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20 agosto 2016

PEPERONI IN AGRODOLCE

LINEE GUIDA DEL MINISTERO DELLA SALUTE SUI VEGETALI SOTT'OLIO

Dopo averli selezionati, lavati ed eventualmente tagliati, i vegetali devono essere sbollentati per qualche minuto in una soluzione di acqua e aceto in parti uguali. In questo modo, oltre a cuocere, essi verranno acidicati e si conserveranno in sicurezza. Si consiglia di utilizzare aceto di vino con acidità pari o superiore al 6%. Se si utilizza un aceto non di vino, con acidità pari al 5% è consigliabile non diluirlo in acqua, ma utilizzarlo tal quale.
La cottura dei vegetali non deve essere prolungata, essi devono risultare "al dente" altrimenti durante le fasi di conservazione perderanno completamente consistenza. Se oltre ai vegetali si utilizzano anche spezie e erbe aromatiche, anche queste devono essere sbollentate in acqua e aceto. Terminata la cottura devono essere scolati grossolanamente e lasciati rareddare ed asciugare su un panno asciutto e pulito, quindi inseriti nel contenitore facendo attenzione a colmare tutti gli spazi vuoti, senza però schiacciarli troppo.
A riempimento avvenuto, ricoprire completamente con l'olio e cercare di togliere l'eventuale aria ancora rimasta intrappolata nell'alimento, aiutandosi con una spatola di plastica. Collocare quindi un distanziatore e chiudere il barattolo. Procedere con la pastorizzazione che durerà tanto più a lungo quanto più grande è il contenitore e varierà anche in funzione della tipologia di prodotto preparato.
Se nella ricetta non sono fornite indicazioni diverse, è consigliabile lasciare riposare le conserve per almeno mezza giornata prima di collocarle in dispensa. Potrebbero infatti assorbire olio e quindi potrebbe essere necessario un rabbocco. È assolutamente indispensabile considerare che, nel caso si procedesse con il rabbocco dell'olio, le conserve dovranno essere nuovamente pastorizzate. 
Nei 10-15 giorni successivi alla preparazione può essere utile controllare la conserva riposta in dispensa. Se dovessero comparire segni di alterazione come bollicine di aria che dal fondo salgono verso il tappo, oppure l'olio dovesse diventare opalescente è segno che la conserva si sta alterando e potrebbe non essere idonea al consumo.

È importante ribadire che, anche al solo sospetto di alterazione, la conserva non va assaggiata né consumata.
Per poter apprezzarne meglio il gusto, le conserve, dovrebbero essere consumate almeno 2-3 mesi dopo la preparazione. Comunque, se le modalità di preparazione sono state svolte correttamente, i tempi di conservazione possono essere molto lunghi, anche un anno e mezzo.


Ecco, a questo punto si può procedere con la confezione dei peperoni in agrodolce, una bontà di tutti gli anni, per me. Domani mi ci cimenterò. Peperoni gialli e rossi di Carmagnola e Cuneo, i migliori per consistenza e dolcezza, aceto di mele, zucchero, sale, pentola, fornello, pazienza, tempo a disposizione, facilità di esecuzione, risultato garantito. Buonissimi. Ma veramente molto.



Immagine correlata




Immagine correlata



Tratto da http://www.my-personaltrainer.it/alimentazione/conservazione-sotto-olio.html




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18 agosto 2016

TEMPO DI CONSERVA

Sto preparando la conserva di pomodoro. Cotta, ovvio. Pomodori, sedano, carote, cipolle, aglio, melanzane, basilico, salvia, timo, maggiorana, rosmarino. E' un lavoro divertente.





Risultati immagini per barattoli conserva pomodori




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7 agosto 2016

PROIETTI-TRILUSSA

https://youtu.be/H0ARraQsejo








https://youtu.be/WFGevp5Xnuw









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4 agosto 2016

QUALE SINISTRA?

In libreria è appena uscito un agile saggio di riflessioni politiche sulla sinistra (cos'è oggi? Serve ancora? A chi?) scritto da due amici e compagni, Tonino Bucci e Giulio Di Donato: Quale sinistra? (Rogas edizioni). Il loro lavoro parte da un presupposto oggettivo, che condivido in pieno, ma che in molti fanno finta di non vedere: «Colpita in primo luogo dalla crisi dei circoli e dei tradizionali canali di militanza di partito, la sinistra radicale soffre ormai da un decennio a questa parte di una frattura fra il proprio linguaggio e il senso comune di un paese che non riesce più a interpretare e a convincere». Mi chiesero una prefazione, ho accettato con un piacere. La trovate qui sotto.

«Mi ritrovo a scrivere questa riflessione esattamente un anno dopo la vittoria dell'oxi in Grecia, una vittoria fatua che nel giro di poche ore si è trasformata in sconfitta. Fu il giorno in cui sembrò che Davide potesse battere Golia. Mi trovavo ad Atene per lavoro in quei giorni e sembrava di stare al centro del mondo. Era davvero il centro del mondo, dal punto di vista giornalistico certamente, ma anche politico: nella vecchia Europa ripiegata su se stessa c'era un governo di un piccolo Paese, culla della democrazia e del pensiero moderno, che aveva il coraggio di ribellarsi.

Un governo di sinistra, una sinistra "vera", quella che aveva combattuto contro la dittatura dei Colonnelli e che poi era stata a Genova nel 2001. Un premier giovane e determinato capace di utilizzare un linguaggio fresco ma radicale: capace, ancora, di conquistare democraticamente una maggioranza parlamentare.

Poteva essere l'inizio di una nuova storia, dove le ragioni di un pensiero critico si coniugavano con la difficile arte del governare i processi, stando in mezzo alle contraddizioni. Perché - va detto - di essere minoritari, confinati nelle riserve indiane, non ne avevamo (abbiamo) voglia neanche noi. Nella consapevolezza, chissà quanto realistica, che una sinistra coerente che non dimentica la bussola - la lotta contro le disuguaglianze, di qualunque tipo esse siano - sia oggi la risposta giusta, una risposta di buonsenso alle crescenti ingiustizie che il sistema neoliberista ha fomentato dietro la promessa fallace del benessere per tutti.

