maestri nell'arte del tagliare teste. Napolitano spranga l'unica via negando lo scioglimento delle Camere: resti vivo l'esecutivo inerte; e loda chi lo presiede.

Lo sottovalutavano: in scena appare «veloce» (un Filippo Tommaso Marinetti senza insegna letteraria); è scaltro, insonne, famelico, ingordo, sicuro d'essere predestinato, molto pragmatico, pronto a muoversi in ogni verso. I suoi mondi mentali ignorano le ideologie. L'evanescente Letta apriva larghi spazi, ormai derelitto dal Quirinale, sicché una lieve spinta lo manda ai pesci. Agl'italiani piacciono i numeri da palcoscenico e i notabili Pd hanno poco appeal. Così ribalta le prospettive seminandosi un futuro nell'area postberlusconiana dalla quale l'adocchiano (gli elettori, non i gerarchi, spaventati dal concorrente). Nessuno lo supera come possibile erede del monarca logoro. Figura, gesti, parola, egotismi lo candidano al «partito nazionale». Saltano all'occhio due precedenti. Nella Roma medievale orfana del papa inscena mirabilia l'omonimo giovane notaio latinista, Nicola, abbreviato in Cola, figlio dell'oste Rienzi: s'è qualificato Spiritus Sancti miles, liberator Urbis, et cetera; sfoderata la spada in San Giovanni, taglia il mondo in tre fette, esclamando ogni volta «è mia» (1 agosto 1347). Ed è ancora giovane l'oratore imperioso Benito Mussolini, presidente del consiglio dal 31 ottobre 1922 al 25 luglio 1943. Non nominiamo Savonarola, il cui pathos tragico è assente nel fiorentino a Palazzo Chigi.

S'è identificato con l'Italia e racconta che la salus Rei publicae stia nel sì al referendum. Se il colpo gli riuscisse, sommando riforma costituzionale e Italicum o norme elettorali equivalenti avremmo in sella l'uomo che decide. Non è prospettiva consolante perché le sventure italiane dipendono da un malaffare economico nel quale l'eredità berlusconiana impedisce ogni serio intervento repressivo (vedi come lobbies industriose sabotino la raccolta delle prove).

p.s.
Sic stabant res domenica mattina 4 dicembre, quando gli uffici elettorali aprono le urne. Davano favorito l'uomo in sella: partito con un handicap, appariva irresistibile; aveva dalla sua organi influenti sull'opinione pubblica. Politici più o meno rusés scioglievano le riserve schierandosi. I conti notturni li deludono: quel referendum somigliava al gesto con cui l'omonimo notaio romano tagliava il mondo in tre fette aggiudicandosele; e lo sconfitto subisce la rovinosa percentuale che quattro anni fa aveva inflitto agli avversari nelle primarie. Stavolta è fallita l'ipnosi, ricorrente nella storia italiana. Bene ma l'orizzonte resta buio, data l'eterogenea motivazione dei «no»: vi figura l'Olonese; sbocceranno «larghe intese», i cui retroscena alimentano cronico illegalismo (vedi banche svaligiate et cetera); e finché la corruzione succhi miliardi, saremo bel paese depresso. L'unica terapia pensabile è un'effettiva legalità.

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Guerra all’intelletto

L’homo ecclesiasticus, armato di dogma, sa essere belva feroce che si accanisce contro chi compie il delitto più intollerabile: mettere in discussione l’autorità, servirsi autonomamente del proprio intelletto. La storia delle Chiese cristiane – cattolica e protestanti – ne è piena. E nessuna religione che si faccia istituzione ne è esente: l’assunto è che si debba estirpare l’eretico, lasciarlo vivo significa ammettere dubbi sulla parola divina. Oggi come ieri.

di Franco Cordero, da MicroMega 1/2017 Almanacco di Filosofia

La fede cristiana è fatto d’eterogenesi. Gesù Nazareno, sul quale le fonti dicono poco, predicava l’imminente avvento del Regno ossia mondo nuovo e giusto sotto lo scettro divino: l’ingresso a Gerusalemme mira lì ma le autorità romane reprimono i moti sovversivi; l’incauto va sul patibolo; gli adepti spariscono. Qualcuno dirà d’averlo rivisto: allora è risorto e presto torna, luogotenente del sovrano: basta poco a trasformarlo in ente divino; l’attesa resiste alla delusione quel che basta ad alimentare una comunità credente, dove più della cellula germinale ebraica contano i neocristiani della diaspora mediterranea. L’impronta è ellenistica. L’evento cosmico s’allontana sine die e prende corpo la Chiesa configurandosi in gerarchia, riti, dottrina: parla greco e latino; mutua strutture dall’Impero; diventa centro politico; elabora dogmi ossia soi-disant verità incontrovertibili. Dissensi o dubbi sono variamente repressi, dalla blanda censura a pene terrificanti. Qui sta il punto debole del fenomeno ecclesiocratico, molte e vistose essendo le premesse vulnerabili in sede logica, storica, morale: che siamo mortali perché i protoplasti avevano violato un tabù alimentare nel paradiso terrestre, donde la tabe trasmessa ai discendenti, salvi o dannati secondo disegni concepiti ab aeterno; in mente Dei l’inferno, ancora vuoto (lo gestiranno angeli caduti), preesiste al mondo; vigono testi da intendere al lume delle glosse che detta lo Spirito santo, essendo uno e trino quel creatore. La gabbia dogmatica sviluppa dialettiche adoperabili in furiose contese. Ai ferri corti con verità empiriche, gli ecclesiasti invocano misteri oltre l’umanamente intelligibile (vedi Lutero contro Erasmo sul «servo arbitrio»: perché Dio predetermini le sorti individuali, è questione oscura; sarà disvelata nel lume della visione beatifica). Quando poi saltano fuori cognizioni mistiche negate al laico, l’espediente dista poco dalla frode. La casistica espone scenari penosi. Da notare come i sofismi teologali siano tutto fuorché sentimento religioso, se così definiamo lo sgomento dei caduti nell’abisso terreno. Quando li aiuta, Mater Ecclesia rende servizi caritatevoli. Siamole grati. Chi cerca una teologia in regola col pensiero legga Meister Eckhart, nel cui orizzonte speculativo Dio è inconoscibile, né ha senso chiamarlo creatore. Sembra più verosimile che il mondo esista ab aeterno (l’ammette anche san Tommaso, piegandosi malvolentieri al credo imposto).

Il caso archetipico è un aragonese incline all’avventura intellettuale e vi eccelle, maledetto dai concorrenti. A vent’anni irrompe in Europa con i centoventi fogli dei De Trinitatis erroribus libri septem nominandosi Michael Servetus: restano occulti editore e luogo (Haguenau 1531), pour cause; vi disintegra i feticci trinitari a colpi d’analisi logica tirandosi addosso le Chiese cattolica e riformata; l’anno dopo ripetono lo scandaloso colpo i Dialogorum de Trinitate libri duo, nonché de iustitia regni Christi capitula quatuor; e chiede ironicamente scusa del latino barbaroChierico vagante senza chiesa, disputa in Renania. Giovanni Ecolampadio era avversario debole. Martin Butzer accetta la sfida ma uditi gli argomenti, anziché rispondere, scaglia invettive: costui è diavolo in forma umana; il carnefice gli strappi le budella. Lui non batte ciglio. L’indomani s’incammina da Strasburgo verso Parigi. En route, cambia scelta, passando dai duelli teologali alla scienza medica. L’aveva già coltivata. Nel quinto capitolo del primo libello descrive la macchina cardiocircolatoria. I due ventricoli non comunicano direttamente: dal destro il sangue imbocca l’arteria polmonare, affinché «inspirato aeri misceatur et exspiratione a fuligine purgetur»; indi le diastoli l’attirano nel ventricolo sinistro, da cui scorre nelle arterie. Non è poco averlo scritto cent’anni prima d’Harvey.

A Parigi pubblica un trattato contro la farmacopea galenica, riedito a Venezia, 1546, e Lione, 1547: s’è elaborata una geniale medicina alternativa; i sorbonisti insorgono, finché il Parlamento emette un decreto inibitorio (quale massima corte giudiziaria, interloquisce spesso sugli eventi culturali). Usciva bene dalla polemica. Disgustato dell’ambiente, studia lo zodiaco; quando pronostica sventure dall’eclisse tra Marte e Luna, i Messieurs parlamentari dettano ancora un veto: l’astrologo discuta solo «de ordine rerum naturalium». Il libro seguente, Lione 1535, commenta le Enarrationes geografiche tolemaiche una cui versione latina era apparsa a Strasburgo, 1525. «L’imagination voyageuse» non gli concede tregua (J.M.V. Audin, Histoire de Calvin, Maison, Paris 1843, II, 273): a Lione era correttore nella tipografia Frellon; scende ad Avignone, risale il Rodano, trasloca a Charlieu, dove riprende l’arte medica con esiti felici. Infine eccolo a Vienne, ospite stabile dell’arcivescovo Pierre Palmier: s’erano conosciuti a Parigi; «homme du monde, il savait plaire et se faire aimer» (ivi, 276). Presso Hughes de la Porte riappare Tolomeo geografo, Lione 1541, lodato dai competenti, con dedica all’arcivescovo. Lo stesso editore gli paga bene le glosse a una bibbia latina (500 lire), sennonché lui rifiuta la quiete. Sulla Senna aveva sfiorato Calvino. Qui vuol combinargli un dialogo epistolare quel Jean Frellon nella cui bottega da bibliopola e stampatore in rue Mercière aveva lavorato: persona à double face; cattolico devoto, tiene sotto banco rapporti col papa ginevrino importando libri da vendere cari ai forestieri. Non sono interlocutori compatibili: uno intende la disputa quale opera intellettuale dove vinca chi ragiona meglio, senza verità precostituite; l’altro è un pitone del dogma; spettatori attenti notano come nel suo lessico il monosillabo «Dio» mascheri terribili egotismi; nominandolo parla de se ipso. Lo spericolato chiedeva garanzie d’immunità. L’egocrate confida i propositi a Guillaume Farel, officiante a Neuchâtel (lettera 13 febbraio 1546): se lo sogna il salvacondotto; «nolo fidem meam interponere», venga e non uscirà vivo; Serveto incolume significherebbe che Calvino conta zero. Scrittore elegante in prosa algida, spende argomenti da gangster ad maiorem Dei gloriam.