Quel sogno sembrava a portata di mano ma lo abbiamo già accantonato, a metà tra malinconia e vergogna. Siamo stati davvero così ingenui nel credere nella favola impossibile? Ci siamo goduti un giorno di festa senza cambiare niente di ciò che ci circonda?

La risposta alle domande forse la avremo tra dieci, o venti anni. Ma piuttosto che derubricare quella pagina di storia, sicuramente controversa ma certamente esaltante, nell’album dei tradimenti sarebbe meglio analizzare la sfida incompiuta che la sinistra ha di fronte: quella culturale. Quella fatta di parole, pensieri, valori comuni e condivisi. Prima di tutto ciò che è politica esiste un sistema cognitivo che anticipa e poi cavalca le tendenze. Non esisterà mai un nuovo socialismo, o una nuova utopia che prova ad adattare quel modello all’esistente, senza la piena consapevolezza della distanza siderale tra la realtà di ciò che si muove nella pancia di una maggioranza sociale ormai indistinta e l’album dei ricordi della sinistra.

La stessa parola “sinistra” nella percezione comune ha perso ormai una sua validità. Cosa vuol dire oggi sinistra? La domanda va fatta a un’anziana signora al mercato o a uno studente 18 di un istituto professionale: non vi sapranno rispondere. Le organizzazioni politiche e sindacali che vengono da quella storia sono ormai residui di un passato involuto, senza alcuna spinta propulsiva. Proprio oggi che, guarda un po’, le disuguaglianze avanzano senza alcun riguardo per nessuno. Il paradosso moderno è questo, almeno in Italia: il bisogno di sinistra aumenta e la sinistra scompare.

Le ricette sono pane per teorici o stregoni. Per chi vive nel mondo reale – e molti degliultimi mohicani, compagni di lotta e magari aggrappati a qualche piccolo posto di potere, non lo fanno da svariati anni – la risposta sta in una certezza banale: la storia è fatta di cicli storici che si ripetono. L’onda che a Genova è morta è in fondo a qualche oceano pronta a spumeggiare di nuovo, chissà grazie a quale scintilla e con quale forma. Una nuova generazione, oppure un nuovo sentire comune. Ma per chi anche adesso è qui, certo della propria identità, del proprio stare al mondo, tocca solo e semplicemente studiare, provare, sporcarsi le mani o imbrattare qualche foglio. Preparandosi al momento che arriverà, per mano nostra o di chi forse non è ancora nato. Calibrando le mille complessità di un mondo globalizzato fatto di numeri, equazioni, tecnicismi: un tasto premuto negli Stati Uniti può significare la bancarotta di uno Stato dall’altro capo del mondo. Illudendoci che bastasse l’arte della politica, pensando che il bagaglio ideologico pregiato del marxismo fosse sufficiente, questa realtà matrigna ci ha tolto il terreno sotto i piedi.

E allora, per domani, serve connettere competenze diverse, unire professionalità distanti tra loro, utilizzare la fantasia di cui disponiamo per ribaltare il tavolo. O almeno per pensare di poterlo fare. Umanità, radicalità, realismo dell’utopia, coerenza, generosità, uguaglianza: possiamo anche non chiamarla “sinistra”. L’importante è farsi capire da quel 99 per cento della popolazione mondiale che ancora non sa – e attende che qualcuno glielo spieghi a dovere – che il restante 1 per cento possiede la medesima ricchezza di tutti gli altri. Siamo tanti, torniamo a parlarci».

Matteo Pucciarelli

(27 luglio 2016)




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25 luglio 2016

IL PAESE DEI POVERI

CHIARA SARACENO - Perché cresce il paese dei poveri

chiara-saracenoIn controtendenza con i dati positivi sull’occupazione, la povertà assoluta nel 2015 non solo non è diminuita, ma è aumentata, coinvolgendo quasi 400 mila persone in più rispetto al 2014 e raggiungendo 4 milioni e 598 mila persone, pari al 7,6 per cento della popolazione. Si tratta, secondo i dati Istat pubblicati ieri, del dato più alto dal 2005. L’incidenza della povertà continua ad essere maggiore nel Mezzogiorno. Ma l’aumento è avvenuto pressoché tutto nelle regioni del Nord, dove riguarda in prevalenza famiglie di persone straniere e regolarmente residenti nel nostro paese. Tra queste, infatti, si trova in povertà assoluta quasi un terzo, il 32,1, una percentuale di 8 punti maggiore rispetto all’anno prima e più alta di quella, pur considerevole (28,3 per cento), rilevabile per queste famiglie a livello nazionale. Se si riducono un po’ i divari Nord-Sud, ciò sembra avvenire in larga misura a causa dell’aumento del divario, soprattutto al Nord, tra famiglie di italiani e famiglie di stranieri. Se a livello nazionale le famiglie di tutti stranieri si trovano in povertà oltre sei volte di più di quelle di tutti italiani, nel Nord la differenza è di oltre tredici volte. Gli effetti lunghi della crisi sembrano aver colpito molto di più gli stranieri, che faticano a trovare o ritrovare un lavoro che sia anche decente. Potremmo pensare che questi dati non rispecchiano il miglioramento avvenuto sul piano dell’occupazione a seguito del dispiegarsi degli effetti del jobs act, stante che questo è avvenuto soprattutto nell’ultimo trimestre del 2015. Può essere, ma solo in parte. Siamo, infatti, ancora ben lontani dall’aver recuperato tutti i posti di lavoro perduti. Inoltre va considerato con grande preoccupazione che l’aumento della povertà assoluta (dal 5,2 al 6,1 per cento) ha riguardato anche famiglie con persona di riferimento occupata, soprattutto se operaio o assimilato. Tra le famiglie di questi ultimi l’incidenza della povertà assoluta è passata in un anno dal 9,7 all’11 per cento. Molti di questi lavoratori hanno avuto un reddito troppo basso per poter fruire degli 80 euro, perché incapienti, o li hanno dovuti restituire perché “indebitamente” percepiti, in base alla logica paradossale degli 80 euro che esclude i più poveri.