Storia crudele, conferma che siamo automi nel teatro cosmico (assioma della dottrina calvinista; in qualche punto equivoci eufemismi lo mascherano perché riesce insopportabile alle anime tenere; l’infallibile lettore se n’è accorto e non glieli perdona). L’Onnipotente aveva fissato i destini individuali: Miguel l’ha nefasto e vi corre diritto scrivendo settecentotrentaquattro pagine della Christianismi restitutio, niente meno che una revisione critica dell’universo dogmatico. Letti due o tre fogli, l’editore basilese Marrin (da non confondere col quasi omonimo Merrin) glieli restituisce perché scottano. Allora interpella Balthazar Arnoullet e il cognato Guillaume Guéroult, editori locali. Vistili muti (non vi capiscono niente), spiega cosa sia: un trattato; siccome tocca Melantone e Calvino, deve uscire senza nome d’autore, né luogo d’origine; ogni spesa sarà a carico suo, più cento scudi. La proposta era irresistibile. Glielo compongono in tre mesi. Se ne tirano 800 copie, raccolte in sei balle: cinque vanno a Pierre Merrin, Lione, presso Notre-Dame de Comfort; la sesta al libraio Frellon, da spedire a Francoforte sul Meno. Lo sappiamo infìdo: l’ha aperta; tolti vari esemplari, li manda a Ginevra.

Calvino era spiritosamente evocato nelle trenta lettere del nono libro e giura vendetta, avendo sotto mano due sicari. Uno è Nicolas Trie, rifugiato sul lago (la religione non c’entra, aveva i creditori alle calcagna); l’altro è un parente, Antoine Arneys, commerciante a Lione; e zelante cattolico, vuol riportarlo in seno a Mater Ecclesia. I cugini scambiano lettere, scritte dal mandante in perfida commedia: lo pseudo-Nicolas deplora il lassismo cattolico; a Ginevra non sarebbe tollerato chi nega la divinità della seconda Persona; e identifica l’anonimo allegando frontespizio nonché quattro fogli. Lettera e documenti vanno in mano all’inquisitore Matthieu Ory. Siamo nel tardo inverno 1553. Serveto nega d’esservi immischiato ma è difesa fragile. Le prove non lasciano dubbi. L’innescatore del caso simula sorpresa: non pensava che l’affare arrivasse a tali livelli; s’era rivolto «privément à vous seul», ma ormai actum est; voglia Iddio che il mondo cristiano sia ripulito de «telles ordures». Con quanta fatica aveva ottenuto i materiali d’accusa dal riluttante capo della Chiesa ginevrina: un conto è combattere l’eresia, altro punirla; lui non mette mano a opere penali. Lo sapevamo implacabile e scaltro, non che fosse untuoso Tartufo. Interviene Sua Eminenza de Tournon, governatore di Lione, e l’esito parrebbe scontato se l’inquisito non avesse dei protettori.

Venerdì 7 aprile, alle quattro del mattino, sotto un berretto da notte e vestaglia, chiede al custode la chiave della prigione: salta sul lastrico nel giardino; scala un muro; attraversa il cortile ed esce dalla porta sul ponte del Rodano. La meta era Napoli. Dio sa perché vada in terra elvetica e cos’avvenga nei tre mesi seguenti. Sabato 15 luglio prende alloggio nell’Albergo della Rosa a Ginevra. Voleva una barca che lo portasse verso Zurigo, ma rinvia la partenza a causa del maltempo, e così nei giorni seguenti, finché l’arrestano, domenica 13 agosto. Teneva i bagagli pronti. Stupisce che non l’abbiano scovato prima.

Ginevra ha statuto democratico e procedura accusatoria. Presenta denuncia Nicolas de la Fontaine, già cuoco in casa Falaise: Calvino lo chiama «Nicolas meus»; costituitosi prigioniero, s’è offerto alla pena del taglione se fosse smentito; erano d’accordo, quindi dopo tre giorni esce; nel quarto «absolutus est». Gl’interrogatori vertono su trentanove capi. L’evangelista imperversa in due figure, con sermoni quotidiani dal pulpito e nell’aula, avendo consulente l’apostata Germain Colladon, «homme de sang». Serveto oppone argomenti forti e svela i retroscena ma è partita disperata; gl’insetti lo mangiano vivo; restano senza risposta memorie difensive e suppliche. Sabato 21 ottobre il tribunale s’è riunito deliberando a larga maggioranza in tre sedute, cooperanti i ministri delle Chiese; deliberano pena capitale, ça va sans dire; è carne da rogo. Giovedì mattina 26 ottobre l’avvertono. Morrà l’indomani. Calvino lo descrive inebetito, in pose d’una stupidità da bestia bruta: emetteva profondi sospiri; ogni tanto gridava «misericordia!». L’indomani Farel lo visita in prigione lanciando l’idea d’un ultimo colloquio con l’antagonista trionfante; e lui accetta, restando muto quando vede che l’altro vuole solo cavargli l’abiura.

L’aspetta un corteo. Davanti all’Hotel de Ville il cancelliere dà lettura alla condanna. In ginocchio l’infelice chiede che gli taglino la testa, perché nel fuoco rischia l’anima, vittima della desperatio salutis. Confessi il delitto e Iddio l’aiuterà, nelle fiamme beninteso. Non crede d’avere delitti da confessare e se ha peccato, è per ignoranza. «In tal caso t’abbandono». Sulla via del supplizio (lo Champel è una collina) invoca soccorso. Lassù cade in ginocchio gridando e Farel lo indica al pubblico. Lo guardino: è un dotto, forse convinto delle sue idee ma gliele ispira Satana, nelle cui mani sta già. Attenti a non imitarlo e gli bisbiglia all’orecchio l’ultimo consiglio: c’è ancora tempo; confessi che Gesù è ab aeterno figlio del creatore (il delitto sta nel pensare che fosse uomo, poi investito del rango divino). Suvvia, gli raccomandi l’anima. La confida a Dio. Tutto lì? Il notaio era pronto a raccogliere ogni sillaba. Lascia famiglia? No, risponde scuotendo la testa. Desidera preghiere dagli astanti? Sì. «Vi chiede di pregare per lui». Siamo all’ultima intimazione. Confessi che la seconda Persona era «Fils éternel de Dieu». Non risponde. Quest’anima cade in mano a Satana, esclama l’accompagnatore, orgoglioso della parte recitata. Nei lunghi preliminari, incatenato al palo, sotto una corona di paglia intinta nello zolfo, Miguel chiede al boia d’agire presto: il fuoco s’accende lento; ha i piedi nella pira in fumi sulfurei; escono grida spaventose; gli abbreviano l’agonia buttando fascine. Il pubblico sfolla sgomento.

Le sventure d’un giramondo dicono che bestia feroce sappia essere l’homo ecclesiasticus quando, armato del dogma, sopraffà gli avversari. La Christianismi restitutio contava 800 copie in sei balle: cinque vanno nel rogo cattolico a Vienne, con l’autore buonanima in effigie; alla sesta provvede il destinatario francofortese, racconta Calvino; «vir pius et integer, suppressit quidquid habebat». Tre secoli dopo, lo storico dei libri Jacques-Charles Brunet scova due esemplari venduti in aste alle stelle. Calvino riappare nella Fidelis expositio errorum Michaelis Serveti et brevis eorumdem refutatio: l’assunto è che dobbiamo estirpare l’eretico; chi lo lasci vivo, ammette dubbi sulla parola divina, sicché cadono i fondamenti della fede. Con qualche sfumatura lievemente diversa, le Chiese riformate erano concordi sulla linea inesorabile (Zurigo, Sciaffusa, Basilea, Berna, Strasburgo). Dovevano strappargli le budella, farfuglia ancora l’ossesso Butzer. L’umanista luterano Melantone scioglie un inno al vincitore: sarà incoronato dal Figlio divino, presente all’ordalia; la Chiesa gli è grata, attuale e futura. Indi dà per certo che, «les choses ayant été dans l’ordre» (abbiamo visto lo scempio), i magistrati abbiano lavorato bene condannando l’apostata.

L’orrida cerimonia sullo Champel era politica ecclesiastica. Il sistema implica polizie del pensiero sotto varie insegne, dal cardinale nel Sant’Uffizio al commissario bolscevico. Giovedì mattina 17 febbraio 1600 l’ex domenicano Giordano Bruno dopo un processo interminabile muore arso vivo nel Campo dei Fiori, col morso perché aveva «bruttissime parole in gola»: non importa quanto valga intellettualmente; negava dei dogmi, sostenendo inter alia che i mondi siano innumerevoli, eterni, ed esistessero dei preadamiti. Trecentoquarantadue anni dopo, monsignor Angelo Mercati pubblica un sommario degli atti, concludendo che in quel quadro normativo processo e pena fossero legittimi. Meno cauto, l’Osservatore Romano, 20 giugno 1942, ribadisce la condanna in memoriam, senza lesinare le contumelie, perché i delitti del pensiero sono imprescrittibili. Gusti e levatura intellettuale ricordano il carnefice che insulta l’ucciso, commenta Benedetto Croce (La Critica, 1942, 283s.), ma altrove loda l’Inquisizione, «veramente santa» quale ortopedia mentale sul manipolatore d’errori (Filosofia della pratica, Laterza, Bari 1963, 8a ed., 46s.). Nello storicismo cortigiano o chiamiamola dialettica da Politburo, i roghi calvinisti portano progresso, diversamente dagli spagnoli: era in pericolo il futuro della libertà, raccontano i devoti al sistema, e Calvino l’ha difesa; nella stessa chiave pontifica lo stalinista György Lukács (apologeta delle purghe moscovite 1936-38: salvavano l’Urss dalle fauci d’Hitler). Michele Serveto paga la colpa d’essere più intelligente e audace del tollerabile nel regno dei dogmi; i teologanti erano in rissa su poste molto terrene; trapela invidia dal freddo furore con cui Calvino lo persèguita.