Il fenomeno dei lavoratori e delle famiglie di lavoratori povere ha conosciuto un fortissimo aumento negli anni della crisi, a motivo sia della riduzione del numero di occupati in famiglia, soprattutto a causa della disoccupazione giovanile, sia della crescita del part-time involontario. Quest’ultimo è sempre meno una caratteristica solo dei contratti di lavoro a tempo determinato e in generale dei contratti atipici quando non irregolari. Come documenta il Rapporto Inps presentato la scorsa settimana, quattro contratti a tutele crescenti su dieci sono a tempo parziale. Avere un lavoro non sempre è sufficiente a proteggere dalla povertà, se è a tempo ridotto, o troppo poco pagato, o se il reddito che fornisce deve bastare per diverse persone. Da questo punto di vista, un altro dato preoccupante riguarda l’aumento della povertà assoluta tra le famiglie con due figli, specie se minori. Finora era il terzo figlio a far scattare un rischio di povertà sopra la media. Ora basta il secondo. Non stupisce, allora, che i minori siano sovrarappresentati tra chi si trova in povertà assoluta, con un peggioramento sensibile nell’arco di dieci anni. Era in povertà assoluta il 3,9 per cento di tutti i minori nel 2005, il 10,9 per cento nel 2015. In termini numerici sono più del doppio degli anziani: 1 milione e 131 mila rispetto a 538 mila. Ma anche i loro fratelli più grandi non stanno meglio, con quasi il 10 per cento, pari a un milione e 13 mila individui, in povertà assoluta. A ben vedere, poco meno della metà dei poveri assoluti appartiene alle giovani e giovanissime generazioni, che non hanno ancora l’età per entrare nel mercato del lavoro o che ne vengono escluse, come mostrano i dati del citato Rapporto Inps sull’invecchiamento della forza lavoro occupata negli anni della crisi, a seguito del combinarsi di riduzione della domanda di lavoro e innalzamento dell’età alla pensione. Investire sull’aumento dell’occupazione, come ha dichiarato il ministro Padoan, è certo necessario per combattere la povertà. Ma il fenomeno dei lavoratori poveri e delle loro famiglie, della sovrarappresentazione dei minori e dei giovani tra i poveri, insieme alla drammaticità dell’incidenza della povertà tra gli immigrati, segnalano che non è sufficiente se non si tiene conto di quale lavoro si tratta e di chi può accedervi. Impongono anche di rivedere criticamente alcune scelte redistributive, dagli 80 euro al bonus bebè.

Chiara Saraceno, da Repubblica

(15 luglio 2016)




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13 luglio 2016

MAGICI GATTI

Come sostenevano gli Egizi, il gatto sembra vedere gli spiriti dei morti e… molto altro.

Gatto magicoChiunque abbia un gatto può riferire come il micio di casa, solitamente sonnacchioso e pigro, qualche volta alzi lo sguardo, addirittura soffiando furiosamente, verso qualcosa che il padrone non scorge. 

La capacità che i gatti hanno, ad esempio, di riuscire a vedere con i propri occhi quel particolare fenomeno che è costituito dalle Orbs, le sfere di energia che appaiono nelle fotografie realizzate con le macchine digitali o con le pellicole più sensibili, è facilmente dimostrabile e riscontrabile. Esistono, infatti, varie foto che mostrano il gatto osservare con curiosità e interesse in direzione delle sfere Orbs, invisibili all’uomo.

Com’è possibile? Nel caso specifico delle Orbs, se si trattasse di un difetto ottico dovuto al pulviscolo, come sostengono alcuni scienziati, come potrebbe il gatto dimostrare interesse o paura per un semplice granello di polvere? Se viceversa si trattasse di entità diverse, non necessariamente spiritiche, ma anche solo energetiche, allora la speciale abilità del gatto di percepire vibrazioni e frequenze ignote all’uomo, potrebbe spiegarsi in termini scientifici.

La particolare sensibilità sensoriale consentirebbe ai gatti di vedere oggetti e fenomeni che i sensi umani, non particolarmente sviluppati, non riescono a percepireNon è detto che ciò che non si vede non debba esistere. Solo perché gli scienziati non hanno gli strumenti per osservare un fenomeno, non vuol dire che non esista, come invece stupidamente molti di questi soloni affermano.

gatto con magici occhi bluI gatti sembrano possedere una serie di abilità specifiche, come ad esempio, l’empatia. Chi possiede un micio, ha sicuramente sperimentato il fenomeno per cui quando non si sta bene, il nostro amico in qualche modo lo “senta” e cerchi di trasmettere energia alla parte malata. Un mal di stomaco, un disturbo intestinale… ecco che il nostro felino si accoccola sulla pancia, donandoci un calore e una sensazione di benessere incredibile.

Non a caso oggi si utilizza questa empatia per la celebre Pet Therapy, che cura con successo svariati malanni anche psichici. Non è il solo potere di cui dispone la nostra meraviglia a quattro zampe: caso unico tra gli animali, il gatto cerca di dormire sopra i cosiddetti nodi di Hartmann, ossia quelle particolari intersezioni delle linee del campo magnetico terrestre, che avviluppano tutto il pianeta a intervalli regolari.

Se un uomo sostasse a lungo sopra uno di questi nodi, proverebbe una sensazione di spossatezza: non è così per il gatto, che sembra al contrario rilassarsi sopra questi nodi evitati da tutti gli altri animali. Perché? Questa percezione del magnetismo è nota in tanti animali, come ad esempio gli uccelli migratori. Ma il gatto fa di più, è come se fosse in connessione con l’Energia Oscura che permea tutto l’Universo.