Deo adiuvante, esistono anche i guerrieri del dissenso. Mani anonime ma identificabili (Sébastien Chateillon, Lelio Sozzini, Celio Secondo Curione) salvano l’onore della famiglia umana con un’antologia dell’opinione libera, dalla Patristica ai contemporanei (Magdeburgo, primavera 1554). È Matteo Gribaldi Mopha l’«Italus iurisconsultus celeber»: cattedratico a Padova, rischiava la testa nella polemica con gli attori della farsa nera ginevrina; due anni dopo se ne va, costrettovi dalle «monachorum insidiae»; lo chiama Tubinga ma ormai è vita impossibile; e subisce l’ultimo sfratto da Francesco Guisa, governatore del Delfinato, nella cui Università insegnava ius civile, malvisto dai praticoni. Continuano le sue dottrine i conterranei piemontesi Giovanni Paolo Alciati e Giorgio Biandrata (Delio Cantimori, Eretici italiani del Cinquecento, Einaudi, Torino 1992, 205-25). Gli antitrinitari italiani sono un capitolo glorioso nella storia del pensiero.

I depositari del potere temono lo sguardo intellettuale: quanto meno i sudditi pensano, tanto meglio; l’optimum è un codice linguistico epurato dove, mancando parole adatte, siano sprangate le idee pericolose. Non è lunga né ardua l’operazione riduttiva: i pensieri consumano energia e tensioni emotive; emergono cose che vorremmo non sapere, cominciando dalla condanna biologica sotto cui nasce ogni animale umano, e siccome l’organo intellettivo richiede assidua manutenzione, il mancato uso porta atrofia. Sapere diventa colpa, quindi sopravvengono lobotomie collettive. L’industria della parola non pensata fornisce l’effetto narcotico, inibitorio o impulsivo. In politica, ad esempio, i discorsi hanno cadenze artefatte come litanie, esorcismi, salmi. Nel divertissement intellettuale tiene banco una compagnia dello spegnitoio, trasversale, metamorfica, abile nel dislocarsi, quindi sopravvive al collasso dei regimi: dove allunga le mani, il pensiero è galeotto; ne ammette barlumi in dosi omeopatiche, affinché non disturbi i consumatori. Leviathan li vuole malleabili, mezzi assopiti, con intervalli carnevaleschi, pronti all’applauso o mimica rabbiosa. Chierici addestrati alternano inni trionfali e man biting, indifferenti all’identità della persona su cui lavorano. Commissari d’un sistema anonimo identificano, schedano, sorvegliano gli ancora pensanti. Nessuno s’arrischi a vedere dentro le cose e dirle quali sono, scovando i nessi. Non interessano le qualità. Il mercato chiede manufatti riproducibili al costo minimo. Tra gli assuefatti è spontaneo il rifiuto d’ogni prodotto difforme. Insomma, siamo a buon punto nella tecnologia dell’automa umano, senza lugubri scenari calvinisti. Nei moderni autodafé spira buon umore. Vociferanti entusiasti simulano significati sublimi (cosiddetti glossòlali): san Paolo li biasima; è solo rumore vocale, al di qua della parola (Prima epistola ai Corinti, 14.27s.). Non perde colpi l’industria del vaniloquio.




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2 maggio 2020

BUGIE IN PANDEMIA

Le bugie come metodo (a fin di bene) al tempo della pandemia



di Edoardo Lombardi Vallauri

Durante questa emergenza epidemiologica ci si è buttati ad analizzare linguisticamente la comunicazione sul coronavirus per scoprirne le peculiarità. Diversi commentatori hanno sostenuto che per parlare della malattia si sia fatto ricorso a metafore belliche con lo scopo di amplificare la paura e l’allarme. Il virus, cioè, è stato dipinto come un nemico da combattere, con tutto il lessico che ne consegue, per farlo apparire più minaccioso. Nei casi in cui la comunicazione era particolarmente allarmista è stato senza dubbio così, e le metafore hanno fatto la loro parte insieme ai numeri, al racconto degli episodi più tragici, e così via. Ma il fatto in sé di adottare il lessico della guerra non dimostra che ci sia il desiderio di creare allarmismo. Questo perché il lessico della guerra è quello più naturale per parlare della lotta a una malattia.

La lingua non crea lessici apposta per tutte le possibili situazioni. Non c’è un verbo diverso per ‘mangiare’ a seconda di quello che si mangia, e non c’è un verbo diverso per ‘camminare’ a seconda di dove si cammina. Così, non c’è un verbo diverso per ‘lottare’ o ‘combattere’ a seconda di ciò contro cui si lotta o si combatte. L’intero linguaggio si regge sulle metafore. Le gambe dei tavoli e delle sedie si chiamano così per metafora: non per insinuare che quei mobili siano esseri animati, ma solo per non dover creare altre parole apposta. E se andare significa ‘spostarsi’, poi per metafora lo si usa anche in espressioni come andare meglio andare a male, senza che ci sia l’ombra dell’intenzione di esprimere uno spostamento nello spazio. Quando diciamo di avere letto nella mente di qualcuno non stiamo insinuando che costui abbia una mente libresca, ma stiamo solo usando un verbo già disponibile per esprimere il passaggio dal non conoscere un contenuto al conoscerlo. Le malattie, e le epidemie, anche senza intenzioni allarmistiche si sono sempre affrontatecombattute, e sperabilmente sconfitte o appunto debellate, verbo che etimologicamente contiene la parola latina bellum, ‘guerra’. Certamente usare il lessico della guerra non è rassicurante, ma nel caso di un’epidemia il fattore di allarme è molto più nella cosa che nel linguaggio bellico, in quanto questo è il linguaggio normale per parlarne, a cui la lingua non offre delle alternative se non artificiose. La verità è che si usano metafore belliche per parlare delle malattie proprio perché le malattie oggettivamente somigliano a delle guerre, e non viceversa per far credere al corpo sociale che gli somiglino. Insomma, nella situazione attuale l’importanza di questo linguaggio è stata esagerata, fino a insinuare che usare metafore di guerra per parlare dell’epidemia sia un comportamento doloso, mentre invece è quasi l’unico possibile.

Solo per citare un esempio non sospetto, non a metà marzo scorso, ma nell’aprile del 1828, uno degli uomini intellettualmente più onesti che il paese abbia mai avuto scriveva, sicuramente non con lo scopo di creare allarme sociale:

Da chiuso morbo combattuta e vinta,

Perivi, o tenerella.


E a parte l’allarme sociale, qui il fatto che la terminologia di origine bellica non serva a Giacomo Leopardi per evocare scenari veramente guerreschi lo attesta oltre ogni ragionevole dubbio l’epiteto tenerella, che configura Silvia come quanto di meno simile a un militare all’assalto. Ovviamente gli esempi, letterari e non, in cui le metafore belliche per parlare di malattie non sono dovute a tentativi di strumentalizzazione allarmistica, si potrebbero moltiplicare a migliaia.

Tutta questa attenzione alle metafore di guerra ci ha forse distolti da una questione più importante che ha caratterizzato la comunicazione sull’epidemia. Il mio parere è che in tempi di coronavirus la nostra società dal punto linguistico abbia continuato a comunicare come prima, anche se su temi diversi, e che la vera novità sia stata invece l’intensificarsi della strategia dell’inganno a fin di bene, da parte sia del governo sia delle amministrazioni locali, di certo in maniera non del tutto indipendente, ma dovuta a un qualche grado di concertazione. Chi governa l’Italia ha scelto due modi per mentire: dire il falso, e non spiegare il vero.

Un esempio del primo modo di mentire, cioè dire il falso, in realtà adeguandosi a una bugia dell’OMS, è stato proclamare per settimane che le mascherine non servivano (qui solo un esempio, decisamente istituzionale). Naturalmente portare una mascherina, pure la più farlocca, è meglio che non portare niente, se nell’aria ci sono cose dannose, anche piccolissime. Ogni persona dotata di raziocinio lo sapeva, e quindi sapeva che il governo ci stava prendendo in giro. Io ad esempio ho iniziato a portare la mascherina il 6 marzo (possono testimoniarlo gli ultimi studenti che ho ricevuto all’università).

Il governo aveva buoni motivi: di mascherine non ce n’erano abbastanza (qui taciamo sull’immondo perché), e quindi era meglio se le persone qualsiasi non se le accaparravano, perché ne rimanessero per chi era in prima linea. Ecco, questo rispettabilissimo motivo è stato taciuto quanto più possibile, e si è preferito ingannare tutti dicendo che non servivano a difendersi dal virus. La ragione è chiara: non ci si poteva fidare che adottassero una condotta generosa e collettivamente virtuosa i membri di un popolo che – solo per fare un esempio – all’avvertimento che non bisognava allontanarsi da Milano perché c’è l’infezione mortale, partiva in massa per andare a contagiare il resto del paese.

Appena le mascherine sono arrivate, come era prevedibile si è "scoperto" che erano utili a tutti. Adesso in molti comuni addirittura multano chi non la porta.

Più spesso, il governo ha mentito con il sistema di non spiegare le ragioni delle cose, in modo da lasciar intendere il falso. Ad esempio, non ha spiegato perché vietava le corsette nei parchi e addirittura le passeggiate in campagna o in montagna. Oppure sport come il tennis, che non solo permette, ma impone il distanziamento. Naturalmente queste condotte (almeno la seconda e la terza al di là di ogni possibile dubbio) non propagano nessun virus. Sono state proibite non perché fossero pericolose (non parliamo di escursioni alpinistiche), ma perché, per bloccare tutti i cretini che sarebbero usciti a fare una grigliata o una bevuta con gli amici, era più facile bloccare tutti proprio, anziché avere per strada sia gente innocua che andava da sola in campagna o a giocare a tennis, sia gente pericolosa che andava a gozzovigliare in compagnia. Insomma, se si sono proibite anche le attività sane e sicure è stato per ragioni tecniche, di polizia: per poter intercettare meglio le attività malsane e pericolose. Non si è spiegato ai cittadini che era così, perché si è temuto che ammettendo la non pericolosità di alcune condotte si sarebbe aperta la strada a infinite polemiche sull’opportunità di vietarle.

Le polemiche ci sono state lo stesso, perché non tutti sono privi di discernimento. Ma proibendo cose innocue si è indotta una grande quantità di persone dotate di poco discernimento a pensare che fossero comportamenti pericolosi. Ed ecco le aggressioni di ogni genere e il trattamento da untore riservati a chi dice che si potrebbe correre distanziati o andare in valloni non ripidi e deserti o scambiare due palleggi a tennis senza far male a nessuno. Anche se poi è una persona che rispetta il decreto, sta a casa ed esercita solo il diritto di esprimere opinioni.

Del resto, ad essere fuorviati sono stati anche molti membri delle cosiddette forze dell’ordine, che non capendo bene la differenza fra comportamenti pericolosi e comportamenti innocui (non capendola perché istituzionalmente nessuno gliel’ha spiegata), insieme a quelle giuste hanno emesso e stanno emettendo migliaia di sanzioni errate, basate su interpretazioni troppo letterali o troppo allarmistiche della norma, che poi i prefetti annullano solo a coloro che fanno ricorso, mentre purtroppo molti altri le subiscono ingiustamente. Lo documenta ad esempio questo articolo di Repubblica: Multe crudeli, casi limite ed errori: ecco lo Stato sceriffo.

Rientrano nel tacere per sicurezza anche una quantità di altre reticenze da parte della struttura di governo, che mentre diffondeva necessari decreti e autocertificazioni da viaggio avrebbe potuto benissimo diffondere (come si è fatto e si fa in molti altri paesi) informazioni documentate e spiegazioni chiare sulla natura del pericolo e sulle ragioni delle precauzioni; ma non lo ha fatto quasi per niente, lasciando campo completamente libero alla fioritura pirotecnica delle fonti e pseudofonti social. Nessuna istanza governativa ha comunicato ai cittadini italiani alcunché su questioni chiaramente utili per adottare condotte responsabili, quali, per fare qualche esempio:

- Che rapporto ci sia fra la quantità di virus presenti nell’aria, su un tavolo, su una maniglia, quindi poi sulle mani, e la capacità di infettare una persona. Informazione molto utile per capire che il virus non è un incantesimo con cui tutti i tipi di contatto sono uguali, e quindi per fare le scelte migliori e più adeguate in caso di vicinanze o contatti inevitabili.

- Per quali ragioni e anche col favore di quali altre condizioni (temperatura, umidità, aereazione, ecc.) il virus decada in tempi molto diversi a seconda della superficie su cui si trova. Informazione molto utile per comportarsi in modo efficace, ad esempio, con le cose comprate al supermercato e portate a casa.

- Per quali ragioni la durata delle mascherine sia unanimemente da considerare limitata. Informazione molto utile per sapere se lavandole, oppure anche solo lasciandole alcuni giorni da parte per far morire il virus, tornino utilizzabili, oppure no. In regime di grande penuria delle mascherine, era informazione addirittura indispensabile. Stessa cosa per i guanti di lattice.

Insomma, si è vista una preferenza per dare ai cittadini soltanto permessi o divieti assoluti; la deliberata intenzione di non aiutarli a capire, di non dargli elementi in base a cui regolarsi. Così ci si comporta con i bambini piccoli e discoli, che si considerano incapaci di ragionare. E a proposito di bambini, allo stesso genere di comunicazione appartiene anche il modo in cui a un certo punto è stato comunicato che si poteva uscire a fare due passi vicino a casa anche coi bambini, oltre che col cane. Ad esempio da parte di molti telegiornali, in assenza di una spiegazione ufficiale, lo si è comunicato in modo da generare in moltissime persone la convinzione che non si potesse più uscire da soli, ma solo coi bambini. Mentre il divieto non ha mai riguardato l’uscire da soli, bensì solo quello di uscire in due o più. Insomma, presentando l’uscire con un bambino in maniera ambigua non come l’eccezione all’uscire in due, ma come l’eccezione all’uscire in generale, si è ottenuto di ridurre ancora la mobilità di milioni di persone. Lo si è ottenuto, però, non con un decreto (che sarebbe stato insostenibile), e nemmeno con argomenti persuasivi, ma surrettiziamente, condizionando le persone a loro insaputa.

Tutto questo non è casuale. È il frutto di una strategia comunicativa costante e applicata con consapevole coerenza, fondata sulla convinzione che i cittadini siano o troppo stupidi per capire, o troppo indisciplinati per adottare i comportamenti più responsabili. Probabilmente è una convinzione giusta. Io credo che, se chi governa ha scelto questa linea, sia perché una percentuale troppo elevata della popolazione è così. E non è detto che abbiano più ragione le amministrazioni che, in altri paesi, si regolano nel modo opposto. Ad esempio, in Inghilterra i cittadini ricevono frequenti email dalle loro municipalità, con raccomandazioni e spiegazioni. Qui mostriamo l’inizio di un messaggio inviato ieri 9 aprile ai residenti dalla City of Westminster (Londra), lungo 16 schermate, che inizia parlando di come comportarsi nella frequentazione dei parchi pubblici. Vi si spiega sia quanto faccia bene alla salute stare all’aperto, sia quanto e perché sia sconsiderato avvicinare persone diverse da quelle con cui già si convive, e così via. È possibile che una simile fiducia nella capacità dei cittadini di capire e di agire di conseguenza sia mal riposta, e che sia destinata a provocare danni anche gravi. Certo è che in Italia questa fiducia proprio non c’è stata: si è preferito e si preferisce dirigere il popolo privandolo degli strumenti per ragionare.

Si fa lo stesso apponendo certi cartelli stradali: al bivio fra l’attraversamento di una città e un lungo giro esterno, il cartello che indica la destinazione successiva suggerisce il giro esterno, dando a intendere che sia la strada più breve; invece è la più lunga per chi è in viaggio, ma la migliore per gli abitanti della città che non gradiscono il traffico di passaggio. Se invece di ingannare il viaggiatore gli si dicesse "a sinistra ci metti di più, a destra ci metti di meno ma disturbi il traffico cittadino", tutti andrebbero a destra. Per fare un esempio macroscopico: in questo momento alle porte di Genova, per chi arrivi in autostrada da Savona, destinazioni come Pisa, Livorno e Firenze sono indicate dalla stessa parte di Milano; ma chi segue quei cartelli constata che il percorso comporta mediamente tre quarti d’ora di viaggio in più rispetto al passaggio attraverso la città. (Fonte: Google Maps).

Insomma, lo stato tratta i cittadini da stupidi, come il proverbiale medico pigro che usa paroloni e non spiega al paziente la sua malattia e il funzionamento della cura, ma gli dà solo istruzioni da seguire pedissequamente. O come il genitore incapace che non fa capire al figlio le ragioni dei suoi editti. In certi casi è la cosa migliore per raggiungere un effetto immediato; in molti più casi si ottiene un malato che si cura male, e un figlio che diventa sempre più discolo. Credo che questa volta trattare gli italiani da stupidi fosse il male minore, perché c’era un’emergenza; e credo che sia interessante accorgersene per chi studia le problematiche della comunicazione. Ma stiamo attenti a non perpetuare questo modo di procedere, perché non è giusto, perché alla lunga logora la fiducia dei cittadini (soprattutto di quelli intelligenti) nello stato, e anche proprio perché produce dei cittadini stupidi, che è il male peggiore di tutti e foriero di infiniti altri mali.

Ormai, poi, si avvicina la fase 2, quella in cui meno cose saranno vietate e in cui tutto dipenderà da quanto bene ci comporteremo nell’uso della nuova, parziale libertà. Chi non avrà capito la differenza fra condotte innocue e condotte pericolose, che non coincide affatto con l’attuale, fuorviante distinzione fra cose permesse e cose proibite, farà molti danni. In questo momento, purtroppo, i divieti sono l’unica informazione che la stragrande maggioranza degli italiani ha ricevuto dalle fonti istituzionali. Per il resto, il vuoto è stato colmato dal bailamme dei social. Se da parte di chi governa non si inizieranno a spiegare bene cause ed effetti, milioni di persone che si sono regolate in base all’idea inesatta che tutto il vietato fosse pericoloso, ora si regoleranno in base alla (stessa) idea che tutto il permesso sia innocuo, comunque lo si attui. Quindi l’ora in cui si spiegherà ai cittadini, per bene, tutto quello che occorre per capire come comportarsi, non può più essere procrastinata
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15 aprile 2020

MONI OVADIA-CASA DI BAMBOLA

Le prime rappresentazioni della pièce Casa di bambola, alla fine dell’Ottocento, fecero scandalo e scatenarono aspre discussioni nei salotti buoni della borghesia: la storia di una donna che, compresa e svelata la squallida realtà del potere maschile, incarnata dal proprio marito, lascia casa e famiglia per ritrovare se stessa, era troppo radicale per gli spettatori di allora. E per certi versi potrebbe esserlo ancora oggi. Ibsen seppe infatti anticipare con lucidità profetica una questione che pesa ancora irrisolta sulla nostra civiltà: quella della relazione uomo-donna e della difficoltà maschile a riconoscere fino in fondo la complessa e composita integrità del femminile.

di Moni Ovadia

Sono un teatrante di 72 anni, ho visto tanto teatro di ogni genere e tempo addietro mi è capitato di vedere anche un paio di allestimenti di Casa di bambola del drammaturgo norvegese Henrik Ibsen (Skien 1828-Cristiania 1906). Ho letto il testo della pièce per la prima volta tanti anni fa, così tanti da conservarne una memoria schematica e nebulosa. Se MicroMega non mi avesse chiesto di proporre le mie riflessioni su questa celebre opera teatrale, verosimilmente non l’avrei più riletta. Non appartengo a quel teatro, detto di prosa e che consiste nella messa in scena di testi scritti da drammaturghi e fondato sull’accurata analisi del testo stesso e dei personaggi attraverso le indagini del sottotesto. I miei lavori propongono piuttosto un teatro musicale, che assembla generi, declina musica, canto e narrazione, o guarda a forme rituali. Tuttavia, sollecitato a ripercorrere attraverso la lettura Casa di bambola, ne sono rimasto conquistato.