Il gatto e la lunaE’ questo il segreto dei gatti? E’ questo il calore curativo che ci trasmettono quando stiamo male? Se pensiamo che questa energia – teorizzata e dimostrata attraverso calcoli matematici, ma non ancora avvistata per il già citato deficit sensoriale degli esseri umani – è in relazione con i riti magici ancestrali legati al concetto della Dea Madre, si comprende come gli Egizi avessero potuto divinizzare il gatto, come esponente terreno della stessa divinità femminile universale.

Ma in tutto questo, quali sono le conseguenze pratiche? Da un lato, occorre considerare il micio come un essere evoluto, intelligente e sensibile, forse anche più dell’uomo a livello emotivo. Per tale motivo occorre trattarlo in maniera sempre rispettosa,comportamento peraltro che si dovrebbe tenere con tutti gli esseri viventi. E dall’altroosservare le sue sfumature e imparare a percepire i mondi sottili, le dimensioni invisibili che ci circondano.

Fonte: http://www.alkemica.net/articoli/entry/3-spiritualit%C3%A0/482-il-gatto-e-le-sue-capacit%C3%A0




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6 luglio 2016

MAH!

“Regina del caos”, il vero volto di Hillary Clinton

Disonesta e opportunista. Spietata e guerrafondaia. Con legami oscuri con l’Arabia Saudita. Un libro della giornalista americana Diana Johnstone offre un documentato controcanto alla narrazione prevalente sulla donna che potrebbe diventare il prossimo presidente della superpotenza americana. In questa intervista l’autrice ci spiega perché la Clinton non è un “male minore” rispetto a Trump.

intervista a Diana Johnstone di Fulvio Scaglione

Esperimento. Prendere la biografia autorizzata di Hillary Rodham Clinton, uscita nel 2004 col titolo Living History (in Italia come La mia storia, la mia vita). E poi prendere il libro scritto dalla giornalista americana Diana Johnstone, biografia politica e certo non autorizzata della stessa Hillary, intitolato Hillary Clinton regina del caos, da poco pubblicato da Zambon Editore. È un tuffo vertiginoso non solo da un’epoca all’altra ma da un mondo all’altro. Là la Clinton è, fin dalla copertina, la moglie di successo di un uomo di successo, una signora glamour perfetta anche per il country club. Qua è una donna che fa l’uomo politico, dura, spietata, segnata anche in viso dalle lotte per arrivare al vertice, abile manovratrice nei corridoi del potere. Piccolo particolare: è questo, non quello, il personaggio che ha tutte le carte per diventare il prossimo presidente della superpotenza americana. Il libro della Johnstone, nel suo controcanto alla narrazione prevalente, è già imperdibile. Ecco allora qualche approfondimento dalla sua viva voce. 

Quando ha cominciato a interessarsi a Hillary Clinton? E quale ritiene sia l’aspetto più pericoloso della sua personalità politica? 

“A dire il vero, non ho mai trovato Hillary Clinton interessante. E’ sempre stata troppo ambiziosa, disonesta, opportunista e limitata nella sua visione del mondo per essere interessante. Ma la sua reazione all’assassinio di Mohammar Gheddafi (“Siamo venuti, abbiamo visto, è morto”, seguito da una gran risata) ha rivelato una rara bassezza morale e una totale assenza di compassione e decenza. Con in più la volgarità di alludere a una citazione pretenziosa, senza dubbio preparata in anticipo dai suoi consiglieri per rafforzare la sua immagine di campionessa del “regime change”. E’ proprio questo l’aspetto più pericoloso della sua personalità politica: l’assenza di qualunque rispetto o sentimento umano nei confronti di coloro che lei considera suoi nemici. Quelli che non le piacciono meritano semplicemente di essere eliminati. La donna che sostiene serenamente che Vladimir Putin “non ha l’anima” non può certo portare la pace nel mondo”. 

Molti sembrano pensare che, se Hillary arriverà alla Casa Bianca, sarà suo marito Bill, in realtà, a guidare l’amministrazione. Lei che cosa ne pensa? 
“A dispetto del loro insolito matrimonio, i Cinton hanno sempre fatto lavoro di squadra. Se lei sarà eletta, lui avrà il suo ufficio alla Casa Bianca, proprio come l’aveva lei quando era First Lady. Tra loro ci sarà una consultazione costante. Difficile però dire se sarà poi lui a guidare l’amministrazione, anche perché lei è più tenace e testarda di lui. Fu lei a spingere Bill a bombardare la Serbia. Hillary è molto impopolare e con ogni probabilità cercherà di usare Bill per le pubbliche relazioni. Il maggiore ostacolo a un “terzo mandato” di Bill è la salute: nel 2004 ha avuto un’operazione al cuore per un quadruplo by-pass, seguita da un’operazione al polmone. A 70 anni è molto meno dinamico di Bernie Sanders che di anni ne ha 74. Bill non è più in grado di assumersi responsabilità così pesanti”. 

Hillary Clinton e l’Arabia Saudita, una pagina molto oscura della sua carriera politica. Perché negli Usa è così difficile dire la verità sui sauditi? 

“All’epoca della crisi in Bosnia, quando l’Unione Europea avrebbe potuto trovare una soluzione di compromesso, l’amministrazione Clinton trovò conveniente schierarsi con i musulmani. In parte, questa alleanza è la continuazione della politica di Brzezynski, cominciata in Afghanistan e basata sull’idea di sfruttare gli estremisti islamici per attaccare il “ventre molle” della Russia. Aiutare i musulmani contro i serbi cristiano-ortodossi fu visto anche come un modo per compensare il tradizionale appoggio a Israele. Ma soprattutto l’alleanza con l’Arabia Saudita è considerata essenziale sia per regolare il prezzo del petrolio (strumento ora usato per indebolire la Russia) sia per finanziare il complesso militar-industriale con le gigantesche spese saudite per comprare armi americane. Hillary Clinton, con gli intensi rapporti che ha con Huma Abedin (per lunghi anni assistente personale della Clinton e figlia di dirigenti della Lega islamica mondiale,n.d.r) e con il denaro saudita, ha sposato questa alleanza con raro entusiasmo. Negli ultimi tempi, però, l’alleanza con l’Arabia Saudita sta subendo molti attacchi politici negli Usa, sia perché cresce il sospetto che i sauditi fossero implicati negli attentati dell’11 settembre, sia per lo sdegno causato dalle atrocità dell’Isis, che attirano anche l’attenzione sulla promozione del fanatismo islamista che l’Arabia Saudita persegue in ogni parte del mondo. Queste critiche potrebbero produrre qualche risultato politico se dovesse vincere Trump. Se vincerà Hillary, invece, non cambierà nulla”. 