Il dramma – scritto da Ibsen nel 1879, all’età di 51 anni – ci presenta il quadro di una coppia borghese con tre figli. Il marito Torvald Helmer è in procinto di diventare direttore della filiale di una banca di cui è già funzionario; Nora, la moglie, è una giovane donna molto aggraziata che Torvald ama per la sua leggiadria ma che tratta paternamente come un’adorabile scapestrata da proteggere dalla sua stessa avventatezza. Nonostante Nora si presti a corrispondere all’idea che Torvald ha di lei, è in realtà una donna di spessore che tempo addietro, di fronte a una seria malattia del marito curabile solo con un radicale cambio di clima ed essendo quest’ultimo totalmente refrattario a contrarre debiti in ossequio alla sua rigida idea di rispettabilità, sceglie di affidarsi a uno strozzino, facendo salti mortali per pagare a ogni scadenza il dovuto, risparmiando spasmodicamente sulle proprie spese.

Torvald ha un amico che è profondamente legato a lui, il dottor Rank, affezionatissimo anche a Nora di cui, come scopriremo nello svolgersi della vicenda, è segretamente innamorato. Rank frequenta assiduamente la casa degli Helmer. Nella tranquilla vita della coppia irrompe, inattesa, un’antica amicizia di Nora, Kristine Linde, che non si era fatta viva per lungo tempo. Nora, felice, l’accoglie con grande calore e gioia. Kristine le racconta che è tornata anche perché ha bisogno urgente di trovare un impiego. Nora si offre di intercedere presso Torvald affinché l’assuma nella sua banca, richiesta che il marito accoglie di buon grado.

A questo punto Ibsen ci offre il primo colpo di scena. Nella tranquilla routine della coppia si insinua una figura sinistra: è Krogstad, lo strozzino. Krogstad è impiegato della banca di Torvald, in gioventù i due hanno avuto un’amicizia intima che permette a Krogstad di dare del tu all’amico di un tempo, una confidenza che irrita oltremisura Torvald, il quale ha intenzione di licenziarlo. Il suo posto sarà preso da Kristine. Krogstad, che in passato è stato coinvolto in uno scandalo per necessità, oggi non può perdere il suo posto. Costi quel che costi. L’intrusione di Krogstad nella vita della coppia determina l’addensarsi del dramma. Veniamo a sapere che Nora, per salvare la vita del marito, non solo aveva contratto il debito usurario, ma nella necessità di fornire una garanzia per ottenere il denaro, si era spinta a falsificare la firma del padre deceduto da pochi giorni. Krogstad ha le prove della falsificazione e ricatta Nora perché interceda presso il marito per fargli mantenere il posto. Nora si confida con Kristine che si offre di aiutarla.

Nuovo colpo di scena. Ibsen ci mette a conoscenza di una trascorsa relazione d’amore fra Kristine e Krogstad, finita perché Kristine lo ha lasciato, gettandolo nella disperazione, per mettersi con qualcuno che le permettesse di provvedere a suo figlio. Kristine offre dunque il suo amore e la sua cura a Krogstad dicendogli che rinuncerà all’impiego affinché lui possa conservare il suo. Krogstad è fuori di sé dalla felicità, non vuole più fare del male a Nora, ma ha già inviato a Torvald una lettera con le prove di ciò che Nora ha fatto. In un impeto di generosità comunica a Kristine che si recherà da Torvald per chiedergli di restituirgli la lettera senza leggerla ma lei si oppone: vuole che Nora abbia l’opportunità di arrivare a una resa dei conti con il marito per uscire dal ruolo della bambolina e mostrare la donna che è, con la sua verità. Nora nel frattempo spera in un prodigio, ma al leggere la lettera Torvald si scaglia contro di lei, sventolando la bandiera del suo onore e della sua rispettabilità borghese di fronte alla società di cui fa parte e prospettando a Nora una vita di ubbidienza e «segregazione». A quel punto a Torvald arriva la notizia che Krogstad non si servirà delle prove e che Nora ha fatto ciò che ha fatto solo per amor suo, e che dunque il suo prestigio è salvo. Felice torna a vezzeggiare Nora e a celebrare il loro idillico ménage.

Ibsen ci porta fin qui per offrirci il culmine drammaturgico e artistico del suo capolavoro: l’ultimo colpo di scena. Nora vuole la resa dei conti. Il prodigio che aveva sperato – che Torvald di fronte allo scandalo assumesse tutta la colpa su di sé – non si è prodotto. E così comunica al marito che lo lascia e che lascia a lui i figli perché ha capito che lui è un estraneo e lei non lo ama. Deve rimanere sola per trovare se stessa.

***

Teatralmente parlando l’opera è costruita magistralmente, con un ritmo e un crescendo che avvincono lo spettatore e lo conducono con una progressiva suspense verso un esito del tutto inaspettato e imprevedibile nella sua radicalità. Questo è sicuramente l’effetto che fece agli spettatori degli ultimi decenni dell’Ottocento, ma a mio parere continua a interrogare lo spettatore di oggi in modo sorprendente come non può non fare un classico. Le prime rappresentazioni fecero scandalo e scatenarono aspre discussioni nei salotti buoni della borghesia al punto che sugli inviti alle feste si poteva leggere: «Si prega di non discutere di Casa di bambola», per evitare che le feste stesse si trasformassero in occasioni di clamorosi litigi. Oggi non sarebbe sicuramente il caso, ciò non di meno il dialogo finale fra Torvald e Nora rimane perturbante rispetto alla relazione fra uomo e donna, agli equivoci che continuano a sottostarvi e alla difficoltà maschile a riconoscere fino in fondo la complessa e composita integrità del femminile.

L’ambiente in cui è collocato lo svolgersi dell’opera fino alla scena antecedente il dialogo finale è chiaramente riconducibile all’epoca in cui venne scritta e possiamo ritrovarlo più o meno uguale fino agli anni del Novecento in cui la morale borghese esercita ancora la sua influenza. Venendo a lustri più vicino a noi quel contesto appare lontano, puramente «teatrale», ma alla svolta del dialogo finale – che parrebbe concepito da una drammaturga femminista – la pièce balza davanti a noi con lucida necessità e spietata urgenza: facendo quasi sembrare che le due parti dell’opera siano state scritte da persone diverse.

Casa di bambola è stata sottoposta a molte critiche di segno estetico e sociologico, miranti a negare che Ibsen l’abbia scritta con l’intento di celebrare l’emancipazione femminile in una società maschilista e arrivando ad affermare che nella situazione che si viene a creare fra la protagonista e il marito, Nora sia la responsabile e Torvald l’innocente che subisce. Critiche che sono state pertinacemente confutate in un memorabile saggio di Joan Tempelton, Ibsen’s women, che documenta con dovizia di particolari le posizioni «femministe» del drammaturgo norvegese. «Casa di bambola», scrive Tempelton, «è il naturale sviluppo del forte filone femminista presente nei lavori precedenti di Ibsen, a cominciare da La signora Inger di Østraat, in cui fa la sua comparsa il tema della divisione del mondo su base sessuale, per poi proseguire – di pari passo con il critico esame di questa divisione – in I guerrieri ad HelgelandLa commedia dell’amoreI pretendenti alla coronaBrand e nella pièce che seguì Cesare e Galileo precedendo Casa di bambola, la spudoratamente femminista Le colonne della società».

Non c’è solo Nora che torreggia prima nella sua capacità di sacrificio e poi di coraggiosa e ultimale lucidità, di altissimo profilo è anche l’altra figura femminile, Kristine, che non solo è capace di sacrificio due volte per amore e altruismo (una volta lasciando l’amato procuratore Krogstad per salvare i figli, e una seconda tornando con Krogstad e rinunciando al proprio lavoro per restituirgli vita e dignità) ma che, pur potendo scongiurare il dramma coniugale, lascia che esploda per dare a Nora la possibilità di prendere coscienza dell’ipocrisia del marito che considera la moglie una graziosa bambolina, non ne riconosce l’amore ed è solo preoccupato delle apparenze sociali. Due donne che rivelano dunque tutta la squallida realtà del potere maschile. Nora ne trae le conseguenze estreme e le espone con un argomentare di sconcertante modernità, rivelando che Ibsen seppe anticipare con lucidità profetica e arte suprema una questione che pesa ancora irrisolta sulla nostra civiltà.

Nella sua capacità di costruire i personaggi, di intuirne l’animus, in particolare quello femminile, e di collocarli nei contesti sociali con precisione chirurgica ma rivelando prospettive inaudite, Ibsen si staglia come un gigante del teatro con la statura di un grande pensatore. Non è un caso che Sigmund Freud, indagatore dei segreti della psiche, in un celebre saggio – Shakespeare, Ibsen e Dostoevskij – lo ponga a fianco di due colossi della letteratura.

(14 aprile 2020)




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31 marzo 2020

LO STERMINIO

Lo sterminio della mia generazione


di Giorgio Cremaschi

Il Covid19 sta sterminando chi ha dai settant’anni in su, la mia generazione e quelle più vicine. Generazioni nate a cavallo della seconda guerra mondiale, che ne hanno incontrato le sofferenze, le distruzioni, i morti, le lotte o direttamente, o subito dopo nei ricordi dei genitori che ogni tanto si lasciavamo scappare qualche frase, magari mentre si parlava d’altro.

Io, che sono nato nel dopoguerra, ho conosciuto questa parola per un gioco stupido che avevo imparato in strada, allora i bambini ci vivevano, da miei compagni più grandi. Facevano con la bocca il rumore sempre più forte degli aerei che si avvicinavano: uuuuuuuuu. Mi era sembrato divertente e poi ero bravo a riprodurre quel suono ed una sera lo provai a tavola. Un urlo disperato di mia madre – smettila! – mi ammutolì. Seppi poi che ad altri bambini non era andata così bene, il loro rievocare il rumore dei bombardieri in arrivo era stato interrotto da solenni scapaccioni.

La mia generazione ha visto il mondo cambiare forse come poche altre. Quando ero piccolo il solo mezzo di comunicazione della famiglia con il mondo, oltre ai giornali, era la radio. Telefoni e televisione erano un lusso che sarebbe arrivato dopo, già con l’adolescenza.

La mia generazione non è stata determinante per la ricostruzione del paese, realizzata da quelle precedenti. Però la mia generazione è stata decisiva, questo sì, per la costruzione sociale civile e culturale. Quando ero adolescente la moralità dominante era ancora quella medioevale. La donna era sottoposta all’uomo, vigeva persino il diritto di ucciderla se traditrice dei doveri di matrimonio. E divorzio, aborto, omosessualità, erano proibiti persino come parole, la maledizione ed il sospetto incombevano su chi osasse parlarne senza usare termini spregiativi.

La scuola era un privilegio da cui erano esclusi i figli degli operai e dei contadini. Il primo esame era in seconda elementare e si poteva essere bocciati, ricordo miei compagni di classe che lo furono. Poi dopo l’esame di quinta elementare c’era la vera spartizione sociale. Per entrare nella scuola media - dove si studiava il latino e solo attraverso la quale si poteva accedere al liceo ed all’università - si doveva superare un difficile esame di ammissione, pubblico però senza alcuna preparazione pubblica. Così le famiglie dovevano pagare un’insegnante privata e quelle che non potevano permetterselo mandavano i figli alla scuola di avviamento, che dopo tre anni spediva direttamente al lavoro. La maggioranza della mia classe seguì quella via e a tredici o quattordici anni molti di quei ragazzi erano già apprendisti operai, o semplicemente garzoni, così si chiamavano, in qualsiasi altro posto di lavoro.

Nei luoghi di lavoro vigeva un autoritarismo padronale che si sommava a quello che si era riaffermato in tutta la società, dopo il breve dilagare di libertà seguito al 25 aprile del 45. Giuseppe Di Vittorio lo definì il ritorno del fascismo nelle fabbriche. E anche se il paese cresceva e diventava diverso, lo sfruttamento era gigantesco, come la miseria che spingeva milioni di persone dal Mezzogiorno verso il Nord, ove si accelerava lo sviluppo industriale. Il mondo cambiava e la politica, la grande politica entrava nelle vite della mia generazione da tanti lati. Dal conflitto delle sinistre, comunisti e socialisti, con la democrazia cristiana, che attraversava tutto il paese e che prima o poi ti coinvolgeva Dallo sconvolgimento del mondo dove crollavano gli imperi coloniali e avanzava il socialismo, dalle lotte di liberazione, Cuba, l’Algeria, il Vietnam che ti chiedevano di prendere posizione. Dal cambiamento dei costumi che avanzava e minava l’Italia bigotta, familista e autoritaria che ancora dominava. Magari si cominciava con la musica, il rock contro il melodico, e poi si finiva in piazza. Quelli più grandi di noi lo fecero già nel 1960 scendendo in strada con le loro magliette a righe contro il governo filofascista di Tambroni e furono uccisi a Reggio Emilia, in Sicilia. Poi ci furono il 68 ed il 69, le grandi lotte degli settanta, che davvero trasformarono il paese, spazzarono via tutto l’autoritarismo che ancora lo permeava e provarono a costruire una società giusta.

Negli anni 80 cominciò il riflusso, il giro di boa della storia, e in diversi decenni di restaurazione molte conquiste sociali e democratiche furono cancellate. Nel nome del mercato e dell’impresa, che si presentavano come moderni, rivoluzionari persino. Una parte della mia generazione fu catturata da questi tempi nuovi e se ne fece complice e artefice. In molti però resistemmo, per fermare ciò che vedevamo come il ritorno al passato, mentre si presentava come il futuro. Così da rivoluzionari in fondo diventammo conservatori, e così fummo definiti e dileggiati. Lottammo tanto, ma perdemmo, il mondo diventò ciò che non avremmo mai voluto che fosse, dominato dalla ricchezza e dal denaro. Prima di restare chiuso in casa, girando per Brescia mi capitava spesso di incontrare operai con cui avevo lottato negli settanta e ottanta e tutti mi facevano lo stesso discorso: quanti scioperi quante lotte e ora si è perso tutto, i giovani non hanno più nulla di ciò che avevamo conquistato noi.

Già i giovani, ai quali la mia generazione era additata come causa dei loro guai, da chi ci aveva sconfitto. Noi eravamo considerati dei privilegiati, perché avevamo conquistato un lavoro più sicuro, perché avevamo una pensione, bassa ma dignitosa. Noi avevamo lottato contro la distruzione dei diritti sociali e del lavoro, contro la precarizzazione dei lavori e delle vite, ma paradossalmente, proprio coloro che avevano cancellato le nostre conquiste, ora ci accusavano di essere la causa del fatto che nessuna di esse fosse arrivata ai giovani.

Eravamo i baby boomers,  la generazione nata col boom delle nascite del dopoguerra, che viveva alle spalle di tutte le altre. Ok boomers era il termine che si stava diffondendo e che serviva a zittire con disprezzo uno della mia generazione, se provava a dire che il mondo attuale non gli piaceva affatto. Vai all’inferno vecchietto, accontentati dei tuoi privilegi e della tua vita fortunata.
Poi è arrivato il morbo che ha aggredito in particolare gli anziani e ucciso tante e tanti di essi. Come per una tremenda legge del contrappasso, noi che abbiamo lottato per la sanità pubblica e contro i tagli e le privatizzazioni, ora siamo vittime della nostra sconfitta e del successo di chi ci ha battuto.

Ora di fronte allo sterminio delle generazioni anziane l’opinione verso di noi sta mutando, e una società che ha colpito i diritti e il futuro dei giovani dandone la colpa a noi, ora riscopre le parole e le idee della nostra gioventù. Il conflitto generazionale quasi scompare e tornano le differenze di classe, le ingiustizie sociali, la divisione tra ricchi e poveri, anche quelle tra stati nel mondo. E la solidarietà e l’eguaglianza riconquistano improvvisamente la ribalta, i politici che le hanno sempre ignorate e dileggiate ora si nascondono ipocritamente dietro di esse.

La mia generazione e quelle più vicine pagano con migliaia di morti il ritorno di ciò per cui si sono battute fin dalla gioventù e per cui bisognerà riprendere a lottare. Coloro che ce l’avranno fatta in fondo torneranno giovani e ci auguriamo che essi siano il più possibile
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10 marzo 2020

CORONAVIRUS

L’umanesimo ai tempi del coronavirus. Rileggendo “La peste” di Camus



di Teresa Simeone

“I singolari avvenimenti che danno materia a questa cronaca si sono verificati nel 194… a Orano; per opinione generale, non vi erano al loro posto, uscendo un po’ dall’ordinario: a prima vista, infatti, Orano è una città delle solite, null’altro che una prefettura francese della costa algerina”.[1]

L’incipit di una delle più famose e inquietanti opere della letteratura mondiale di tutti i tempi ci immerge nell’ordinarietà di un luogo che è Orano ma potrebbe tranquillamente essere Codogno o Wuhan o Daegu.

Considerata una metafora di quella spaventosa epidemia che negli anni quaranta dilagò in Europa con il nome di nazionalsocialismo, oggi richiama invece un’interpretazione fedelmente letteraria di ciò che descrive, in modo per noi assolutamente imprevedibile, considerando che quando fu scritta, benché già ammonisse sul possibile rinascere del pericolo, non lo ritenesse reale nel suo aspetto biologico-sanitario.

E invece lo stiamo vivendo, in modo drammatico e paradossale, a più di settanta anni dall’uscita del libro.

Nel 2020 l’epidemia, che assume sempre più i contorni di un’emergenza pandemica, ritorna a ricordarci quanto siamo esposti a nuovi e invasivi patogeni e come la loro diffusione sia ancora in grado di modificare radicalmente rapporti, relazioni, vita sociale e culturale, economia e diritti: chi avrebbe mai immaginato che non una singola, limitata città, ma un’intera nazione e poi un continente e infine il mondo globale diventasse un enorme, impensabile lazzaretto? È anche in questa capacità lungimirante e visionaria che si leggono opere come La peste di Albert Camus.

“La mattina del 16 aprile il dottor Bernard Rieux, uscendo dal suo studio, inciampò in un sorcio morto, in mezzo al pianerottolo.”[2] Inizia tutto da questo neutro, insignificante ma insolito rinvenimento. I topi diventano due, tre, poi dieci. Si trovano, sporchi di sangue, a centinaia in tutti gli stabili e le vie di Orano. La gente incomincia a essere inquieta ma poi, finalmente, la moria di topi si arresta. “La città – scrive Camus – respirò.”[3] Per poco. Iniziarono a sentirsi male gli esseri umani: il primo fu Michel, portiere del condominio in cui era stato trovato il topo. I sintomi inizialmente non furono associati a una malattia in particolare. In seguito altre persone accusarono gli stessi malori e Rieux incominciò, da medico esperto, a chiedersi cosa avessero in comune e a cosa potessero ricondursi. Man mano che i numeri dei malati aumentavano e i sintomi si ripetevano – stato di astenia, gangli ingrossati e in suppurazione, febbre – lo scenario si faceva più minaccioso. “La somma era paurosa. In pochi giorni appena, i casi mortali si moltiplicarono, e fu palese a quelli che si preoccupavano dello strano morbo che si trattava di una vera epidemia.”[4]

Da questo momento in poi è un crescendo inarrestabile di paure e conferme, fino a pronunciare la terribile, definitiva parola che richiama sciagure del passato ritenute superate: peste. Un demone temuto e respinto nell’oscurità di un periodo, quello trecentesco, che si era replicato certo, qualche secolo dopo, ma che poi era stato arginato e ricacciato indietro dalla scienza. Un flagello di fronte al quale, comunque, si è sempre impreparati, come dinanzi a una guerra, e che induce un misto d’inquietudine e speranza: “Quando scoppia una guerra, la gente dice: ‘Non durerà, è cosa troppo stupida’. E non vi è dubbio che una guerra sia davvero troppo stupida, ma questo non le impedisce di durare”[5]Eppure, ci si autoconsola: con le dovute misure, si fermerà. E invece i morti continuano a salire. Le autorità vengono informate ma, per evitare il panico, non si parla di peste. Alla fine non si può non avvisare la popolazione ma che resti tranquilla, invitano: le precauzioni, se applicate correttamente e da tutti, arresteranno il morbo. Nella fase iniziale, oltre la derattizzazione e l’invito alla pulizia, si chiede agli infestati dalle pulci di presentarsi negli ospedali e alle famiglie di autodenunciarsi; poi, con l’aumentare dei casi, le misure si fanno più spietate. “La denuncia obbligatoria e l’isolamento furono mantenuti; le case dei malati dovevano essere chiuse e disinfettate, i congiunti sottoposti a una quarantena di sicurezza, i seppellimenti organizzati”[6]Il dispaccio del prefetto diventa definitivo: “Si dichiari lo stato di peste. La città è chiusa”[7].