Hillary Clinton, Samantha Power, Susan Rice, Madeleine Albright… Lei è molto critica nei confronti delle donne che hanno un ruolo importante nella politica americana. Proprio mentre si esalta come una conquista il fatto che una donna possa diventare Presidente… 

“Negli Usa la vita politica non tende a tirar fuori il meglio delle donne. Ne conosco molte che ammiro per la loro opposizione alla politica bellicista degli Usa. Ma difficilmente diventano note al grosso pubblico, ancor meno riescono a ottenere incarichi importanti. Rispetto moltissimo Cynthia McKinney, che ha perso il seggio al Congresso proprio per le sue critiche alla politica Usa in Medio Oriente. Applaudo l’azione di Tulsi Gabbard, anche lei membro del Congresso, che ha fatto il servizio militare in un’unità medica durante la guerra in Iraq e ha rotto con i Clinton proprio per la sua opposizione alle guerre basate sul regime change. In breve, ammiro molto più le donne che affrontano le sconfitte di quelle che sono circondate dall’aureola del successo”. 

Ma le donne americane, alla fine, voteranno per Hillary? 

“È una questione generazionale. Le donne anziane sono le sue più entusiaste sostenitrici, e spesso l’unica ragione che riescono ad addurre è proprio che è una donna. La maggioranza delle donne giovani alle primarie ha votato per Bernie Sanders. Anzi: le donne giovani erano la prima linea della campagna di Bernie. Certo, i commenti di Trump sulle donne sembrano rivelare l’intenzione di scatenare una guerra tra i sessi. Sta facendo di tutto per esser sicuro che il voto delle donne vada a Hillary”. 

Molti, anche in Italia, pensano che in ogni modo Hillary sarà un “male minore” rispetto a Trump. 

“Questa campagna presidenziale potrebbe rivelarsi un caso unico nel mettere una contro l’altra le due persone più detestate del Paese. Per molti votanti sarà difficile scegliere il “male minore”. Agli europei piace di più Hillary perché i media si sono dati molto da fare nel dipingerla come il candidato ragionevole e civilizzato in opposizione al pazzo scatenato Trump. Lui, in ogni caso, dice di voler trovare un accordo con la Russia, il che segna un punto a suo favore. Gli europei non dovrebbero preoccuparsi di chi vincerà le elezioni ma piuttosto di che cosa significhi per il mondo la leadership degli Usa. Questo è il vero tema del mio libro. Gli europei devono smettere di raccontarsi favole sull’America e riconoscere il pericolo che rappresenta per l’Europa”. 

Lei davvero pensa che Hillary Clinton potrebbe scatenare una terza guerra mondiale? 

“È inimmaginabile che qualcuno, persino Hillary Clinton, possa volontariamente scatenare una terza guerra mondiale. Eppure, solo pochi giorni fa il New York Times ci ha raccontato che 51 funzionari del Dipartimento di Stato hanno firmato un memorandum interno criticando il presidente Obama per non aver lanciato attacchi militari contro Bashar al-Assad in Siria, anche al rischio di aumentare le tensioni con la Russia. Gli interventisti liberal e i neocon che si sono impadroniti della politica estera americana non avrebbero problemi a spingere Hillary Clinton verso una maggiore aggressività. Anzi, è proprio ciò che lei vuole. Gli Stati Uniti stanno forzando la Nato a mettere pressione militare sulla Russia e nello stesso tempo rischiano il conflitto con la Russia in Medio Oriente. Stanno creando una situazione paragonabile a quella che portò alla Prima Guerra Mondiale: basta un singolo incidente per far saltare tutto. Hillary Clinton è particolarmente pericolosa perché non dubita mai del fatto che gli Stati Uniti prevarranno se solo mostrano abbastanza “determinazione”. E che cosa hanno fatto gli alleati europei per impedire il disastro? Finora nulla”. 

Diana Johnstone, “Hillary Clinton regina del caos”, pagine 247, euro 15,00, Zambon Editore

(30 giugno 2016)




permalink | inviato da fiordistella il 6/7/2016 alle 14:22 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (12) | Versione per la stampa


13 giugno 2016

SALUTE, O CARA...

CHIARA SARACENO - Le disuguaglianze nella salute

chiara-saracenoGli italiani sono stati considerati a lungo consumatori compulsivi di medicine ed esami medici. Ora il quadro sembra rovesciato. Stretti tra lunghe liste d’attesa e crescente riluttanza dei medici di base a prescrivere esami clinici per timore di essere sanzionati, sempre più italiani rinunciano a farsi curare e a mettere in atto misure di prevenzione. Un rapporto Istat di settembre 2015, “Le dimensioni della salute in Italia”, segnalava che il nove per cento della popolazione aveva rinunciato nell’anno precedente ad almeno una prestazione sanitaria tra visite specialistiche, accertamenti o interventi chirurgici, pur ritenendo di averne bisogno. Il fenomeno riguardava, ovviamente, i meno abbienti e più al Sud e Isole (in particolare la Sardegna), dove vi è una maggiore concentrazione di povertà e una minore efficienza media del servizio sanitario pubblico.