E da questo momento Camus, con straordinaria percezione e un’esatta progressione dei fatti, ci accompagna nella psicologia dei protagonisti e degli altri attori che fanno da contesto umano a una situazione tragica in cui, accanto alla paura di esser contagiati, si staglia il terrore di essere ostracizzati dai sani come l’angoscia di essere separati dai propri affetti: madri e padri allontanati dai figli con la paura di non rivederli più, mogli e mariti divisi, fratelli e sorelle non più abitanti della stessa casa. La pietà, riflette Rieux, non è più possibile. Neanche per le grida disperate delle mamme nel vedere i bubboni all’inguine delle proprie figlie: “Ci si stanca della pietà, quando la pietà è inutile.”[8]

E in questo teatro di dolori e di orrori, risaltano le vite di coloro che vi sono rappresentati: figure che, di volta in volta, si mostrano e ci mostrano i mille volti che assumono la paura di non farcela, l’istinto di sopravvivenza, l’angoscia per il lutto degli affetti, la disperazione e la solitudine. E le reazioni diverse di fronte a quelle che, giustamente, Jaspers ha definito situazioni-limite, in cui ci si trova senza maschere e senza protezioni, davanti alla possibilità del “naufragio” e dello scacco. Situazioni estreme, per dirla alla Feyerabend, in cui, però, ciascuno scopre anche il proprio potenziale, nascosto nelle vicende della normalità di tutti i giorni.

Come potremmo reagire noi? ci chiediamo. Noi, in quanto collettività? E io, in quanto individuo?

Come il semplice Michel che muore innocente e inconsapevole, preoccupandosi solo del fatto che il rinvenimento del topo possa essere addebitabile alla sua negligenza?

Come il generoso Rieux, che si aggira tra morbi e pestilenze, dormendo tre ore a notte, senza chiedersi se sia opportuno esporsi in quel modo ma facendo ciò che è giusto in quel momento? Consapevole di poter morire, senza il sorriso della moglie, che si è dovuta allontanare da Orano prima dello scoppiare della calamità e che, infatti, non rivedrà più? Indulgente verso chi, come Rambert, cerca di fuggire da quell’inferno o con Cottard, che senza la peste sarebbe arrestato e che perciò si rifiuta di aiutare a debellarla?

Come i tanti oranesi che, certi che il morbo non li avrebbe toccati (e perché avrebbe dovuto? Perché proprio loro?), si disinteressano fino a quando non ne divengono vittime? Fino a che il cordone sanitario si stringe come i cancelli di una prigione, escludente ed emarginante? Fino a quando, sfiniti dall’isolamento e dall’angoscia, rompono gli obblighi di quarantena e fuggono dalla città? Fino a quando si rassegnano e accettano, infelici e spauriti, il proprio destino? Abituati al coprifuoco, al fetore della morte, ai seppellimenti fatti in fretta e furia, a non poter piangere più i propri cari, a intuire che finiranno nei forni crematori?

Come Castel, intento a cercare un siero che possa aiutare i malati? Non è facile, tutto induce allo scetticismo, ma bisogna lottare e non mettersi in ginocchio. Combattere la peste, a qualsiasi costo, con qualunque mezzo. Impedire che le persone muoiano: questo è ciò che dà senso alle giornate. E infine ci riesce, stanco e snervato, ma sereno.

O come Rambert, il giornalista capitato per lavoro a Orano e lì obbligato a rimanere per la pestilenza? Lotta in tutti i modi per impedire alla peste di soffocarne il desiderio di felicità, nello sforzo disperato di lasciare Orano e ricongiungersi alla sua compagna. Prova tutte le strade, legali e illegali, ma intanto offre il suo aiuto a Rieux, soccorre appestati, dall’alba alla notte. Finalmente riesce a organizzare la fuga: dovrà partire di lì a poche ore ma, quando arriva il momento, non è più così convinto. A Rieux che gli dice, generosamente, tra un’incisione di bubbone e un’altra, che non c’è niente di male a essere felice, Rambert risponde che è vero, ma che “ci può essere vergogna nell’esser felici da soli”.[9] E rimane a Orano.

Forse come Tarrou che, da forestiero, colto, ricco e viveur, continua a pernottare nell’albergo dove alloggia e a prendere appunti, a raccogliere testimonianze, a descrivere le occupazioni dei cittadini, a seguire l’evoluzione della peste e a registrare aneddoti su tutto ciò che vede, con lo stesso spirito curioso e ironico? La figura di Tarrou è una delle più belle del libro: pur potendo evitare coinvolgimenti, offre il proprio aiuto a Rieux e propone di organizzare un gruppo di volontari per assisterlo. Naturalmente ne farà parte anche lui. Al gruppo si aggiunge Grand, l’aspirante scrittore, “insignificante e sbiadito”, che Rieux considera, nella sua purezza di cuore, uno dei veri eroi di questa storia. Eroe per semplicità e autenticità di sentimenti, le uniche qualità che contino, nel delirio dell’irrazionalità e del terrore.

Intenso è il dialogo su Dio, sull’impegno del medico, sulle ragioni della disponibilità di Tarrou: Rieux gli chiede perché sia disposto a rischiare, proponendosi come volontario, e Tarrou gli risponde domandandogli, a sua volta, perché mostri tanta devozione se non crede. E il dottore confessa “che se avesse creduto in un Dio onnipotente avrebbe trascurato di guarire gli uomini, lasciandone la cura a lui”.[10] Ciò che conta è guarire le persone e forse è meglio non credere in Dio e lottare “con tutte le nostre forze contro la morte, senza levare gli occhi verso il cielo dove lui tace”.[11] Un Dio, altro tema che ritorna, che si rende responsabile della morte di bambini innocenti, come il figlio di Othon.

Come padre Peneloux, che all’inizio interpreta la peste come un flagello divino per ricondurre i peccatori a Dio e che è interessato a riportare la collettività distratta alla Chiesa? Ma che poi non esita a unirsi al gruppo di volontari e a lavorare instancabilmente tra letti e sudore infetto. A capovolgere posizione perché la religione in tempo di peste non può, non può più essere la stessa. E ne morirà.

Stanchezza, indifferenza, sfinimento, incuria per se stessi: si sta in bilico, in tempo di peste. Anche con la propria coscienza. Col sospetto che chiunque ti possa contagiare. Amici, vicini e parenti. Con la considerazione, amara, che il cuore di tutti si sia indurito, che nessuno più ascolti i gemiti dei malati e che anzi si cammini nei lamenti come se “fossero stati il naturale linguaggio degli uomini.[12]

Ma è una storia che riguarda tutti, come dice Rambert. Un concetto, quello della responsabilità collettiva, che ricorre spesso nella produzione del filosofo francese.

Alla fine, anche la peste degrada, si attenua, perde virulenza. La quarantena è annullata. E la vita riprende a scorrere tra gli oranesi. Il paese è in festa, tutti ballano ma le solitudini restano. Coppie estatiche attestano “col trionfo e con l’ingiustizia della felicità, che la peste era finita e che il terrore aveva fatto il suo tempo”.[13]

Tutti vogliono pensare che la peste può venire e se ne può andare senza che il cuore dell’uomo ne sia modificato: ma può essere così? Si può attraversare il male senza esserne toccato?

Anche l’epidemia di coronavirus passerà. Lascerà strascichi, com’è inevitabile. Lascerà vittime, com’è ingiusto che sia. Lascerà anche un senso profondo di amarezza su come si continui a reagire, con i medesimi meccanismi del passato, a eventi di cui già abbiamo vissuto gli esiti infausti. Dovrebbe lasciare anche qualche riflessione su ciò che significa “alterità” come dimensione costitutiva della nostra soggettività, su “ciò che è l’altro per noi” che, mai come adesso, è interrogarsi su “ciò che siamo noi per l’altro”. Dovrebbe aprire uno spiraglio non soltanto sulle responsabilità di chi è contagiato, come se fosse una colpa esserlo, ma sulla sua condizione psicologica e fisica; sul suo timore di poter infettare chi gli è vicino; sul suo vivere la malattia come un’onta quasi intenzionalmente cercata, magari solo per aver incidentalmente transitato in una zona poi rivelatasi pericolosa; sulla violazione della privacy, in nome della sicurezza nazionale, che lo marchia come “untore” e lo espone alla pubblica gogna. Ancora una volta Camus, con la sua sensibilità, ci aiuta a capire.

Rieux, il suo alter ego letterario, nel rivelare, alla fine del libro che è lui a scrivere, confessa di aver scelto di testimoniare. Lo ha fatto dalla parte delle vittime, vivendo la loro sofferenza, parlando per tutti. Dicendo, altresì, con gli esempi positivi che ha riportato, che negli uomini ci sono più cose da ammirare che da disprezzare. Un’altra prova della vicinanza alla terra di Camus. E del suo essere laico, illuminato, impenitente umanista.

“io mi sento - fa dire da Rieux a Torrou - più solidale coi vinti che coi santi. Non ho inclinazione, credo, per l’eroismo e per la santità. Essere un uomo, questo m’interessa”[14].