Il servizio sanitario nazionale, uno dei pochi fiori all’occhiello del sistema di welfare italiano, non riesce più a garantire un fondamentale diritto di cittadinanza: se non alla salute, almeno alle cure quando si è malati. L’indagine Censis-Rbm Assicurazione Salute conferma questi dati. La via d’uscita, tuttavia, non può essere il ricorso alle assicurazioni private, implicitamente suggerito dai curatori di questa indagine e ritenuto una possibile opzione, purché ce lo si possa permettere, anche da oltre la metà degli intervistati. Si tratta di una opinione che sta ottenendo una diffusa popolarità e che sta alla base anche di progetti, insieme di ricerca e di policy, che vanno sotto il nome di “secondo welfare”. L’idea è che la diffusione delle assicurazioni sanitarie non solo renderebbe accessibile la sanità privata anche a chi, pur con un reddito non basso, non se ne potrebbe permettere i costi di mercato. Alleggerirebbe anche la pressione sulla sanità pubblica, riducendo quindi le liste d’attesa a favore di chi non può permettersi di rivolgersi al privato e neppure di pagare una assicurazione. Un ragionamento accattivante, che lascia tuttavia nell’ombra due importanti questioni. In primo luogo, le assicurazioni private fanno un’opera importante di selezione sia di ciò che coprono sia dei clienti. Per avere un buon livello di copertura bisogna o pagare premi alti, o appartenere ad aziende o associazioni che hanno convenzioni con aziende sanitare di mercato. La seconda selezione riguarda clienti potenzialmente rischiosi: oltre una certa età non è possibile assicurarsi, oppure si è depennati o retrocessi (con copertura inferiore) dall’assicurazione in essere. Lo stesso avviene se si è avuta una malattia grave e che presenta potenziali rischi per il presente e il futuro.

Chi ha di fatto o potenzialmente più bisogno di cure sanitarie adeguate e tempestive è quindi più probabile non possa assicurarsi, anche se ne avesse i mezzi economici. Chi paga una assicurazione sanitaria integrativa, specie se a copertura (quindi a premio assicurativo) elevato, inoltre, alla lunga può chiedersi perché mai dovrebbe finanziare, tramite le tasse, anche la sanità pubblica che non usa. Già ora si possono dedurre il premio assicurativo e le spese sanitarie dall’imposta sui redditi, riducendo quindi il gettito fiscale. Ma se le persone abbienti fossero spinte ad assicurarsi in massa, potrebbero chiedere sconti ben più sostanziosi, riducendo quindi la disponibilità per il finanziamento della sanità pubblica, lasciata ai ceti economicamente più modesti e con minore potere di pressione rispetto a qualità e adeguatezza. Con l’istituto dell’attività intra (ed extra)moenia da parte dei medici ospedalieri molto mercato è già entrato nella sanità pubblica, dove chi può riesce ad ottenere sia la garanzia della qualità — professionale e delle attrezzature — del pubblico e il trattamento (in termini di tempi di attesa e di comfort) del privato. Un’ulteriore espansione del privato via assicurazioni rischia di peggiorare ulteriormente la situazione, non di migliorarla.

Occorre invece rafforzare la sanità pubblica, certo rendendola più efficiente ed eliminando sprechi e storture, ma avendo come fine non il contenimento della spesa, bensì il diritto alla salute dei cittadini, a partire da quelli che hanno meno alternative. Bisognerebbe anche riconsiderare l’utilità di quella che un tempo si chiamava medicina scolastica, con funzione diagnostica e preventiva specie rispetto a dimensioni della salute che chi è più povero tende a ignorare o a prendere in considerazione troppo tardi: lo stato della vista, della dentatura, della postura. Ovviamente, nel caso, occorrerà anche prevedere la fornitura degli interventi (occhiali, apparecchi per i denti, ginnastica curativa, ecc.) diagnosticati come necessari.

Chiara Saraceno, da Repubblica

(9 giugno 2016)




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8 giugno 2016

CHE PENA...

Costituzione e referendum, le capriole logiche di Benigni


di Giovanni Lamagna, da giovannilamagna.wordpress.com

Ho letto (e riletto più volte) l’intervista di Ezio Mauro a Roberto Benigni su “la Repubblica” del 2 giugno e vorrei commentarla freddamente, senza pregiudizi, cercando di vincere il sentimento polemico, che mi viene istintivo (devo confessarlo subito), dal momento che io voterò “no” (con la mente e col cuore, per usare due termine adoperati da Benigni) al referendum confermativo della riforma costituzionale varata qualche settimana fa dal governo Renzi/Boschi, mentre nell’intervista Benigni dichiara che voterà “sì” (con la sola mente, perché col cuore voterebbe “no”).

Proverò ad enucleare i punti dell’intervista che mi sembrano i più significativi e a riferire i sentimenti e i pensieri che via via scaturiscono in me alla loro lettura.

La prima parte dell’intervista è dedicata ai ricordi: quello dei genitori di Benigni (“due contadini socialisti”) che non ebbero dubbi su cosa votare al referendum del 2 giugno 1946: “Repubblica, naturalmente”; quello del tentativo operato dalla destra berlusconiana di eliminare sia la festa delle Repubblica del 2 giugno che quella della Liberazione del 25 aprile; quello della Resistenza. Ricordi in cui emerge il Benigni lirico, perfino un po’ retorico. Ma al quale non possono essere mosse obiezioni. Questi ricordi sono anche i miei ricordi.

Poi, nella seconda parte, l’intervista entra nel merito della Costituzione del 1948. Con la citazione del primo articolo e delle sue tre parole chiave: Repubblica, democratica e lavoro. E dell’articolo finale, il 139°, che sottolinea con forza: la forma repubblicana non può essere oggetto di revisione. Qui Benigni continua con i suoi toni lirici e un po’ esaltati. E però comincia a ingenerare qualche perplessità. Almeno in me le ha ingenerate.

Infatti, a mio avviso, non si possono dire le cose che dice Benigni e non fare alcun cenno alle differenze profondissime tra il contesto in cui nacque (tra il 1946 e il 1948) la Costituzione italiana nella sua forma originaria e il contesto attuale, diverso, molto diverso, infinitamente diverso, quello nel quale se ne è operata una importante revisione.