NOTE

[1] Albert Camus, La Peste, Bompiani, 2011, pag. 5

[2] Albert Camus, op. cit. pag. 8

[3] Albert Camus, op. cit. pag. 15

[4] Albert Camus, op. cit. pag. 29

[5] Albert Camus, op. cit. pag. 30

[6] Albert Camus, op. cit. pag. 50

[7] Ibidem

[8] Albert Camus, op. cit. pag. 70

[9] Albert Camus, op. cit. pag.161

[10] Albert Camus, op. cit. pag. 97

[11] Albert Camus, op. cit. pag. 99

[12] Albert Camus, op. cit. pag. 86

[13] Albert Camus, op. cit. pag.227

[14] Albert Camus, op. cit. pag.197

(6 marzo 2020
)




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1 marzo 2020

INTERVISTA A ODIFREDDI


          di Maria Mantello

Nel suo recente libro, Il genio delle donneBreve storia della scienza al femminile, Piergiorgio Odifreddi ci presenta quella che definisce «la faccia nascosta» della narrazione sulle donne. Appunto il genio delle donne, spesso misconosciuto e represso dal sistema di controllo patriarcale e sessista. A tutto questo, con la sua narrazione brillante e sferzante di sempre, Piergiorgio Odifreddi contrappone la sua rassegna di donne che si sono contraddistinte nel campo scientifico, scontrandosi con coraggio e caparbietà contro misoginia, pregiudizi e luoghi comuni.

Dalla filosofa alessandrina Ipazia fino ai nostri giorni, nel libro vengono proposti i ritratti di ventiquattro donne: distanti per contesti storici e aree geografiche, nonché per modi di sentire e pensare; ma che tutte insieme hanno dato il loro significativo apporto per uscire dalla gabbie della supposta inferiorità delle donne.

Uno schema che l’autore ribalta decisamente, contrapponendovi, però, una sorta di essenza di donna che ne caratterizzerebbe la sua specificità di genere.

Una questione che farà discutere.

Partiamo dal titolo. Cosa intende con «Genio delle donne» e «Scienza al femminile»?

In realtà, il sottotitolo del libro recita «Breve storia della scienza al femminile", ma sarebbe stato più accurato scrivere «Brevi storie di scienza al femminile». Mi sono infatti limitato a raccontare le storie di alcune donne, le cui vicende mi avevano colpito nell'ambito scientifico, mentre non ho affatto cercato di scrivere una storia sistematica delle donne nella scienza. In altre parole, si tratta più di un libro di racconti, che non di un saggio con pretese sociologiche: anche perché in quest'ultimo campo (dell'analisi sociologica) non ho alcuna competenza, e neppure un particolare interesse.

Lei parla di specificità femminile, non pensa che questa sia una riproposizione di modelli arcaici del dualismo "culturale" maschile/femminile?

Dipende naturalmente da come si pone il dualismo. Se uno pensa che le donne siano buone solo a fare "le mogli e le madri", come Rita Levi Montalcini lamentava di suo padre, e che la cultura sia una faccenda per soli uomini, allora effettivamente questo sarebbe vetero-maschilismo. Se uno pensa invece che le donne e gli uomini siano diversi, cosa che sembra difficilmente negabile, e che questa diversità si debba o si possa incarnare in attitudini, capacità e modelli di vita diversi, allora siamo in un altro campo.

Cosa intende per altro campo?

Credo che qui, più che la contrapposizione tra maschilismo e femminismo, sia in gioco la complementarietà tra due modelli di femminismo: per semplificare, da un lato quello americano, alla Betty Friedan, e dall'altro quello francese, alla Simone de Beauvoir. Il primo sottolinea il fatto che le donne devono avere diritti uguali agli uomini: in particolare, per quanto riguarda la scelta degli studi, l'ammontare degli stipendi, la scala delle carriere, eccetera. Il secondo va oltre, e suggerisce che le donne non debbano soltanto essere pari agli uomini in un mondo creato a immagine e somiglianza di questi ultimi, ma possano invece proporre modelli alternativi di vita e di lavoro, basate sulle proprie specificità.

«Specificità»! Una parola con cui oggi si mascherano i cantori della “complementarità” di genere: forma metabolizzata del maschilismo odierno che cerca di riproporre divisioni di compiti e ruoli sulla base di attitudini prefissate nell’essere uomo o donna….

Certamente non è la scienza l’ambito in cui si manifesta questo maschilismo. Ad esempio, oggi negli Stati Uniti e in Iran (e non a caso cito due stati così antitetici) le donne sono in maggioranza nei dottorati e nelle lauree scientifiche complessive, ma l’aspetto interessante è che si distribuiscono in maniera regolare nello spettro delle varie discipline, diminuendo gradualmente nel passaggio dalla medicina, alla biologia, alla chimica, alla fisica e alla matematica. I dati che riporto nel libro, sia pure en passant, mostrano una regolarità che dovrebbe essere studiata, e non rimossa, e spiegata in maniera convincente, e non superficiale. Per me, una parte della spiegazione sta appunto nell'idea che le donne siano più portate verso materie legate alla vita e alla concretezza, e meno per quelle astratte.

Ma in nome di questa distinzione le donne sono state relegate al ruolo di accudimento (madri e spose per vocazione sempre e comunque). Facendo del pensiero che comunque è astrazione, una prerogativa maschile.

Questo è un altro problema. Io parlavo di come le donne che hanno fatto del pensiero scientifico la propria professione, sembrano prediligere certi aspetti della ricerca scientifica ad altri. A questo proposito, il premio Nobel per l'economia John Nash, protagonista del film A beautiful mind, mi ha detto una volta che certe parti della matematica particolarmente astratte, come la logica (e lo diceva appunto a me, che sono un logico di professione...), fanno male alla salute mentale e tendono ad attrarre e a produrre un numero esagerato di "matti". C'è da riflettere sulla personalità di chi preferisce certe discipline (come me, appunto), e chi invece se ne sta saggiamente alla larga e preferisce campi più concreti.

A proposito di "matti", la percentuale maggiore sta forse tra gli scacchisti, un campo nel quale nessuna donna è mai diventata campione mondiale. Uno che invece lo è diventato, come Aleksandr Alechin, disse una volta al proposito, a mo' di spiegazione, che «le donne dimostrano la loro intelligenza non giocando a scacchi».

Cambiando scacchiera prospettica… Le donne e la politica…

Il rapporto fra donne e politica è un esempio della contrapposizione di cui ho appena parlato. Le grandi donne della politica (Golda Meir, Margaret Thatcher, Sonia Gandhi, Angela Merkel, Hillary Clinton, eccetera) non sembrano aver proposto un modo molto diverso di affrontare i problemi sociali, economici e politici rispetto agli uomini dei loro paesi, purtroppo. Se questo cambiasse, sarebbe un grande giorno per l'umanità, perché non se ne può veramente più di una certa politica, equamente suddivisa fra gli affaristi e gli incompetenti, di entrambi i generi, ma soprattutto maschi. Io guardo con interesse a politiche quali la statunitense Alexandria Octavio-Cortez o la finlandese Sanna Marin, che potrebbero proporre nuovi modelli alle donne in politica del futuro.

E le scienziate in politica? lei porta un esempio notevole…

Nel mio libro parlo soltanto di una donna in politica, perché il mio focus era sulle scienziate. Si tratta di Margaret Thatcher, che tutto era, tranne che una femminista (come dimostra il fatto che portava il cognome del marito), ma che aveva un background scientifico di tutto rispetto: un dottorato in chimica, preso sotto il premio Nobel per la chimica Dorothy Hodgkin (questa sì un modello in tutti i campi, compreso quello politico). È significativo che quando Thatcher arrivò a Downing Street, si vantò non di essere la prima donna a diventare primo ministro, ma di essere la prima scienziata.

E infatti ha fatto la differenza non come donna, visto che non era molto diversa politicamente da Ronald Reagan, ma come scienziata: in particolare, nell'appoggiare la costruzione e il finanziamento del Cern di Ginevra.

Quali difficoltà ancora oggi per la ricerca scientifica “al femminile”?

Oggi l'accesso alle università e ai laboratori di ricerca non è più il problema maggiore che le donne devono affrontare nella scienza. I problemi le donne li trovano nel proseguimento delle carriere, una volta entrate nel posto di lavoro o di ricerca. Molti di questi problemi sono ovviamente legati al maschilismo esistente, ma altri sono probabilmente prodotti dalla "specificità" alla quale alludevo in precedenza.

In altre parole, il modello di carriera che oggi impera nelle industrie e nelle università richiede una dedizione totale e assoluta, per poter scalare i vari gradini che portano al vertice, uno dei quali è un orario di lavoro da ottanta ore alla settimana. È un modello insensato e inumano, oltre che stupidamente maschilista e machista. Io non mi stupisco che molte donne preferiscano fare altro nella vita, dall'essere presenti in famiglia e in società, all'avere del tempo libero da utilizzare per se stesse: mi stupisco piuttosto che gli uomini siano così ciechi e sciocchi da perseguire essi stessi un modello del genere. E qui si potrebbe ripetere la battuta di Alechin: le donne dimostrano la loro intelligenza, non vendendo l'anima al diavolo per diventare manager.

La scelta di quelle che lei chiama le top model della scienza. C’è un filo che le lega?

Direi di no, a parte il fatto di essere tutte appunto delle "top model", nel senso positivo dell'espressione: cioè, modelli da additare agli uomini che pensano che le donne non possano eccellere nella scienza, e alle donne che vogliono perseguire una carriera scientifica. A parte l'eccellenza di ciascuna nel proprio campo scientifico, la mia scelta è stata fatta in base all'interesse delle loro vite. Alla fine ne cito alcune altre, che non ho trattato in esteso perché non sapevo come raccontare la loro storia in maniera avvincente e attraente.

Tra tutte le scienziate che presenta nel suo libro, quale ha sentito più vicina per “affinità elettive”?

Direi due, sopra le altre: la marchesa di Chatelet, compagna di Voltaire e traduttrice di Newton in francese, e Sofja Kovalewskaja, la cui vita dovrebbe diventare il soggetto di un romanzo o di un film. Quest'ultima, in particolare, mi ha permesso di citare da un lato Dostoevskij, Marx e Darwin, che lei e sua sorella hanno conosciuto e frequentato personalmente, e di mostrare come si possa essere allo stesso tempo grandi scienziati (matematici, nella fattispecie) e grandi umanisti (scrittori di romanzi e di teatro, nel caso suo). A conferma che la cultura non ha divisioni di genere, nei due sensi della parola (biologico e disciplinare).





permalink | inviato da fiordistella il 1/3/2020 alle 9:43 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa

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