Tanto più che lo stesso Benigni ricorda che “dietro la Carta (quella originaria), se si tende l’orecchio, si sente il frastuono della democrazia, che è lotta e scontro di interessi legittimi, di valori e soprattutto di idee. Però sa cosa c’era allora…? Un orizzonte comune, un impegno comune per il bene comune. E infatti quegli uomini e quelle donne sono riusciti a creare lo Stato repubblicano, la sua Costituzione e la democrazia senza violenza. Un momento di grazia”? E che a queste parole il suo intervistatore opportunamente  replica: (un momento) “Che la politica (oggi) non sa più ricreare?”

Qui vengono spontanei i primi rilievi alle affermazioni di Benigni, che sono ricche di enfasi e, come dicevo prima, perfino di retorica, ma povere di attinenza con la realtà attuale, come avrebbero invece dovuto essere.

Primo rilievo. Come fa Benigni a non rendersi conto che l’articolo uno della Costituzione italiana è oggi completamente vanificato nei fatti? Che esso oramai suona spudoratamente falso e ipocrita? Che potrebbe, molto più in consonanza con la realtà attuale, essere riscritto in questi termini: “L’Italia è una Repubblica oligarchica, fondata sull’impresa e sul mercato. La sovranità appartiene agli imprenditori e ai finanzieri, che la esercitano nelle forme e nei limiti della Costituzione”? E che perciò la Costituzione andava (ed è stata) aggiornata nella seconda parte, in modo che le forme e i limiti previsti dai padri costituenti per una “Repubblica democratica, fondata sul lavoro” si adeguassero alla nuova realtà della Repubblica non più “democratica” e non più fondata sul “lavoro”? Che senso ha, insomma, continuare ad esaltare con tanta enfasi una Repubblica che sussiste ancora formalmente, ma non lo è più nei fatti, già oramai da molti anni?

Secondo rilievo. Benigni fa cenno al “frastuono della democrazia, che è lotta e scontro di interessi legittimi, di valori e soprattutto di idee”, frastuono che si sente dietro la Costituzione del 1948. Benissimo! Tutto vero! Con la semplice ed essenziale (ma per nulla avvertita e segnalata da Benigni) differenza tra l’allora e l’oggi. Che allora quello scontro fu sapientemente composto in “un orizzonte comune, un impegno comune per il bene comune”, a usare le parole dello stesso Benigni. Mentre oggi, questa riforma nasce da uno scontro che, lungi dall’essere composto in un onorevole compromesso, si vuole tenere ben vivo, in nome di un vincitore e di un vinto, chiari ed inequivocabili. Basta vedere il clima in cui si è svolto il dibattito parlamentare sulla riforma costituzionale appena approvata (a stretta maggioranza) e quello legato alla campagna appena avviata per il referendum confermativo di ottobre.

Terzo rilievo. Benigni stesso parla a proposito del 1948 di “uno stato di grazia”. Ed ha perfettamente ragione. Viene perciò spontaneo chiedergli, a proposito di quanto sta succedendo oggi: nella cosiddetta “riforma” realizzata poche settimane fa vive lo stesso (o almeno paragonabile) stato di grazia del 1948? Io credo sia molto, molto difficile dare una risposta positiva (anche da parte dello stesso Benigni) a questa domanda.

Non a caso Mauro chiede a Benigni “…che bisogno c’è oggi di cambiarla, questa Costituzione?” E Benigni stesso risponde: “Infatti farebbero bene ad attuarla, prima di pensare a cambiarla.” Aggiungendo: “La Carta è nata come una promessa alle generazioni future. Noi siamo qui riuniti – disse Calamandrei in quei giorni – per debellare il dolore e per ridurre la maggior quantità possibile di infelicità.”

Promessa – dico io – che è stata abbastanza mantenuta nei primi trent’anni successivi al 1948. Che furono anni (pur tra molte incertezze e conflitti) di progressive conquiste per il mondo del lavoro e dei ceti popolari.

Ma del periodo che incomincia dalla fine degli anni ’70 e dura ancora oggi si può dire la stessa cosa? Guarda caso proprio a partire dalla fine degli anni ‘70 si è incominciato a parlare di por mano alla Costituzione. Non dovrebbe ingenerare qualche sospetto questa coincidenza?

Dalla fine degli anni ’70 cominciano ad arretrare i diritti e le conquiste dei lavoratori e dei ceti popolari in genere e – guarda caso – si incominciano a chiedere da parte di vari settori (non certo quelli popolari e del mondo del lavoro) modifiche alla Carta Costituzionale. Non dice niente a Benigni questa coincidenza?

Benigni afferma ancora: “Io sono affezionato particolarmente alla prima parte, quella dei diritti e dei doveri, che per fortuna nessuno vuole toccare. Ma sulla parte dell’ordinamento dello Stato intervenire si può…”

Qui i rilievi da fare per me sono due: 1) Ma in quale mondo vive Benigni? Non si è accorto che in questi ultimi 40 anni i diritti sanciti solennemente nella prima parte della Costituzione sono stati ampiamente disattesi, non solo, ma sono state anche progressivamente erose tutte le conquiste che erano state realizzate nei primi trent’anni gloriosi e proprio da parte di quei governi e di quelle forze politiche che più si sono adoperate per la riforma della cosiddetta seconda parte? 2) le riforme che si vogliono realizzare oggi sono funzionali alla affermazione e alla realizzazione dei diritti sanciti nella prima parte o sono piuttosto funzionali a sancirne la limitazione e l’arretramento che si sono avuti in questi ultimi 40 anni? Mi sembrano, queste due, domande di non secondaria importanza, che Benigni, preso dal lirismo e dalla retorica, non si pone minimamente.

Benigni, invece, afferma con molto sicurezza: “ Io credo che la cornice di valori della Carta non sia affatto in pericolo.” E qui io mi chiedo (e gli chiederei se mi fosse possibile): “Ma su cosa fonda Benigni una tale sicurezza? A me sembra totalmente infondata. La storia italiana di questi ultimi 40 anni è GIA’ andata in totale rotta di collisione con “la cornice di valori della Costituzione”.

Poi Benigni incomincia fare il suo vero mestiere. E a domande molto serie che gli fa Mauro risponde in modo ironico, anzi comico. Le sue sono battute divertenti (in questo è sempre stato un maestro), ma poco consone alla serietà dell’argomento che si stava affrontando. Quindi non vale manco la pena soffermarcisi.

Si arriva, infine, all’outing, che tanto clamore ha suscitato. Alla domanda di Mauro: “Ma lei cosa voterà al referendum? Mi è sembrato indeciso, prima ha detto sì, poi no. Dunque?”, così risponde: “Ho dato una risposta frettolosa, dicendo che se c’è da difendere la Costituzione col cuore mi viene da scegliere il “no”. Ma con la mente scelgo il “sì”. E anche se capisco profondamente e rispetto le ragioni di coloro che scelgono il “no”, voterò sì”.

Qui io francamente questa distinzione tra il “cuore” e la “mente” non la capisco. Mi sembra un modo per sfuggire al problema o, meglio, ai problemi. A me, personalmente, la mente non dice cose diverse da quelle che mi dice il cuore. E viceversa. Se la mente e il cuore dicono a Benigni cose diverse è un problema di Benigni.

Entrando nel merito delle questioni, Benigni dice: “Sono trent’anni che sento parlare della necessità di superare il bicameralismo perfetto: niente. Di creare un Senato delle Regioni: niente. Di avere un solo voto di fiducia al governo; niente. Pasticciata? Vero. Scritta male rispetto alla lingua meravigliosa della Costituzione? Sottoscrivo. Ma questa riforma ottiene gli obiettivi di cui parliamo da decenni. Sono meglio del nulla”. Bene!

Provo a rispondergli (anche se solo virtualmente): 1) pure gli oppositori alla riforma (meglio chiamarla “deforma”) Renzi/Boschi sono per l’abolizione del bicameralismo perfetto, del doppio voto di fiducia e per il Senato delle Regioni. Ma queste riforme potevano essere fatte in una maniera meno pasticciata e in una lingua un poco, poco migliore, più vicina a e più coerente con quella della “meravigliosa Costituzione” del ‘48? Non era forse il caso (per ottenere questo risultato) di ricorrere anche a insigni costituzionalisti del calibro di Rodotà, Zagrebelsky e Pace (per fare solo tre nomi), invece di insultarli un giorno sì e l’altro pure, solo perché avevano l’ardire di muovere qualche obiezione alle proposte che via via venivano messe in campo? 2) gli “obiettivi di cui parliamo da anni” da chi ci sono stati posti? non certo dalla maggioranza del popolo italiano che di queste “riforme” sembra importarsi ben poco (a detta di tutti i sondaggi fatti in proposito); non è forse vero che tali obiettivi sono stati posti essenzialmente (se non esclusivamente) dai grossi potentati economici nazionali (i quali hanno sempre visto nella Costituzione del ’48 un grande ostacolo ai loro interessi) e, negli ultimi tempi, dai grandi potentati economico/finanziari internazionali, di cui l’Europa, soprattutto negli ultimi due/tre decenni sembra essersi fatta portavoce non proprio neutrale?

Cosa risponderebbe Benigni a queste due obiezioni, visto che la sua mente e il suo cuore sono così scissi?

Ai suoi argomenti precedenti Benigni poi ne aggiunge un altro: “…io tra i due scenari del giorno dopo, preferisco quello in cui ha vinto il “sì”, con l’altro scenario si avrebbe la prova definitiva che il Paese non è riformabile”.

A questo argomento rispondo: non è vero che il Paese non sia riformabile; non è riformabile nel modo in cui lo vogliono riformare Renzi e i suoi compari, cioè dividendo il Paese, anzi spaccandolo; sarebbe perfettamente riformabile, se nel volerlo riformare si cercasse un compromesso analogo a quello che fu raggiunto (mirabilmente) nel 1948.

Alla domanda su Renzi (“Ma di Renzi lei si fida”), Benigni risponde: “Renzi è una persona che stimo”, ma poi fa lo spiritoso, infila una battuta dietro l’altra e non si capisce bene se nel rispondere sia stato sincero o meno. Io mi auguro la seconda cosa. Ma non ne sono sicuro.

Sull’Europa e sull’ondata xenofoba che sembra travolgerla dice una cosa interessante: “...i principi da soli non bastano, ci vogliono gli uomini che sappiano riproporci un sogno. Il corpaccione della vecchia Europa ha corso così tanto per ricostruirsi dopo la guerra, che adesso dovrebbe fermarsi un po’, perché finalmente la raggiunga l’anima. Senz’anima l’Europa è moneta e burocrazia: troppo poco”. Qui condivido in pieno.

Ma chiederei a Benigni: il fatto che la riforma della Costituzione del 1948 ci sia stata chiesta (a voler usare un eufemismo) proprio dall’Europa senz’anima che egli descrive così bene (oltre che dai potentati economici che sembrano guidare oggi l’’Europa, vedi il FMI e agenzie di rating come la JP Morgan) non gli fa venire qualche sospetto sulle reali intenzioni che hanno mosso e muovono le riforme costituzionali alle quali egli intende dire SI’?

L’ultima battuta è la migliore e la più condivisibile dell’intera intervista. Alla domanda “Prenderebbe Renzi in braccio, come Berlinguer?”, così risponde: “Io ho qualche anno in più, lui qualche chilo di troppo. Diciamo che entrambi non abbiamo il fisico per farlo”. E meno male, aggiungo io. Ci sarebbe mancata pure questa…

(7 giugno 2016
)




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14 maggio 2016

LA DONNA PIU' VECCHIA DEL MONDO

http://www.lastampa.it/2016/05/13/edizioni/verbania/di-verbania-la-donna-pi-anziana-del-mondo-jV7oxixiwi2TMuMP3Y71lN/pagina.html






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